Romeni – LA MINORANZA DECISIVA PER L’ITALIA DI DOMANI

Dal catalogo Rubbettino Editore -Novità in libreria dal 24 marzo

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“I romeni quanti sono, chi sono, da dove vengono, come e dove vivono e lavorano, cosa pensano di se stessi e degli italiani, quali sono le loro simpatie politiche, quali preoccupazioni e speranze nutrono per se e per i propri figli.

Attraverso una serie di interviste e l’attenta ricognizione della cronaca (non solo di quella nera) emerge la realtà di un popolo di quasi un milione di persone, con le sue ansie e le sue passioni, un popolo che qualcuno vorrebbe rappresentare sotto l’etichetta di “delinquenti naturali”, ma che rifiuta con sdegno tale definizione, considerandola un insulto.

Parlano in prima persona le ragazze ed i ragazzi, i giornalisti corrispondenti di Bucarest a Roma, il vescovo ortodosso ed il suo clero, gli imprenditori a capo delle 27.000 aziende romene in Italia, i musicisti, gli operai, i lavoratori dell’agricoltura, le colf e le badanti.

E’ una umanità ricca di cultura, orgogliosa della sua identità e animata da una volontà di riscatto  che si traduce nella richiesta di una sempre maggior integrazione.

La porzione più consistente dell’immigrazione straniera in Italia e la più numerosa componente di quella comunitaria ( anche se troppo spesso trattata come se non lo fosse).

Una critica feroce alla xenofobia ed al razzismo di una certa Italia, un libro risentito, polemico, che non fà sconti a nessuno. Ma al tempo stesso rigorosamente documentato.”

Alina Harja (Vaslui 1980) giornalista, corrispondete in Italia del canale news Realitatea Tv, il più diffuso in Romania e tra gli immigrati romeni in Italia. Ha anche lavorato per Parvapolis (Latina) e collabora con Metropoli il giornale multietnico pubblicato da Repubblica. Attiva da anni nell’associazionismo romeno in Italia, presiede l’Associazione “Amici della Romania”. Attualmente lavora con Guido Melis alla Camera dei Deputati come assistente parlamentare.

Guido Melis (Sassari 1949). professore di storia delle istituzioni politiche a Roma all’Università La Sapienza ha scritto vari saggi, tra i quali la Storia dell’amministrazione italiana 1861-1993. Dirige la rivista Le carte e la Storia. Deputato del PD (circoscrizione Sardegna) dall’aprile del 2008. Alla Camera fà parte della Commissione Giustizia e della Commissione bicamerale per le questioni regionali. E’ responsabile dei rapporti Italia – Romania, nell’ambito della Unione interparlamentare dell’associazione di amicizia Italia – Romania della Camera dei Deputati”.

Rassegna stampa

27.10.2010

I cittadini nuovi nell’Italia che cambia
ricordando Milea di Olbia e Jon di Gallarate

Un viaggio nella «questione romena» con la giornalista Alina Harja e lo storico Guido Melis

Secondo i dati Istat del 2008, ben 434 mila immigrati sono arrivati in Italia, incrementando la popolazione nativa italiana che invece tende progressivamente a decrescere (basti pensare che sempre nel 2008 si è ridotta di 64 mila unità). Se, da un lato, gli italiani d’origine diminuiscono di anno in anno, dall’altro i «nuovi italiani» aumentano vertiginosamente. È dunque chiaro, come scrivono Alina Harja e Guido Melis, nelle foto, nel primo capitolo del loro libro Romeni. Minoranza decisiva per l’Italia di domani che “in un Paese come l’Italia, avviato al declino demografico, i nuovi italiani costituiscono una vera e propria iniezione di giovinezza”. Infatti, gli immigrati saranno, nel futuro prossimo, sostanzialmente I giovani italiani, età media 30 anni. Un quadro in perpetua evoluzione che presenta anche un altro interessante aspetto: la cosiddetta «questione romena».
Questo il tema del breve saggio (171 pagine, 14 euro, edizioni Rubbettino) scritto a quattro mani da Harja e Melis, la prima, giovane giornalista romena (classe 1980) del canale Realitatea Tv – il primo seguito dai romeni in Italia – e il secondo, docente di storia delle istituzioni politiche presso l’università romana Sapienza. Entrambi gli autori sono accomunati da un’esigenza: quella di far luce sulla realtà romena, “universo nascosto che né la politica italiana né quella di Bucarest hanno un reale interesse a documentare”.
Un lavoro che, come spiegano gli autori nella prefazione, non si vuol configurare come una difesa della comunità romena in Italia (“Sappiamo bene i difetti anche cronici dei romeni in Italia e l’impegno che ci vorrà per superarli. Non vogliamo fare un’apologia”), ma come un’analisi obiettiva, seria e documentata. Certo, i criminali romeni esistono, come sempre avviene nelle comunità di recente immigrazione. “Ma soltanto una minoranza dei romeni può essere inchiodata a quei cliché” spiegano ancora gli autori. I romeni in Italia si occupano di settori chiave della società, come ad esempio l’assistenza agli anziani. Perché il mondo romeno è complesso, ancora nascosto e per molti versi misterioso.
Ma come vivono i romeni in Italia? Attraverso varie testimonianze, Harja e Melis danno voce ai romeni presenti nel nostro paese, ai giovani come Stefan, 22 anni, nato nella Romania orientale e in Italia da più di sei anni. “Quando sono arrivato non parlavo bene la lingua, e fare i compiti era difficile. Ma proprio il fatto di dover scrivere e parlare in italiano mi ha aiutato molto. Trovo infatti una scemenza la proposta della Lega Nord sulle classi separate. È proprio la full immersion nella lingua italiana che permette di apprenderla”. E questo Stefan lo sa bene, perché adesso parla con accento romanesco e segue la moda italiana nel vestirsi e nel pettinarsi. Mirela invece non è così positiva come Stefan: ha 14 anni, un aspetto splendido, i capelli biondi ed è timidissima. Confessa di avere una sola amica italiana e ammette che per quanto vada d’accordo con le sue compagne di classe italiane, nella vita frequenta solo romene. Da questa come da altre testimonianze emerge dunque quanto sia ancora difficile il cammino verso l’integrazione, per entrambe le parti. A ulteriore prova di ciò vi sono i recenti episodi tragici che hanno colpito la comunità romena in Italia, ricordati anche nel libro, come quello di Jon Cazcu a Gallarate, bruciato vivo dal suo datore di lavoro perché aveva chiesto di passare da lavoratore in nero a regolare. Oppure, come il delitto consumato in provincia di Olbia da tre giovani, che uccisero Milea Danut a sangue freddo perché lavorava “troppo e troppo bene, tanto da imbarazzare i suoi colleghi di lavoro”.
È anche vero che sono però i romeni stessi a resistere all’integrazione. In questo modo, i contatti con il mondo italiano circostante diventano più complicati: è molto frequente, infatti, che i giovani romeni preferiscano frequentare luoghi privati per romeni. Come gli stessi autori del libro affermano, simili iniziative non aiutano nel cammino dell’integrazione perché possono sfociare “nella difesa gelosa ed esasperata delle proprie radici”.
È dunque necessario comprendere la complessità di un fenomeno come quello dell’immigrazione per poterlo affrontare nel modo dovuto, secondo atteggiamenti avanzati e aperti al cambiamento. La comunità romena in Italia, l’enclave straniera più numerosa sul nostro suolo, non è solo un nido di potenziali criminali. Sono uomini, donne, giovani che vivono tra noi, che lavorano con noi, che frequentano le nostre stesse scuole. E che soprattutto, saranno gli italiani del futuro.

SardiNews

 

26.04.2010

Tg3 – Shukran

A Palermo un attico confiscato alla mafia viene assegnato ad una famiglia rom, scatenando le proteste dei condomini. Dieci anni fa erano appena 220, oggi a Bologna sono quasi 6000. Sono i romeni, cittadini comunitari dopo l’ingresso della Romania nell’Unione Europea nel 2007, che rappresentano la prima comunità straniera in Italia. Ospiti della puntata Alina Harja, giornalista e scrittrice; e padre Ion Rimboi, della Chiesa Ortodossa romena San Rocco. Shukran, poi, è tornato a Cassibile, in provincia di Siracusa, per proporre le voci dei braccianti migranti che sono arrivati per la raccolta delle patate. Per chiudere, a Torino rom e sinti realizzano icone sacre per l’Ostensione della Sindone. Shukran ha seguito la giornata del loro pellegrinaggio.

Video

 

26.04.2010

Nessuno bada alle badanti

La storia di Bianca, Gina e le altre. Romene: colf e tuttofare. Tengono in piedi le famiglie italiane. Cosa ricevono in cambio? Paghe da fame e minacce. “Speravo molto di più. Volevo un figlio. Ma come posso allevarlo se non sono sicura del salario?”

di Alina Harja e Guido Melis

Pubblichiamo un estratto dal libro di Alina Harja e Guido Melis, Romeni. La minoranza comunitaria decisiva per l’Italia di domani, Rubbettino Editore. Un’analisi a 360 gradi della presenza romena nel nostro Paese. Un testo indispensabile per la comprensione del fenomeno.

Bianca, 26 anni, minuta, bionda, è arrivata in Italia circa quattro anni fa. Si è lasciata alle spalle Braşov, una delle città più belle della Romania, in cerca di un lavoro più retribuito, ma anche per stare vicino alla famiglia che viveva già in parte in Italia: il padre faceva il muratore a Napoli, mentre la sorella era badante presso una famiglia romana, dove si prendeva cura di un’anziana signora di 83 anni. Ed è stata appunto lei, la sorella, a trovarle lavoro come colf, sempre a Roma. La sua datrice di lavoro (“la padrona”, dice lei), una donna separata di 49 anni con 3 figli, lavorava come medico presso uno dei grandi ospedali della capitale.

Racconta Bianca: “Quando sono arrivata non parlavo l’italiano, anche se lo capivo a grande linee. Anche perché in Romania io guardavo Rai Uno in televisione. Sono arrivata in Italia con un visto turistico di tre mesi, ma ho iniziato a lavorare subito in questa famiglia. La padrona mi ha promesso che presto mi avrebbe messo in regola”.

Tutto regolare, si direbbe. Ma una volta scaduto il visto turistico la datrice di lavoro inizia a minacciarti.

“Era terribile! – ci dice, e le trema un po’ la voce nel ricordare –. Se prima mi prendevo liberi il giovedì pomeriggio e la domenica, come tutte le altre, dopo che il mio visto è scaduto non potevo praticamente più uscire di casa. La signora mi diceva che, se la polizia mi avesse preso, mi avrebbe rispedito a casa con tanto di interdizione. Io la imploravo di mettermi in regola, come aveva promesso, ma lei mi minacciava che mi avrebbe denunciato ai carabinieri. Praticamente da quel momento ho iniziato a lavorare non stop. Molto raramente mi capitava di poter uscire. Ero come murata in casa. Sedici ore al giorno, curando i tre figli della signora e pulendo una casa di 200 metri quadri. La giornata tipo iniziava alle sei di mattina: preparavo la colazione, i vestiti per i bimbi. Poi li vestivo e li accompagnavo a scuola. Tornata iniziavo a pulire casa, a fare il bucato, a stirare, a preparare il pranzo. Dovevo fare anche i compiti con i bambini… Insomma mi svegliavo prima di tutti e andavo a dormire per ultima. E tutto per una paga di 550 euro al mese”.

Ma c’è di più…

“La signora aveva un compagno che dormiva anche lui qui. Un giorno, mentre lei era al lavoro e i bambini a scuola, quest’uomo ha provato a violentarmi. Mi sono spaventata e l’ho graffiato. Alla signora non ho detto nulla, anche perché non mi avrebbe mai creduto. Lui mi ha minacciata che mi avrebbe denunciata se non facevo quello che diceva lui. È stato molto difficile, in quel periodo. Anche perché non avrei mai ceduto alle sue avance. Ma poi un’amica mi ha detto che lui non avrebbe avuto il coraggio di denunciarmi perché avrebbe messo nei guai anche la signora. In fondo lei ospitava una clandestina”.

Nemmeno l’entrata della Romania nella Comunità europea ha migliorato di molto le cose.

“Mi ricordo bene quella sera. Ero felice e ho brindato con Coca Cola con i bambini. La signora era andata a una festa. La mia situazione sarebbe cambiata del tutto. Non ero più clandestina, non dovevo più vivere nella paura e sotto minaccia. Quella spada di Damocle sarebbe stata finalmente eliminata. Purtroppo però sono successe una serie di cose brutte e siamo stati subito additati come criminali. La signora mi diceva sempre che tanto la Romania sarebbe stata espulsa della Comunità, che noi romeni siamo tutti degli zingari, e le romene tutte delle poco di buono. A un certo punto però le ho risposto: “Saremo pure delle poche di buono, ma almeno un cuore noi ce l’abbiamo”. Si è arrabbiata e mi voleva licenziare. Francamente, forse sarebbe stato pure meglio. Non mi importava, all’epoca. Ero stufa di subire le sue umiliazioni. Poi quando ha visto che io facevo sul serio si è data una calmata. Poi le ho chiesto di mettermi in regola, altrimenti me ne sarei andata. Allora lei mi ha presentato un contratto di lavoro e io l’ho firmato. Solo che in seguito ho scoperto che non l’aveva registrato e che non aveva pagato nessun contributo. Ma intanto mi aveva tolto dei soldi dallo stipendio con la scusa di pagarmi i contributi.

Quando è uscita la legge che parlava dei 500 euro da pagare per mettere in regola le badanti e le colf, mi ha licenziato. Mi ha praticamente buttata in strada. E quando ho cercato di protestare mi ha picchiato, anche. Mi ha dato uno schiaffo, perché dice che le mancavo di rispetto. Io le ho fatto causa e l’ho denunciata ai carabinieri. Adesso se ne occupa un amico, sindacalista romeno. Tante volte non sappiamo neanche i diritti che abbiamo. Io sono stata fortunata a conoscere questo ragazzo, che mi ha detto come devo comportarmi. Ma tante di noi non lo sanno. Adesso? Adesso lavoro a ore. Mai più fissa”.

Qualche dato
Negli ultimi anni nessuno, come le donne romene (e quelle ucraine), ha saputo intercettare il bisogno di assistenza (e di una assistenza prestata con particolare attenzione, cura e familiarità) tanto diffuso in una società come quella italiana, sempre più invecchiata dall’inizio degli anni Duemila. In assenza di reti assistenziali moderne e di un efficace sistema assicurativo privato (che in Italia non c’è mai stato), l’emergenza-vecchiaia è ancora una volta delegata alla famiglia, che, a sua volta, vi provvede attraverso l’antica figura della collaboratrice domestica: domiciliata presso l’anziano assistito (e quindi in pratica in servizio 24 ore su 24), dotata di una sua pragmatica capacità di adattarsi a tutte le situazioni contingenti, spesso sorretta da un istintivo sentimento della solidarietà che si porta dietro come retaggio della famiglia allargata contadina nella quale è cresciuta. Le badanti che arrivano dall’Ucraina sono il 21%, e quelle romene il 16,4%. Seguono, distanziate, le filippine (il 9,5%), le polacche (il 7%), le ecuadoriane (il 6,4%), le marocchine (il 5,7%) e infine le peruviane (il 5%). I salari sono molto variabili, così come le condizioni di vita (che possono o no comprendere l’ospitalità presso l’assistito, il vitto, ecc.). Comunque, in base al contratto Inps, chi cura gli anziani è retribuito in Italia con 4,2 euro all’ora (retribuzione di base, insistiamo a dire).

Altre storie
Anche Gina, 53 anni, di Botoşani, racconta una storia molto simile. È venuta in Italia nel 2000. Ora vive a Firenze e lavora insieme al marito presso una famiglia di architetti. Lui fa il giardiniere.

“All’inizio sono venuta da sola. Un’amica mi aveva trovato lavoro come badante di un signore di 85 anni, a Milano. Lui non era autosufficiente. Gli facevo tutto, gli cambiavo anche i pannoloni. Tutti i giorni, quando mi sedevo a mangiare lui iniziava a gridare che voleva essere cambiato. Puoi immaginare che gusto aveva il cibo per me. Ovviamente ero assunta in nero, senza assicurazioni. Ero insomma clandestina, si dice così? Tutte le volte che uscivo per strada avevo paura degli uomini in divisa, anche se vedevo quelli della sicurezza nella metro. Ho passato così due anni, non ce la facevo più. Poi alla fine ho avuto fortuna: ho trovato una famiglia a Firenze, sempre tramite un’amica. Loro mi hanno messo in regola. Mi trovo bene, adesso. Poi ho fatto venire mio marito e mia figlia. Ci occupiamo – io e mio marito – anche dei loro genitori. E viviamo con loro”.

Ad Arezzo, nel pieno della provincia italiana (e sia pure nella civilissima Toscana) tutto si fa più difficile. Incontriamo Maria e Alina, poco più di vent’anni. Una sposata con un ragazzo romeno, operaio edile, anche lui giovanissimo; l’altra ancora in famiglia con i genitori. I loro sogni, le loro idee, le insofferenze e le speranze sono le stesse delle loro coetanee italiane. Sono venute dalla Romania rurale con il mito del posto fisso, magari commesse nei grandi magazzini o – chissà? – studentesse universitarie a part-time. Vanno invece a servizio a ore nelle case dei benestanti aretini, non sempre assicurate come la legge vorrebbe, spesso sottopagate. Vivono lavorando, anche duramente. La domenica s’incontrano tra loro nella ristretta cerchia degli immigrati romeni. Molti dei loro sogni di giovani ragazze sono svaniti.

Ci dice Maria, carina, bruna, ben truccata, un italiano perfetto:

“Speravo molto di più. Volevo un figlio, con il mio Ian. Non posso permettermelo. Con chi lo lascerei per andare al lavoro? E poi come posso pensare di allevarlo se non sono sicura del salario? Sto invecchiando (ride, insieme all’amica che la ascolta), passano gli anni e non so se cambierà”.

E Alina, intervenendo:

“Qui le vetrine sono piene di cose belle e la passeggiata in centro, la sera del sabato, di ragazze della nostra età ben vestite e carine. Noi le guardiamo. Non abbiamo molti amici di Arezzo, amici italiani dico: ce ne stiamo molto tra di noi…”. Storie di delusione. Di ordinario sfruttamento, anche, in un Paese che vanta una delle legislazioni a tutela del lavoro più moderne d’Europa. Ma l’immigrazione, persino quella comunitaria, rientra a stento nelle tutele sindacali: fa storia a sé.

23.04.2010
Romeni, il libro di Diana Alina Harja
Recensito ieri da l’Unità, il saggio della giornalista di Parva è pubblicato dalla Rubbettino

Romeni delinquenti. L’equazione è più o meno questa. E Diana Alina Harja ci si è sempre incazzata. A te pareva la constatazione dell’ovvio ma notavi che la scemenza va veloce, che prende strade inaspettate, che sale sugli alberi e si cala dall’alto. Ma lei no. E oggi ti fa la rubrica su ParvapoliS, e poi, su Tele Etere ti fa il Tiggì rumeno, la pagina in rumeno sul Territorio, ma soprattutto tanti incontri, dibattiti. Lo scopo? Far capire che le rumene non sono tutte zoccole e badanti. E i loro compagni non sono solo zingari, perdigiorno o delinquenti. Ti faceva notare che c’era Cioran. Io preferisco Hegel, ma c’era Cioran. C’era Ionesco. Io preferisco Pirandello. Ma c’era Ionesco. Ti faceva notare che c’era Eminescu. Due palle così. Io preferisco Leopardi. E lei arrivava a Celibidache. Non ho mai sopportato la sufficienza con la quale dirige. Gli preferisco Muti che sembra sempre rapito, una pizia, un mistico, che se ne sta lì, tutto bello bagnato di note. Celibidache ha un ghigno stampato in faccia che pare ti voglia prendere per il culo. Insomma: Diana stava sempre lì a dirti che la cultura rumena c’era. Poteva non essere l’eccellenza, ma il suo contributo al dibattito culturale europeo l’aveva sempre dato, che arditezze di pensiero c’erano state, che la Romania non la leggi sempre alla voce disperazione. E ora Alina Harja (il Diana purtroppo pare si sia perso per strada, e questo non sempre glielo perdono) te lo dice pure in un libro. Non ci sono santi. Domani ci farà anche un film. Il libro, scritto a quattro mani con Guido Melis e pubblicato da Rubbettino, si chiama «Romeni».
Proprio ieri la recensione su L’Unità. È la comunità di residenti più numerosa; ci sono, non lo diresti, pure 20mila imprese romene sul territorio che aiutano a vivere interi settori della nostra economia, dall’edilizia all’agricoltura. E poi il muro di ostilità. Anche dei media. La rassegna stampa “fa rabbrividire” dice l’Unità. La prime pagine dei nostri quotidiani accreditano la “propensione a delinquere” che discenderebbe da una “matrice etnico-nazionale”. Peggiora tutto il fatto che la comunutà rumena (anzi: romena, perché se usi la u sei razzista) è distante dalla politica, frammentata, senza rappresentanza e “tendente a una consolatrice chiusura identitaria”. I razzisti però non hanno fatto i conti con Diana Alina Harja, che avrà perso pure il Diana per strada ma resta la persona grintosa che mi insultava quando timidamente gli obiettavo che preferivo Leopardi ad Eminescu e Muti a Celibidache. Le avete fatto girare i coglioni? E adesso sono cazzi vostri…

Parvapolis

22.04.2010
«I rumeni? Tutti stupratori». Un libro ci aiuta a conoscerli e spezzare il pregiudizio
Li demonizziamo e perseguitiamo senza conoscerli. Per rompere il pregiudizio ci aiuta «Romeni», un libro di Alina Harja e Guido Melis che raccoglie le storie di alcuni dei tanti che vivono nel nostro paese.

«Romeni delinquenti». Mai stereotipo colpì più violentemente un’intera comunità.
Fuori dalla cronaca nera, cosa si sa dei rumeni, del loro Paese d’origine, della loro cultura, di come e dove vivono e di quale lavoro fanno in Italia? Pressoché niente, prima del documentato libro di Alina Harja e Guido Melis “Romeni, la minoranza decisiva per l’Italia di domani” (Rubettino Editore) che restituisce loro un volto umano e una voce, attraverso una serie di interviste a imprenditori, badanti, giovani e musicisti.

In meno di vent’anni, sono diventati la comunità straniera più numerosa d’Italia: sono 780mila i residenti attuali (erano solo 8000 nel 1990). E, con l’entrata della Romania nell’Ue il primo gennaio 2007, cittadini comunitari a tutti gli effetti (una realtà spesso negata). Ma chi sa che detengono il primato delle assunzioni nel lavoro (il 22% di tutti i lavoratori stranieri occupati) e che nella penisola operano ben 20mila imprese romene? Fanno, cioè, vivere interi settori chiave della nostra economia, dall’edilizia all’agricoltura, con un primato nell’assistenza agli anziani; dove non mancano storie di sfruttamento e ricatti dei datori di lavoro, come testimoniato in questo libro. Tanto che dopo il “pacchetto-sicurezza» del 2009 , il Governo è stato costretto a inventarsi la sbrigativa regolarizzazione di colf e badanti per prevenire l’emoraggia che un’espulsione di massa sarebbe costata. In un Paese in pieno declino demografico, questi flussi sono inoltre una vera iniezione di giovinezza: per attitudine allo studio e vicinanza della lingua, saranno tra i più integrati dei «nuovi italiani» di domani.

Eppure un muro di ostilità li circonda e l’etichetta romeni=criminali abita le menti (insieme alla diffusa confusione tra romeni e rom). Dall’omicidio di Giovanna Reggiani nel 2007 e il via a un martellamento mediatico, si passa dall’intolleranza alla criminalizzazione: i romeni sono tutti «potenziali stupratori». La rassegna stampa del periodo (uno dei capitoli più interessanti del volume) fa rabbrividire, tanto ha infranto ogni «codice deontologico» giornalistico. Prime pagine accreditano la “propensione a delinquere» che discenderebbe da una «matrice etnico-nazionale» … I connotati negativi diventano dichiaramente razzisti. Come ricorda Luigi Manconi nella sua acuta prefazione, il meccanismo è ampiamente paragonabile alla precedente stigmatizzazione nei confronti di un «soggetto altro e ostile, quello albanese, nel corso di tutti gli anni ’90». L’«ostilità è variabile», ma intanto il «danno d’immagine» inferto è profondo e difficilmente sarà risanabile in una comunità distante dalla politica, frammentata, senza vera rappresentanza (neanche un consigliere comunale a Roma) e tendente a una consolatrice chiusura identitaria.

Dal 2007-2008 quella «psicosi collettiva» ha dettato l’agenda politica, nonché la deriva del nostro ordinamento verso un «diritto d’eccezione». È stata la destra in primis ad aver alimentato a dismisura una campagna di odio, non esitando a cavalcare una presunta «questione romena», ma anche la sinistra ad avere catastroficamente «subito il terreno proposto dalla destra». Basti ricordare che, da sindaco di Roma, Walter Veltroni fu il primo a firmare un decreto volto all’espulsione dei romeni (bypassando pure il diritto di libera circolazione nei territori degli Stati membri) …

Ci vorrà tanto lavoro per risanare questa pericolosa stigmatizzazione di un intero popolo e per costruire una nuova cittadinanza romena. Leggere questo incisivo saggio è un primo passo per conoscere la comunità romena per quello che è .• :.

FLORE MURARD-YOVANOVITCH

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One Response to Romeni – LA MINORANZA DECISIVA PER L’ITALIA DI DOMANI

  1. Cristina ha detto:

    Certamente la colpa non è esclusivamente dei romeni o degli italiani per quanto riguarda l’integrazione. Per capire il motivo di tutto ciò che accade:dai criminali stranieri alle persone venute in cerca di un lavoro migliore per dare un futuro ai propri figli,bisogna esaminare ogni minimo particolare sia dal punto di vista romeno sia da quello italiano. Dieci anni fa ca.,una bambina romena venuta in italia con la propria famiglia in cerca di una vita migliore ha avuto grandi difficoltà di ambientarsi. Ciò perchè i proprio compagni di classe non l’avevano accettata,unicamente per la sua nazionalità. Dopo tre anni di elementari si è fatto un programma,chiamiamolo così a scuola per dare parola a ogni singolo bambino e proprio in una di queste discussioni la bambina ha espresso tutta la sua paura,la sofferenza di non essere accetata per quello che era chiedendosi:cosa ho che non va? sono pur sempre una bambina di carne e ossa come loro..”
    Testimonianze dimostrano che un bambino la rimproverò chiamandola “razzista”,come potete capire il culmine dell’ignoranza. I poveri e piccoli bambini di qualsiasi nazionalità sono tutti innocenti e inconsapevoli di ciò che avviene nella vita reale,ogni loro comportamento dipende dall’influenza dei genitori.
    Parlando più generalmente sono del parere che criminali e gente cattiva ci sia in qualsiasi paese,in tutto il mondo. Vale la medesima cosa per le persone brave che si mettono uno scopo ben preciso nella vita senza dare fastidio a nessuno. Purtroppo sono queste ultime che rimettono le conseguenze delle persone della loro stessa nazionalità che agisce in modo non idoneo e ignorante. Il mondo è fatto così:ci sono buoni e cattivi,ma non per questo si deve escludere e disprezzare tutte le altre che cercano di integrarsi e creare un rapporto di amore e amicizia con il paese che li ospita.
    Non voglio stare dalla parte di nessuno,non possiamo dire chi ha ragione si può unicamente dire che tutti hanno torto:dovremmo trovare un accordo.
    Sottolineo in ultimo che dire” gli stranieri(di qualsiasi nazionalità non per forza romeni) ci rubano il lavoro” :questo non è affatto vero!
    Ogni persona quale che sia ha diritto di lavorare ciò che più gli piace e soprattutto ciò che gli permettono i propri studi. Tutti quanti abbiamo una testa e ognuno ragiona a modo suo perciò ognuno dalle proprie decisione ne ricava tutto il possibile:come dice un vecchio detto
    e con questo concludo.
    Il mio obiettivo era solo esprimere un’opinione,grazie anticipatamente di avermi ascoltata.
    Cordiali saluti,Cristina.
    P.S= sarei felice di ricevere qualche commento a proposito per scambiarci un po’ d’idee.

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