Sassari: “San Sebastiano”, un rudere da museo archeologico

La Nuova Sardegna, 19 agosto 2008

La mattina di Ferragosto, con una piccola delegazione del partito radicale e delle associazioni di volontariato, ho visitato da parlamentare le carceri di San Sebastiano. Ci sono in Italia, al momento, 55 mila carcerati, quando, superando i posti letto previsti, ce ne potrebbero essere al massimo 43 mila. La gran parte delle carceri sono vecchi edifici, inadatti, strutturalmente superati, concepiti quando la pena doveva essere afflizione e non, come vuole la Costituzione, anche recupero sociale ed umano del condannato.

Il carcere di San Sebastiano a Sassari, ad esempio, progettato a cavallo dell’unità d’Italia, fu inaugurato – attesta Enrico Costa – nel 1871: 137 anni fa, all’epoca delle carrozze e della illuminazione a gas. Allora, certo, era un gioiello di edilizia carceraria; adesso è un rudere da museo archeologico, con l’intero secondo piano inagibile per minaccia di crolli e le celle – per lo più fatiscenti nonostante i vari restauri succedutisi negli anni – concepite come squallidi dormitori, pochi metri quadri per 4-5 detenuti, muri scrostati, bagno alla turca, poca luce, le bottigliette d’acqua tenute fresche dentro calzini bagnati (solo il reparto femminile ha un frigorifero), nessuna possibilità di lavorare, né di imparare un mestiere (il candeliere dei carcerati, presentato l’altro giorno, è stata solo una rara eccezione), con un personale di custodia lodevole per abnegazione ma perennemente sotto organico (ultimo concorso nel 1993), poche educatrici (tre per Sassari e Alghero), in alcune celle invasioni di formiche ecc. Si attende – mi dicono – il completamento del nuovo carcere in zona Bancali, alla periferia della città: ma i lavori languono e, nell’ipotesi più ottimistica, si parla del 2011.

La verità è che, dopo il can can dell’indulto, tutto è tornato come prima. Non solo l’indulto (non accompagnato da un’amnistia e da un organico piano di riforme) è fallito, come dimostrano da sole le cifre dei detenuti; non solo si procede scriteriatamente a penalizzare, invece che a depenalizzare, riempiendo le celle di ragazze e ragazzi che, responsabili di piccoli reati, alla scuola del carcere naturalmente diventano quei delinquenti finiti che magari ancora non sono.

Si fa di peggio: si tagliano con la pre-finanziaria di luglio i fondi per l’edilizia carceraria, si penalizza il reclutamento degli agenti di custodia (turni dalle 6 alle 12, per poi tornare in servizio dalla mezzanotte all’alba; e tutto pagati meno di un vigile urbano), si chiude la porta alle riforme e si arriva a minacciare la stessa legge Gozzini, che negli anni scorsi ebbe almeno il merito di ridare una parvenza di civiltà a un ordinamento penitenziario di stampo medievale. È la solita politica della destra, del resto, in questo come in altri settori: sicurezza vuol dire repressione, colpire nel mucchio, aggravare le pene, magari – come pure si sta facendo – trasformare in delinquenti gli extra-comunitari e persino i comunitari non in regola col permesso di soggiorno (inventando una norma che farebbe inorridire Cesare Beccaria, per cui – a parità di reato – se sei straniero paghi di più).

Nessuno guarda al di là del proprio naso: serve a qualcosa riempire le carceri di tossici? Serve tenere dentro con gli altri dei soggetti non in sé, che si producono lesioni anche gravi, in una follia auto distruttrice che andrebbe piuttosto curata dai medici? Serve rinchiudere nella stessa cella detenuti in attesa di giudizio (dunque virtualmente innocenti) con condannati più volte recidivi?

E che conseguenze avranno su quelle menti il degrado dei luoghi, l’umiliazione della promiscuità forzata, la scarsa pulizia, la disperazione di quelle celle? Ci sono in Sardegna (dati al 30 giugno) 12 carceri, 1888 detenuti (51 donne), di cui solo 991 condannati (797 sono imputati). Non tutti gli edifici sono come San Sebastiano, ma molti (li visiteremo nei prossimi mesi) gli assomigliano.

Mi domando (domando al ministro Alfano, che in questi giorni si è esibito in dichiarazioni rassicuranti): è o no un’emergenza la questione carceri? E con quali fondi, sottratti alla voracità del ministro Tremonti, la si intende affrontare? Sono domande alle quali un paese che si proclama la culla della civiltà del diritto dovrebbe una volta o l’altra rispondere.

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