19.05.2010
Come diceva Antonio Pigliaru, l’indimenticabile studioso sardo del «codice della vendetta barbaricina», anche la società dei ladroni ha le sue leggi.
Quelle della nuova delinquenza in guanti gialli però sono molto diverse dalle ataviche regole della comunità pastorale sarda. Lì, nonostante tutto, c’era il senso corale della comunità e delle sue superiori ragioni rispetto a uno Stato che si sentiva (e forse era davvero) lontano, ostile, nemico. Qui al contrario il codice è tutto interno allo Stato, nasce anzi proprio deformando e strumentalizzando i suoi istituti giuridici, la sua amministrazione pubblica, le sue stesse leggi.
È una metastasi che gioca di sponda, avvocatescamente, con le controverse regole dell’appalto e con le loro mille eccezioni, fa lo slalom tra norme e normette scritte nei codici ufficiali per favorire i potenti e per tagliar fuori i poveracci, si avvale della complicità di chi dovrebbe controllare e non controlla, di chi dovrebbe denunciare e non denuncia, di chi dovrebbe legiferare e non legifera. Unisce, infine, il massimo della confidenza coi meccanismi finanziari moderni con l’antica filosofia italica del teniamo famiglia.
Nasce così un nuovo diritto, un’anti-legge più efficace e osservata della legge stessa. Un sistema di regole nel quale tutti gli attori si sentono garantiti: chi corrompe e chi è corrotto. Nel gioco c’entra il danaro, naturalmente, ma non nella forma elementare della bustarella stile Tangentopoli e neanche in quella (più pittoresca ma ugualmente na?ve) del puff in salotto ricolmo di gioielli. Piuttosto case, meglio se con vista esclusiva, appartamenti a figli ed amanti, ristrutturazioni e lavori edili. O, ancor meglio, prestazioni sessuali, da consumarsi – s’intende – in esclusivi appartamenti d’hotel per nababbi.
Romeni – LA MINORANZA DECISIVA PER L’ITALIA DI DOMANI
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