Libri: Fini alla presentazione di ‘Romeni, la minoranza decisiva per l’Italia di domani

maggio 19, 2010

19.05.2010

Roma, 19 mag. (adnkronos) – Nella Sala del Mappamondo di Palazzo Montecitorio sara’ presentato mercoledi’ prossimo alle 15 il libro ”Romeni, la minoranza decisiva per l’Italia di domani” di Alina Harja e Guido Melis. Parteciperanno Giuliano Amato, Luigi Manconi, Giuseppe Pisanu. Interverra’ il Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini . I romeni: quanti sono, chi sono, da dove vengono, come e dove vivono e lavorano, cosa pensano di se stessi e degli italiani, quali sono le loro simpatie politiche, quali preoccupazioni e speranze nutrono per se’ e per i propri figli. Attraverso una serie di interviste e l’attenta ricognizione della cronaca (non solo di quella nera) emerge la realta’ di un popolo di quasi un milione di persone, con le sue ansie e le sue passioni: un popolo che qualcuno vorrebbe rappresentare sotto l’etichetta di «delinquenti naturali», ma che rifiuta con sdegno tale definizione, considerandola un insulto.

Parlano in prima persona le ragazze e i ragazzi, i giornalisti corrispondenti di Bucarest a Roma, il vescovo greco-ortodosso e il suo clero, gli imprenditori a capo delle 27.000 aziende romene in Italia, i musicisti, gli operai, i lavoratori dell’agricoltura, le colf e le badanti. E’ un’umanita’ ricca di cultura, orgogliosa della sua identita’ e animata da una volonta’ di riscatto che si traduce nella richiesta di una sempre maggiore integrazione. La porzione piu’ consistente dell’immigrazione straniera in Italia e la piu’ numerosa componente di quella comunitaria (anche se troppo spesso trattata come se non lo fosse). Una critica feroce alla xenofobia e al razzismo di una certa Italia; un libro risentito, polemico, che non fa sconti a nessuno. Ma al tempo stesso rigorosamente documentato.

Libero

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Quante emozioni

maggio 4, 2010

03.05.2010

1º Maggio   Ore 9. Bella giornata oggi. Ci narrano di una grande adunata al porto di Porto Torres. Tutto procede per il meglio. Fra poco l’isola sarà invasa.   Ore 11-13. Sono tantissimi, tutti colorati, tutti contenti di partecipare a una giornata straordinaria. L’atmosfera è bellissima, iniziano gli Istentales e cantano con noi la loro e nostra «Isola ribelle». Alla fine applausi e lacrime, di dignità e di coraggio. Dall’Asinara un grido di libertà, un grido di lotta per l’occupazione e contro il precariato.   Ore 13.15. Canta il coro di Neoneli, gli Etnias, con la canzone «Terra soberana» a noi dedicata, i giovanissimi rappers portotorresi Volti Strani.   Ore 16. Comincia la ritirata. Tutto è andato per il meglio. Anche la Torre ha fatto il 1º Maggio, tantissima gente anche lì, emozione e commozione. Vi salutiamo, cari amici della Torre. Siete sempre con noi.   2 maggio   Ore 9-12. Altra grande giornata. Salpa da Porto Torres altra folla, trasportata dal mitico comandante Carannante e dai suoi pirati arancioni. Arrivano nell’isola Concita De Gregorio, direttore dell’Unità, con Giommaria Bellu, sardissimo condirettore e la cronista parlamentare Maria Zegarelli. Nella compagnia c’è anche Renato Soru che dice di preferire l’isola dell’Asinara, schietta, popolare e genuina a mille Billionaire di Briatore.   Ore 12-16. Il tiranno Pietro e Gianmario illustrano la nostra vertenza di cui conoscono ogni particolare. Parla Vincenzo Tiana di Legambiente, indispensabile per la riuscita della manifestazione, e Francesco Barbato, impetuoso parlamentare dell’Italia dei Valori. Intervengono altri bravissimi relatori, come Concita e Guido Melis, parlamentare del Pd. I tenores di Bitti «Remundu ’e locu» tanto cari a Peter Gabriel, riempiono di voci potenti di Sardegna l’atrio del carcere. Tutto finisce in fretta, troppo in fretta, ma sono stati grandi giornate. Ha piovuto un po’, anche il cielo si è commosso per un manipolo di operai e per tanta gente che in questi due giorni ha partecipato a un grande evento su un’isola incantata. Vogliamo ringraziare i partecipanti e tutti coloro che si sono uniti a noi nell’organizzazione. Intanto guardiamo il calendario: mercoledì c’è l’incontro tra l’Eni e la Ramco, ci auguriamo che porti buone notizie, ne abbiamo bisogno. Un saluto ai lettori dai profughi dell’isola dell’Asinara.

La Nuova Sardegna


Presentazione degli Studi in onore di Luigi Berlinguer

aprile 14, 2010

10.04.2010

Si è svolta, venerdì, 9 aprile 2010, alla Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, la presentazione del volume TRA DIRITTO E STORIA – STUDI IN ONORE DI LUIGI BERLINGUER . Sono intervenuti: AURELIO CERNIGLIARO, ENNIO CORTESE, GUIDO MELIS, STEFANO RODOTÀ, VIRGINIO ROGNONI

L’intervento di Guido Melis:

Tocca a me, come allievo anziano (si dice così) di Luigi Berlinguer, il compito di tracciarne una sintetica scheda scientifico-biografica.

Compito non facile, reso ancor più arduo dagli antichi rapporti personali che ci legano. Era, se non sbaglio, il 1968-69, il mio primo anno di giurisprudenza a Sassari, quando ho conosciuto Luigi. Ho frequentato i suoi corsi e sono rimasto subito affascinato dalle sue lezioni, ma ancora di più sono stato colpito dalla sua concezione rigorosa, quasi operaia, del lavoro scientifico anche nei suoi aspetti più di dettaglio; e insieme dal suo attivismo febbrile.

Il 1968. Anno fatidico per l’università italiana, importante per me. Mi ero iscritto alla facoltà giuridica per fare poi tranquillamente, come lasciava presupporre la tradizione di famiglia, l’avvocato nello studio legale di mio padre. Luigi – diciamo così –  mi traviò, contagiandomi la passione per gli studi storici, in particolare per quelli storico-istituzionali.

Luigi aveva allora 36 anni. Nato a Sassari nel 1932, in una grande famiglia che degli studi umanistici e dell’impegno civile aveva fatto tutt’uno da almeno due generazioni, aveva studiato nel Liceo classico “Azuni”, la fucina di quasi tutta la classe colta sassarese del Novecento. Iscrittosi a giurisprudenza, vi aveva incontrato Antonio Era, allievo di Enrico Besta, professore di storia delle istituzioni giuridiche ed economiche della Sardegna, cultore di una storiografia giuridica locale attenta alle tradizioni e alle fonti, bibliofilo appassionato, frequentatore assiduo di archivi, personalità – anche dal punto di vista umano – niente affatto banale. Un conservatore – anzi, politicamente parlando, un monarchico: ma disposto ad assumere come allievo, introducendolo nell’insegnamento universitario, quello che era allora un giovane dirigente comunista. Ed erano – vale la pena di ricordarlo – i terribili, anche feroci anni Cinquanta.

Da quell’incontro sarebbe derivata in Luigi la sensibilità filologica, persino un certo gusto per l’erudizione; ma anche una percezione acuta, mai più dimenticata in avvenire, per le potenzialità di una storiografia locale non provincialistica, fortemente basata sul controllo delle fonti, metodologicamente consapevole della lezione delle grandi storiografie nazionali europee.

Sotto la guida di Era, Berlinguer si laurea nel 1955, con una tesi che verte sul moto antifeudale sardo del 1795-96 (il testo, rivisitato, diverrà poi la sua prima pubblicazione scientifica).

Frattanto ha avuto inizio il suo apprendistato politico come militante del Partito comunista: segretario provinciale e poi regionale della Federazione giovanile comunista sarda, consigliere provinciale, consigliere comunale di Sennori, un piccolo centro rurale alle porte di Sassari, dal 1956 al 1960. Quell’anno, 1960, a Sennori diviene sindaco. Nel 1963 viene eletto alla Camera dei deputati.

Università e politica, capire la storia del mondo e sforzarsi al tempo stesso di contribuire a cambiarla. Fatica individuale sulle carte e impegno collettivo nell’azione. Si delineavano così, sin da allora, i versanti solo apparentemente giustapposti di un’attività intensissima, fitta di responsabilità in entrambi i campi: quello della ricerca e specialmente dell’organizzazione scientifico-accademica, quello della testimonianza politica e della rappresentanza politico-istituzionale.

Cessato il mandato parlamentare, nel 1968, Berlinguer rientra a pieno titolo nell’università, per esservi profondamente segnato dal secondo cruciale incontro intellettuale del suo apprendistato accademico: quello con Domenico Maffei, a Siena, che lo introduce in uno dei laboratori di ricerca più prestigiosi d’Italia, in cui si affinano le predilezioni filologiche e si saldano rapporti culturali ed umani destinati a pesare a lungo. Nel 1968 consegue la libera docenza in storia del diritto italiano e ottiene l’incarico a Sassari di esegesi delle fonti del diritto italiano, ma l’anno accademico successivo, 1969-70, ancora come professore incaricato, si trasferisce nell’ateneo senese. Nel 1970, infine, vinta la cattedra sassarese che era stata di Antonio Era, quella di istituzioni giuridiche ed economiche della Sardegna, ritorna nell’ateneo sardo come professore straordinario.

Frattanto ha trascorso un proficuo soggiorno di studi in Gran Bretagna ed ha pubblicato i suoi primi, apprezzati studi d’esordio. Tra i quali spiccano specialmente, per rilevanza del tema e novità di impostazione, quelli sulla figura e l’opera di Domenico Alberto Azuni, fondatore sette-ottocentesco del moderno diritto internazionale del mare (specialmente il volume del 1966, Domenico Alberto Azuni, giornalista e politico. Un contributo bio-bibliografico e il successivo Sui progetti di codice di commercio del Regno d’Italia. Considerazioni su un inedito di D.A. Azuni, del 1970), attraverso i quali prende corpo, sulla scorta di rigorose ricerche condotte negli archivi e nelle biblioteche di vari paesi, una biografia intellettuale originalissima, al tempo stesso esplorazione acuta del momento di fondazione di quel diritto del commercio e dei traffici sovranazionali che, nascendo dalla pratica degli affari, rappresentò un settore decisivo delle scienze giuridiche dell’Europa tra XVIII e XIX secolo.

I primissimi anni Settanta trascorrono tra Sassari (dove Berlinguer nel 1972 viene eletto preside della facoltà) e Siena (dove vive e mantiene un incarico di insegnamento e saldi collegamenti di ricerca: formerà anche qui, come a Sassari, un agguerrito nucleo di giovani allievi). In Sardegna un finanziamento Cnr gli consente di raccogliere attorno a sé un piccolo gruppo di ricerca di giovani e giovanissimi, tutti laureandi o quasi: quelli che – con un’autoironia certo non estranea alle corde del fondatore – si autodefiniranno d’ora innanzi “la scoletta di Berlinguer”. Ne verrà comunque una vasta ricerca sulla storia dei partiti popolari sardi nel Novecento tutta condotta negli archivi sardi e romani, destinata in parte a contribuire a quella riscoperta della storia della Sardegna contemporanea che nel decennio successivo avrebbe raggiunto i suoi più maturi e stabili sviluppi con la pubblicazione del volume della Storia d’Italia Einaudi per Regioni, affidato appunto alla cura di Luigi e di Antonello Mattone. 

Da preside, nell’arco di poco meno di un anno, Berlinguer avvia nella facoltà giuridica sassarese il corso di laurea in scienze politiche, chiamando ad insegnarvi alcuni dei giovani docenti più brillanti d’Italia: dai giuristi Valerio Onida, Tullio Treves, Gustavo Zagrebelsky, Franco Bassanini agli storici Roberto Ruffilli, Mario Ascheri, Mario Da Passano, Paolo Nardi, Renato Monteleone, Nicola Gallerano, Andreina De Clementi, all’economista Sebastiano Brusco, al filosofo del diritto Riccardo Guastini, al sociologo Ezio Moriondo (i primi studi sociologici sulla magistratura), al politologo Danilo Zolo. Irripetibile stagione di ricerche, confronti, dibattiti anche pubblici, dalla quale sarebbero derivati, anche per i giovanissimi ricercatori sassaresi esordienti, stimoli, insegnamenti, reti preziose di relazioni future.

Studioso, dunque. Ma anche (e starei per dire specialmente) organizzatore e animatore di studi collettivi. Nel 1971 Berlinguer assume la direzione di “Democrazia e diritto”, la rivista dei giuristi che si rifanno al Partito comunista, indirizzandola subito verso i temi della riforma dello Stato, delle istituzioni, dell’amministrazione pubblica. Dal 1975 al 1982 viene eletto consigliere regionale della Toscana. Sarà tra i principali promotori, in quegli stessi anni, della ricerca e collana editoriale sul “Sistema delle autonomie, rapporti tra Stato e società civile”, dedicata dal Consiglio regionale della Toscana al trentennale della Repubblica e della Costituzione.

Nel 1974, intanto, ha pubblicato su “Studi storici”, all’epoca diretta da Ernesto Ragionieri, un illuminante saggio intitolato Considerazioni su storiografia e diritto. Polemico intervento: sia sui limiti della storiografia giuridica italiana e anche dell’insegnamento accademico delle relative discipline, indicati con severa puntualità nel pervicace rifiuto di oltrepassare, nella ricerca universitaria, l’epoca dell’alto e basso Medioevo; sia sui gravi ritardi della tradizione marxista italiana del dopoguerra rispetto al tema delle istituzioni contemporanee, della loro evoluzione storica, specialmente della loro relativa autonomia rispetto alla struttura economica delle società occidentali. Il saggio, per la sede in cui appare e soprattutto per i suoi contenuti innovatori, non mancherà di suscitare reazioni, incontrando una domanda di rinnovamento storiografico che investe ormai un’intera nuova generazione di giovani studiosi.

Si conferma qui uno dei dati peculiari della personalità di Luigi Berlinguer. Rispetto ad una tradizione universitaria come quella italiana, storicamente imperniata sulla figura prestigiosa ma al tempo stesso individuale del grande maestro, cui corrisponde poi una più o meno radicata scuola accademica composta di altrettante individualità, gerarchicamente sottordinate ma che insistono tutte sul medesimo settore di studi, Berlinguer per molti aspetti costituisce un’eccezione. La sua irreprimibile curiosità culturale, e la quasi naturale capacità di raccogliere intorno a sé équipes di ricercatori, lo conducono verso modelli di organizzazione della ricerca piuttosto simili a quelli della tradizione anglosassone, con forti contaminazioni interdisciplinari e collegamenti orizzontali, rapporti “alla pari” con altri gruppi di studiosi, allievi impegnati su temi e in settori di ricerca talvolta anche distanti da quelli del promotore. Tipica di questa concezione aperta della ricerca è l’imponente impresa messa in piedi negli anni Ottanta sulla “Leopoldina”, con il coinvolgimento di decine di ricercatori italiani e stranieri, culminata nella pubblicazione di una serie di importanti volumi. Il tema (“Criminalità e giustizia criminale nelle riforme del ‘700 europeo”) segnala un altro degli interessi costanti di Berlinguer: quello verso la storia della giustizia e del diritto penale, forse suscitato alle origini dalla frequentazione sassarese di Antonio Pigliaru, il non dimenticato filosofo del diritto autore alla fine degli anni Cinquanta di una originale monografia sulla Vendetta barbaricina come ordinamento giuridico. Qui però quell’antica ispirazione si è ormai tradotta in un impianto interamente storiografico, consapevole (nell’articolazione della ricerca, nella stessa scelta degli studiosi chiamati a parteciparvi) della complessità del fenomeno criminale, delle sue molteplici  valenze sociali e culturali, della profonda connessione tra il suo disciplinamento e il ruolo cruciale assunto allora dal diritto, specialmente da quello penale, nell’ambito della storia moderna come storia della civilizzazione. “Ma la civiltà penale – cito da un breve intervento di Luigi Berlinguer su “Repubblica” dei primi dell’ ’87 – è conquista difficile, del sentimento e della ragione. E’ quasi un lusso […]. E’ un lusso che bisogna meritarsi, conquistarsi; e non con atti velleitari di un isolato garantismo di pochi, o per semplice decreto illuminato, bensì attraverso un complicato intreccio fra stabilità ed equilibrio sociale, cultura penale evoluta e politica riformatrice di progresso. Tutti ingredienti che è difficile ma necessario coniugare congiuntamente”.

Parole, mi si consenta questo solo inciso, che suonano oggi di preoccupante attualità.

Segue, nella biografia di Berlinguer, un nuovo periodo di intensa partecipazione a responsabilità politiche  e di governo. Dal 1985 al 1994 rettore di Siena (con un impegno straordinariamente efficace in direzione dell’internazionalizzazione dei rapporti di quell’ateneo), nel 1989-94 segretario assai influente della Conferenza dei rettori, membro del Consiglio nazionale della scienza e della tecnologia, presidente del consiglio dei rettori nel Consorzio delle università a distanza, membro dal 1986 della commissione ministeriale per lo sviluppo dell’università.

Nel 1993, chiamatovi da Carlo Azeglio Ciampi, accetta la responsabilità del Ministero dell’università e della ricerca scientifica, ma deve dimettersi il giorno successivo alla nomina per sopravvenute, insormontabili difficoltà politiche (circolò in quei giorni a Siena una deliziosa vignetta, rimasta inedita, del suo amico Emilio Giannelli, nella quale lo spirito di Enrico Berlinguer preconizzava solennemente al cugino Luigi, studentello, vestito coi pantaloni alla zuava e i libri scolastici sotto il braccio: “Sarai ministro, un giorno!”). Nel 1994 è eletto alla Camera, capogruppo, membro della commissione affari costituzionali. Lo sarà ancora nel 1996, assumendo nel primo governo Prodi la guida dei due ministeri (Pubblica istruzione e Università) e poi, negli esecutivi successivi sino al 2000, quella della sola Pubblica istruzione. Di quest’ultimo, intenso e controverso periodo, trarrà un bilancio nel volume laterziano del 2001 su La scuola nuova. Nel 2001 sarà rieletto, questa volta al Senato.

Nel 2002 è designato dal Parlamento come membro laico nel Consiglio superiore della magistratura, dove sino al 2006 svolgerà un’intensa attività della quale merita qui d’essere almeno rammentata la nascita strategica della Rete europea dei consigli di giustizia, di cui dal 2004 al 2007 gli viene conferita la presidenza. Nel 2009 è eletto deputato europeo nella circoscrizione del Nord-Est per il Partito democratico. Fonda e dirige frattanto la rivista digitale “education 2.0”.

Non siamo in grado di prevedere, attualmente, quali altri incarichi aspettino nei prossimi decenni questo giovane settantenne.

Sono arrivato così alle conclusioni, dopo un percorso certo troppo sommario. Insufficiente – lo so benissimo – a dire quello che Luigi ha rappresentato.

E’ stato – lo possiamo ben dire noi, che abbiamo avuto la fortuna di essergli stati allievi – innanzitutto un maestro eccellente. Esigente, severo, mai incline ad accontentarsi di sé stesso e di noi. Non c’è stato scritto, in tutti questi anni, che non gli abbiamo sottoposto senza riceverne in cambio annotazioni e critiche impietose. Non incontro, colloquio, discussione nei quali non ci abbia trasmesso il suo entusiasmo del fare, la sua voglia di fissare sempre più in là l’obiettivo dei nostri studi. Si sarebbe potuta immaginare, dato il suo impegno diretto nella politica, una gestione prudente e curiale della ricerca, dei suoi temi, delle sue impostazioni: non sempre la politica è compagna discreta della libertà scientifica. Viceversa Berlinguer è stato, con noi suoi allievi, un autentico maestro del dubbio, nemico di impostazioni ideologiche e autoreferenziali, spesso metodologicamente eversivo. Pronto all’atto pratico (ciò che non sempre avviene in accademia, dove spesso predomina la gelosia delle appartenenze) a incoraggiare le letture eterodosse, le frequentazioni di altre scuole, i collegamenti anche organici con altri maestri.    

Come intellettuale e come uomo politico non c’è dubbio che Berlinguer appartenga ad una tradizione del dopoguerra italiano che chiamerei gramsciana. In lui i due termini del dilemma – la professione dell’intellettuale e la militanza in politica e nelle istituzioni – hanno potuto convivere armonicamente, l’una nutrendo l’altra, in un rapporto mai interrotto e vitale. Può darsi che questa tradizione oggi appaia – e sia –  effettivamente inattuale, per complesse cause che non è qui il caso di evocare. Ma mi sia consentito, in conclusione, di osservare che una politica senza radici culturali profonde non comprende il mondo che cambia, e una cultura incapace di interrogarsi sui destini collettivi della società tradisce la sua missione.

Questa missione Luigi Berlinguer, giurista, storico, accademico, organizzatore di cultura, uomo della politica e delle istituzioni, non l’ha mai tradita.


Romeni – LA MINORANZA DECISIVA PER L’ITALIA DI DOMANI

marzo 16, 2010

Dal catalogo Rubbettino Editore -Novità in libreria dal 24 marzo

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“I romeni quanti sono, chi sono, da dove vengono, come e dove vivono e lavorano, cosa pensano di se stessi e degli italiani, quali sono le loro simpatie politiche, quali preoccupazioni e speranze nutrono per se e per i propri figli.

Attraverso una serie di interviste e l’attenta ricognizione della cronaca (non solo di quella nera) emerge la realtà di un popolo di quasi un milione di persone, con le sue ansie e le sue passioni, un popolo che qualcuno vorrebbe rappresentare sotto l’etichetta di “delinquenti naturali”, ma che rifiuta con sdegno tale definizione, considerandola un insulto.

Parlano in prima persona le ragazze ed i ragazzi, i giornalisti corrispondenti di Bucarest a Roma, il vescovo ortodosso ed il suo clero, gli imprenditori a capo delle 27.000 aziende romene in Italia, i musicisti, gli operai, i lavoratori dell’agricoltura, le colf e le badanti.

E’ una umanità ricca di cultura, orgogliosa della sua identità e animata da una volontà di riscatto  che si traduce nella richiesta di una sempre maggior integrazione.

La porzione più consistente dell’immigrazione straniera in Italia e la più numerosa componente di quella comunitaria ( anche se troppo spesso trattata come se non lo fosse).

Una critica feroce alla xenofobia ed al razzismo di una certa Italia, un libro risentito, polemico, che non fà sconti a nessuno. Ma al tempo stesso rigorosamente documentato.”

Alina Harja (Vaslui 1980) giornalista, corrispondete in Italia del canale news Realitatea Tv, il più diffuso in Romania e tra gli immigrati romeni in Italia. Ha anche lavorato per Parvapolis (Latina) e collabora con Metropoli il giornale multietnico pubblicato da Repubblica. Attiva da anni nell’associazionismo romeno in Italia, presiede l’Associazione “Amici della Romania”. Attualmente lavora con Guido Melis alla Camera dei Deputati come assistente parlamentare.

Guido Melis (Sassari 1949). professore di storia delle istituzioni politiche a Roma all’Università La Sapienza ha scritto vari saggi, tra i quali la Storia dell’amministrazione italiana 1861-1993. Dirige la rivista Le carte e la Storia. Deputato del PD (circoscrizione Sardegna) dall’aprile del 2008. Alla Camera fà parte della Commissione Giustizia e della Commissione bicamerale per le questioni regionali. E’ responsabile dei rapporti Italia – Romania, nell’ambito della Unione interparlamentare dell’associazione di amicizia Italia – Romania della Camera dei Deputati”.

Rassegna stampa

27.10.2010

I cittadini nuovi nell’Italia che cambia
ricordando Milea di Olbia e Jon di Gallarate

Un viaggio nella «questione romena» con la giornalista Alina Harja e lo storico Guido Melis

Secondo i dati Istat del 2008, ben 434 mila immigrati sono arrivati in Italia, incrementando la popolazione nativa italiana che invece tende progressivamente a decrescere (basti pensare che sempre nel 2008 si è ridotta di 64 mila unità). Se, da un lato, gli italiani d’origine diminuiscono di anno in anno, dall’altro i «nuovi italiani» aumentano vertiginosamente. È dunque chiaro, come scrivono Alina Harja e Guido Melis, nelle foto, nel primo capitolo del loro libro Romeni. Minoranza decisiva per l’Italia di domani che “in un Paese come l’Italia, avviato al declino demografico, i nuovi italiani costituiscono una vera e propria iniezione di giovinezza”. Infatti, gli immigrati saranno, nel futuro prossimo, sostanzialmente I giovani italiani, età media 30 anni. Un quadro in perpetua evoluzione che presenta anche un altro interessante aspetto: la cosiddetta «questione romena».
Questo il tema del breve saggio (171 pagine, 14 euro, edizioni Rubbettino) scritto a quattro mani da Harja e Melis, la prima, giovane giornalista romena (classe 1980) del canale Realitatea Tv – il primo seguito dai romeni in Italia – e il secondo, docente di storia delle istituzioni politiche presso l’università romana Sapienza. Entrambi gli autori sono accomunati da un’esigenza: quella di far luce sulla realtà romena, “universo nascosto che né la politica italiana né quella di Bucarest hanno un reale interesse a documentare”.
Un lavoro che, come spiegano gli autori nella prefazione, non si vuol configurare come una difesa della comunità romena in Italia (“Sappiamo bene i difetti anche cronici dei romeni in Italia e l’impegno che ci vorrà per superarli. Non vogliamo fare un’apologia”), ma come un’analisi obiettiva, seria e documentata. Certo, i criminali romeni esistono, come sempre avviene nelle comunità di recente immigrazione. “Ma soltanto una minoranza dei romeni può essere inchiodata a quei cliché” spiegano ancora gli autori. I romeni in Italia si occupano di settori chiave della società, come ad esempio l’assistenza agli anziani. Perché il mondo romeno è complesso, ancora nascosto e per molti versi misterioso.
Ma come vivono i romeni in Italia? Attraverso varie testimonianze, Harja e Melis danno voce ai romeni presenti nel nostro paese, ai giovani come Stefan, 22 anni, nato nella Romania orientale e in Italia da più di sei anni. “Quando sono arrivato non parlavo bene la lingua, e fare i compiti era difficile. Ma proprio il fatto di dover scrivere e parlare in italiano mi ha aiutato molto. Trovo infatti una scemenza la proposta della Lega Nord sulle classi separate. È proprio la full immersion nella lingua italiana che permette di apprenderla”. E questo Stefan lo sa bene, perché adesso parla con accento romanesco e segue la moda italiana nel vestirsi e nel pettinarsi. Mirela invece non è così positiva come Stefan: ha 14 anni, un aspetto splendido, i capelli biondi ed è timidissima. Confessa di avere una sola amica italiana e ammette che per quanto vada d’accordo con le sue compagne di classe italiane, nella vita frequenta solo romene. Da questa come da altre testimonianze emerge dunque quanto sia ancora difficile il cammino verso l’integrazione, per entrambe le parti. A ulteriore prova di ciò vi sono i recenti episodi tragici che hanno colpito la comunità romena in Italia, ricordati anche nel libro, come quello di Jon Cazcu a Gallarate, bruciato vivo dal suo datore di lavoro perché aveva chiesto di passare da lavoratore in nero a regolare. Oppure, come il delitto consumato in provincia di Olbia da tre giovani, che uccisero Milea Danut a sangue freddo perché lavorava “troppo e troppo bene, tanto da imbarazzare i suoi colleghi di lavoro”.
È anche vero che sono però i romeni stessi a resistere all’integrazione. In questo modo, i contatti con il mondo italiano circostante diventano più complicati: è molto frequente, infatti, che i giovani romeni preferiscano frequentare luoghi privati per romeni. Come gli stessi autori del libro affermano, simili iniziative non aiutano nel cammino dell’integrazione perché possono sfociare “nella difesa gelosa ed esasperata delle proprie radici”.
È dunque necessario comprendere la complessità di un fenomeno come quello dell’immigrazione per poterlo affrontare nel modo dovuto, secondo atteggiamenti avanzati e aperti al cambiamento. La comunità romena in Italia, l’enclave straniera più numerosa sul nostro suolo, non è solo un nido di potenziali criminali. Sono uomini, donne, giovani che vivono tra noi, che lavorano con noi, che frequentano le nostre stesse scuole. E che soprattutto, saranno gli italiani del futuro.

SardiNews

 

26.04.2010

Tg3 – Shukran

A Palermo un attico confiscato alla mafia viene assegnato ad una famiglia rom, scatenando le proteste dei condomini. Dieci anni fa erano appena 220, oggi a Bologna sono quasi 6000. Sono i romeni, cittadini comunitari dopo l’ingresso della Romania nell’Unione Europea nel 2007, che rappresentano la prima comunità straniera in Italia. Ospiti della puntata Alina Harja, giornalista e scrittrice; e padre Ion Rimboi, della Chiesa Ortodossa romena San Rocco. Shukran, poi, è tornato a Cassibile, in provincia di Siracusa, per proporre le voci dei braccianti migranti che sono arrivati per la raccolta delle patate. Per chiudere, a Torino rom e sinti realizzano icone sacre per l’Ostensione della Sindone. Shukran ha seguito la giornata del loro pellegrinaggio.

Video

 

26.04.2010

Nessuno bada alle badanti

La storia di Bianca, Gina e le altre. Romene: colf e tuttofare. Tengono in piedi le famiglie italiane. Cosa ricevono in cambio? Paghe da fame e minacce. “Speravo molto di più. Volevo un figlio. Ma come posso allevarlo se non sono sicura del salario?”

di Alina Harja e Guido Melis

Pubblichiamo un estratto dal libro di Alina Harja e Guido Melis, Romeni. La minoranza comunitaria decisiva per l’Italia di domani, Rubbettino Editore. Un’analisi a 360 gradi della presenza romena nel nostro Paese. Un testo indispensabile per la comprensione del fenomeno.

Bianca, 26 anni, minuta, bionda, è arrivata in Italia circa quattro anni fa. Si è lasciata alle spalle Braşov, una delle città più belle della Romania, in cerca di un lavoro più retribuito, ma anche per stare vicino alla famiglia che viveva già in parte in Italia: il padre faceva il muratore a Napoli, mentre la sorella era badante presso una famiglia romana, dove si prendeva cura di un’anziana signora di 83 anni. Ed è stata appunto lei, la sorella, a trovarle lavoro come colf, sempre a Roma. La sua datrice di lavoro (“la padrona”, dice lei), una donna separata di 49 anni con 3 figli, lavorava come medico presso uno dei grandi ospedali della capitale.

Racconta Bianca: “Quando sono arrivata non parlavo l’italiano, anche se lo capivo a grande linee. Anche perché in Romania io guardavo Rai Uno in televisione. Sono arrivata in Italia con un visto turistico di tre mesi, ma ho iniziato a lavorare subito in questa famiglia. La padrona mi ha promesso che presto mi avrebbe messo in regola”.

Tutto regolare, si direbbe. Ma una volta scaduto il visto turistico la datrice di lavoro inizia a minacciarti.

“Era terribile! – ci dice, e le trema un po’ la voce nel ricordare –. Se prima mi prendevo liberi il giovedì pomeriggio e la domenica, come tutte le altre, dopo che il mio visto è scaduto non potevo praticamente più uscire di casa. La signora mi diceva che, se la polizia mi avesse preso, mi avrebbe rispedito a casa con tanto di interdizione. Io la imploravo di mettermi in regola, come aveva promesso, ma lei mi minacciava che mi avrebbe denunciato ai carabinieri. Praticamente da quel momento ho iniziato a lavorare non stop. Molto raramente mi capitava di poter uscire. Ero come murata in casa. Sedici ore al giorno, curando i tre figli della signora e pulendo una casa di 200 metri quadri. La giornata tipo iniziava alle sei di mattina: preparavo la colazione, i vestiti per i bimbi. Poi li vestivo e li accompagnavo a scuola. Tornata iniziavo a pulire casa, a fare il bucato, a stirare, a preparare il pranzo. Dovevo fare anche i compiti con i bambini… Insomma mi svegliavo prima di tutti e andavo a dormire per ultima. E tutto per una paga di 550 euro al mese”.

Ma c’è di più…

“La signora aveva un compagno che dormiva anche lui qui. Un giorno, mentre lei era al lavoro e i bambini a scuola, quest’uomo ha provato a violentarmi. Mi sono spaventata e l’ho graffiato. Alla signora non ho detto nulla, anche perché non mi avrebbe mai creduto. Lui mi ha minacciata che mi avrebbe denunciata se non facevo quello che diceva lui. È stato molto difficile, in quel periodo. Anche perché non avrei mai ceduto alle sue avance. Ma poi un’amica mi ha detto che lui non avrebbe avuto il coraggio di denunciarmi perché avrebbe messo nei guai anche la signora. In fondo lei ospitava una clandestina”.

Nemmeno l’entrata della Romania nella Comunità europea ha migliorato di molto le cose.

“Mi ricordo bene quella sera. Ero felice e ho brindato con Coca Cola con i bambini. La signora era andata a una festa. La mia situazione sarebbe cambiata del tutto. Non ero più clandestina, non dovevo più vivere nella paura e sotto minaccia. Quella spada di Damocle sarebbe stata finalmente eliminata. Purtroppo però sono successe una serie di cose brutte e siamo stati subito additati come criminali. La signora mi diceva sempre che tanto la Romania sarebbe stata espulsa della Comunità, che noi romeni siamo tutti degli zingari, e le romene tutte delle poco di buono. A un certo punto però le ho risposto: “Saremo pure delle poche di buono, ma almeno un cuore noi ce l’abbiamo”. Si è arrabbiata e mi voleva licenziare. Francamente, forse sarebbe stato pure meglio. Non mi importava, all’epoca. Ero stufa di subire le sue umiliazioni. Poi quando ha visto che io facevo sul serio si è data una calmata. Poi le ho chiesto di mettermi in regola, altrimenti me ne sarei andata. Allora lei mi ha presentato un contratto di lavoro e io l’ho firmato. Solo che in seguito ho scoperto che non l’aveva registrato e che non aveva pagato nessun contributo. Ma intanto mi aveva tolto dei soldi dallo stipendio con la scusa di pagarmi i contributi.

Quando è uscita la legge che parlava dei 500 euro da pagare per mettere in regola le badanti e le colf, mi ha licenziato. Mi ha praticamente buttata in strada. E quando ho cercato di protestare mi ha picchiato, anche. Mi ha dato uno schiaffo, perché dice che le mancavo di rispetto. Io le ho fatto causa e l’ho denunciata ai carabinieri. Adesso se ne occupa un amico, sindacalista romeno. Tante volte non sappiamo neanche i diritti che abbiamo. Io sono stata fortunata a conoscere questo ragazzo, che mi ha detto come devo comportarmi. Ma tante di noi non lo sanno. Adesso? Adesso lavoro a ore. Mai più fissa”.

Qualche dato
Negli ultimi anni nessuno, come le donne romene (e quelle ucraine), ha saputo intercettare il bisogno di assistenza (e di una assistenza prestata con particolare attenzione, cura e familiarità) tanto diffuso in una società come quella italiana, sempre più invecchiata dall’inizio degli anni Duemila. In assenza di reti assistenziali moderne e di un efficace sistema assicurativo privato (che in Italia non c’è mai stato), l’emergenza-vecchiaia è ancora una volta delegata alla famiglia, che, a sua volta, vi provvede attraverso l’antica figura della collaboratrice domestica: domiciliata presso l’anziano assistito (e quindi in pratica in servizio 24 ore su 24), dotata di una sua pragmatica capacità di adattarsi a tutte le situazioni contingenti, spesso sorretta da un istintivo sentimento della solidarietà che si porta dietro come retaggio della famiglia allargata contadina nella quale è cresciuta. Le badanti che arrivano dall’Ucraina sono il 21%, e quelle romene il 16,4%. Seguono, distanziate, le filippine (il 9,5%), le polacche (il 7%), le ecuadoriane (il 6,4%), le marocchine (il 5,7%) e infine le peruviane (il 5%). I salari sono molto variabili, così come le condizioni di vita (che possono o no comprendere l’ospitalità presso l’assistito, il vitto, ecc.). Comunque, in base al contratto Inps, chi cura gli anziani è retribuito in Italia con 4,2 euro all’ora (retribuzione di base, insistiamo a dire).

Altre storie
Anche Gina, 53 anni, di Botoşani, racconta una storia molto simile. È venuta in Italia nel 2000. Ora vive a Firenze e lavora insieme al marito presso una famiglia di architetti. Lui fa il giardiniere.

“All’inizio sono venuta da sola. Un’amica mi aveva trovato lavoro come badante di un signore di 85 anni, a Milano. Lui non era autosufficiente. Gli facevo tutto, gli cambiavo anche i pannoloni. Tutti i giorni, quando mi sedevo a mangiare lui iniziava a gridare che voleva essere cambiato. Puoi immaginare che gusto aveva il cibo per me. Ovviamente ero assunta in nero, senza assicurazioni. Ero insomma clandestina, si dice così? Tutte le volte che uscivo per strada avevo paura degli uomini in divisa, anche se vedevo quelli della sicurezza nella metro. Ho passato così due anni, non ce la facevo più. Poi alla fine ho avuto fortuna: ho trovato una famiglia a Firenze, sempre tramite un’amica. Loro mi hanno messo in regola. Mi trovo bene, adesso. Poi ho fatto venire mio marito e mia figlia. Ci occupiamo – io e mio marito – anche dei loro genitori. E viviamo con loro”.

Ad Arezzo, nel pieno della provincia italiana (e sia pure nella civilissima Toscana) tutto si fa più difficile. Incontriamo Maria e Alina, poco più di vent’anni. Una sposata con un ragazzo romeno, operaio edile, anche lui giovanissimo; l’altra ancora in famiglia con i genitori. I loro sogni, le loro idee, le insofferenze e le speranze sono le stesse delle loro coetanee italiane. Sono venute dalla Romania rurale con il mito del posto fisso, magari commesse nei grandi magazzini o – chissà? – studentesse universitarie a part-time. Vanno invece a servizio a ore nelle case dei benestanti aretini, non sempre assicurate come la legge vorrebbe, spesso sottopagate. Vivono lavorando, anche duramente. La domenica s’incontrano tra loro nella ristretta cerchia degli immigrati romeni. Molti dei loro sogni di giovani ragazze sono svaniti.

Ci dice Maria, carina, bruna, ben truccata, un italiano perfetto:

“Speravo molto di più. Volevo un figlio, con il mio Ian. Non posso permettermelo. Con chi lo lascerei per andare al lavoro? E poi come posso pensare di allevarlo se non sono sicura del salario? Sto invecchiando (ride, insieme all’amica che la ascolta), passano gli anni e non so se cambierà”.

E Alina, intervenendo:

“Qui le vetrine sono piene di cose belle e la passeggiata in centro, la sera del sabato, di ragazze della nostra età ben vestite e carine. Noi le guardiamo. Non abbiamo molti amici di Arezzo, amici italiani dico: ce ne stiamo molto tra di noi…”. Storie di delusione. Di ordinario sfruttamento, anche, in un Paese che vanta una delle legislazioni a tutela del lavoro più moderne d’Europa. Ma l’immigrazione, persino quella comunitaria, rientra a stento nelle tutele sindacali: fa storia a sé.

23.04.2010
Romeni, il libro di Diana Alina Harja
Recensito ieri da l’Unità, il saggio della giornalista di Parva è pubblicato dalla Rubbettino

Romeni delinquenti. L’equazione è più o meno questa. E Diana Alina Harja ci si è sempre incazzata. A te pareva la constatazione dell’ovvio ma notavi che la scemenza va veloce, che prende strade inaspettate, che sale sugli alberi e si cala dall’alto. Ma lei no. E oggi ti fa la rubrica su ParvapoliS, e poi, su Tele Etere ti fa il Tiggì rumeno, la pagina in rumeno sul Territorio, ma soprattutto tanti incontri, dibattiti. Lo scopo? Far capire che le rumene non sono tutte zoccole e badanti. E i loro compagni non sono solo zingari, perdigiorno o delinquenti. Ti faceva notare che c’era Cioran. Io preferisco Hegel, ma c’era Cioran. C’era Ionesco. Io preferisco Pirandello. Ma c’era Ionesco. Ti faceva notare che c’era Eminescu. Due palle così. Io preferisco Leopardi. E lei arrivava a Celibidache. Non ho mai sopportato la sufficienza con la quale dirige. Gli preferisco Muti che sembra sempre rapito, una pizia, un mistico, che se ne sta lì, tutto bello bagnato di note. Celibidache ha un ghigno stampato in faccia che pare ti voglia prendere per il culo. Insomma: Diana stava sempre lì a dirti che la cultura rumena c’era. Poteva non essere l’eccellenza, ma il suo contributo al dibattito culturale europeo l’aveva sempre dato, che arditezze di pensiero c’erano state, che la Romania non la leggi sempre alla voce disperazione. E ora Alina Harja (il Diana purtroppo pare si sia perso per strada, e questo non sempre glielo perdono) te lo dice pure in un libro. Non ci sono santi. Domani ci farà anche un film. Il libro, scritto a quattro mani con Guido Melis e pubblicato da Rubbettino, si chiama «Romeni».
Proprio ieri la recensione su L’Unità. È la comunità di residenti più numerosa; ci sono, non lo diresti, pure 20mila imprese romene sul territorio che aiutano a vivere interi settori della nostra economia, dall’edilizia all’agricoltura. E poi il muro di ostilità. Anche dei media. La rassegna stampa “fa rabbrividire” dice l’Unità. La prime pagine dei nostri quotidiani accreditano la “propensione a delinquere” che discenderebbe da una “matrice etnico-nazionale”. Peggiora tutto il fatto che la comunutà rumena (anzi: romena, perché se usi la u sei razzista) è distante dalla politica, frammentata, senza rappresentanza e “tendente a una consolatrice chiusura identitaria”. I razzisti però non hanno fatto i conti con Diana Alina Harja, che avrà perso pure il Diana per strada ma resta la persona grintosa che mi insultava quando timidamente gli obiettavo che preferivo Leopardi ad Eminescu e Muti a Celibidache. Le avete fatto girare i coglioni? E adesso sono cazzi vostri…

Parvapolis

22.04.2010
«I rumeni? Tutti stupratori». Un libro ci aiuta a conoscerli e spezzare il pregiudizio
Li demonizziamo e perseguitiamo senza conoscerli. Per rompere il pregiudizio ci aiuta «Romeni», un libro di Alina Harja e Guido Melis che raccoglie le storie di alcuni dei tanti che vivono nel nostro paese.

«Romeni delinquenti». Mai stereotipo colpì più violentemente un’intera comunità.
Fuori dalla cronaca nera, cosa si sa dei rumeni, del loro Paese d’origine, della loro cultura, di come e dove vivono e di quale lavoro fanno in Italia? Pressoché niente, prima del documentato libro di Alina Harja e Guido Melis “Romeni, la minoranza decisiva per l’Italia di domani” (Rubettino Editore) che restituisce loro un volto umano e una voce, attraverso una serie di interviste a imprenditori, badanti, giovani e musicisti.

In meno di vent’anni, sono diventati la comunità straniera più numerosa d’Italia: sono 780mila i residenti attuali (erano solo 8000 nel 1990). E, con l’entrata della Romania nell’Ue il primo gennaio 2007, cittadini comunitari a tutti gli effetti (una realtà spesso negata). Ma chi sa che detengono il primato delle assunzioni nel lavoro (il 22% di tutti i lavoratori stranieri occupati) e che nella penisola operano ben 20mila imprese romene? Fanno, cioè, vivere interi settori chiave della nostra economia, dall’edilizia all’agricoltura, con un primato nell’assistenza agli anziani; dove non mancano storie di sfruttamento e ricatti dei datori di lavoro, come testimoniato in questo libro. Tanto che dopo il “pacchetto-sicurezza» del 2009 , il Governo è stato costretto a inventarsi la sbrigativa regolarizzazione di colf e badanti per prevenire l’emoraggia che un’espulsione di massa sarebbe costata. In un Paese in pieno declino demografico, questi flussi sono inoltre una vera iniezione di giovinezza: per attitudine allo studio e vicinanza della lingua, saranno tra i più integrati dei «nuovi italiani» di domani.

Eppure un muro di ostilità li circonda e l’etichetta romeni=criminali abita le menti (insieme alla diffusa confusione tra romeni e rom). Dall’omicidio di Giovanna Reggiani nel 2007 e il via a un martellamento mediatico, si passa dall’intolleranza alla criminalizzazione: i romeni sono tutti «potenziali stupratori». La rassegna stampa del periodo (uno dei capitoli più interessanti del volume) fa rabbrividire, tanto ha infranto ogni «codice deontologico» giornalistico. Prime pagine accreditano la “propensione a delinquere» che discenderebbe da una «matrice etnico-nazionale» … I connotati negativi diventano dichiaramente razzisti. Come ricorda Luigi Manconi nella sua acuta prefazione, il meccanismo è ampiamente paragonabile alla precedente stigmatizzazione nei confronti di un «soggetto altro e ostile, quello albanese, nel corso di tutti gli anni ’90». L’«ostilità è variabile», ma intanto il «danno d’immagine» inferto è profondo e difficilmente sarà risanabile in una comunità distante dalla politica, frammentata, senza vera rappresentanza (neanche un consigliere comunale a Roma) e tendente a una consolatrice chiusura identitaria.

Dal 2007-2008 quella «psicosi collettiva» ha dettato l’agenda politica, nonché la deriva del nostro ordinamento verso un «diritto d’eccezione». È stata la destra in primis ad aver alimentato a dismisura una campagna di odio, non esitando a cavalcare una presunta «questione romena», ma anche la sinistra ad avere catastroficamente «subito il terreno proposto dalla destra». Basti ricordare che, da sindaco di Roma, Walter Veltroni fu il primo a firmare un decreto volto all’espulsione dei romeni (bypassando pure il diritto di libera circolazione nei territori degli Stati membri) …

Ci vorrà tanto lavoro per risanare questa pericolosa stigmatizzazione di un intero popolo e per costruire una nuova cittadinanza romena. Leggere questo incisivo saggio è un primo passo per conoscere la comunità romena per quello che è .• :.

FLORE MURARD-YOVANOVITCH