Quale politica culturale per la Regione sarda?

28.07.2008


Incontro con l’assessore Mariantonietta Mongiu. Introduzione al dibattito. Sassari, Facoltà di lettere e filosofia, 28 luglio 2008

 

Con questo incontro con l’assessore alla Cultura della Regione sarda Mariantonietta Mongiu si conclude il modulo dedicato alla storia delle istituzioni culturali della Sardegna nell’ambito del master universitario di I livello intitolato “Produzione e management dell’informazione”. Desidero innanzitutto ringraziare la Facoltà, nella persona del preside prof. Aldo Morace, e i responsabili del master, innanzitutto la prof.ssa Bertini-Malgarini per avermi concesso l’onore di questo incarico, che ho svolto in un momento per me molto particolare, quando cioè mi trovo a lasciarmi alle spalle (almeno per qualche tempo) il mio lavoro di docente universitario per assumere altre vesti ed altri compiti. E’ superfluo comunque che io precisi che qui, questo pomeriggio, faccio unicamente il professore, e lo faccio con molto piacere.

Desidero poi ringraziare di cuore, a nome di tutti voi, l’assessore Mongiu per aver trovato il tempo, tra i suoi molti e gravosi impegni, di essere qui con noi. E’, la sua, una presenza che ci stava molto a cuore: perché la riflessione collettiva che abbiamo condotto sin qui sull’evoluzione dell’organizzazione culturale in Sardegna non poteva prescindere dal tema cruciale dei rapporti tra la cultura e la Regione e da una valutazione del bilancio della Giunta Soru in questa legislatura.

Dalle nostre riflessioni in chiave storica, sono emersi alcuni punti che vorrei proporre a Mariantonietta Mongiu come spunti di riflessione.

Noi abbiamo avuto, se ci guardiamo all’indietro, – mi pare – almeno quattro fasi del rapporto Regione-cultura.

La prima fase è quella che coincide con il periodo tra la nascita della Regione e i tardi anni Cinquanta. In questa prima fase, diciamo i primi 10 anni, la Regione è stata sostanzialmente assente, nel senso che si è limitata a politiche culturali frammentarie, all’insegna della improvvisazione. Se prendiamo ad esempio uno dei campi più importanti, quello del rapporto con l’università, troviamo solo provvedimenti isolati. Magari provvedimenti anche significativi (come fu nel 1950 l’istituzione a Sassari della nuova facoltà di agraria, che voleva anche sottintendere un diverso discorso della Regione verso la formazione dei tecnici agrari e in genere la diffusione della cultura agraria in Sardegna), ma isolati nel tempo e nello spazio. Mancò, nel primo decennio, una vera e propria politica culturale. Per altro anche gli altri soggetti interessati manifestarono in quella fase una certa afasia. Manlio Brigaglia ha ricordato, in un suo scritto di qualche anno fa, come un uomo d’università importante quale il prof. Sergio Costa sostenesse, da una sede istituzionale, l’inopportunità di una legislazione regionale sull’università, dietro l’assioma che solo lo Stato avrebbe avuto la facoltà di disporre in questa materia così delicata.

Non era dunque solo la Regione a disinteressarsi della cultura. Era anche la cultura (persino quella istituzionalizzata nell’università) a ignorare la Regione. Scriveva nel 1956 quello che fu certamente in quegli anni il più acuto interprete del nesso politica-cultura in Sardegna, Antonio Pigliaru:

“E’ chiaro che di tutto ciò la responsabilità non può non essere fatta alla classe intellettuale”. E continuava denunciando “l’atteggiamento di indifferenza della cultura sarda […] nei confronti della vicenda autonomistica”. E vi ravvisava, in questa voluta marginalizzazione dalla politica, e soprattutto dalla politica regionale, i tratti di un antico vizio degli intellettuali sardi, perennemente in bilico tra il “regionalismo chiuso” e il “cosmopolitismo di maniera”, chiusi in una “cultura senza rapporti con la realtà”, “una cultura che viene più ricevuta che elaborata e vissuta in termini autonomi e nuovi”.

Pigliaru scriveva nel 1956, quando già quello stato di crisi poteva dirsi in via di superamento, anche grazie all’azione pratica che il gruppo di “Ichnusa”, cui Pigliaru aveva dato vita, andava svolgendo nella scena culturale sarda.

La seconda fase, tra il 1957 e il due decenni degli anni Sessanta e Settanta, sarebbe stata infatti caratterizzata da un nuovo rapporto tra cultura sarda e Regione. Considero emblematico di questo nuovo rapporto un piccolo-grande evento normativo: l’approvazione, ad opera principalmente dell’allora assessore Paolo Dettori, della legge n. 26 (L. 11 ottobre 1971, n. 26) o legge del diritto allo studio, come subito fu battezzata: 8.100 milioni per collegi annessi alle scuole medie superiori, due case dello studente universitarie, un cospicuo stanziamento per assegni di studio universitari destinati a dare il presalario almeno alla metà di quelli che ne avevano diritto.

Noi non ce ne rendemmo allora conto (io stesso, che pure, con altri studenti universitari sassaresi del movimento studentesco, fui chiamato informalmente da Dettori ad esprimere un parere preventivo sul testo della legge), ma quella legge rappresentò una vera svolta nella politica culturale della Regione, perché introdusse – contro quella che era stata la pratica precedente – il concetto dell’intervento pubblico nel campo della cultura sarda, secondo linee organiche e tra loro coerenti. Le giunte di quegli anni, non solo per l’entità delle risorse impiegate (che pure furono significative) ma per le modalità pianificatorie che vennero adottate, diedero progressivamente forma a un nuovo approccio al problema.

Naturalmente anche la società sarda frattanto stava cambiando, e cambiando profondamente. Si inserisce qui un paragrafo interessante della nostra storia recente, che è quello degli intellettuali sardi nei cosiddetti anni della Rinascita (e intendo ora non solo i maitres-à-penser come Pigliaru, ma in generale il ceto degli intellettuali di professione: artisti, scrittori, docenti universitari, tecnici delle istituzioni culturali, sino ad arrivare all’esercito dei maestri e soprattutto delle maestre di scuola elementare, fulcro dell’azione propulsiva legata alla scolarizzazione di massa specie delle zone interne). Vi fu allora, per la prima volta, un rapporto tra intellettuali e Regione sarda ed anche una progressiva responsabilizzazione della Regione nelle politiche culturali. Ciò avvenne più manifestamente nelle scelte riguardanti l’istruzione, sia quella superiore che quella di base; ma avvenne anche in genere nelle politiche di valorizzazione della cultura sarda, cioè di quella cultura che si definiva come direttamente collegata al mondo tradizionale sardo, alla sua economia e ai suoi assetti sociali, alla sua peculiare visione del mondo.

La terza fase della quale ho parlato si confonde con questa seconda, ma ad un tratto se ne differenzia in modo visibile. Parlo adesso degli anni Ottanta, gli anni che qualcuno ha definito come quelli del “fallimento della Rinascita”. Parlo della lunga crisi succeduta al black-out petrolifero del 1973, con la caduta che ne derivò anche qui in Sardegna del mito del progresso fatalmente connesso all’industrializzazione per poli. Parlo di una lunga, profonda depressione che ha colpito allora la società regionale in tutte le sue componenti, e dalla quale forse non siamo ancora usciti. La Rinascita è stata una parola-chiave nella nostra storia recente, perché ha riassunto un complesso di speranze di riscatto collettive e individuali (speranza secolari, è stato detto) e l’idea-forte che fosse finalmente possibile un’integrazione nel mondo esterno, superando l’insularità e modernizzando in profondo i modelli di vita dei sardi.

In parte tutto questo è accaduto, con esiti tuttavia controversi: talvolta dirompenti (in parte l’esplosione del banditismo dei secondi anni Sessanta ne fu una manifestazione). In parte non è accaduto, e il processo di sviluppo, interrotto a metà, si è come avvitato in sé stesso, afflosciandosi e lasciando intorno a sé un universo di macerie, prima di tutto culturali. Quelle macerie hanno dominato la terza fase, quella appunto degli anni Ottanta e, in parte, Novanta. Per dirla in breve e con parole forse troppo semplici, a me sembra che i processi di modernizzazione che si erano messi in moto, rifluendo, abbiano lasciato irrisolto il nodo dei rapporti tra il nuovo e il vecchio, tra l’innovazione e la tradizione, tra la cultura del mondo e la cultura dell’isola. Sicché lo stesso mondo tradizionale sardo, privato in larga parte degli assetti comunitari che lo sorreggevano, è andato in questi anni degradando in forme di celebrazione folcloristica prive di radici nella realtà, talvolta consolatorie, spesso puramente nostalgiche del passato.

Certo, il rapporto politica-cultura si è fatto in questa terza fase più problematico, più complesso. Si è tornati, per certi versi, indietro. Cessato il protagonismo degli intellettuali come ceto (qualcuno lo aveva definito “il partito degli intellettuali”, con i suoi leaders morali, le sue riviste porta-parola, le sue parole d’ordine), la Regione è rimasta sola a gestire un ingente massa di risorse destinate alla cultura. Lo ha fatto di volta in volta con intuizioni felici, ma anche con ricadute nella vecchia logica clientelare, distribuzioni a pioggia, elemosine e mance ai fedelissimi. Ha prodotto libri lussuosissimi e inutili, finanziando un’editoria che non aveva il passo né il coraggio per misurarsi sul libero mercato; ha finanziato sagre e fiere nei più piccoli paesi, valorizzando la rete dei compari e dei clienti degli assessori di turno; ha lasciato passare – ed è stato il peccato più grave – un’immagine della Sardegna molto simile a quella imposta dai grandi media, tutta primitività, sauvagerie, mastruccas e campanacci, oasi delle vacanze e malloreddos. Una Sardegna turistica da depliant propagandistico.

La quarta ed ultima fase è quella che stiamo vivendo, a partire – dico io – dalla Giunta Soru. E’ una fase della quale dobbiamo ancora capire bene l’evoluzione, anche se già ne vediamo la differenza rispetto alle fasi precedenti. E’ una fase nella quale abbiamo riposto molte speranze, soprattutto sulla possibilità di rifondare l’identità sarda senza rinunciare alla straordinaria eredità del passato ma al tempo stesso senza con ciò rinchiudersi, in quel passato: anzi, proiettandosi nel futuro della modernità più avanzata.

Io non dirò nulla su questa fase, per l’elementare ragione che abbiamo qui quella che ne è stata e ne è tuttora la più autorevole protagonista. Chiederei però a Mariantonietta Mongiu, che ne ha la capacità politica e culturale, di darci, sì, un bilancio delle cose fatte (e – se crede – di quelle che restano da fare); ma di non limitarsi a questo: di dirci anche qual  la sua opinione in termini più generali. Qual è lo stato dei rapporti tra la Sardegna e la cultura sarda? E, prima ancora: possiamo parlare ancora univocamente di “cultura sarda”? Che cosa intendiamo, che cosa intende la Regione con questo termine?

E ancora: come è cambiata, grazie alle politiche culturali della Regione, l’immagine che la Sardegna trasmette al di fuori di sé?

E, in ultimo ma non ultima, la domanda che forse preme più di tutto ai nostri studenti: c’è un futuro in Sardegna per chi ha scelto di impegnarsi sul terreno delle istituzioni culturali?

Guido Melis

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