Giustizia: Pd, aderiamo a manifestazione del 24 contro smantellamento

aprile 27, 2010

21.04.2010

Roma, 21 apr. – (Adnkronos) – ”Diamo la nostra solidarieta’ ai lavoratori della giustizia e aderiamo manifestazione del 24 aprile per protestare contro la politica di un governo disinteressato all’efficace funzionamento della giustizia”. Lo dichiarano i deputati del Pd componenti della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti a nome di tutto il gruppo parlamentare della commissione Giustizia.

Cinzia Capano, Mario Cavallaro, Pasquale Ciriello, Paola Concia, Gianni Cuperlo, Gianni Farina, Guido melis, Anna Rossomando, Marilena Samperi, Lanfranco Tenaglia, Pietro Tidei, Jean Leonard Touadi, e Guglielmo Vaccaro aggiungono che ”senza un progetto organico e investimenti adeguati, le giuste aspirazioni dei cittadini ad una giustizia efficiente ed efficace andranno purtroppo deluse. Noi -concludono- continueremo a chiedere l’urgente calendarizzazione in parlamento del nostro disegno di legge per l’efficienza della giustizia che contiene anche la soluzioni ai problemi del personale giudiziario”.

Libero


Editoria, nasce comitato nazionale per disciplinare rese

aprile 27, 2010

10.04.2010

Roma, 20 APR (Il Velino) – Un comitato nazionale per disciplinare in modo certo e uniforme su tutto il territorio le rese della stampa invenduta dal distributore all’editore, cosi’ da evitare il rischio di truffe e contenziosi, e’ stato costituito a Roma, a seguito della riunione, a Palazzo Valentini, dei distributori di giornali di varie sedi e regioni italiane. Presenti all’incontro anche il presidente dell’associazione nazionale distributori Anadis, Paolo Cocozza, i parlamentari Giancarlo Lehner (Pdl), Guido Melis (Pd), Antonio Rugghia (Pd), e i senatori Angelo Maria Cicolani (Pdl), Mario Gasbarri (Pd), Vincenzo Vita (Pd) e il consigliere della provincia di Roma Ruggero Ruggeri (Pd).
Proprio quest’ultimo ha spiegato: “nel corso della riunione i distributori hanno denunciato un problema comune che ha costretto addirittura a chiudere alcune attivita’. Da tempo numerose agenzie del settore sono infatti costrette a sostenere un costoso contenzioso giudiziario con una societa’: Accademia Marketing e Comunicazioni srl, riconducibile all’architetto Gaetano Sapienza, editore fiorentino specializzatosi in pubblicazioni, che si autodefiniscono ‘per l’infanzia’. Si tratta di prodotti di cui, rimane regolarmente invenduto circa il 90 per cento.
Questo editore – aggiunge Ruggeri – nonostante i solleciti, i vigenti accordi sindacali e la prassi consolidata, omette sistematicamente di ritirare le rese delle proprie pubblicazioni invendute per poi pretendere dal distributore, a distanza di molto tempo, il pagamento dell’importo integrale, come se i prodotti fossero stati venduti”. Il presidente dell’Anadis Cocozza ha ricordato che “la cosa grave e’ che il Tribunale di Firenze ha emanato nei confronti dei vari distributori una serie di decreti ingiuntivi, munito di formula di provvisoria esecutorieta’. Tali decreti ingiuntivi – aggiunge – sono per di piu’ emessi in assenza della necessaria prova scritta e risultano particolarmente onerosi per i distributori, costretti a pagare somme, spesso per migliaia di euro, in via provvisoria, prima ancora che la causa venga decisa. Il comitato – conclude Cocozza – intende promuovere iniziative, anche sul piano normativo, al fine di evitare il ripetersi di simili episodi e fare in modo che la disciplina delle rese sia definita secondo criteri chiari e uniformi sul territorio nazionale, tenendo conto dei principi consolidati e rintracciabili nei protocolli solitamente applicati al settore”. (com/gas) 201330 APR 10 NNNN


Presentazione degli Studi in onore di Luigi Berlinguer

aprile 14, 2010

10.04.2010

Si è svolta, venerdì, 9 aprile 2010, alla Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, la presentazione del volume TRA DIRITTO E STORIA – STUDI IN ONORE DI LUIGI BERLINGUER . Sono intervenuti: AURELIO CERNIGLIARO, ENNIO CORTESE, GUIDO MELIS, STEFANO RODOTÀ, VIRGINIO ROGNONI

L’intervento di Guido Melis:

Tocca a me, come allievo anziano (si dice così) di Luigi Berlinguer, il compito di tracciarne una sintetica scheda scientifico-biografica.

Compito non facile, reso ancor più arduo dagli antichi rapporti personali che ci legano. Era, se non sbaglio, il 1968-69, il mio primo anno di giurisprudenza a Sassari, quando ho conosciuto Luigi. Ho frequentato i suoi corsi e sono rimasto subito affascinato dalle sue lezioni, ma ancora di più sono stato colpito dalla sua concezione rigorosa, quasi operaia, del lavoro scientifico anche nei suoi aspetti più di dettaglio; e insieme dal suo attivismo febbrile.

Il 1968. Anno fatidico per l’università italiana, importante per me. Mi ero iscritto alla facoltà giuridica per fare poi tranquillamente, come lasciava presupporre la tradizione di famiglia, l’avvocato nello studio legale di mio padre. Luigi – diciamo così –  mi traviò, contagiandomi la passione per gli studi storici, in particolare per quelli storico-istituzionali.

Luigi aveva allora 36 anni. Nato a Sassari nel 1932, in una grande famiglia che degli studi umanistici e dell’impegno civile aveva fatto tutt’uno da almeno due generazioni, aveva studiato nel Liceo classico “Azuni”, la fucina di quasi tutta la classe colta sassarese del Novecento. Iscrittosi a giurisprudenza, vi aveva incontrato Antonio Era, allievo di Enrico Besta, professore di storia delle istituzioni giuridiche ed economiche della Sardegna, cultore di una storiografia giuridica locale attenta alle tradizioni e alle fonti, bibliofilo appassionato, frequentatore assiduo di archivi, personalità – anche dal punto di vista umano – niente affatto banale. Un conservatore – anzi, politicamente parlando, un monarchico: ma disposto ad assumere come allievo, introducendolo nell’insegnamento universitario, quello che era allora un giovane dirigente comunista. Ed erano – vale la pena di ricordarlo – i terribili, anche feroci anni Cinquanta.

Da quell’incontro sarebbe derivata in Luigi la sensibilità filologica, persino un certo gusto per l’erudizione; ma anche una percezione acuta, mai più dimenticata in avvenire, per le potenzialità di una storiografia locale non provincialistica, fortemente basata sul controllo delle fonti, metodologicamente consapevole della lezione delle grandi storiografie nazionali europee.

Sotto la guida di Era, Berlinguer si laurea nel 1955, con una tesi che verte sul moto antifeudale sardo del 1795-96 (il testo, rivisitato, diverrà poi la sua prima pubblicazione scientifica).

Frattanto ha avuto inizio il suo apprendistato politico come militante del Partito comunista: segretario provinciale e poi regionale della Federazione giovanile comunista sarda, consigliere provinciale, consigliere comunale di Sennori, un piccolo centro rurale alle porte di Sassari, dal 1956 al 1960. Quell’anno, 1960, a Sennori diviene sindaco. Nel 1963 viene eletto alla Camera dei deputati.

Università e politica, capire la storia del mondo e sforzarsi al tempo stesso di contribuire a cambiarla. Fatica individuale sulle carte e impegno collettivo nell’azione. Si delineavano così, sin da allora, i versanti solo apparentemente giustapposti di un’attività intensissima, fitta di responsabilità in entrambi i campi: quello della ricerca e specialmente dell’organizzazione scientifico-accademica, quello della testimonianza politica e della rappresentanza politico-istituzionale.

Cessato il mandato parlamentare, nel 1968, Berlinguer rientra a pieno titolo nell’università, per esservi profondamente segnato dal secondo cruciale incontro intellettuale del suo apprendistato accademico: quello con Domenico Maffei, a Siena, che lo introduce in uno dei laboratori di ricerca più prestigiosi d’Italia, in cui si affinano le predilezioni filologiche e si saldano rapporti culturali ed umani destinati a pesare a lungo. Nel 1968 consegue la libera docenza in storia del diritto italiano e ottiene l’incarico a Sassari di esegesi delle fonti del diritto italiano, ma l’anno accademico successivo, 1969-70, ancora come professore incaricato, si trasferisce nell’ateneo senese. Nel 1970, infine, vinta la cattedra sassarese che era stata di Antonio Era, quella di istituzioni giuridiche ed economiche della Sardegna, ritorna nell’ateneo sardo come professore straordinario.

Frattanto ha trascorso un proficuo soggiorno di studi in Gran Bretagna ed ha pubblicato i suoi primi, apprezzati studi d’esordio. Tra i quali spiccano specialmente, per rilevanza del tema e novità di impostazione, quelli sulla figura e l’opera di Domenico Alberto Azuni, fondatore sette-ottocentesco del moderno diritto internazionale del mare (specialmente il volume del 1966, Domenico Alberto Azuni, giornalista e politico. Un contributo bio-bibliografico e il successivo Sui progetti di codice di commercio del Regno d’Italia. Considerazioni su un inedito di D.A. Azuni, del 1970), attraverso i quali prende corpo, sulla scorta di rigorose ricerche condotte negli archivi e nelle biblioteche di vari paesi, una biografia intellettuale originalissima, al tempo stesso esplorazione acuta del momento di fondazione di quel diritto del commercio e dei traffici sovranazionali che, nascendo dalla pratica degli affari, rappresentò un settore decisivo delle scienze giuridiche dell’Europa tra XVIII e XIX secolo.

I primissimi anni Settanta trascorrono tra Sassari (dove Berlinguer nel 1972 viene eletto preside della facoltà) e Siena (dove vive e mantiene un incarico di insegnamento e saldi collegamenti di ricerca: formerà anche qui, come a Sassari, un agguerrito nucleo di giovani allievi). In Sardegna un finanziamento Cnr gli consente di raccogliere attorno a sé un piccolo gruppo di ricerca di giovani e giovanissimi, tutti laureandi o quasi: quelli che – con un’autoironia certo non estranea alle corde del fondatore – si autodefiniranno d’ora innanzi “la scoletta di Berlinguer”. Ne verrà comunque una vasta ricerca sulla storia dei partiti popolari sardi nel Novecento tutta condotta negli archivi sardi e romani, destinata in parte a contribuire a quella riscoperta della storia della Sardegna contemporanea che nel decennio successivo avrebbe raggiunto i suoi più maturi e stabili sviluppi con la pubblicazione del volume della Storia d’Italia Einaudi per Regioni, affidato appunto alla cura di Luigi e di Antonello Mattone. 

Da preside, nell’arco di poco meno di un anno, Berlinguer avvia nella facoltà giuridica sassarese il corso di laurea in scienze politiche, chiamando ad insegnarvi alcuni dei giovani docenti più brillanti d’Italia: dai giuristi Valerio Onida, Tullio Treves, Gustavo Zagrebelsky, Franco Bassanini agli storici Roberto Ruffilli, Mario Ascheri, Mario Da Passano, Paolo Nardi, Renato Monteleone, Nicola Gallerano, Andreina De Clementi, all’economista Sebastiano Brusco, al filosofo del diritto Riccardo Guastini, al sociologo Ezio Moriondo (i primi studi sociologici sulla magistratura), al politologo Danilo Zolo. Irripetibile stagione di ricerche, confronti, dibattiti anche pubblici, dalla quale sarebbero derivati, anche per i giovanissimi ricercatori sassaresi esordienti, stimoli, insegnamenti, reti preziose di relazioni future.

Studioso, dunque. Ma anche (e starei per dire specialmente) organizzatore e animatore di studi collettivi. Nel 1971 Berlinguer assume la direzione di “Democrazia e diritto”, la rivista dei giuristi che si rifanno al Partito comunista, indirizzandola subito verso i temi della riforma dello Stato, delle istituzioni, dell’amministrazione pubblica. Dal 1975 al 1982 viene eletto consigliere regionale della Toscana. Sarà tra i principali promotori, in quegli stessi anni, della ricerca e collana editoriale sul “Sistema delle autonomie, rapporti tra Stato e società civile”, dedicata dal Consiglio regionale della Toscana al trentennale della Repubblica e della Costituzione.

Nel 1974, intanto, ha pubblicato su “Studi storici”, all’epoca diretta da Ernesto Ragionieri, un illuminante saggio intitolato Considerazioni su storiografia e diritto. Polemico intervento: sia sui limiti della storiografia giuridica italiana e anche dell’insegnamento accademico delle relative discipline, indicati con severa puntualità nel pervicace rifiuto di oltrepassare, nella ricerca universitaria, l’epoca dell’alto e basso Medioevo; sia sui gravi ritardi della tradizione marxista italiana del dopoguerra rispetto al tema delle istituzioni contemporanee, della loro evoluzione storica, specialmente della loro relativa autonomia rispetto alla struttura economica delle società occidentali. Il saggio, per la sede in cui appare e soprattutto per i suoi contenuti innovatori, non mancherà di suscitare reazioni, incontrando una domanda di rinnovamento storiografico che investe ormai un’intera nuova generazione di giovani studiosi.

Si conferma qui uno dei dati peculiari della personalità di Luigi Berlinguer. Rispetto ad una tradizione universitaria come quella italiana, storicamente imperniata sulla figura prestigiosa ma al tempo stesso individuale del grande maestro, cui corrisponde poi una più o meno radicata scuola accademica composta di altrettante individualità, gerarchicamente sottordinate ma che insistono tutte sul medesimo settore di studi, Berlinguer per molti aspetti costituisce un’eccezione. La sua irreprimibile curiosità culturale, e la quasi naturale capacità di raccogliere intorno a sé équipes di ricercatori, lo conducono verso modelli di organizzazione della ricerca piuttosto simili a quelli della tradizione anglosassone, con forti contaminazioni interdisciplinari e collegamenti orizzontali, rapporti “alla pari” con altri gruppi di studiosi, allievi impegnati su temi e in settori di ricerca talvolta anche distanti da quelli del promotore. Tipica di questa concezione aperta della ricerca è l’imponente impresa messa in piedi negli anni Ottanta sulla “Leopoldina”, con il coinvolgimento di decine di ricercatori italiani e stranieri, culminata nella pubblicazione di una serie di importanti volumi. Il tema (“Criminalità e giustizia criminale nelle riforme del ‘700 europeo”) segnala un altro degli interessi costanti di Berlinguer: quello verso la storia della giustizia e del diritto penale, forse suscitato alle origini dalla frequentazione sassarese di Antonio Pigliaru, il non dimenticato filosofo del diritto autore alla fine degli anni Cinquanta di una originale monografia sulla Vendetta barbaricina come ordinamento giuridico. Qui però quell’antica ispirazione si è ormai tradotta in un impianto interamente storiografico, consapevole (nell’articolazione della ricerca, nella stessa scelta degli studiosi chiamati a parteciparvi) della complessità del fenomeno criminale, delle sue molteplici  valenze sociali e culturali, della profonda connessione tra il suo disciplinamento e il ruolo cruciale assunto allora dal diritto, specialmente da quello penale, nell’ambito della storia moderna come storia della civilizzazione. “Ma la civiltà penale – cito da un breve intervento di Luigi Berlinguer su “Repubblica” dei primi dell’ ’87 – è conquista difficile, del sentimento e della ragione. E’ quasi un lusso […]. E’ un lusso che bisogna meritarsi, conquistarsi; e non con atti velleitari di un isolato garantismo di pochi, o per semplice decreto illuminato, bensì attraverso un complicato intreccio fra stabilità ed equilibrio sociale, cultura penale evoluta e politica riformatrice di progresso. Tutti ingredienti che è difficile ma necessario coniugare congiuntamente”.

Parole, mi si consenta questo solo inciso, che suonano oggi di preoccupante attualità.

Segue, nella biografia di Berlinguer, un nuovo periodo di intensa partecipazione a responsabilità politiche  e di governo. Dal 1985 al 1994 rettore di Siena (con un impegno straordinariamente efficace in direzione dell’internazionalizzazione dei rapporti di quell’ateneo), nel 1989-94 segretario assai influente della Conferenza dei rettori, membro del Consiglio nazionale della scienza e della tecnologia, presidente del consiglio dei rettori nel Consorzio delle università a distanza, membro dal 1986 della commissione ministeriale per lo sviluppo dell’università.

Nel 1993, chiamatovi da Carlo Azeglio Ciampi, accetta la responsabilità del Ministero dell’università e della ricerca scientifica, ma deve dimettersi il giorno successivo alla nomina per sopravvenute, insormontabili difficoltà politiche (circolò in quei giorni a Siena una deliziosa vignetta, rimasta inedita, del suo amico Emilio Giannelli, nella quale lo spirito di Enrico Berlinguer preconizzava solennemente al cugino Luigi, studentello, vestito coi pantaloni alla zuava e i libri scolastici sotto il braccio: “Sarai ministro, un giorno!”). Nel 1994 è eletto alla Camera, capogruppo, membro della commissione affari costituzionali. Lo sarà ancora nel 1996, assumendo nel primo governo Prodi la guida dei due ministeri (Pubblica istruzione e Università) e poi, negli esecutivi successivi sino al 2000, quella della sola Pubblica istruzione. Di quest’ultimo, intenso e controverso periodo, trarrà un bilancio nel volume laterziano del 2001 su La scuola nuova. Nel 2001 sarà rieletto, questa volta al Senato.

Nel 2002 è designato dal Parlamento come membro laico nel Consiglio superiore della magistratura, dove sino al 2006 svolgerà un’intensa attività della quale merita qui d’essere almeno rammentata la nascita strategica della Rete europea dei consigli di giustizia, di cui dal 2004 al 2007 gli viene conferita la presidenza. Nel 2009 è eletto deputato europeo nella circoscrizione del Nord-Est per il Partito democratico. Fonda e dirige frattanto la rivista digitale “education 2.0”.

Non siamo in grado di prevedere, attualmente, quali altri incarichi aspettino nei prossimi decenni questo giovane settantenne.

Sono arrivato così alle conclusioni, dopo un percorso certo troppo sommario. Insufficiente – lo so benissimo – a dire quello che Luigi ha rappresentato.

E’ stato – lo possiamo ben dire noi, che abbiamo avuto la fortuna di essergli stati allievi – innanzitutto un maestro eccellente. Esigente, severo, mai incline ad accontentarsi di sé stesso e di noi. Non c’è stato scritto, in tutti questi anni, che non gli abbiamo sottoposto senza riceverne in cambio annotazioni e critiche impietose. Non incontro, colloquio, discussione nei quali non ci abbia trasmesso il suo entusiasmo del fare, la sua voglia di fissare sempre più in là l’obiettivo dei nostri studi. Si sarebbe potuta immaginare, dato il suo impegno diretto nella politica, una gestione prudente e curiale della ricerca, dei suoi temi, delle sue impostazioni: non sempre la politica è compagna discreta della libertà scientifica. Viceversa Berlinguer è stato, con noi suoi allievi, un autentico maestro del dubbio, nemico di impostazioni ideologiche e autoreferenziali, spesso metodologicamente eversivo. Pronto all’atto pratico (ciò che non sempre avviene in accademia, dove spesso predomina la gelosia delle appartenenze) a incoraggiare le letture eterodosse, le frequentazioni di altre scuole, i collegamenti anche organici con altri maestri.    

Come intellettuale e come uomo politico non c’è dubbio che Berlinguer appartenga ad una tradizione del dopoguerra italiano che chiamerei gramsciana. In lui i due termini del dilemma – la professione dell’intellettuale e la militanza in politica e nelle istituzioni – hanno potuto convivere armonicamente, l’una nutrendo l’altra, in un rapporto mai interrotto e vitale. Può darsi che questa tradizione oggi appaia – e sia –  effettivamente inattuale, per complesse cause che non è qui il caso di evocare. Ma mi sia consentito, in conclusione, di osservare che una politica senza radici culturali profonde non comprende il mondo che cambia, e una cultura incapace di interrogarsi sui destini collettivi della società tradisce la sua missione.

Questa missione Luigi Berlinguer, giurista, storico, accademico, organizzatore di cultura, uomo della politica e delle istituzioni, non l’ha mai tradita.


Lettera Al Presidente della Regione Autonoma della Sardegna

aprile 14, 2010

02.04.2010

On. Ugo Cappellacci

S.P.M.

Oggetto: Richiesta d’incontro sull’area archeologico-paesaggistica di Tuvixeddu.

Egregio Presidente,

Le scriviamo in riferimento alle problematiche della tutela e valorizzazione del complesso morfologico dei colli di Tuvixeddu-Tuvumannu, sul quale noi sottoscritti Parlamentari abbiamo dato vita dal 2008 ad un Osservatorio parlamentare per coordinare le iniziative rivolte a salvaguardare l’integrità e la fruibilità del sito, svolgendo un primo sopralluogo sempre nel novembre 2008, su richiesta dell’Associazione Legambiente Sardegna, accompagnati dall’archeologo Alfonso Stiglitz. Il sopralluogo interessò le zone di S. Avendrace, Is Maglias e la sommità del colle di Tuvixeddu. Infine fu effettuata una visita alla mostra tematica dei reperti della necropoli fenicio-punica, allestita nel Museo Archeologico Nazionale. All’Osservatorio ha aderito anche il deputato  Fabio Granata, con il quale si svolse una visita nell’area lo scorso 3 luglio.

Per approfondire la questione, fin da allora da noi ritenuta di rilevanza nazionale per la eccezionale e rara compresenza di peculiarità archeologiche, paesaggistiche e storico-culturali in un compendio esteso per oltre 60 ettari nel cuore della vostra città, torneremo a Cagliari il giorno 16 aprile, anche in questo caso su invito di Legambiente Sardergna.

Con la presente Le chiediamo, nell’occasione di questa nostra seconda visita, un incontro per poterLe sottoporre le nostre valutazioni e proposte per scongiurare definitivamente il rischio che l’area possa essere compromessa da massicci interventi edificatori, e poter conoscere – alla luce del recente Odg del Consiglio Regionale della Sardegna  – quali interventi la Giunta da Lei presieduta intenda intraprendere per fare di Tuvixeddu-Tuvumannu un grande Parco Archeologico-Paesaggistico in applicazione al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

 

Cordiali saluti, 

Sen. Roberto Della Seta

On. Fabio Granata

On. Guido Melis

Sen. Francesco Sanna

On. Amalia Schirru


Lettera aperta di Giorgio Macciotta e Guido Melis al segretario regionale Pd Silvio Lai. Sassari, 27 marzo 2010.

marzo 31, 2010

Caro Silvio, abbiamo deciso di inviarti qualche nostra riflessione sullo stato del partito in Sardegna, sul progressivo complicarsi della sua gestione interna, e di esprimerti le nostre vivissime preoccupazioni.

Come sai siamo stati entrambi, immediatamente dopo la tua elezione, tra coloro che, pur non avendoti votato, hanno deciso di scommettere sulla tua capacità di svolgere un ruolo di aggregazione delle culture e di rinnovamento dei gruppi dirigenti del Partito che, con un voto espresso non solo dagli iscritti, eri stato chiamato a dirigere.

Abbiamo operato in questa prospettiva  (che ha trovato un suo riscontro nella faticosa ricerca dell’unità interna realizzata a Sassari e provincia) ma non possiamo nasconderti che cresce in noi la preoccupazione per una gestione che, in particolare in relazione al prossimo delicato appuntamento elettorale, rischia di chiudere ad ogni apertura e di risolversi in un incomprensibile ricerca dell’equilibrio a tavolino tra “notabili” delle principali componenti costitutive del PD.

Brevemente il quadro come appare a noi.

Lo strumento delle primarie come elemento di apertura del partito e dei suoi gruppi dirigenti non solo non è valorizzato ma anzi viene apertamente osteggiato, anche in dispregio dello Statuto: i casi di Nuoro (elezioni provinciali) e di Portotorres (elezioni comunali) indicano i guasti che da tale scelta possono derivare.

In almeno tre consultazioni provinciali le primarie potrebbero essere invece il modo per dare slancio in situazioni di oggettiva difficoltà. Pensiamo al Sulcis Iglesiente (dove occorre sostituire il Presidente uscente, disinvoltamente passato alla coalizione di centro destra); a Cagliari (le vicende extra politiche, impongono, come minimo, anche se si decide la ricandidatura del Presidente uscente, una sua legittimazione attraverso primarie); a Sassari (dove, per cancellare l’impressione che le modalità di delegittimazione del Presidente uscente siano la conclusione di una congiura di palazzo, primarie partecipate sarebbero non solo formalmente dovute ma politicamente più che opportune).

Ci appare invece evidente il tentativo di risolvere questi obbiettivi problemi politici attraverso mediocri accordi tra correnti e gruppi, mirati, soltanto, a ricostituire gli equilibri di potere interni alla ristretta maggioranza del partito. Addirittura è in atto, in una bozza di regolamento che si propone di approvare a giochi già iniziati (il che è quanto meno scorretto), il tentativo di limitare l’accesso alle primarie di coalizione ad un  solo candidato per volta del Partito democratico.

Il rischio di una demotivazione di militanti e simpatizzanti, di una coalizione non coesa è in questo contesto assai forte. Ne cogliamo già le avvisaglie negli umori del nostro elettorato.

È del tutto assente, infatti, nella gestione della maggioranza del Partito, qualsiasi attenzione alle proposte della minoranza e, soprattutto, all’esigenza di costruire una coalizione coesa, anche aprendosi a candidature, per i vertici apicali e per le assemblee, che siano espressione più compiuta di effettive competenze e di rinnovamento. Solo una simile linea, assunta con coerenza e determinazione, sviluppata alla luce del sole, potrebbe consentirci di scegliere, attraverso le primarie (statutariamente previste e elemento distintivo del nostro Partito) candidati a quel punto unanimemente condivisi e, soprattutto, percepiti dall’elettorato come estranei a mediocri lottizzazioni e riposizionamenti dei gruppi dirigenti ristretti del PD.

Siamo certi, caro Silvio, che comprenderai la nostra preoccupazione, che, come capirai, è anche attenta ai riflessi nazionali del turno elettorale sardo. Se, come tutto fa prevedere e come ci auguriamo, le elezioni regionali nella penisola segneranno un ulteriore passo del declino del berlusconismo, sarebbe davvero grave che la prova d’appello a un mese di distanza, le provinciali in Sardegna, si concludesse con un segno diverso.

             Giorgio Macciotta

             Guido Melis


«Primarie d obbligo»

marzo 31, 2010

28.03.2010

CAGLIARI. Il deputato del Pd Guido Melis e Giorgio Macciotta hanno scritto una lettera aperta al segretario regionale Silvio Lai sullo stato del partito democratico, «sul complicarsi della gestione interna». «Lo strumento delle primarie», scrivono Melis e Macciotta a Silvio Lai, «come elemento di apertura del partito e dei suoi gruppi dirigenti non solo non è valorizzato ma viene apertamente osteggiato: i casi di Nuoro (elezioni provinciali) e di Portotorres (elezioni comunali) indicano i guasti che da tale scelta possono derivare». In almeno tre consultazioni provinciali – scrivono Melis e Macciotta – le primarie potrebbero essere il modo per dare slancio in situazioni di difficoltà. Pensiamo al Sulcis, a Cagliari (le vicende extra politiche impongono se si decide la candidatura dell’uscente una sua legittimazione attraverso primarie); a Sassari dove per cancellare l’impressione che le modalità di deleggitimazione del presidente siano la conclusione di una congiura di palazzo, primarie partecipate sarebbero non solo formalmente dovute ma politicamente più opportune.

La Nuova Sardegna


Il Pd ozierese è per l autonomia dell ospedale Segni

marzo 31, 2010

19.03.2010

OZIERI. Era attesa ed è giunta, qualche giorno fa, la presa di posizione del Partito democratico sulla proposta di autonomia dell’ospedale e del distretto sanitario di Ozieri. Il pieno appoggio all’idea è emerso dal convegno «Sanità. Quale futuro?». La consonanza di vedute tra gli esponenti delle forze politiche è stato il filo conduttore del dibattito, dove non sono comunque mancate alcune critiche del Pd alla nascente riforma. Ma bisogna agire, hanno concluso i convenuti, e portare avanti l’idea di autonomia. La parola spetta ora a Sassari, dove questa sera la segretaria del Pd locale Rosa Serra e il sindaco Leonardo Ladu presenzieranno a un convegno del Pd sulla Sanità. «Crediamo sia un’idea realistica, concreta e responsabile – ha chiosato Rosa Serra -, perché è condivisa e deriva da un dibattito che ha coinvolto tutte le forze politiche del territorio, che hanno dimostrato grande maturità politica». Al convegno, davanti a un pubblico di esponenti del Pd e di altri partiti, di cittadini, medici, rappresentanti sindacali e di enti locali, l’impegno a portare avanti la proposta di autonomia della Sanità del territorio è stata fatta propria dal capogruppo nel consiglio regionale Mario Bruno e ha incassato il sì della presidente della Provincia di Sassari Alessandra Giudici. Importanti gli interventi del segretario regionale Silvio Lai e del deputato Guido Melis. È stato un coro a più voci, con gli interventi di Nanni Terrosu e Antonio Doneddu del Pdl, Vanni Fadda dei Riformatori, Vittorio Budroni della Cisl e del sindaco di Anela Giovanni Flore. (b.m.)

La Nuova Sardegna


Sassari con la Costituzione

marzo 31, 2010

14.03.2010

SASSARI. L’ondata più consistente arriva verso le 17, quando in piazza d’Italia si riversa il corteo dei precari della scuola. In testa, gli esponenti della rete costituita nei mesi scorsi per organizzare la protesta. Al loro fianco sfilano i rappresentanti del territorio, dal sindaco Gianfranco Ganau al presidente della Provincia Alessandra Giudici, dal deputato Guido Melis al capogruppo del partito democratico in consiglio regionale Mario Bruno. Sassari risponde compatta all’appello lanciato a Roma dal segretario Pierluigi Bersani a sostegno dello stato di diritto, contro i decreti salvaliste.  In piazza è tutto pronto dalle 15, un maxischermo montato all’angolo tra Palazzo Giordano e l’edificio della banca di Credito sardo spara le immagini in diretta da piazza del Popolo a Roma. Nel momento di massima concentrazione, il colpo d’occhio è notevole, gli esperti di folla stimano oltre millecinquecento persone. Discreto, ma presente il cordone di forze dell’ordine ai bordi della piazza. Diverse le bandiere, testimoni inconsapevoli di questo composito popolo del centro sinistra: Pd e Idv, in testa, ma ci sono anche quelle dei Rosso Mori e del popolo viola, e poi la Rete degli studenti, i precari dell’istruzione e qualche bandiera anche dei sindacati.  Gli interventi dal palco non si fanno attendere. Per prima parla Alessandra Giudici con parole di solidarietà nei confronti dei precari dell’istruzione, ma il pensiero corre anche agli operai di Porto Torres in lotta, all’Asinara e sulla torre aragonese, per salvare il posto e la dignità. «Siamo qui per difendere la democrazia – taglia corto Gianfranco Ganau – contro la logica dei decreti che cambiano le regole del gioco». Christian Ribichesu rappresenta centinaia di precari che incuranti del freddo sferzante sono lì a esprimere la loro rabbia, testimoni di storie drammatiche che strappano applausi sentiti.  Tra la folla numerosa, a ridosso del palco, diversi esponenti politici a esprimere la loro solidarietà. «Siamo qui per difendere i precari della scuola – spiega il deputato Guido Melis – e per dire no ai decreti truffa, a tutela della democrazia e della Costituzione». Gli fa eco Mario Bruno, capogruppo del Pd in consiglio regionale: «Vogliamo salvaguardare lo stato di diritto e stare vicini ai precari che vivono una stagione veramente critica». «Le regole del gioco non si cambiano in corsa», incalza Marco Foddai, segretario regionale della Feneal Uil.  Ma c’è anche tanta gente comune ad animare la piazza che col passare delle ore diventa sempre meno ospitale. Intanto si aprono gli intermezzi musicali e il jazzista Enzo Favata invita la folla ad accostarsi al palco: «Se stiamo più vicini – esorta – non sentiamo il freddo». Le note del sax contribuiscono a stemperare per qualche minuto il freddo intenso che comincia a farsi sentire, mentre sul palco continuano gli interventi. L’eurodeputato Giommaria Uggias (Idv) lancia le sue accuse contro il capo del governo e punta l’indice contro i decreti che «cambiano le regole».  Parte il volantinaggio del Movimento per la difesa della scuola, con una serie di richieste che disegnano uno scenario desolante. Una per tutte, l’uso dei fondi regionali destinati all’istruzione per stipulare contratti ai docenti precari. A rincarare la dose, gli interventi dei responsabili per l’istruzione di Comune e Provincia. «Nei giorni scorsi – racconta Antonietta Duce – una delegazione di insegnanti mi ha chiesto se il Comune può pagare il toner per le fotocopie». «Nella scuola mancano i regolamenti di attuazione – denuncia Laura Paone – il governo non può fare finta di niente».  Il pomeriggio scivola piacevolmente grazie alla musica, gradevole colonna sonora di una manifestazione intensa e pacifica.

La Nuova Sardegna


La Cassazione: via i clandestini anche se hanno figli a scuola

marzo 31, 2010

12.03.2010

UNA MATERIA CONTROVERSA. Verdetto innovativo sul caso di un irregolare albanese: ribaltata un’altra sentenza della corte
Per i giudici la tutela della legalità delle frontiere prevale sul diritto allo studio dei minori. I dubbi dell’Alto commissario dell’Onu

Marcia indietro della Cassazione in tema di immigrazione: gli stranieri irregolari, con figli minori che studiano in Italia, non potranno chiedere di restare nel nostro Paese adducendo la motivazione che la loro espulsione provocherebbe un trauma «sentimentale» e un calo nel rendimento scolastico dei figli. È il nuovo orientamento della Suprema corte che – smentendo una sua recente sentenza – ha deciso di far prevalere la garanzia della tutela alla legalità delle frontiere rispetto a quella del diritto allo studio dei minori.
LA SENTENZA. Con la sentenza n.5856, la prima sezione civile della Cassazione ha respinto il ricorso di un clandestino albanese, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori residente a Busto Arsizio (Varese), che voleva l’autorizzazione a restare in Italia in nome del diritto del «sano sviluppo psicofisico» dei suoi bambini che sarebbe stato danneggiato dall’allontanamento del loro papà. I supremi giudici hanno risposto che ai clandestini è consentita la permanenza in Italia per un tempo determinato solo in nome di «gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d’emergenza».
Con questa pronuncia, i giudici hanno capovolto la precedente decisione che aveva autorizzato un papà clandestino a restare, definendola come «riduttiva in quanto orientata alla sola salvaguardia delle esigenze del minore, omettendone l’inquadramento sistematico nel complessivo impianto normativo» della legge sull’immigrazione.
LE REAZIONI. La decisione non è piaciuta all’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, la sudafricana Navi Pillay. Al termine della sua visita di due giorni in Italia, ha sottolineato che la sentenza desta «una grande e seria preoccupazione». «Esiste una giurisprudenza sui diritti dell’infanzia e la protezione dell’infanzia», ha spiegato Pillay, «nell’incontro con il ministro degli Esteri, Frattini, quest’ultimo mi ha dato la garanzia dell’impegno dell’Italia sulla difesa dei diritti dell’infanzia. Seguiremo la questione».
Ma non sono mancate altre reazioni. «La sentenza non dovrebbe rappresentare un pericolo», ha dichiarato Oliviero Forti, responsabile dell’Immigrazione della Caritas osservando che la Cassazione «verifica caso per caso». Per il portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero, si tratta invece di una «sentenza inumana e indegna di un Paese civile». Il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, plaude invece alla Suprema Corte: «L’infanzia non può essere strumentalizzata e non si può fare carta straccia della legalità con la scusa dell’istruzione ai minori». «La sentenza condanna i bambini con i genitori», dicono invece i deputati del Pd Jean-Leonard Touadi e Guido Melis, mentre il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, con delega alle politiche familiari, sottolinea che va visto «caso per caso».
Per il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini la sentenza della Cassazione è «giusta». Ma aggiunge: «Il nostro sistema d’istruzione ha sempre incluso e mai escluso e le colpe dei genitori non possono ricadere sui figli ma allo stesso modo non si può giustificare chi strumentalizza i bambini per sanare situazioni di illegalità».

Brescia Oggi


Prezzi delle bombole, maximulta a Butangas e Liquigas

marzo 31, 2010

28.03.2010

Dovranno pagare 22 milioni. Le associazioni dei consumatori sardi chiedono i  risarcimenti. L’inchiesta è partita dall’isola

SASSARI. Hanno ragione i sardi a lamentarsi del prezzo delle bombole di gas, tra i più cari d’Italia. È l’effetto del «cartello» tra Butangas, Liquigas ed Eni che mettendosi segretamente d’accordo hanno penalizzato gli acquirenti. La conferma è arrivata dall’A ntitrust che ha sanzionato pesantemente le prime due società con multe per un totale di 22 milioni di euro. Per l’Eni, che «pentita» ha cantato fornendo le prove dell’intesa, nessuna «condanna» a pagare.

Si chiude così l’istruttoria avviata dall’Autorità garante per la concorrenza due anni fa dopo le rimostranze dei consumatori sardi che pagano la bombola di gpl a peso d’oro rispetto ai prezzi nelle altre regioni. Nel dettaglio Butangas è stata multata per 4.888.121 euro e Liquigas per 17.142.188 euro per un’attività che è andata avanti per dieci anni, dal 1995 al 2005. L’Eni non ha pagato dazio in considerazione del suo comportamento collaborativo. Ma non si può dimenticare che la società del cane a sei zampe è partecipata dal ministero per l’Economia. Insomma, lo Stato non fa una bella figura in tutta la vicenda. Vicenda da cui rimangono invece fuori altre tre imprese imbottigliatrici di gpl operanti in Sardegna, finite anche loro nel mirino. Per Fiamma 2000, Sardagas e Ultragas Tirrena nel corso dell’indagine Antitrust non sono infatti emersi elementi che provassero la loro partecipazione a un’intesa per il mercato sardo.

Come funzionasse l’accordo tra società, in spregio alle norme sulla concorrenza e gravando sulle tasche di cittadini e imprese sarde, lo ha descritto l’Eni che lo ha denunciato nell’ottobre del 2008 all’Autorità ottenendo di essere ammessa al «trattamento favorevole di non imposizione della sanzione». Un resoconto dettagliato arrivato grazie alle informazioni fornite da un ex dipendente della società (non si sa se diventato ex proprio in seguito alla combine), al vertice del business del gpl.

Amministratori delegati e alti responsabili si incontravano periodicamente e con frequenza, lontano da occhi e orecchie indiscreti, e concordavano variazioni dei prezzi di listino nella stessa misura in seguito agli aggiornamenti delle quotazioni internazionali della materia prima. Ovviamente nessuna traccia scritta, ma l’Antristrust ricorda che «le variazione avvenivano per tutte le voci del listino (relative a ripartizioni territoriali e tipologie di prodotto) e questo sia per il listino del canale bombole che per quello del canale piccoli serbatoi». E i ritocchi alla fin fine venivano fatti anche indipendentemente dal costo della materia prima. Un po’ come avviene per la benzina: il prezzo del barile di petrolio scende ma alla pompa l’automobilista non se ne accorge.

La supermulta ha fatto esultare le associazioni dei consumatori. Federconsumatori Sardegna studia se sia possibile ottenere un risarcimento. Federcontribuenti chiede un intervento della magistratura penale. Esulta anche Gavino Sale, presidente dell’Irs, che aveva portato in piazza d’Italia a Sassari la protesta vendendo bombole a 18 euro. «Ora la nostra battaglia si sposta sulla Saras, che fornisce il gpl nell’isola facendolo pagare 100 euro in più a tonnellata rispetto a quanto avviene in Italia», annuncia il leader indipendentista.

Infine esprimono soddisfazione i deputati sardi del Pd, che, ricorda Guido Melis, avevano presentato per primi un’interrogazione sul «caro bombole» sulla base delle indicazioni di Tore Sanna, un ex tecnico del petrolchimico di Porto Torres e dirigente del partito sassarese.

Resta però una domanda: la scure dell’Antitrust avrà qualche effetto? Ancora ieri, a Sassari, una bombola portata a domicilio, costava 39 euro: il doppio del prezzo medio praticato nella penisola.

La Nuova Sardegna