Presentazione degli Studi in onore di Luigi Berlinguer

10.04.2010

Si è svolta, venerdì, 9 aprile 2010, alla Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, la presentazione del volume TRA DIRITTO E STORIA – STUDI IN ONORE DI LUIGI BERLINGUER . Sono intervenuti: AURELIO CERNIGLIARO, ENNIO CORTESE, GUIDO MELIS, STEFANO RODOTÀ, VIRGINIO ROGNONI

L’intervento di Guido Melis:

Tocca a me, come allievo anziano (si dice così) di Luigi Berlinguer, il compito di tracciarne una sintetica scheda scientifico-biografica.

Compito non facile, reso ancor più arduo dagli antichi rapporti personali che ci legano. Era, se non sbaglio, il 1968-69, il mio primo anno di giurisprudenza a Sassari, quando ho conosciuto Luigi. Ho frequentato i suoi corsi e sono rimasto subito affascinato dalle sue lezioni, ma ancora di più sono stato colpito dalla sua concezione rigorosa, quasi operaia, del lavoro scientifico anche nei suoi aspetti più di dettaglio; e insieme dal suo attivismo febbrile.

Il 1968. Anno fatidico per l’università italiana, importante per me. Mi ero iscritto alla facoltà giuridica per fare poi tranquillamente, come lasciava presupporre la tradizione di famiglia, l’avvocato nello studio legale di mio padre. Luigi – diciamo così –  mi traviò, contagiandomi la passione per gli studi storici, in particolare per quelli storico-istituzionali.

Luigi aveva allora 36 anni. Nato a Sassari nel 1932, in una grande famiglia che degli studi umanistici e dell’impegno civile aveva fatto tutt’uno da almeno due generazioni, aveva studiato nel Liceo classico “Azuni”, la fucina di quasi tutta la classe colta sassarese del Novecento. Iscrittosi a giurisprudenza, vi aveva incontrato Antonio Era, allievo di Enrico Besta, professore di storia delle istituzioni giuridiche ed economiche della Sardegna, cultore di una storiografia giuridica locale attenta alle tradizioni e alle fonti, bibliofilo appassionato, frequentatore assiduo di archivi, personalità – anche dal punto di vista umano – niente affatto banale. Un conservatore – anzi, politicamente parlando, un monarchico: ma disposto ad assumere come allievo, introducendolo nell’insegnamento universitario, quello che era allora un giovane dirigente comunista. Ed erano – vale la pena di ricordarlo – i terribili, anche feroci anni Cinquanta.

Da quell’incontro sarebbe derivata in Luigi la sensibilità filologica, persino un certo gusto per l’erudizione; ma anche una percezione acuta, mai più dimenticata in avvenire, per le potenzialità di una storiografia locale non provincialistica, fortemente basata sul controllo delle fonti, metodologicamente consapevole della lezione delle grandi storiografie nazionali europee.

Sotto la guida di Era, Berlinguer si laurea nel 1955, con una tesi che verte sul moto antifeudale sardo del 1795-96 (il testo, rivisitato, diverrà poi la sua prima pubblicazione scientifica).

Frattanto ha avuto inizio il suo apprendistato politico come militante del Partito comunista: segretario provinciale e poi regionale della Federazione giovanile comunista sarda, consigliere provinciale, consigliere comunale di Sennori, un piccolo centro rurale alle porte di Sassari, dal 1956 al 1960. Quell’anno, 1960, a Sennori diviene sindaco. Nel 1963 viene eletto alla Camera dei deputati.

Università e politica, capire la storia del mondo e sforzarsi al tempo stesso di contribuire a cambiarla. Fatica individuale sulle carte e impegno collettivo nell’azione. Si delineavano così, sin da allora, i versanti solo apparentemente giustapposti di un’attività intensissima, fitta di responsabilità in entrambi i campi: quello della ricerca e specialmente dell’organizzazione scientifico-accademica, quello della testimonianza politica e della rappresentanza politico-istituzionale.

Cessato il mandato parlamentare, nel 1968, Berlinguer rientra a pieno titolo nell’università, per esservi profondamente segnato dal secondo cruciale incontro intellettuale del suo apprendistato accademico: quello con Domenico Maffei, a Siena, che lo introduce in uno dei laboratori di ricerca più prestigiosi d’Italia, in cui si affinano le predilezioni filologiche e si saldano rapporti culturali ed umani destinati a pesare a lungo. Nel 1968 consegue la libera docenza in storia del diritto italiano e ottiene l’incarico a Sassari di esegesi delle fonti del diritto italiano, ma l’anno accademico successivo, 1969-70, ancora come professore incaricato, si trasferisce nell’ateneo senese. Nel 1970, infine, vinta la cattedra sassarese che era stata di Antonio Era, quella di istituzioni giuridiche ed economiche della Sardegna, ritorna nell’ateneo sardo come professore straordinario.

Frattanto ha trascorso un proficuo soggiorno di studi in Gran Bretagna ed ha pubblicato i suoi primi, apprezzati studi d’esordio. Tra i quali spiccano specialmente, per rilevanza del tema e novità di impostazione, quelli sulla figura e l’opera di Domenico Alberto Azuni, fondatore sette-ottocentesco del moderno diritto internazionale del mare (specialmente il volume del 1966, Domenico Alberto Azuni, giornalista e politico. Un contributo bio-bibliografico e il successivo Sui progetti di codice di commercio del Regno d’Italia. Considerazioni su un inedito di D.A. Azuni, del 1970), attraverso i quali prende corpo, sulla scorta di rigorose ricerche condotte negli archivi e nelle biblioteche di vari paesi, una biografia intellettuale originalissima, al tempo stesso esplorazione acuta del momento di fondazione di quel diritto del commercio e dei traffici sovranazionali che, nascendo dalla pratica degli affari, rappresentò un settore decisivo delle scienze giuridiche dell’Europa tra XVIII e XIX secolo.

I primissimi anni Settanta trascorrono tra Sassari (dove Berlinguer nel 1972 viene eletto preside della facoltà) e Siena (dove vive e mantiene un incarico di insegnamento e saldi collegamenti di ricerca: formerà anche qui, come a Sassari, un agguerrito nucleo di giovani allievi). In Sardegna un finanziamento Cnr gli consente di raccogliere attorno a sé un piccolo gruppo di ricerca di giovani e giovanissimi, tutti laureandi o quasi: quelli che – con un’autoironia certo non estranea alle corde del fondatore – si autodefiniranno d’ora innanzi “la scoletta di Berlinguer”. Ne verrà comunque una vasta ricerca sulla storia dei partiti popolari sardi nel Novecento tutta condotta negli archivi sardi e romani, destinata in parte a contribuire a quella riscoperta della storia della Sardegna contemporanea che nel decennio successivo avrebbe raggiunto i suoi più maturi e stabili sviluppi con la pubblicazione del volume della Storia d’Italia Einaudi per Regioni, affidato appunto alla cura di Luigi e di Antonello Mattone. 

Da preside, nell’arco di poco meno di un anno, Berlinguer avvia nella facoltà giuridica sassarese il corso di laurea in scienze politiche, chiamando ad insegnarvi alcuni dei giovani docenti più brillanti d’Italia: dai giuristi Valerio Onida, Tullio Treves, Gustavo Zagrebelsky, Franco Bassanini agli storici Roberto Ruffilli, Mario Ascheri, Mario Da Passano, Paolo Nardi, Renato Monteleone, Nicola Gallerano, Andreina De Clementi, all’economista Sebastiano Brusco, al filosofo del diritto Riccardo Guastini, al sociologo Ezio Moriondo (i primi studi sociologici sulla magistratura), al politologo Danilo Zolo. Irripetibile stagione di ricerche, confronti, dibattiti anche pubblici, dalla quale sarebbero derivati, anche per i giovanissimi ricercatori sassaresi esordienti, stimoli, insegnamenti, reti preziose di relazioni future.

Studioso, dunque. Ma anche (e starei per dire specialmente) organizzatore e animatore di studi collettivi. Nel 1971 Berlinguer assume la direzione di “Democrazia e diritto”, la rivista dei giuristi che si rifanno al Partito comunista, indirizzandola subito verso i temi della riforma dello Stato, delle istituzioni, dell’amministrazione pubblica. Dal 1975 al 1982 viene eletto consigliere regionale della Toscana. Sarà tra i principali promotori, in quegli stessi anni, della ricerca e collana editoriale sul “Sistema delle autonomie, rapporti tra Stato e società civile”, dedicata dal Consiglio regionale della Toscana al trentennale della Repubblica e della Costituzione.

Nel 1974, intanto, ha pubblicato su “Studi storici”, all’epoca diretta da Ernesto Ragionieri, un illuminante saggio intitolato Considerazioni su storiografia e diritto. Polemico intervento: sia sui limiti della storiografia giuridica italiana e anche dell’insegnamento accademico delle relative discipline, indicati con severa puntualità nel pervicace rifiuto di oltrepassare, nella ricerca universitaria, l’epoca dell’alto e basso Medioevo; sia sui gravi ritardi della tradizione marxista italiana del dopoguerra rispetto al tema delle istituzioni contemporanee, della loro evoluzione storica, specialmente della loro relativa autonomia rispetto alla struttura economica delle società occidentali. Il saggio, per la sede in cui appare e soprattutto per i suoi contenuti innovatori, non mancherà di suscitare reazioni, incontrando una domanda di rinnovamento storiografico che investe ormai un’intera nuova generazione di giovani studiosi.

Si conferma qui uno dei dati peculiari della personalità di Luigi Berlinguer. Rispetto ad una tradizione universitaria come quella italiana, storicamente imperniata sulla figura prestigiosa ma al tempo stesso individuale del grande maestro, cui corrisponde poi una più o meno radicata scuola accademica composta di altrettante individualità, gerarchicamente sottordinate ma che insistono tutte sul medesimo settore di studi, Berlinguer per molti aspetti costituisce un’eccezione. La sua irreprimibile curiosità culturale, e la quasi naturale capacità di raccogliere intorno a sé équipes di ricercatori, lo conducono verso modelli di organizzazione della ricerca piuttosto simili a quelli della tradizione anglosassone, con forti contaminazioni interdisciplinari e collegamenti orizzontali, rapporti “alla pari” con altri gruppi di studiosi, allievi impegnati su temi e in settori di ricerca talvolta anche distanti da quelli del promotore. Tipica di questa concezione aperta della ricerca è l’imponente impresa messa in piedi negli anni Ottanta sulla “Leopoldina”, con il coinvolgimento di decine di ricercatori italiani e stranieri, culminata nella pubblicazione di una serie di importanti volumi. Il tema (“Criminalità e giustizia criminale nelle riforme del ‘700 europeo”) segnala un altro degli interessi costanti di Berlinguer: quello verso la storia della giustizia e del diritto penale, forse suscitato alle origini dalla frequentazione sassarese di Antonio Pigliaru, il non dimenticato filosofo del diritto autore alla fine degli anni Cinquanta di una originale monografia sulla Vendetta barbaricina come ordinamento giuridico. Qui però quell’antica ispirazione si è ormai tradotta in un impianto interamente storiografico, consapevole (nell’articolazione della ricerca, nella stessa scelta degli studiosi chiamati a parteciparvi) della complessità del fenomeno criminale, delle sue molteplici  valenze sociali e culturali, della profonda connessione tra il suo disciplinamento e il ruolo cruciale assunto allora dal diritto, specialmente da quello penale, nell’ambito della storia moderna come storia della civilizzazione. “Ma la civiltà penale – cito da un breve intervento di Luigi Berlinguer su “Repubblica” dei primi dell’ ’87 – è conquista difficile, del sentimento e della ragione. E’ quasi un lusso […]. E’ un lusso che bisogna meritarsi, conquistarsi; e non con atti velleitari di un isolato garantismo di pochi, o per semplice decreto illuminato, bensì attraverso un complicato intreccio fra stabilità ed equilibrio sociale, cultura penale evoluta e politica riformatrice di progresso. Tutti ingredienti che è difficile ma necessario coniugare congiuntamente”.

Parole, mi si consenta questo solo inciso, che suonano oggi di preoccupante attualità.

Segue, nella biografia di Berlinguer, un nuovo periodo di intensa partecipazione a responsabilità politiche  e di governo. Dal 1985 al 1994 rettore di Siena (con un impegno straordinariamente efficace in direzione dell’internazionalizzazione dei rapporti di quell’ateneo), nel 1989-94 segretario assai influente della Conferenza dei rettori, membro del Consiglio nazionale della scienza e della tecnologia, presidente del consiglio dei rettori nel Consorzio delle università a distanza, membro dal 1986 della commissione ministeriale per lo sviluppo dell’università.

Nel 1993, chiamatovi da Carlo Azeglio Ciampi, accetta la responsabilità del Ministero dell’università e della ricerca scientifica, ma deve dimettersi il giorno successivo alla nomina per sopravvenute, insormontabili difficoltà politiche (circolò in quei giorni a Siena una deliziosa vignetta, rimasta inedita, del suo amico Emilio Giannelli, nella quale lo spirito di Enrico Berlinguer preconizzava solennemente al cugino Luigi, studentello, vestito coi pantaloni alla zuava e i libri scolastici sotto il braccio: “Sarai ministro, un giorno!”). Nel 1994 è eletto alla Camera, capogruppo, membro della commissione affari costituzionali. Lo sarà ancora nel 1996, assumendo nel primo governo Prodi la guida dei due ministeri (Pubblica istruzione e Università) e poi, negli esecutivi successivi sino al 2000, quella della sola Pubblica istruzione. Di quest’ultimo, intenso e controverso periodo, trarrà un bilancio nel volume laterziano del 2001 su La scuola nuova. Nel 2001 sarà rieletto, questa volta al Senato.

Nel 2002 è designato dal Parlamento come membro laico nel Consiglio superiore della magistratura, dove sino al 2006 svolgerà un’intensa attività della quale merita qui d’essere almeno rammentata la nascita strategica della Rete europea dei consigli di giustizia, di cui dal 2004 al 2007 gli viene conferita la presidenza. Nel 2009 è eletto deputato europeo nella circoscrizione del Nord-Est per il Partito democratico. Fonda e dirige frattanto la rivista digitale “education 2.0”.

Non siamo in grado di prevedere, attualmente, quali altri incarichi aspettino nei prossimi decenni questo giovane settantenne.

Sono arrivato così alle conclusioni, dopo un percorso certo troppo sommario. Insufficiente – lo so benissimo – a dire quello che Luigi ha rappresentato.

E’ stato – lo possiamo ben dire noi, che abbiamo avuto la fortuna di essergli stati allievi – innanzitutto un maestro eccellente. Esigente, severo, mai incline ad accontentarsi di sé stesso e di noi. Non c’è stato scritto, in tutti questi anni, che non gli abbiamo sottoposto senza riceverne in cambio annotazioni e critiche impietose. Non incontro, colloquio, discussione nei quali non ci abbia trasmesso il suo entusiasmo del fare, la sua voglia di fissare sempre più in là l’obiettivo dei nostri studi. Si sarebbe potuta immaginare, dato il suo impegno diretto nella politica, una gestione prudente e curiale della ricerca, dei suoi temi, delle sue impostazioni: non sempre la politica è compagna discreta della libertà scientifica. Viceversa Berlinguer è stato, con noi suoi allievi, un autentico maestro del dubbio, nemico di impostazioni ideologiche e autoreferenziali, spesso metodologicamente eversivo. Pronto all’atto pratico (ciò che non sempre avviene in accademia, dove spesso predomina la gelosia delle appartenenze) a incoraggiare le letture eterodosse, le frequentazioni di altre scuole, i collegamenti anche organici con altri maestri.    

Come intellettuale e come uomo politico non c’è dubbio che Berlinguer appartenga ad una tradizione del dopoguerra italiano che chiamerei gramsciana. In lui i due termini del dilemma – la professione dell’intellettuale e la militanza in politica e nelle istituzioni – hanno potuto convivere armonicamente, l’una nutrendo l’altra, in un rapporto mai interrotto e vitale. Può darsi che questa tradizione oggi appaia – e sia –  effettivamente inattuale, per complesse cause che non è qui il caso di evocare. Ma mi sia consentito, in conclusione, di osservare che una politica senza radici culturali profonde non comprende il mondo che cambia, e una cultura incapace di interrogarsi sui destini collettivi della società tradisce la sua missione.

Questa missione Luigi Berlinguer, giurista, storico, accademico, organizzatore di cultura, uomo della politica e delle istituzioni, non l’ha mai tradita.

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