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06.03.2010

Ma stavolta neppure i Tar possono supplire agli errori della politica

In questi 40 anni i Tribunali amministrativi hanno sbrogliato matasse sempre più aggrovigliate create da altri poteri. Ma è sbagliato affidare ai giudici la soluzione del pasticcio delle liste – L’analisi

En attendant il Tar, come avrebbe forse detto Ionesco. Il Tar, inteso come Tribunale amministrativo regionale, è – in base alla legge che lo istituì nel dicembre 1971 – l’organo di giustizia amministrativa di primo grado. Salutata come una svolta storica dalla maggior parte dei commentatori, la sua istituzione ha dato in generale frutti positivi. Ha accresciuto gli standard di legalità del sistema ed ha anche consentito, grazie alla copiosa giurisprudenza prodotta in ogni settore, una sorta di guida esterna delle pubbliche amministrazioni, una bussola provvidenziale per apparati rimasti nel frattempo orfani di un’adeguata direzione da parte della politica. È accaduto però che si rovesciasse sui Tar una domanda crescente e strabocchevole che forse avrebbe dovuto trovare altrove, prima di arrivare nei tribunali, le sue sedi di composizione. Così come il giudice ordinario, anche quello del Tar ha dovuto sbrogliare matasse sempre più aggrovigliate che altri poteri, principalmente la politica, avevano lasciato colpevolmente aggrovigliare, o per disinteresse, o per calcolo, o per inerzia. E lo ha dovuto fare usando i suoi propri strumenti, che sono esclusivamente quelli del diritto. Strumenti dunque implicitamente rigidi, condizionati, non adatti a realizzare finalità extragiuridiche. Dico questo per anticipare una conclusione, del resto ovvia: difficilmente potrà venire dai giudici, tanto meno da quelli del Tar, la soluzione del pasticciaccio brutto delle liste illegali Pdl in Lombardia e nel Lazio. Il Tar applicherà le norme, presumo. Punto e basta. Toccherebbe semmai alla politica trovare la via stretta per uscire dal tunnel, ma la politica – ahimé -è latitante. Si avverte in queste ore tutta la debolezza della maggioranza e del governo. Hanno prodotto loro, con le loro proprie mani, il patatrac del quale sono vittime, ma gridano al complotto e minacciano sfracelli di piazza. Hanno esibito davanti al Paese le loro profonde divisioni interne (o vogliamo credere alla panzana del panino?), ma vorrebbero adesso buttare la palla altrove, nel campo avversario. Si sono messi in un cul-de-sac, e non sanno più come uscirne. Una via ci sarebbe, ed è l’unica praticabile. Abbassino i toni e ammettano l’errore (o la truffa, come nel caso delle firme false della Lombardia), Cerchino un’intesa condivisa, ristabilendo innanzitutto (e il governo può farlo) le condizioni di parità sistematicamente violate in queste ultime settimane dalle disposizioni censorie e faziose assunte per esempio sulle trasmissioni televisive. Riconoscano la validità delle regole violate, che saranno pure «forma» (come ho sentito dire dal senatore Quagliariello in tv) ma sono, proprio per questo, l’essenza stessa della legalità elettorale. Poi la soluzione la si troverà. Quanto trapela mentre scrivo dal consiglio dei ministri non pare, purtroppo, andare in questa direzione. Vedremo. Certo è che nessuno pensa di vincere a tavolino in regioni come la Lombardia, dove sulla carta sarebbero tagliate fuori quote rilevanti di elettorato. Ma nessuno, anche, può accettare che tutto, come nell’Italia che piace a Berlusconi, finisca a tarallucci e vino.

L’Unità

 

13.01.2010

Spendere senza controlli

di Guido Melis

Le parole sono pietre. Ma a volte possono essere bolle di sapone. Davanti alle mozioni, in gran parte concordi, presentate alla Camera sul disastro delle carceri, il ministro Alfano, se ne e’ uscito ieri sera con un gran colpo ad effetto: “Proporro’ al Consiglio dei ministri – ha detto solennemente – di proclamare lo stato d’emergenza”.
Stato d’emergenza? Per un attimo la Camera e’ ammutolita. Caspita, che uomo. Poi qualcuno (primo fra tutti il capogruppo pd Franceschini) si e’ domandato: ma cos’e’ poi lo stato d’emergenza? Nella Costituzione esiste, si’, qualcosa di simile, ma ha a che fare con le situazioni di crisi nazionale più’ disperate. Le carceri italiane sono una vergogna (65 mila detenuti dove ce ne starebbero 43 mila, condizioni di vita da lager) ma non siamo ancora alla crisi finale dello Stato. Ma allora di che parla Alfano?
Allora stato d’emergenza non vuol dire proprio nulla, sono parole in liberta’. Salvo che si stia pensando al solito modello della scorciatoia. Quando non si riesce a amministrare, quando non si hanno i mezzi, allora si mettono in soffitta le regole, si interrompono i controlli, si procede per ordinanze dove occorrerebbero le leggi. Qualcuno (naturalmente un amico del governo) viene chiamato da solo a tenere il timone della barca. Si spende per qualche anno senza troppi ostacoli formali, e pazienza se c’e’ chi ci mangia sopra. La nave va, o comunque cosi’ sembra. Pazienza se non si fa il Piano carceri del quale ci hanno riempito la testa per mesi (non ci sono i fondi). Pazienza se i detenuti, conseguenza di leggi repressive che sanno solo aggravare le pene, aumentano a ritmi ingovernabili. Pazienza se muoiono ogni anno in carcere 171 persone (dato 2009). L’importante e’ che la nave vada, anche se non si sa dove e per quali fini.

L’Unità

 

19.11.2009

Presidente ventriloquo al Senato

Quando ero ragazzo, il presidente del Senato si chiamava Cesare Merzagora. Era un signore alto, segaligno, vestito di scuro. Parlava poco. Sorrideva anche di meno. Si definiva il notaio della Repubblica. Incuteva in amici e avversari unanime rispetto. Faccio fatica ad accostare a questo ricordo l’immagine dell’attuale presidente Renato Schifani. Il quale, in assenza del Capo dello Stato, quando cioè dovrebbe esprimere nella sua persona il massimo della neutralità e della solennità delle istituzioni, se ne esce con dichiarazioni estemporanee, tutte interne al gioco politico, sul fine legislatura prossimo venturo. È come se in una partita di calcio l’arbitro giocasse per una delle due squadre e facesse gol. Come se un giudice (visto che di giudici è di moda discutere, a sproposito) scendesse dal suo scranno per indossare la toga dell’avvocato. Per di più Schifani non parla per sé. Lascia intuire (e lascia che si dica) che dietro c’è qualcun altro, un dante causa potentissimo, che lo ispira e poi magari (come è accaduto) lo smentisce. Come definirlo, dunque, questo curioso presidente del Senato? Un portavoce? Un ventriloquo? L’agenzia di stampa del premier?
Così, giorno dopo giorno, si sgretolano le istituzioni, anche le più alte. Con la scusa che la costituzione materiale prevarrebbe su quella formale (la Carta solennemente firmata dai padri costituenti) tutto diventa lecito: maggioranze prone al governo, parlamenti che non legiferano ma si riducono a votare la fiducia, ministri senza più autonomia, «partiti del predellino» senza congressi e senza democrazia interna. Nel deserto delle istituzioni, conta solo il volere di uno.

L’Unità

 

15.11.2009


Il crepuscolo Berlusconi
La primavera Bersani

Provengono dal centrodestra scricchiolii sinistri. La calotta artica, il pack polare del berlusconismo si sta incrinando. Cadrà con gli inamovibili capelli finti di Berlusconi? Non subito forse, ma lo scioglimento del ghiacciaio è già iniziato.
Lo capiscono gli alleati di sempre, lo intuiscono persino i peones fedelissimi, i tanti gregari con le orecchie sempre tese agli umori e ai malumori del padrone. I primi tendono a smarcarsi, giustamente preoccupati del poi. Cercano uscite di sicurezza: se il castello cade, non vogliono finire sotto le macerie. Ragionano così, con tutta evidenza sebbene in modi molto diversi tra loro, Gianfranco Fini e Giulio Tremonti.
I secondi, gli yes-men (o le yes-girl, anche) danno palesi segnali di nervosismo. La maggioranza vacilla anche in Parlamento, nonostante i numeri le garantiscano performances di tutta sicurezza. La guerriglia dei comunicati, sui giornali, si accende: Bondi attacca Fini, Granata critica il premier, Fini stesso prende le distanze dai vari lodi Alfano. Persino l’avvocato Pecorella ha qualcosa da ridire. Resta solo, imperterrito come l’ultimo giapponese alle Filippine, l’avvocato Ghedini, a inventare sempre nuove formule cervellotiche per salvare il suo cliente: ma Ghedini, si sa, non conta, è pagato a parcella.
Il Paese anche dà segni crescenti di scontentezza. La crisi, lungi dall’essere passata, entra adesso nella sua fase più acuta, con ulteriori drastici cali nell’occupazione e tensioni sociali in ogni regione. Si tira la cinghia, ma spesso non basta. Il sogno berlusconiano è sbiadito e persino quelli che ci avevano creduto subiscono il brusco risveglio. L’Italia è un Paese fermo, immobile. Età media in crescita (siamo e sempre più saremo un Paese di vecchi), metà penisola al palo (parlo del Sud, più che mai fuori dei giochi), la grande criminalità padrona di tre regioni meridionali, la scuola mortificata dalla cura Gelmini, la ricerca rasa a zero, un clima generale da tiremm’innanz, ma con svogliatezza e senza entusiasmo. Quando la nottata sarà finita, e la grande paura della recessione anche, noi saremo gli ultimi a riaccendere i motori, perché non abbiamo investito in questi anni né in ricerca né in innovazione, abbiamo smantellato gli apparati industriali nei settori nei quali eccellevamo, ci siamo illusi di vivere di italian style e prêt-à-porter. Ma soprattutto saremo più vecchi degli altri, e sorpassati. Sulla scena dell’economia mondiale, accanto agli Stati Uniti, ruggiranno le tigri asiatiche (la Cina, l’India, la Corea): noi al massimo beleremo.
Si poteva (si può) fare diversamente? Sì, ma a patto di avere coraggio. L’immigrazione, per esempio, che la politica xenofoba della Lega tende a espellere dal Paese, potrebbe essere invece la grande risorsa del domani: perché offre forza lavoro giovane, bambini per correggere il basso tasso di natalità degli italiani, voglia di progredire e spinta come ce l’hanno le prime generazioni dei nuovi cittadini venuti dall’estero. Sarebbe un po’ come quando i ragazzi del Sud negli anni Cinquanta e Sessanta si trasferirono a lavorare in fabbrica a Torino e a Milano, facendo fare un decisivo passo avanti all’intero sistema-Italia. Ma l’immigrazione noi la trattiamo a pesci in faccia (la criminalizziamo) e le buone leggi (come la Sarubbi-Ganata, provvedimento bipartisan per dare la cittadinanza in fretta agli extracomunitari e ai loro figli) le lasciamo in punizione nel dimenticatoio.
Il Sud dev’essere davvero, come sta accadendo, la palla al piede dello sviluppo? Possibile che non si possa metterlo in moto? Si può, si potrebbe, ma a patto di far piazza pulita di camorre e clientelismo (a destra come a sinistra) e di ripulire i partiti dei candidati impresentabili. Poi una buona cura di investimenti mirati, molta legalità, molta cultura d’impresa. Si può, ma bisogna volerlo fare.
Molte speranze sono (giustamente) riposte nel Partito democratico. Finita la interminabile volata congressuale, ora il Pd ha una sua struttura, un segretario esperto dal volto rassicurante, un gruppo dirigente che dice di voler restare unito. Può dunque puntare in alto, proponendosi seriamente come la punta di diamante del fronte del ricambio. Si tratta però di un compito enorme. Bisognerà, innanzitutto, rinnovare in profondo la classe dirigente, a cominciare da quella politica: puntare sulle nuove generazioni, con il discrimine della fedeltà ai valori etici che stanno scritti nel codice etico del partito. Ed elaborare progetti, soluzioni convincenti, idee guida dietro le quali trascinare la parte migliore del Paese.
Dal punto di vista dell’organizzazione il Pd deve mettere a frutto la grande invenzione delle primarie. Tre milioni di cittadini che sottoscrivono una dichiarazione di adesione e pagano due euro a testa per votare sono un inestimabile patrimonio, ma bisogna farlo fruttare. Vanno tenuti svegli, organizzati in comitati di sostegno, mobilitati sulle grandi riforme, informati e tenuti dentro il processo delle decisioni democratiche. Altrimenti, non curati, si disperdono o vanno a cercare altrove quel che non gli si è potuto e saputo assicurare. Dunque il partito dei cittadini e degli iscritti deve diventare realtà, con le primarie sempre senza ma e senza se, a dispetto degli apparati che le temono e che vorrebbero ritornare all’antico. Ma sarà capace Bersani di corrispondere a queste attese? Dal punto di vista dei programmi ci vuole un’idea nuova e convincente dell’Italia che sarà. Bisogna essere presbiti, in una politica italiana che spesso è stata miope (cioè non ha visto al di là del palmo del proprio naso): occorre cioè individuare i settori portanti della ripresa e in quelli puntare tutte le carte, sapendo che il piatto piange e che i patti di stabilità impediscono follie finanziarie. Ma un’idea dei ceti sociali da privilegiare la si deve pure avere, come ce l’ha (e lo si è visto nelle politiche di questo inizio di legislatura) il centrodestra. Dunque i ceti più poveri e più disagiati, quelli che stanno sotto la soglia del salario minimo o del niente salario, quelli che hanno perso il lavoro e disperano di ritrovarlo, e i giovani del precariato, e le ragazze e i ragazzi che studiano e si diplomano pieni di speranze nel futuro per restare poi disoccupati. Poi la difesa strenua di quel che resta dell’industria, la grande come la piccola. E una politica fiscale equa, senza condoni e con intenti di redistribuzione sociale.
Non si chiede la luna, in fondo. Per ora solo di difendere i redditi più a rischio. Poi di investire oculatamente nel futuro: istruzione pubblica (molta), ricerca scientifica, cultura. In questi settori, dove il governo Berlusconi ha usato la falce, bisogna ripristinare livelli compatibili alle aspirazioni di un Paese che voglia restare nel gruppo di testa dello sviluppo.
Infine c’è l’etica. È una parla che anche noi pronunciamo a intermittenza, avendo forse dimenticato la spinta per la riforma morale della politica che fu tutt’uno due anni fa col processo di costituzione del Partito democratico. La questione dell’etica però non è un orpello inutile, da esibire nelle feste comandate e da rimettere poi nel cassetto durante i giorni feriali. O il Partito democratico ne fa la sua bandiera, il suo seno distintivo, e mette in atto allora tutte le regole e le misure interne atte a garantirne il rispetto, oppure viene meno al suo ruolo e perde gran parte della sua spinta riformatrice. Rispetto all’economia, così come rispetto alle istituzioni, la politica deve compiere una volta per tutte un passo indietro: liberare le Asl e gli enti pubblici, sgombrare i consigli di amministrazione, togliere le mani dalle banche, smettere di fare o di sponsorizzare affari. Una grande, strategica ritirata, dichiarata e poi effettuata con provvedimenti concreti e visibili, sotto il controllo di opportuni comitati di garanzia: questo, regione per regione, collegio per collegio, chiediamo al Pd di Bersani. Se lo facesse, e lo facesse con convinzione, sarebbe forse la mossa decisiva.

Sardinews

 

13.11.2009

Ci spacciano solo l’ennesimo lodo

Dicono: «per ridurre i tempi dei processi». Ma il plurale andrebbe volto al singolare; o per lo meno riportato ai processi di un solo imputato: sappiamo chi.
È l’ennesimo Lodo, tre soli articoli, poche righe striminzite per minare i principi fondativi dello Stato di diritto. Salta (ancora una volta) l’eguaglianza tra i cittadini, discriminati due volte: a seconda che siano o meno incensurati (i primi processati, i secondi prescritti) e a seconda del tipo di reato (l’amnistia – perché di questo si tratta – è solo per i reati «economici» e «finanziari», guarda caso quelli del premier).
Dal punto di vista costituzionale balza agli occhi l’evidente irragionevolezza di dividere in due la platea degli imputati: non avremmo tutti diritto, in base all’articolo 3 della Costituzione, a un processo celere, oltre che giusto?
Dal punto di vista pratico è evidente la difficoltà di applicare queste norme. Per esempio, dato che il casellario giudiziario non può essere aggiornato in tempo reale, accadrà che qualche volta si applicheranno i benefici a cittadini magari nel mentre non più incensurati. Cosa succederà in simili casi?
Irrazionale è poi la scelta dei reati esclusi dal «beneficio»: una sfilza messa insieme non si sa con quali criteri (anche se i reati degli immigrati, destinati al processo «lungo», li ha voluti chiaramente la Lega).
E la decorrenza? Come non notare che, pensando all’imputato per antonomasia, è stata ritagliata su misura non dal decreto di citazione ma dalla richiesta del p.m.? E la norma transitoria a vantaggio dei soli processi in corso al primo grado (guarda caso come quelli del premier)? Ma lo sanno i sedicenti riformatori che il grande intaso avviene in appello?
Succederà poi, con le nuove norme, che nessuno (che sia e che si senta colpevole) accetterà le forme abbreviate di giudizio e i patteggiamenti: tutti punteranno sulla santa prescrizione, assistiti da agguerrite schiere di avvocati espertissimi in cavilli e rinvii. Col bel risultato che il processo breve produrrà invece il suo contrario: processi melina, pieni di tattiche dilatorie, in attesa dell’agognata ora ics, quella della autodistruzione del processo per tempo esaurito.
E questa porcheria ce la vogliono spacciare per la riforma della giustizia? Ci sono in Parlamento proposte, anche Pd, sullo snellimento dei processi: puntano sulla riforma delle procedure, sulla razionalizzazione dell’apparato giudiziario, sulla modernizzazione dell’amministrazione, soprattutto sull’investimento di fondi nella giustizia (campo nel quale l’attuale Governo taglia selvaggiamente).
Ma qui il fine ultimo del Ghedini-pensiero, non è affatto quello di rendere il processo più funzionale. È quello di farne una macchina assolutoria per il suo cliente eccellente.

L’Unità

 

01.07.2009

La festa del Caprone e le cento alcove di papi

berlusca_puttaniereChissà perché in questi giorni mi è tornato in mente un bellissimo libro di Mario Vargas Llosa, La festa del Caprone, ambientato nella repubblica sudamericana di Santo Domingo negli anni lontani della dittatura di Rafael Léonidas Trujillo.
C’è una giovane donna, la protagonista del romanzo (Urania Cabral, si chiama), figlia dell’ex presidente del Senato e seguace, fedelissimo ma forse caduto in disgrazia, di Trujillo. E c’è una storia segreta, dolorosa, che ritorna a galla dopo molti anni. La storia di una ragazzina dominicana quattordicenne che il padre, per calcolo o per cecità di fede politica, spinge nel letto del vecchio dittatore, come se questi godesse di una sorta di inesorabile jus primae noctis su tutte le ragazze dell’isola: “Lui aveva settant’anni e io quattordici – dice Urania in una delle pagine finali del romanzo. – Dovevamo apparire come una coppia molto irregolare, mentre salivamo quelle scale con il corrimano di metallo e di pilastri di legno. Mano nella mano, come fidanzati. Il nonno e la nipote, verso la camera nuziale”.
Che il potere si coniughi con il sesso appartiene alla storia segreta del potere. I due Kennedy si spartivano Marylin. E Bill Clinton dava accesso nella esclusiva sala ovale a una qualunque, disponibile stagista. Non ci sarebbe granché da scandalizzarsi, dunque, delle performances di Silvio Berlusconi, se non per notare che non si può essere al tempo stesso promotori del Family Day e mariti fedigrafi su scala industriale.
Ma anche su ciò, diciamolo, si potrebbe passar sopra: in fondo la coppia “pubbliche virtù e vizi privati” è stato il motto segreto della prima repubblica. Siamo in Italia, come ci ripete sino alla noia la stampa di regime, non nella puritana America. Accontentiamoci. E soprattutto adeguiamoci.
No, non è qui che sta lo scandalo. Lo scandalo sta nel termitaio che le rilevazioni di questi giorni vanno via via mettendo a nudo, nel quadro d’insieme che vanno scoprendo.
C’è una corte, innanzitutto, una corte da basso impero, ambientata in luoghi incantevoli e fastosi come le ville della Costa Smeralda o i palazzi del potere romano ma dominata da un senso di disfacimento morale. Una corte con i suoi cortigiani, i suoi eunuchi, i suoi principi del sangue, le sue favorite. Allietata da uno stuolo di belle ragazze, possibilmente giovanissime, reclutate con selezioni sistematiche da capaci press-agent, fatte venire dalla provincia, preparate all’incontro fatale come fossero le protagoniste di un’Histoire d’O. degli anni Duemila; addirittura spogliate della loro identità, ribattezzate con nomi di fantasia. Spinte infine nelle braccia del supremo sovrano di quella corte, il sole intorno al quale tutti i pianeti ruotano.
Colpiscono i particolari: la farfalla d’argento coi brillantini come primo segno di riconoscimento (l’ingresso nel club); le vetture coi vetri oscurati per gli spostamenti brevi; i voli più meno di Stato per quelli lunghi; le parole dette e intercettate: “ti aspetto nel letto grande?”, “Sì, nel letto grande”; le cifre pattuite e pagate in contanti; la commistione continua tra sesso e politica.
Ecco, soprattutto quest’ultimo punto. Dice Noemi, la prima a chiamarlo affettuosamente “Papi”: “Lui me lo ha promesso, o mi dà un ruolo nello spettacolo oppure mi lancia in politica”. Dice Patrizia, la gola profonda che ha tutto registrato ed ora tutto denuncia ai giornali: “E’ lui che mi ha fatto mettere in lista alle amministrative in Puglia”. Dice lui stesso, Papi: “Con queste ragazze cambieremo faccia alla politica italiana”.
Perché la nuova politica dovrà avere la fisionomia giovane e sexy delle favorite del premier, delle sue fans personali, delle ex veline rapidamente riciclate nei corsi di formazione-lampo messi su dagli specialisti di Publitalia. Si nutrirà di immagini patinate. Sarà pura fiction, messa in scena dorata di realtà totalmente virtuali. Dovrà somigliare, agli occhi dell’elettore-telespettatore, alla trama di una scintillante telenovela.
Questa degenerazione della politica, non i rapporti sessuali fuori età del premier, è il vero, autentico scandalo.
Parlano le cronache: a Villa Certosa si celebrano finti matrimoni, nei quali il gran capo sposa, con riti vagamente bacchici, una delle sue ospiti più o meno discinta, mentre le altre fanno ala festosa. Lui unico maschio tra giovanissime donne. Divertimenti innocenti? Innocue terapie anti-stress? Può darsi, ma c’è, in questo parossismo da “utilizzatore finale” (cito l’impagabile avvocato Ghedini) qualcosa che lascia sconcertati, direi persino sgomenti: dieci, venti, trenta giovani ragazze per volta; organizzate in turni tassativamente programmati; classificate alternate secondo il colore degli occhi e dei capelli; rivestite, profumate, istruite per il meglio; gratificate o no, a seconda della fortuna, del capriccio del sovrano; trasportate e ospitate in gruppo come fossero collegiali. Tutto previsto, tutto regolato, tutto secondo una sapiente regia: un sogno felliniano, la fabbrica del sesso.
Mi domando: ma è normale tutto questo? E se conveniamo che non lo è, a quale visione del mondo, e della donna, e dei rapporti tra uomini e donne, appartiene?
Perché è ben vero che nella propria privacy ciascuno si comporta come meglio crede, ma qui non siamo propriamente nel regno riservato della privacy: qui siamo nell’esibizione più sfrontata, nella esposizione compiaciuta dell’intimo alla curiosità pubblica, nella messa in scena dei vizi più intimi come succedaneo delle pubbliche virtù.
Senza dire dei pericoli per le istituzioni. Del discredito (lo ha detto anche il presidente della Camera Fini) che ne viene alla politica (come se non ne ce ne fosse in giro già abbastanza); dello schiaffo che si dà alla miseria e alla disperazione di chi tutti i giorni deve fare i conti con la crisi economica; del disprezzo che si dimostra verso chi perde o non trova più il lavoro; dei riflessi sulla nostra immagine all’estero: e già se ne vedono gli effetti, per esempio nella sconfitta del candidato italiano alla presidenza del Parlamento europeo.
Fatti privati? Ma quali privati, se le ragazze pon-pon seguono il premier e sgomitano per farsi fotografare al suo fianco, se gli appaiono accanto adoranti in occasioni pubbliche, se partecipano al suo mito di eterno maschio latino, se sono candidate nelle liste del Pdl, se vengono nominate ministre, deputate, senatrici, amministratrici locali, dirigenti di partito, esperte di immagini, consigliere di enti pubblici?
Quale privacy, se si teorizza che la politica debba cambiare look, si sbeffeggiano le militanti (brutte) dei partiti avversari, si esalta la bellezza fisica come unica carta vincente nella vita pubblica, si impone ovunque quel modello, quello stile di vita, quella via al successo, quella escalation spacciata per esemplare?
Sta accadendo in Italia (e questo è il punto, non altro) qualcosa di profondo, una trasformazione corruttiva penetrante e – temo – irreversibile della politica intesa come servizio al pubblico, come testimonianza di idee, sacrificio e impegno personale. Cancellate dalla memoria il percorso selettivo di una volta: la gavetta del dare volantini per strada, il duro apprendistato della militanza, la chiamata solo progressiva a cariche via via più prestigiose, sino al seggio parlamentare e magari oltre. Nulla più di tutto questo. Qui il successo arriva all’improvviso, in scintillanti serate di gala nelle quali la prescelta ascende tra due file di boys adoranti la scalinata che la porta direttamente alla tappa finale, senza passare per quelle intermedie. Basta stare nelle grazie sovrane, godere della suprema benevolenza del capo.
Dimenticatevi tutto quello che la politica è stata sinora. Non è più il tempo di Moro e Berlinguer. Ridotta a pura immagine, la politica è solo carriera, affari più fiction. Il popolo sovrano, sullo sfondo, fa da spettatore passivo. Sulla scena gli attori, nel loro look scintillante e glamour, recitano parti già scritte, nella commedia del consenso obbligato.

Sardinews

 

18.06.2009

Dalla solidarietà isolana per l’Abruzzo al miserabile premeditato scippo del G8: affonda l’Isola con l’aiuto dei suoi eletti Pdl

Il signor Antonello Pilo di Sassari, classe 1934, volontario della Croce Rossa, militante del Partito democratico sassarese, circolo «Partecipazione e democrazia», sede in una delle zone più popolari di Sassari, ha un primato. Il 16 aprile, praticamente da solo, ha organizzato una prima spedizione in Abruzzo di 4 autoarticolati, 120 tonnellate di viveri di prima qualità offerti dalla generosità dei commercianti sassaresi. Il 6 giugno, grazie all’aiuto generoso di enti locali, fondazioni bancarie e associazioni della provincia di Sassari, ha potuto consegnare tre gruppi elettrogeni della potenza complessiva di quasi 300 chilowatt per erogare l’energia elettrica nei campi profughi più periferici intorno alla città dell’Aquila.

Cittadino esemplare, Pilo è certamente solo uno dei tantissimi casi che si potrebbero citare su scala nazionale (perché l’Italia sarà un Paese pieno di difetti, ma non difetta certo di senso di solidarietà nazionale). Se lo cito è semplicemente per poter dire in modo netto che i sardi, in particolare il Partito Democratico della Sardegna, sentono come propria la tragedia dell’Abruzzo e sono senza riserva alcuna al fianco di quelle disgraziate popolazioni. L’ho detto anche alla Camera: siamo anche noi, non possiamo non essere, tutti abruzzesi.

Ciò non toglie però che si debba denunciare con forza il vero e proprio scippo delle opere e dello svolgimento del G8 subìto dai sardi per volontà del Governo Berlusconi. Uno scippo del resto lungamente annunciato ben prima del terremoto, che solo occasionalmente e strumentalmente ha trovato motivo per compiersi nella tragica emergenza del sisma.

Pochi fatti, del resto ben noti. Dopo una campagna elettorale regionale alla quale il Presidente del Consiglio ha voluto partecipare in prima persona, sostituendosi in pratica al candidato del centrodestra, inondando della sua figura, delle sue parole (e dei suoi soldi) ogni più remoto angolo della nostra regione, tutti gli impegni solennemente assunti davanti agli elettori sono stati in breve periodo sistematicamente traditi.

È accaduto con la chimica di Porto Torres e di Assemini, per la quale si era improvvisato – con grande clamore mediatico – un tavolo per accordi governativi a soli quattro giorni dal voto, e che è stata semplicemente mandata a picco.

È accaduto con l’Eurallumina, per cui si era promesso chissà quale intervento dell’amico Putin, e che è stata brutalmente cancellata.

È accaduto con le bonifiche industriali a Porto Torres e altrove.

È accaduto con la strada Sassari-Olbia: un’arteria cruciale per il Nord della Sardegna, sulla quale muoiono ogni anno decine di persone, che richiede urgentissimi interventi.

È accaduto, infine, per l’intero G8, spostato in blocco in una notte, con una dichiarazione del premier, dalla Maddalena all’Aquila, dopo che per oltre due anni si era lavorato alacremente alla preparazione dell’evento, mobilitando su di esso risorse ingenti derivanti dai fondi FAS spettanti alla Regione sarda e specifiche risorse autonome della Regione stessa.

Ho detto «scippo lungamente annunciato» perché il presidente del Consiglio, con quel suo metodo tipico che consiste nel prendere le decisioni non nelle sedi formali ad esse deputate, ma nelle interviste estemporanee alla televisione o con delle dichiarazioni ai giornali, aveva già lasciato aleggiare più di una volta lo smantellamento del G8 alla Maddalena, come, ad esempio, quando ne aveva proposto lo spostamento a Napoli, un’altra piazza sulla quale cercava a quell’epoca consensi facili a spese altrui. Della Maddalena e della Sardegna, lo capiamo benissimo, non gli interessava più nulla, dopo che aveva fatto il pieno dei voti sardi alle elezioni regionali e si era liberato del temuto Renato Soru, colpevole di aver promosso un progetto di riscatto e di autonomia dell’isola dalle speculazioni dell’affarismo nazionale e internazionale.

Si è colta allora al volo l’occasione del terremoto, per fare cosa? Ci dicono per spostare il G8 all’Aquila, per ovviare così almeno in parte al dolore e alla tragedia, al disagio profondo di quelle zone. Ma chi è stato in quella disgraziata città, come per esempio Antonello Pilo, chi ha potuto vivere come lui diversi giorni nei campi e conoscere dal di dentro, parlando con i responsabili e lavorando con loro, i problemi reali di quelle popolazioni, ci dice che in mezzo a quelle macerie, in mezzo a quelle tende, davanti a quei tanto drammatici problemi di sopravvivenza, un vertice internazionale complesso e ingombrante come il G8 non lo si potrà mai celebrare, o perlomeno forse si potrà mettere in scena una parata, una cerimonia di facciata, ma si sposterà naturalmente altrove l’effettivo svolgimento dei lavori.

Non è dunque per favorire le popolazioni terremotate, come ci hanno detto mentendo nei telegiornali di regime, che il G8 è stato scippato alla Sardegna. Piuttosto per realizzare un facile spot pubblicitario, per rispondere, come sempre sul piano dell’immagine, ai problemi più drammatici della realtà. È fiction, pura fiction e niente più, nella maniera alla quale ci ha abituato da tempo questo Governo.

Gli effetti però sulla Sardegna non sono stati fiction, sono stati e sono durissimi.

L’assegnazione del G8 alla Maddalena, quando fu ideato dal Governo Prodi e dalla giunta regionale presieduta da Renato Soru, voleva essere una chance di straordinaria portata offerta a quell’isola dopo la dismissione della base americana, per compensarla dei lunghi decenni di servitù militare e anche dei rischi di inquinamento atomico corsi dalla popolazione, riconvertendola ad un turismo d’élite, di richiamo internazionale. Le opere previste per il vertice, di grande rilevanza e spesso anche di notevole pregio urbanistico, avrebbero dovuto costituire la dote che il G8 avrebbe lasciato a quella popolazione. L’intero indotto del Nord Sardegna, un’area fortemente depressa per le conseguenze della crisi industriale e per gli acuti problemi che si legano alla difettosa continuità territoriale con il resto d’Italia e d’Europa, se ne sarebbe avvantaggiato. E la Sassari-Olbia non era che uno dei punti chiave di questa strategia di rilancio. Si legavano al G8 anche la realizzazione della strada Olbia-Arzachena, della Olbia-S.Teodoro, il riassetto funzionale del collettore fognario costiero, gli interventi sulla portualità turistica, la sistemazione urbana di ampie zone di lungomare alla Maddalena, il potenziamento dell’adduzione di acqua grezza in quell’isola, l’allungamento della pista dell’aeroporto Costa Smeralda, lo spostamento in zona più idonea della stazione ferroviaria di Olbia che oggi ostacola lo sviluppo di quella città, la realizzazione del molo di Levante a Porto Torres e molte altre opere minori. La Sardegna, impegnando in questo piccolo piano di rinascita i fondi FAS ad essa assegnati, puntava ad una stagione operosa di lavori cui avrebbe corrisposto un importante riassetto e una significativa riqualificazione, finalmente, di intere aree marginali a lungo trascurate. Era la sua assicurazione contro la crisi.

Una vasta platea di interessi locali guardava con speranza alle realizzazioni legate al G8, e non parlo tanto dei grandi appaltatori – in genere le imprese non sarde, compensate oggi di fatto nella ricostruzione abruzzese, troveranno in qualche misura la maniera di soddisfare i loro maggiori problemi -, ma dei subappaltatori, nelle cui file si contava e si conta la parte migliore e più operosa dell’imprenditoria edile e dell’industria locale del Nord Sardegna.

E oggi? Oggi un’intera regione, già funestata dalla disoccupazione, viene ricacciata indietro, perde d’un colpo tutte le proprie speranze. Si completeranno le opere iniziate? Non si sa; nel testo del decreto Abruzzo, nel corso della discussione al Senato, è stata introdotta un’assicurazione generica, ma esiste persino il rischio – una beffa nella beffa – che il paesaggio bellissimo de La Maddalena sia deturpato ora dalle opere incompiute, dai ruderi del G8 che non fu mai.

Si potranno spendere le nostre risorse FAS per lo sviluppo di quelle zone? Non si sa neanche questo, regna sulla materia una fitta cortina di silenzio, mentre questi Fondi appaiono e scompaiono ad intermittenza, come nel cappello del prestigiatore. Neppure le tempestive interrogazioni rivolte dal Pd al Governo (ne presentammo una noi deputati sardi, ancora nel novembre scorso, molto prima che avvenisse lo scippo) sono riuscite a penetrare questo mistero.

Del resto, diciamolo, la politica di questo Governo richiama alla mente la vecchia storiella dei carri armati di Mussolini: gli stessi soldi, così come allora si faceva coi carri armati, spostati da una parte all’altra, preferibilmente dove sono previste elezioni, dove si possono abbindolare i cittadini con mirabolanti promesse poi puntualmente non mantenute.

Si è chiusa ieri (17 giugno) la battaglia finale alla Camera sugli emendamenti al decreto Abruzzo-G8. Battaglia persa, perché dei 13 emendamenti presentati da deputati sardi del Pd per restituire alla Maddalena e alla Sardegna almeno qualche briciola della torta rubata da Berlusconi non ne è passato neanche uno. Tutti, inesorabilmente, sono stati impallinati dal voto maggioritario del Pdl e della Lega. Tutti sono stati cassati con la complicità attiva e operante dei deputati sardi del Pdl. Tutti, anche gli emendamenti più ragionevoli, quelli che erano stati praticamente dettati dalle organizzazioni imprenditoriali e sindacali, dagli enti locali del Nord Sardegna.

Nella lunga, masochistica storia dei sardi che votano contro la Sardegna dovremo scrivere ora un nuovo capitolo, coi nomi dei vari onorevoli Nizzi e Pili, nuovi ascari nell’esercito dei conquistadores.

Eppure la Sardegna chiedeva, chiede anche questa volta solo ciò che le spetta. Non un’elemosina, perché i sardi non sono usi chiedere l’elemosina ad alcuno. Semplicemente il rispetto dei patti. Perché non è lecito a nessuno, neppure a chi crede di essere il padrone d’Italia, giocare il gioco delle tre carte, come fanno gli imbroglioni di strada.

Passata la sbornia elettorale, la pazzia collettiva che ha portato una regione intera a tradire sé stessa e a mettersi nelle mani del padrone d’Italia, si torna adesso alla dura realtà. E’ triste, doloroso, ma può darsi che alla lunga risulti salutare. La Sardegna, lo abbiamo detto con forza anche in Parlamento, non è quella che appare nelle famigerate foto di Villa Certosa, delle quali come sardi ci vergogniamo: è terra di gente seria che lavora e vuole lavorare, che crede – forse troppo ingenuamente – nella parola data. E che esige dal Governo nazionale la stessa attenzione e lo stesso rispetto che si riserva alle altre regioni. Ci saranno altre occasioni, forse (chissà) neppure troppo lontane nel tempo, per dimostrarlo.

 L’Altravoce, 18 giugno 2009

 

Ora per ora, così il nuovo segretario ha conquistato il popolo democratico

Tra ragione e passione, diario di uno dei 1274 delegati alla Fiera di Roma

Ore 10,30, Fiera di Roma, Padiglione 1.
 Il grande hangar è lo stesso delle prime entusiasmanti assemblee del nuovo Partito. Ma è passato un anno e non c’è più lo stesso entusiasmo. A Milano, nella assemblea di fondazione, o a Roma, nelle prime sessioni di lavoro, era tutto uno sventolio di bandiere, un susseguirsi di suoni assordanti, le note dell’inno di Mameli coi delegati in piedi, emozionati e partecipi.
Oggi i membri della ex Costituente (dovrebbero essere 2834, sono 1274) confluiscono silenziosi. Saluti discreti, sobrie strette di mano, sorrisi, qualche abbraccio. E’ come ritrovarsi convalescenti, dopo una malattia. Si chiacchiera. Massimo Brutti, neo-commissario in Abruzzo dopo la sconfitta, racconta di aver già rimesso il partito nelle mani dei trentenni. D’Alema, impassibile, siede in prima fila, bersagliato dai fotografi. Vedo i sardi: Emanuele Sanna, Antonello Cabras, Paolo Fadda, Tore Ladu. Rosy Bindi parla con Giovanni Bachelet. Sul palco, accanto ad Anna Finocchiaro capogruppo al Senato, prende posto Antonello Soro, il suo omologo alla Camera. Il caffè, servito in bicchieri di carta nell’efficientissimo bar della Fiera, ha un buon sapore. Buon segno, speriamo. «E’ perché ne fanno tanti», dice Luigi Berlinguer: «La quantità, in questo caso almeno, si trasforma in qualità».

 Ore 11. Senza cerimonie Anna Finocchiaro dà inizio alla assemblea. «Un evento straordinario e inaspettato», la definisce. E poi, con un soprassalto d’orgoglio: «Il Pd è vivo. Non siamo un gregge che si disperde alla prima sassata». La battuta le vale il primo applauso. Poi, 5 oratori a favore e 5 contro, comincia la partita. All’ordine del giorno la strada da prendere: eleggere un segretario da qui alla scadenza naturale dell’assemblea (in ottobre) oppure sciogliere, fare le primarie e il congresso straordinario subito? Di questa opinione è Arturo Parisi. Discorso teso, il suo, quasi scheletrico: un omaggio non rituale a Veltroni, ma anche una critica politica per non essersi presentato davanti all’assemblea a spiegare le ragioni delle dimissioni; e un’analisi senza sconti dello stato del partito. Se ne esce, dice Parisi, solo ritornando alle origini, bagnandosi nel flusso rigeneratore delle primarie, chiedendo nuova legittimazione ai cittadini. Una parte dell’assemblea applaude convinta. Segue Piero Fassino, favorevole all’elezione immediata. Con lui Rosy Bindi, Ermete Realacci, Vasco Errani e un efficacissimo segretario provinciale di Piombino. Con Parisi Gad Lerner (tagliente), Anna Paola Concia (appassionata), Enrico Morando (razionale). Pubblico attento, partecipe. La sala (immensa) è tutta occupata, con molti delegati in piedi. Molta stampa, moltissimi gli ospiti. Mentre parla Morando (pro-primarie) un gruppo di descamisados, in un angolo remoto, improvvisa una specie di coro da stadio. Anna Finocchiaro fatica a riportare l’ordine.

 Ore 12,30. Si vota. Con le tessere alzate, 1006 delegati contro 207 (e 16 astenuti) danno la vittoria alla linea del gruppo dirigente. Si procederà dunque alla elezione del nuovo segretario. Dario Franceschini è il primo degli iscritti a parlare. Fa un discorso asciutto, antiretorico, persino troppo pacato. Rende omaggio a Veltroni («i suoi errori sono i miei errori»), ma si vede che tende a smarcarsene, a sottolineare la sua autonomia. Elenca le cose positive fatte («abbiamo costruito una nuova appartenenza, una casa comune, non un contenitore»). Poi affronta senza reticenze i limiti: nella campagna elettorale – dice – «è sembrato che rinnegassimo l’Ulivo, che prendessimo le distanze da Romano Prodi».
 Al nome del vecchio leader, l’assemblea applaude, e vorrà pur dire qualcosa. Poi Franceschini alza la voce: rivendica il diritto di scegliersi da solo i collaboratori, dichiara (suscitando un’ovazione) che scioglierà il governo-ombra («è l’unico governo che possiamo far cadere», dice in sala qualche spiritoso). Sulle grandi questioni aperte dà l’impressione di avere le idee chiare: con l’Udc bisogna parlare, ma senza rinunciare al bipolarismo; in Europa – come ha proposto poche ore prima Franco Marini – bisogna starci collegati con un patto ma non dentro il partito socialista europeo; e sui temi etici (e qui l’assemblea si fa se possibile ancora più attenta) non si può tollerare che la volontà delle persone venga calpestata imponendo per legge l’idratazione. Sulla forma-partito, infine, né partito di sole tessere né partito liquido, ma un’organizzazione che aggiunga alla militanza e al radicamento nei territori la forza dei cittadini non tesserati. Il finale è in crescendo: scuola, scuola, scuola (ripetuto tre volte), come ricetta per uscire dalla depressione culturale; lotta senza tregua all’evasione fiscale; difesa del lavoro e dei redditi più bassi. L’ultima battuta è per il dibattito interno (basta con le dichiarazioni in tv dei leaders, basta con i panni sporchi lavati in pubblico). L’ultimissima per la Costituzione: «Lunedì, a Ferrara, giurerò sulla edizione della Costituzione di mio padre, vecchio partigiano, d’essere sempre fedele ai valori della democrazia». Lungo applauso finale, convinto. Guardo l’assemblea: molti giovani, moltissime donne. Visi più distesi. Si vede che il nuovo leader ha fatto breccia. Non è facile, adesso, per Arturo Parisi.
 Tocca infatti al professore sassarese illustrare la sua candidatura alternativa. Ha deciso di presentarla – spiega – per amore del Pd, il grande progetto per realizzare il quale è entrato in politica. La crisi del partito – dice – è essenzialmente crisi di democrazia interna, carenza di dibattito e di partecipazione. Le primarie (che Franceschini vuole rimandare ad ottobre, per traghettarvi un partito più in salute) sono invece l’unica medicina che possa rinvigorire il Pd. O primarie o morte, verrebbe da riassumere. Poi Parisi compie una lunga analisi della situazione economico-sociale, allinea dati, illustra problemi. Una piccola lezione, quasi un saggio sullo stato di coma nel quale versa l’Italia. La platea però sembra distratta, e per la verità anche la presidenza: Parisi deve interrompersi e richiamare bonariamente (ma non troppo) la Finocchiaro al suo mestiere di arbitro imparziale.

 Ore 13. Dopo i due candidati, il dibattito. Parlano in tanti, con posizioni anche molto diversificate. Vita (della sinistra) riconosce a Franceschini di averlo almeno per adesso convinto. Gianni Cuperlo (dalemiano) insiste che la crisi non è di uomini ma di idee, e conclude attaccando sul testamento biologico («loro difendono – forse – la fede; noi difendiamo le regole dello Stato di diritto»). Livia Turco parla dei nuovi poveri. Sergio D’Antoni, da vecchia volpe del sindacato infuoca la platea. Due industriali con fisionomie quasi opposte: Matteo Colaninno, che sul Pd – dice – ha fatto una scommessa di vita, abbandonando la Confindustria per seguire Veltroni; e Calearo, l’uomo di Federmeccanica, che si considera invece prestato al partito, in nome del veltroniano patto dei produttori.

 Ore 13,30. Mi arrivano sms a raffica dalla Sardegna: cosa sta succedendo? Come voterò? Che cosa penso del discorso di Franceschini? Sul palco sale Achille Passoni, il commissario che ha guidato il Pd sardo nella sfortunata campagna elettorale appena conclusa. Analisi coraggiosa, non reticente. Un punto mi colpisce: quando spiega che il riformismo di governo, se è serio, può anche suscitare reazioni contrarie, perché colpisce interessi, livella privilegi, abolisce rendite di posizione talvolta anche in campo amico. Il che spiega – fra tante altre cose – una certa “impopolarità” della Giunta Soru persino in ambienti di centro-sinistra.

 Ore 14,30. Tutti in fila per votare, mentre si snocciolano gli ultimi interventi. «Se avevo dubbi su di lui – dice un mio amico deputato di Torino – Franceschini me li ha tolti col suo discorso». La gente, ai seggi, sembra quasi sollevata: questo partito vuole discutere, dividersi nel dibattito, ma ha anche una voglia visibile di stare insieme. Trovo Caterina Pes, che mi racconta di uno scontro al calor bianco tra Renato Soru e Paolo Fadda. Scorie delle regionali che non sarà facile digerire. Ma il clima generale è buono. Parlo con Antonello Soro, visibilmente soddisfatto. Il partito, nonostante gli allarmi della vigilia, ha retto alla prova. Il clima sembra più unitario, con molta voglia di ricominciare.

 Ore 16,30. Con anticipo di mezz’ora le urne danno la vittoria a Dario Franceschini, secondo segretario del Pd in poco più di un anno. Il popolo del centrosinistra rifluisce lentamente verso le navette, gli aeroporti e le stazioni. Da domani si cambia: o almeno così si spera.

 Guido Melis

La Nuova Sardegna

I nuovi poveri e i doveri della politica

 

Secondo l’ultimo rapporto Ocse “Growing unequal”, di recente citato anche dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, l’Italia è sesta tra i trenta paesi Ocse nella classifica che misura le disuguaglianze del reddito. Solo Messico, Turchia, Portogallo, Stati Uniti e Polonia sono più “diseguali” di noi. Negli ultimi anni la forbice ricchi/poveri si è allargata nel nostro Paese in misura molto più rapida che non altrove. Oggi, ad esempio, i nostri ricchi hanno standard di vita molto più elevati di quelli dei ricchi tedeschi. Alcuni, come Berlusconi, stanno nel top della ricchezza mondiale.

Per contro, secondo dati Istat recenti, sono ormai 2,6 milioni le famiglie italiane in stato di povertà, cioè attestate su un reddito che non supera i 936 euro al mese.

La soglia dei 936 euro è naturalmente convenzionale, riguarda una famiglia di due persone e non sempre corrisponde esattamente alla povertà “percepita”: come è stato osservato, un single si sente “in miseria” con 1.200 euro e una coppia con 1.800, soglia che sale a 2000 per nuclei più numerosi. Conta molto anche la casa. Circa 2 milioni e mezzo di famiglie hanno un mutuo a carico per un esborso medio annuo di 5.5 mila euro (14 % della propria spesa). Il 19 % delle famiglie in affitto spende, per la casa, 5 mila euro all’anno (18% della spesa complessiva). In ogni caso, secondo dati forse meno freschi (ma in tendenza confermati, semmai addirittura aggravati) in Italia sono circa 600 mila i giovani tra i 18 e i 24 che vivono in condizione di povertà mentre gli under 18 definibili come poveri sono un milione e mezzo.

La situazione non è migliore in Sardegna. Secondo dati fonte “Sole-24 ore” citati da Piergiorgio Pinna sulla “Nuova Sardegna”, la nostra regione, con un reddito medio procapite dichiarato nel 2007 pari a 13.286 euro, registra un -2,9% rispetto alle rilevazioni del 1999. In tutta l’isola si salva solo (in parte) l’area Olbia-Tempio, l’unica che può vantare un segno positivo: +3,6%. Per il resto è un regresso vistoso, con il Medio Campidano addirittura precipitato a -9,7% rispetto al 1999, al 98º posto su 107 province italiane.

Mentre il Mezzogiorno presenta un quadro drammatico, con vaste aree che in molti casi sprofondano nell’impoverimento, le regioni del Nord, come la Valle d’Aosta e la Lombardia, si confermano invece come le più ricche del Paese. Tutti i comuni più ricchi sono al Nord. Chi nega l’esistenza della questione meridionale dovrebbe prendere atto di questi dati.

Potrei continuare ancora a citare cifre. Tutte confermerebbero che la forbice sociale si allarga e che i poveri (in particolare i nuovi poveri) crescono. La crisi mondiale attuale, i cui effetti devastanti non sono ancora giunti in Italia, contribuisce a rendere il quadro ancora più fosco. L’esercito dei poveri è sempre più numeroso.

Derivano da questa constatazione statistica alcune conseguenze, che i governi e le forze politiche dovrebbero porsi, e che invece non mi sembrano sufficientemente rappresentati nel dibattito in corso. In Italia, dal dopoguerra ad oggi, abbiamo vissuto sostanzialmente una lunga fase di crescita, sebbene intervallata da episodiche crisi recessive. La mia generazione (i nati subito dopo la guerra) ha avuto il fortunato destino di migliorare nettamente le proprie condizioni di vita rispetto a quelle dei padri. La piramide sociale consegnataci dal fascismo era caratterizzata da una cupola di redditi alti, da un ceto medio in condizioni precarie (le famose “mille lire al mese” della canzonetta erano per molti un miraggio), da una vasta base sociale proletaria o contadina, comunque legata ad attività manuali molto faticose e a livelli di cultura piuttosto elementari. Lo scrittore Carlo Levi, nel suo Cristo si è fermato ad Eboli, ci ha lasciato di quel mondo contadino meridionale, primitivo ed arcaico, economicamente a livelli di sussistenza, un ritratto insuperato.

Nell’arco di pochi decenni, attraverso il miracolo economico prima e il welfare italiano poi, questa piramide si è modificata, allargandosi vistosamente al centro con la promozione dello strato più basso: una parte delle classi più popolari ha ottenuto (sia pure con immensi sacrifici, ma ne valeva la pena) di vedere i propri figli studiare e progredire socialmente. La ricchezza (sia pure con molta gradualità) è stata in parte ridistribuita. Si è formato un ampio ceto medio, a base artigianale, terziario-impiegatizio, piccolo-industriale, professionistico. Ha corrisposto a questo grande fenomeno di integrazione l’avvento anche in Italia (buon ultima rispetto alle democrazie europee) dello Stato sociale, e sia pure di uno Stato sociale all’italiana (molte, forse troppe pensioni, generosamente distribuite con la partecipazione dello Stato, meno sanità, meno istruzione, meno ancora servizi pubblici). In ogni caso dal 1970 in poi si è assistito al boom dell’welfare italiano e la spesa sociale rispetto al Prodotto interno lordo ha toccato in Italia livelli comparativamente più elevati che non in altri Paesi europei (e lo ha fatto – elemento non marginale – in tempi più ridotti).

L’avvento dell’welfare non è stato senza conseguenze sul piano politico. Un Paese che gode di un relativo benessere ha in genere più facilità a perseguire una democrazia liberale, nella quale le spinte alla distribuzione verso il basso della ricchezza possono assumere la forma di politiche non radicali e sostanzialmente condivise dalla maggioranza. Infatti i conflitti di classe, tipici del primo dopoguerra, si sono (dopo l’ultima esplosione del 1968-69) via via stemperati, mentre si sono affermate forme varie di compartecipazione al potere da parte di quelle componenti che nel dopoguerra apparivano escluse. Le distanze sociali hanno teso a ridursi e le relative fratture hanno trovato sfogo nel consumismo.

Ma se welfare e democrazia sono tipici frutti della distribuzione della ricchezza, quali saranno le conseguenze quando invece (come sta accadendo) avviene una polarizzazione verso l’alto delle risorse economiche-finanziarie? Perché questo sta avvenendo oggi in Italia: una radicale polarizzazione dei redditi, la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, l’impoverimento di molti, la riduzione drastica del ceto medio un tempo più o meno benestante ed oggi ricacciato all’indietro, verso forme più o meno esplicite di “proletarizzazione” dei redditi.

Ma se i ceti intermedi tendenzialmente democratico-moderati vengono meno, o comunque vengono esasperati attraverso una riduzione del loro potere d’acquisto e della loro stessa identità sociale, quale saranno gli effetti sul complesso del sistema?

Non voglio portare avanti questo ragionamento sino all’estrema conseguenza di sostenere che in presenza di un fenomeno tanto massiccio di impoverimento (di nuovo impoverimento) ai danni di strati sociali tradizionalmente benestanti la democrazia stessa entra in un’area di rischio. Ma certo il tema dev’essere proposto, e tocca da vicino tutte le forze in campo. La maggioranza di centrodestra sembra candidarsi a guidare una sorta di rovesciamento globale dell’attuale assetto della ricchezza. Il suo modello finale, a quanto è dato capire, è di assicurare più ricchezza ai già ricchi (tutta la politica fiscale mira palesemente a questo fine, ivi compresa l’abolizione della quota residua dell’Ici sulla prima casa, quella appunto che avvantaggia il 40% dei proprietari più ricco), di livellare i ceti medi dipendenti, di potenziare i ceti medi autonomi. Alla fine saranno “punite” le classi considerate (a torto o a ragione) tendenzialmente di sinistra (i salariati, gli stipendi fissi) e premiate quelle tendenzialmente di destra (i titolari di partite Iva, i redditi autonomi).

E il centrosinistra? Qual è la politica del centrosinistra? Saprà difendere i ceti medi che ad esso fanno riferimento, impedirne la regressione tra i nuovi poveri, difenderne i livello di vita? E come si comporterà coi nuovi poveri? Saprà proporre politiche adeguate di solidarietà sociale e di sostegno pubblico?

Ecco il tema dei prossimi mesi ed anni. Il grande scontro è già in atto, e il terreno è appunto quello delle nuove e vecchie povertà. La crisi internazionale arriverà anche in Italia, ed è plausibile che radicalizzi gli squilibri già esistenti. Ci vorrà una politica riformista nuova, capace di parlare insieme ai ceti produttivi del Paese ma anche alla stragrande maggioranza dei poveri, dei nuovi poveri, dei potenzialmente poveri. Una politica che accenda una speranza, come avvenne nel dopoguerra, di potersi riscattare. Una politica fatta di cose concrete, di proposte realistiche, ma anche intransigente nella difesa dei più deboli.

                                                                                 Guido Melis 

 

in “Libertà”, settimanale diocesano di Sassari, dicembre 2008.

22.10.2008

I filistei irriducibili di un Pd da harahiri

Mentre scrivo (ore 9 di domenica 21 settembre) l’elettroencefalogramma del Pd sardo segna inesorabilmente calma piatta: coma profondo.
In cambio impazzano le correnti, si scontrano i gruppi e gruppetti, si rinnovano sotto le vecchie insegne dei vecchi partiti (mai veramente morti) le faide ultradecennali di prima dell’epoca costituente. Tutto il dibattito ruota intorno alle assemblee di Tramatza, psicodrammi inutili e deprimenti nei quali due schieramenti perfettamente equivalenti, l’un contro l’altro armato, si fronteggiano immarcescibili praticamente dal 14 di ottobre dell’anno scorso.
A Tramatza 75 anti-Barracciu hanno votato la sfiducia alla segretaria. Tre in meno di quelli che servivano per ottenere il risultato voluto (il che presumibilmente avrebbe fatto scattare il commissariamento del Pd sardo), ma pur sempre oltre dieci in più del miglior risultato ottenuto la settimana precedente dai filo-Barracciu. Il Pd è spaccato in due, senza che nessuno veda al momento come possa ricomporsi.
Come si è arrivati in questo cul de sac?
Sarò un po’ semplificatorio ma a me sembra che tutto cominci (e finisca) con Renato Soru. Comincia con Soru, perché in questi quasi cinque anni la sua giunta ha rappresentato la rottura radicale di una prassi ultradecennale, ha tenuto fuori della porta i ras correntizi, ha deciso con la sua testa e non con il bilancino dei gruppi interni, ha toccato di brutto interessi intoccabili, ha imposto – buona o cattiva che la si voglia considerare – un’altra idea della Sardegna e del suo sviluppo.
È questo, alla fine, il vero motivo del contendere: che alla Regione c’è un presidente che decide di testa sua. Potrà aver sbagliato qualche mossa, avrà mancato qualche volta nell’aggregare consenso, sarà – come dicono – di cattivo carattere; ma una cosa è certa: è stato un presidente indipendente dai notabili. Ecco il perché della lunga lotta di logoramento, degli agguati e del fuoco amico in Consiglio regionale, ecco spiegati il gossip antipresidenziale e la fronda sistematica.
Tutto inizia ma anche finisce con Soru, dicevo: perché le dimissioni di Cabras (segretario fallito principalmente sul terreno della costruzione del partito) sono arrivate puntualissime non appena si è capito che esisteva una maggioranza che vuole Soru candidato nel 2009. È stato allora che si è scatenata la crisi al buio, che si è rigettato ogni tentativo di soluzione unitaria (Francesca Baracciu era una cabrasiana doc, scelta proprio per questa sua provenienza), che si è immobilizzato il partito nell’ennesimo braccio di ferro spaccatutto. È Soru il bersaglio grosso, e non vale protestare che ormai tutti, più meno a denti stretti, ne riconoscono la candidatura: perché un conto è portarlo tutti uniti e convinti al vaglio della coalizione, un altro è indebolirlo all’interno per poi far leva sugli alleati e rimetterlo in discussione. Magari con la speranza recondita di perderle, queste elezioni regionali del 2009, perché – diciamo la verità – possono pure morire un po’ di filistei, se in cambio si ottiene di uccidere definitivamente lo scomodo Sansone della politica sarda.
Come se ne esce allora? Dimissionando Francesca Barracciu, chiedono i più oltranzisti. Ma nel panorama attuale del Pd non esiste nessuno, dico nessuno, che possa ritenersi del tutto super partes. Questo significa che la soluzione non sta in un secondo nome condiviso, che non c’è. Al punto in cui siamo Francesca Barracciu è la sola ad avere le carte regola (elezione regolare, sentenza della commissione arbitrale, ordinanza del giudice cagliaritano, fallimento sia pure per tre voti della sfiducia a suo carico) per tentare di governare il partito.
Il partito, appunto. Ma in tutto questo marasma, quand’è che finalmente lo costruiremo? Quand’è che dimenticheremo Tramatza, e cominceremo – come ci chiedono in tanti – a creare i circoli (che non esistono o quasi), a eleggere con le primarie i dirigenti provinciali veri (quelli attuali sono provvisori e statutariamente abusivi), a fare politica sul territorio, a discutere non di organigrammi ma di progetti? E ad affrontare i problemi della gente? Quando ci decideremo insomma a ritornare nella realtà sarda? Se abbiamo fondato il Pd, insieme a tutti i cittadini accorsi a votare alla Costituente, non è stato per giocare in eterno al risiko delle correnti. Lo abbiamo fatto per dare una risposta nuova ai problemi della società, convinti che fosse giunto il momento di realizzare un nuovo modo di fare politica, in mezzo ai cittadini e chiamandoli da protagonisti a decidere. Personalmente mi vergogno d’essere stato in questi mesi, volente o nolente, uno dei comprimari del teatrino di Tramatza. Adesso basta, lo dico rivolgendomi alle donne e agli uomini che militano nel Pd. È arrivato il tempo di far vivere il Partito democratico e di restituirgli il ruolo che gli compete nella politica sarda. O con Francesca Barracciu, come mi auguro, o con un commissario nominato da Roma. Purché se ne esca.
Di Guido Melis

SardiNews

25.09.2008

Archivi biblioteche e innovazione

Presentazione del volume Archivi biblioteche e innovazione, “Annali dell’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli fondata da Giulio Carlo Argan”, 19/2008. Roma, Biblioteca del Senato della Repubblica, 25 settembre 2008.

Sono molto grato all’Associazione Bianchi Bandinelli di avermi voluto invitare a presentare questa raccolta di atti, che costituisce anche un’occasione importante per riprendere il filo di un ragionamento sul ruolo e sulle prospettive di archivi e biblioteche nell’ambito della attuale fase di trasformazione della nostra organizzazione culturale.
Dico riprendere il filo. Perché il filo tende a interrompersi o a disperdersi. Dobbiamo riconoscere che, anche rispetto alle nostre speranze di qualche anno fa, il tema è oggi indubitabilmente molto marginale.
Ho seguito prima dell’estate alla Camera le dichiarazioni programmatiche del ministro Bondi davanti alla commissione Cultura, nelle quali, nell’ambito di una ventina di pagine, solo un breve cenno, due striminziti paragrafi sono stati dedicati ad archivi e biblioteche. Siccome sono davvero poche righe, collocate un po’ in fondo nel documento, vale la pena di scorrerle insieme.
Gli archivi, innanzitutto. Dopo una generica menzione del fatto che il nostro patrimonio archivistico è uno dei più rilevanti del mondo, si parla altrettanto genericamente di “dare impulso a una forte azione di razionalizzazione degli archivi, sia dal punto di vista organizzativa che logistico”. Tutto il resto del brano è dedicato alle tecnologie, con cenni alla digitalizzazione delle grandi serie a maggior rischio, miglioramento grazie all’informatica ecc.
Non molto di più sulle biblioteche. Il capitoletto (ma sarebbe più consono definirlo paragrafetto) è intitolato pomposamente “Beni librari: una penetrante azione di promozione del libro”. E qui, a seguire, il catalogo delle buone intenzioni: muove metodologie in materia di catalogazione dei beni librari; attivazione di un Centro per il libro e la lettura e istituzione di un Osservatorio del libro e della lettura; realizzazione di un portale dedicato agli itinerari storici culturali e religiosi; revisione della legge 633 del 1941 sul diritto d’autore (era ora: pensiamo solo a cosa sta succedendo sulla rete); integrazione di biblioteche, musei e archivi in funzione di percorsi turistico-culturali. Un po’ meglio che per gli archivi, insomma, ma sempre nell’ambito dei buoni propositi.
Nessuna percezione sia pur vaga dei grandi problemi strutturali che ci stanno oggi di fronte e che costituiscono il vero terreno sul quale si gioca il destino degli archivi e delle biblioteche.
Del resto – se guardiamo alle strutture dello Stato, che restano pur sempre l’ossatura fondamentale – constatiamo che le risorse finanziarie sono, nell’ambito delle forti restrizioni attuali contenute in provvedimenti recentissimi, in ulteriore calo.
I concorsi (con la sola eccezione di quello in atto per pochi posti di dirigente nel settore archivistico) sono fermi.
Il reclutamento di giovani interrotto da tempo.
Si respira, anche nelle strutture tradizionalmente più vitali e operose dell’organizzazione statale, un’aria rassegnata di resa. Fuori dello Stato non si sta molto meglio. Non abbiamo dati sistematici sulla vasta rete delle biblioteche pubbliche non statali, né sappiamo molto sugli archivi degli enti, territoriali e non, ma chi frequenta un po’ questi mondi sa che dappertutto si praticano mortificanti politiche della lesina. Il tremontismo, inteso come ideologia oggettiva del taglio della spesa, non guarda ad archivi e biblioteche con particolare benevolenza.
Il seminario, e adesso il libro che ne raccoglie gli importanti risultati, pone invece, proprio in questo momento cruciale, molte questioni di fondo, alle quali bisognerebbe dare risposta. Mi limiterò a citarne tre, ragionando dal punto di vista dello storico (e specificamente dello storico delle istituzioni, quale sono).
Il primo problema, che costituisce anche una specie di chiave di lettura trasversale del libro, lo sintetizzerei in questa domanda: ma archivi e biblioteche quale legittimazione sociale hanno o dovebbero avere? In che modo, nella società contemporanea, possono (e forse anche debbono) giustificare i costi, anche elevati, che li riguardano?
Di questo problema, mi pare, gli intervenuti nel seminario sono fortemente consapevoli. Marisa Dallai Emiliani dice giustamente, sin nella premessa, che archivi e biblioteche “non sono sotto il fuoco dei riflettori come i musei”; Paolo Leon osserva che per questi due settori occorre “un surplus di legittimazione” e insiste sulla strutturale dipendenza dal finanziamento pubblico, perché – dice – “poco può essere commercializzato”; Stefano Vitali, più ottimisticamente, cita i dati degli accessi e individua una categoria nuova di utenti, che va a integrare quella tradizionale degli studiosi per fini di ricerca: “coloro che dichiarano di venire negli Archivi di Stato per ragioni di interesse culturale o [addirittura] per svago”.
Non c’è dubbio che una concezione chiusa, raccolta e dedita solo al soddisfacimento della ricerca specialistica non appare più legittimata, per quante giuste siano le opinioni di chi vede nel tessuto bibliotecario e archivistico il dna dell’identità nazionale, il deposito irrinunciabile della nostra storia comune, dei beni da difendere al di là e al di sopra del loro valore in termini meramente contabili.
E’ avvenuta negli ultimi dieci-quindici anni una grande trasformazione, i cui effetti sono ancora in corso. Si è affermata cioè un’istanza di nuova legittimazione, chiamiamola per intenderci di “legittimazione sociale”, alla quale le biblioteche (prima quelle comunali e provinciali, poi quelle statali) hanno reagito meglio degli archivi, aprendosi con sempre maggior frequenza al pubblico dei visitatori generici (anche con mostre e iniziative culturali in senso ampio). Gli archivi molto meno, direi per una loro più marcata ritrosìa ad accedere a linguaggi propriamente divulgativi.
Apro una parentesi su un punto che mi sta molto a cuore. La polemica che nel mondo degli archivi di Stato è stata condotta a lungo (e in molti casi dai migliori professionisti del settore) contro l’eccesso di mostre e di iniziative pubbliche (a discapito, si è detto spesso, degli ordinamenti dei fondi e delle attività istituzionali) è stato anche un sintomo di questa ritrosìa; sebbene spesso cogliesse nel giusto denunciando gli sprechi e le vanità insite in certe politiche dell’effimero. Pietro Folena, nel libro, pone a questo proposito una domanda molto pertinente (e seria): come si fa a spostare risorse dal campo dell’effimero (dove le indirizzano inesorabilmente le logiche elettoralistiche dei decisori) al terreno dell’intervento strutturale? E’ una domanda seria, dicevo, ma che va coniugata all’altra: come si fa, investendo nello strutturale, a farlo assicurandosi una forte legittimazione sociale alle spalle?
Dobbiamo pensare – io credo –  ad una rilegittimazione dei nostri istituti agli occhi non solo del ceto politico (che costituisce il soggetto decisore del finanziamento) ma più in generale dell’opinione pubblica; e non solo più delle élites colte tradizionali che sono sempre state “amiche”, ma di quei gruppi sociali che oggi pongono una nuova domanda di alfabetizzazione culturale e ai quali va data una risposta adeguata.
Ciò ha molto a che fare anche con il tema delle risorse. Possiamo seriamente pensare che archivi e biblioteche (non solo statali: penso al complesso dei due sistemi) vivano oggi solo a carico di bilanci pubblici sempre più avari di risorse? O non dobbiamo – come ci dicono alcuni interventi del libro e come già si va facendo in diverse esperienze – puntare anche a convogliare flussi di finanziamento di altra provenienza?
Lorenzo Casini accenna al caso inglese, dove l’Office of Public Sector Information nel 2006 è stato inglobato nell’amministrazione degli archivi; e dove dunque gli archivi storici svolgono adesso anche funzione di servizi di informazione. Questo aspetto (già storicamente presente nei nostri archivi statali, che hanno sempre svolto ricerche finalizzate a scopi non di stretta ricerca storica per conto e a vantaggio di soggetti pubblici e privati) potrebbe essere rafforzato anche in Italia.
E del resto, quando con Madel Crasta anni fa fummo coinvolti in un gruppo di lavoro per la ristrutturazione della Biblioteca del Ministero del tesoro, ricordo che la nostra proposta – accolta allora dall’amministrazione – fu di fondere la Biblioteca storica con un Centro studi e documentazione finalizzato alla attività corrente del Ministero, immaginando anche un sistema di graduale passaggio dal Centro alla Biblioteca dei materiali documentari man mano che questi avessero perduto la loro funzione di attualità. L’alleanza con la documentazione ci apparve (e a me appare ancora oggi) la via migliore per dare ruolo e funzione alla antica biblioteca di Quintino Sella.
Secondo problema che vorrei porre: gli effetti della informatizzazione. Qui c’è un punto, che Linda Giuva coglie molto bene introducendo la sezione del libro dedicata a “scelte tecniche e politiche per il futuro”, ed è il dialogo (ma io direi anche qualcosa di più) che l’impatto delle nuove tecnologie informatiche sta producendo tra i paradigmi identitari delle due discipline (archivistica e biblioteconomia) e tra le stesse due professioni degli archivisti e dei bibliotecari. La stessa Giuva, anche in altri interventi, e soprattutto Mariella Guercio, hanno insistito spesso su profili molto interessanti, che riassumerei così: il linguaggio dell’informatica non è neutro, ma contiene in sé una carica di innovazione che naturalmente non si esaurisce in sé, ma investe gli stessi contenuti descritti. Mettere in linea cataloghi di biblioteche e inventari di archivi non è un’operazione neutra. Significa implicitamente promuovere la navigabilità trasversale tra fondi documentari di natura diversa, riaggregare quel che antichi processi di identificazione delle fonti e delle relative discipline hanno storicamente separato. Significa seguire – poniamo – il tracciato di un lemmario o di un indice per argomenti anche quando abbiamo a che fare con fondi archivistici, se questi fondi sono digitalizzati. Consentirne la aggregazione virtuale e la scomposizione elettronica.
Tutto questo rompe drasticamente una serie di certezze delle due discipline, apre un terreno nuovo di riflessione. E crea anche disagio tra gli operatori, perché non c’è dubbio che la formazione di archivisti e bibliotecari, la cultura professionale che li caratterizza è, specialmente in Italia, drasticamente diversa.
Siccome vengo dalla Scuola archivisti e bibliotecari, sono molto consapevole delle ragioni che presiedono storicamente alla distinzione tra questi due mondi. Al tempo stesso debbo dire però che l’integrazione, quando si ragiona in rete, va imponendosi quasi inesorabilmente: è la legge della rete. Di recente ho avuto modo di assistere da vicino alla compilazione del thesaurus (thesaurus: anche la terminologia è di derivazione bibliotecaria) messo a punto per consentire di navigare in Archivi del Novecento. Ebbene, dico una banalità: siamo ormai in presenza di una benefica contaminazione di metodologie, linguaggi e anche di concetti. E nell’ambito delle due professioni, ad onta di tutti i purismi conclamati in passato, penso che dobbiamo riconoscere che il futuro è del meticciato.
Ma se è così, allora dovremo tenerne conto anche nei modelli formativi, dovremo rivedere l’impianto delle discipline insegnate nelle nostre scuole, riformulare i paradigmi interpretativi. Insomma, dovremo compiere un grande sforzo di aggiornamento. Del resto, per stare alle suggestioni che ci ha dato Pietro Clemente in un recente e fortunato seminario della Fondazione Basso, forse le ragioni storico-culturali che portarono all’origine a distinguere le discipline di cui parliamo sono oggi, in tempi di così marcata crisi dei saperi tradizionali, meritevoli quanto meno di una revisione critica.
Terzo ed ultimo problema, l’organizzazione. Il libro offre molti spunti in questo senso. Adriano La Regina parla – riallacciandosi ad antichi dibattiti addirittura risalenti alla Commissione Franceschini – del modello lungimirante di un’Amministrazione autonoma per il patrimonio culturale. Ed ha ragione di dire che adottare quel modello ci avrebbe risparmiato molti errori. E’ colta qui, con molta acutezza a mio avviso, l’urgenza di ripensare l’intero assetto organizzativo dei beni culturali in relazione alla riforma in atto nelle istituzioni.     
Quanto reggerà, se ancora regge, la antica, gloriosa struttura imperniata sulla rete degli archivi di Stato? Quella delle biblioteche nazionali e delle biblioteche statali, mi pare, è già superata nei fatti, messa in ombra dalla vitalità che negli ultimi decenni ha contrassegnato la vita degli enti locali.
Perché, appunto, questo è il problema. Che con la riforma del Titolo V e con l’attuazione dello Stato federale che si annuncia le grandi organizzazioni dorsali dello Stato dell’Otto-Novecento tendono inesorabilmente ad entrare in crisi. Vuoi perché il potere di borsa che le riguarda si sposta dal centro alla periferia, e dall’alto verso il basso. Vuoi perché il complesso della vita culturale tende ad assestarsi secondo una mappa che non è più quella di un tempo. Assisteremo probabilmente ad un ridimensionamento di queste reti dorsali, mentre già oggi vediamo proliferare (anche disordinatamente, ma non è questo che conta) una pletora di soggetti di varia dimensione e di differenziata vocazione, che tutti insieme costituiscono tendenzialmente il reticolo territoriale cui sono delegate le funzioni un tempo concentrate in pochi istituti di Stato. L’idea gerarchica dell’organizzazione culturale (quella che si esprimeva nel Ministero al centro, nelle sovrintendenze in periferia, negli archivi e nelle biblioteche di Stato) è finita. Si annuncia anche qui il modello reticolare che già vige tra te istituzioni, con forti integrazioni anche di soggetti privati (le fondazioni, gli archivi e biblioteche degli istituti di credito, quelli delle associazioni), in un nesso che non è né potrà più essere di dipendenza gerarchica, ma è e sempre più sarà di integrazione e collaborazione reciproca.
Ecco, ho provato a porre dei problemi. A me sembra che questi siano i temi che hanno di fronte archivi e biblioteche nell’epoca di Internet e della crisi dello Stato centralista, nell’epoca del rimescolamento dei saperi e della riformulazione dei profili professionali. E’ un nodo, direi un groviglio di problemi molto fitto, che questo libro ci aiuta a districare. C’è da augurarsi che anche i decisori politici e l’autorità pubblica in genere ne sia consapevole. Archivi e biblioteche hanno bisogno di risorse, è quasi banale ripeterlo, e non di tagli e sacrifici. Ma ancor di più hanno bisogno di politiche pubbliche consapevoli delle grandi trasformazioni che li riguardano. Grazie.

 

25.09.2008

Ora basta, costruiamo il Pd anche in Sardegna

 

Mentre scrivo (ore 9 di domenica 21 settembre) l’elettroencefalogramma del Pd sardo segna inesorabilmente calma piatta: coma profondo.  

In cambio impazzano le correnti, si scontrano i gruppi e gruppetti, si rinnovano sotto le vecchie insegne dei vecchi partiti (mai veramente morti) le faide ultradecennali di prima dell’epoca costituente. Tutto il dibattito ruota intorno alle assemblee di Tramatza, psicodrammi inutili e deprimenti nei quali due schieramenti perfettamente equivalenti, l’un contro l’altro armato, si fronteggiano immarcescibili praticamente dal 14 di ottobre dell’anno scorso.

A Tramatza 75 anti-Barracciu hanno votato la sfiducia alla segretaria. Tre in meno di quelli che servivano per ottenere il risultato voluto (il che presumibilmente avrebbe fatto scattare il commissariamento del Pd sardo), ma pur sempre oltre 10 in più del miglior risultato ottenuto la settimana precedente dai filo-Barracciu. Il Pd è spaccato in due, senza che nessuno veda al momento come possa ricomporsi.

Come si è arrivati in questo cul de sac?

Sarò un po’ semplificatorio ma a me sembra che tutto cominci (e finisca) con Renato Soru. Comincia con Soru, perché in questi quasi cinque anni la sua giunta ha rappresentato la rottura radicale di una prassi ultradecennale, ha tenuto fuori della porta i ras correntizi, ha deciso con la sua testa e non con il bilancino dei gruppi interni, ha toccato di brutto interessi intoccabili, ha imposto – buona o cattiva che la si voglia considerare –  un’altra idea della Sardegna e del suo sviluppo.

E’ questo, alla fine, il vero motivo del contendere: che alla Regione c’è un presidente che decide di testa sua. Potrà aver sbagliato qualche mossa, avrà mancato qualche volta nell’aggregare consenso, sarà – come dicono – di cattivo carattere; ma una cosa è certa: è stato un presidente indipendente dai notabili. Ecco il perché della lunga lotta di logoramento, degli agguati e del fuoco amico in Consiglio regionale, ecco spiegati il gossip antipresidenziale e la fronda sistematica.

Tutto inizia ma anche finisce con Soru, dicevo: perché le dimissioni di Cabras (segretario fallito principalmente sul terreno della costruzione del partito) sono arrivate puntualissime non appena si è capito che esisteva una maggioranza che vuole Soru candidato nel 2009. E’ stato allora che si è scatenata la crisi al buio, che si è rigettato ogni tentativo di soluzione unitaria (Francesca Baracciu era una cabrasiana doc, scelta proprio per questa sua provenienza), che si è immobilizzato il partito nell’ennesimo braccio di ferro spaccatutto. E’ Soru il bersaglio grosso, e non vale protestare che ormai tutti, più meno a denti stretti, ne riconoscono la candidatura: perché un conto è portarlo tutti uniti e convinti al vaglio della coalizione, un altro è indebolirlo all’interno per poi far leva sugli alleati e rimetterlo in discussione. Magari con la speranza recondita di perderle, queste elezioni regionali del 2009, perché – diciamo la verità –  possono pure morire un po’ di filistei, se in cambio si ottiene di uccidere definitivamente lo scomodo Sansone della politica sarda.

Come se ne esce allora? Dimissionando Francesca Barracciu, chiedono i più oltranzisti. Ma nel panorama attuale del Pd non esiste nessuno, dico nessuno, che possa ritenersi del tutto super partes. Questo significa che la soluzione non sta in un secondo nome condiviso, che non c’è. Al punto in cui siamo Francesca Barracciu è la sola ad avere le carte regola (elezione regolare, sentenza della commissione arbitrale, ordinanza del giudice cagliaritano, fallimento sia pure per tre voti della sfiducia a suo carico) per tentare di governare il partito.

Il partito, appunto. Ma in tutto questo marasma, quand’è che finalmente lo costruiremo? Quand’è che dimenticheremo Tramatza, e cominceremo – come ci chiedono in tanti –  a creare i circoli (che non esistono o quasi), ad eleggere con le primarie i dirigenti provinciali veri (quelli attuali sono provvisori e statutariamente abusivi), a fare politica sul territorio, a discutere non di organigrammi ma di progetti? E ad affrontare i problemi della gente? Quando ci decideremo insomma a ritornare nella realtà sarda?

Se abbiamo fondato il Pd, insieme a tutti i cittadini accorsi a votare alla Costituente, non è stato per giocare in eterno al risiko delle correnti. Lo abbiamo fatto per dare una risposta nuova ai problemi della società, convinti che fosse giunto il momento di realizzare un nuovo modo di fare politica, in mezzo ai cittadini e chiamandoli da protagonisti a decidere. Personalmente mi vergogno d’essere stato in questi mesi, volente o nolente, uno dei comprimari del teatrino di Tramatza. Adesso basta, lo dico rivolgendomi alle donne e agli uomini che militano nel Pd. E’ arrivato il tempo di far vivere il Partito democratico e di restituirgli il ruolo che gli compete nella politica sarda. O con Francesca Barracciu, come mi auguro, o con un commissario nominato da Roma. Purché se ne esca. 

 

Guido Melis

 

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