Editoria, nasce comitato nazionale per disciplinare rese

aprile 27, 2010

10.04.2010

Roma, 20 APR (Il Velino) – Un comitato nazionale per disciplinare in modo certo e uniforme su tutto il territorio le rese della stampa invenduta dal distributore all’editore, cosi’ da evitare il rischio di truffe e contenziosi, e’ stato costituito a Roma, a seguito della riunione, a Palazzo Valentini, dei distributori di giornali di varie sedi e regioni italiane. Presenti all’incontro anche il presidente dell’associazione nazionale distributori Anadis, Paolo Cocozza, i parlamentari Giancarlo Lehner (Pdl), Guido Melis (Pd), Antonio Rugghia (Pd), e i senatori Angelo Maria Cicolani (Pdl), Mario Gasbarri (Pd), Vincenzo Vita (Pd) e il consigliere della provincia di Roma Ruggero Ruggeri (Pd).
Proprio quest’ultimo ha spiegato: “nel corso della riunione i distributori hanno denunciato un problema comune che ha costretto addirittura a chiudere alcune attivita’. Da tempo numerose agenzie del settore sono infatti costrette a sostenere un costoso contenzioso giudiziario con una societa’: Accademia Marketing e Comunicazioni srl, riconducibile all’architetto Gaetano Sapienza, editore fiorentino specializzatosi in pubblicazioni, che si autodefiniscono ‘per l’infanzia’. Si tratta di prodotti di cui, rimane regolarmente invenduto circa il 90 per cento.
Questo editore – aggiunge Ruggeri – nonostante i solleciti, i vigenti accordi sindacali e la prassi consolidata, omette sistematicamente di ritirare le rese delle proprie pubblicazioni invendute per poi pretendere dal distributore, a distanza di molto tempo, il pagamento dell’importo integrale, come se i prodotti fossero stati venduti”. Il presidente dell’Anadis Cocozza ha ricordato che “la cosa grave e’ che il Tribunale di Firenze ha emanato nei confronti dei vari distributori una serie di decreti ingiuntivi, munito di formula di provvisoria esecutorieta’. Tali decreti ingiuntivi – aggiunge – sono per di piu’ emessi in assenza della necessaria prova scritta e risultano particolarmente onerosi per i distributori, costretti a pagare somme, spesso per migliaia di euro, in via provvisoria, prima ancora che la causa venga decisa. Il comitato – conclude Cocozza – intende promuovere iniziative, anche sul piano normativo, al fine di evitare il ripetersi di simili episodi e fare in modo che la disciplina delle rese sia definita secondo criteri chiari e uniformi sul territorio nazionale, tenendo conto dei principi consolidati e rintracciabili nei protocolli solitamente applicati al settore”. (com/gas) 201330 APR 10 NNNN


Sassari con la Costituzione

marzo 31, 2010

14.03.2010

SASSARI. L’ondata più consistente arriva verso le 17, quando in piazza d’Italia si riversa il corteo dei precari della scuola. In testa, gli esponenti della rete costituita nei mesi scorsi per organizzare la protesta. Al loro fianco sfilano i rappresentanti del territorio, dal sindaco Gianfranco Ganau al presidente della Provincia Alessandra Giudici, dal deputato Guido Melis al capogruppo del partito democratico in consiglio regionale Mario Bruno. Sassari risponde compatta all’appello lanciato a Roma dal segretario Pierluigi Bersani a sostegno dello stato di diritto, contro i decreti salvaliste.  In piazza è tutto pronto dalle 15, un maxischermo montato all’angolo tra Palazzo Giordano e l’edificio della banca di Credito sardo spara le immagini in diretta da piazza del Popolo a Roma. Nel momento di massima concentrazione, il colpo d’occhio è notevole, gli esperti di folla stimano oltre millecinquecento persone. Discreto, ma presente il cordone di forze dell’ordine ai bordi della piazza. Diverse le bandiere, testimoni inconsapevoli di questo composito popolo del centro sinistra: Pd e Idv, in testa, ma ci sono anche quelle dei Rosso Mori e del popolo viola, e poi la Rete degli studenti, i precari dell’istruzione e qualche bandiera anche dei sindacati.  Gli interventi dal palco non si fanno attendere. Per prima parla Alessandra Giudici con parole di solidarietà nei confronti dei precari dell’istruzione, ma il pensiero corre anche agli operai di Porto Torres in lotta, all’Asinara e sulla torre aragonese, per salvare il posto e la dignità. «Siamo qui per difendere la democrazia – taglia corto Gianfranco Ganau – contro la logica dei decreti che cambiano le regole del gioco». Christian Ribichesu rappresenta centinaia di precari che incuranti del freddo sferzante sono lì a esprimere la loro rabbia, testimoni di storie drammatiche che strappano applausi sentiti.  Tra la folla numerosa, a ridosso del palco, diversi esponenti politici a esprimere la loro solidarietà. «Siamo qui per difendere i precari della scuola – spiega il deputato Guido Melis – e per dire no ai decreti truffa, a tutela della democrazia e della Costituzione». Gli fa eco Mario Bruno, capogruppo del Pd in consiglio regionale: «Vogliamo salvaguardare lo stato di diritto e stare vicini ai precari che vivono una stagione veramente critica». «Le regole del gioco non si cambiano in corsa», incalza Marco Foddai, segretario regionale della Feneal Uil.  Ma c’è anche tanta gente comune ad animare la piazza che col passare delle ore diventa sempre meno ospitale. Intanto si aprono gli intermezzi musicali e il jazzista Enzo Favata invita la folla ad accostarsi al palco: «Se stiamo più vicini – esorta – non sentiamo il freddo». Le note del sax contribuiscono a stemperare per qualche minuto il freddo intenso che comincia a farsi sentire, mentre sul palco continuano gli interventi. L’eurodeputato Giommaria Uggias (Idv) lancia le sue accuse contro il capo del governo e punta l’indice contro i decreti che «cambiano le regole».  Parte il volantinaggio del Movimento per la difesa della scuola, con una serie di richieste che disegnano uno scenario desolante. Una per tutte, l’uso dei fondi regionali destinati all’istruzione per stipulare contratti ai docenti precari. A rincarare la dose, gli interventi dei responsabili per l’istruzione di Comune e Provincia. «Nei giorni scorsi – racconta Antonietta Duce – una delegazione di insegnanti mi ha chiesto se il Comune può pagare il toner per le fotocopie». «Nella scuola mancano i regolamenti di attuazione – denuncia Laura Paone – il governo non può fare finta di niente».  Il pomeriggio scivola piacevolmente grazie alla musica, gradevole colonna sonora di una manifestazione intensa e pacifica.

La Nuova Sardegna


MANIFESTAZIONE PDL: DEPUTATI PD A MARONI, ENCOMIO A QUESTORE ROMA

marzo 31, 2010

24.03.2010

 (AGI) – Cagliari, 24 mar. – Sette deputati sardi del Pd propongono, in un’interrogazione al ministro dell’Interno, un encomio solenne per il questore di Roma “che ha avuto il coraggio di comunicare i dati veri e non asserviti alla necessita’ propagandistica degli organizzatori” in occasione della manifestazione del Pdl sabato scorso a Roma. “Secondo gli organizzatori i manifestanti erano un milione; il questore di Roma ha certificato che gli stessi in piazza San Giovanni non superavano i 150.000”, ricordano Paolo Fadda (primo firmatario), Giulio Calvisi, Siro Marrocu, Guido Melis, Arturo Parisi, Caterina Pes e Amalia Schirru. “I capigruppo di Camera e Senato del Pdl, con dichiarazioni anche offensive e irriguardose nei confronti del questore e delle forze dell’ordine hanno confermato i dati forniti il giorno stesso della manifestazione dagli organizzatori. Il sindaco di Roma, in maniera salomonica ha ridotto la stima valutando le presenze in 500.000 persone. Lo stesso ministro dell’Interno ha poi confermato il dato della questura”.
  Il questore di Roma, secondo i firmatari dell’interrogazione al ministro Roberto Maroni, merita un encomio solenne perche’ “quantunque offeso nella propria dignita’ umana e professionale, sta mostrando un altissimo rispetto nei confronti delle istituzioni, non alimentando la polemica”. I deputati chiedono inoltre al ministro se non ritenga necessario impartire alle questure direttive “su sistemi univoci” per rilevare le presenze durante le manifestazioni all’aperto.
  I firmatari suggeriscono anche una preventiva comunicazione da parte delle questure agli organizzatori sia del sistema di rilevamento che della capienza massima delle piazze e degli spazi adiacenti e la pubblicare sul sito del ministero delle capienze delle principali piazze d’Italia solitamente utilizzate per manifestazioni pubbliche.(AGI) Red-Rob


Caso Uva, Pd: su sua morte Governo dia risposte chiare

marzo 30, 2010

Roma, 30 MAR (Velino) – “La dinamica che ha portato alla morte di Giuseppe Uva, il 14 giugno del 2008, e’ con ogni evidenza incompatibile con le poche spiegazioni e con i molti silenzi venuti finora dalle autorita’. Il ministro della Giustizia e il ministro della Difesa vengano in Parlamento per dire senza reticenza come sono andate le cose”. A chiederlo, in una nota, sono i deputati del Pd Guido Melis e Jean Leonard Touadi’, membri della commissione Giustizia della Camera. “Vogliamo capire intanto come mai sia Uva che il suo amico, Biggiogero, sono stati trattenuti per un’ora e mezza senza aver commesso alcun reato particolarmente grave. Inoltre – prosegue la nota -, ci meravigliamo del fatto che le gravi lesioni sul corpo di Uva descritte dagli ultimi referti non sono state in alcun modo registrate nel rapporto o nei verbali dei Carabinieri. Sulla segnalazione dell’associazione ‘A Buon Diritto’, promossa da Luigi Manconi, abbiamo presentato oggi un’interrogazione dettagliata ai due ministri proprio per far luce su questo caso. Speriamo – concludono i due esponenti del Pd – di avere una risposta chiara dal Governo, anche se con quasi due anni di ritardo. Non e’ mai tardi per fare giustizia”. (com/gas) 301951 MAR 10 NNNN


Romeni – LA MINORANZA DECISIVA PER L’ITALIA DI DOMANI

marzo 16, 2010

Dal catalogo Rubbettino Editore -Novità in libreria dal 24 marzo

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“I romeni quanti sono, chi sono, da dove vengono, come e dove vivono e lavorano, cosa pensano di se stessi e degli italiani, quali sono le loro simpatie politiche, quali preoccupazioni e speranze nutrono per se e per i propri figli.

Attraverso una serie di interviste e l’attenta ricognizione della cronaca (non solo di quella nera) emerge la realtà di un popolo di quasi un milione di persone, con le sue ansie e le sue passioni, un popolo che qualcuno vorrebbe rappresentare sotto l’etichetta di “delinquenti naturali”, ma che rifiuta con sdegno tale definizione, considerandola un insulto.

Parlano in prima persona le ragazze ed i ragazzi, i giornalisti corrispondenti di Bucarest a Roma, il vescovo ortodosso ed il suo clero, gli imprenditori a capo delle 27.000 aziende romene in Italia, i musicisti, gli operai, i lavoratori dell’agricoltura, le colf e le badanti.

E’ una umanità ricca di cultura, orgogliosa della sua identità e animata da una volontà di riscatto  che si traduce nella richiesta di una sempre maggior integrazione.

La porzione più consistente dell’immigrazione straniera in Italia e la più numerosa componente di quella comunitaria ( anche se troppo spesso trattata come se non lo fosse).

Una critica feroce alla xenofobia ed al razzismo di una certa Italia, un libro risentito, polemico, che non fà sconti a nessuno. Ma al tempo stesso rigorosamente documentato.”

Alina Harja (Vaslui 1980) giornalista, corrispondete in Italia del canale news Realitatea Tv, il più diffuso in Romania e tra gli immigrati romeni in Italia. Ha anche lavorato per Parvapolis (Latina) e collabora con Metropoli il giornale multietnico pubblicato da Repubblica. Attiva da anni nell’associazionismo romeno in Italia, presiede l’Associazione “Amici della Romania”. Attualmente lavora con Guido Melis alla Camera dei Deputati come assistente parlamentare.

Guido Melis (Sassari 1949). professore di storia delle istituzioni politiche a Roma all’Università La Sapienza ha scritto vari saggi, tra i quali la Storia dell’amministrazione italiana 1861-1993. Dirige la rivista Le carte e la Storia. Deputato del PD (circoscrizione Sardegna) dall’aprile del 2008. Alla Camera fà parte della Commissione Giustizia e della Commissione bicamerale per le questioni regionali. E’ responsabile dei rapporti Italia – Romania, nell’ambito della Unione interparlamentare dell’associazione di amicizia Italia – Romania della Camera dei Deputati”.

Rassegna stampa

27.10.2010

I cittadini nuovi nell’Italia che cambia
ricordando Milea di Olbia e Jon di Gallarate

Un viaggio nella «questione romena» con la giornalista Alina Harja e lo storico Guido Melis

Secondo i dati Istat del 2008, ben 434 mila immigrati sono arrivati in Italia, incrementando la popolazione nativa italiana che invece tende progressivamente a decrescere (basti pensare che sempre nel 2008 si è ridotta di 64 mila unità). Se, da un lato, gli italiani d’origine diminuiscono di anno in anno, dall’altro i «nuovi italiani» aumentano vertiginosamente. È dunque chiaro, come scrivono Alina Harja e Guido Melis, nelle foto, nel primo capitolo del loro libro Romeni. Minoranza decisiva per l’Italia di domani che “in un Paese come l’Italia, avviato al declino demografico, i nuovi italiani costituiscono una vera e propria iniezione di giovinezza”. Infatti, gli immigrati saranno, nel futuro prossimo, sostanzialmente I giovani italiani, età media 30 anni. Un quadro in perpetua evoluzione che presenta anche un altro interessante aspetto: la cosiddetta «questione romena».
Questo il tema del breve saggio (171 pagine, 14 euro, edizioni Rubbettino) scritto a quattro mani da Harja e Melis, la prima, giovane giornalista romena (classe 1980) del canale Realitatea Tv – il primo seguito dai romeni in Italia – e il secondo, docente di storia delle istituzioni politiche presso l’università romana Sapienza. Entrambi gli autori sono accomunati da un’esigenza: quella di far luce sulla realtà romena, “universo nascosto che né la politica italiana né quella di Bucarest hanno un reale interesse a documentare”.
Un lavoro che, come spiegano gli autori nella prefazione, non si vuol configurare come una difesa della comunità romena in Italia (“Sappiamo bene i difetti anche cronici dei romeni in Italia e l’impegno che ci vorrà per superarli. Non vogliamo fare un’apologia”), ma come un’analisi obiettiva, seria e documentata. Certo, i criminali romeni esistono, come sempre avviene nelle comunità di recente immigrazione. “Ma soltanto una minoranza dei romeni può essere inchiodata a quei cliché” spiegano ancora gli autori. I romeni in Italia si occupano di settori chiave della società, come ad esempio l’assistenza agli anziani. Perché il mondo romeno è complesso, ancora nascosto e per molti versi misterioso.
Ma come vivono i romeni in Italia? Attraverso varie testimonianze, Harja e Melis danno voce ai romeni presenti nel nostro paese, ai giovani come Stefan, 22 anni, nato nella Romania orientale e in Italia da più di sei anni. “Quando sono arrivato non parlavo bene la lingua, e fare i compiti era difficile. Ma proprio il fatto di dover scrivere e parlare in italiano mi ha aiutato molto. Trovo infatti una scemenza la proposta della Lega Nord sulle classi separate. È proprio la full immersion nella lingua italiana che permette di apprenderla”. E questo Stefan lo sa bene, perché adesso parla con accento romanesco e segue la moda italiana nel vestirsi e nel pettinarsi. Mirela invece non è così positiva come Stefan: ha 14 anni, un aspetto splendido, i capelli biondi ed è timidissima. Confessa di avere una sola amica italiana e ammette che per quanto vada d’accordo con le sue compagne di classe italiane, nella vita frequenta solo romene. Da questa come da altre testimonianze emerge dunque quanto sia ancora difficile il cammino verso l’integrazione, per entrambe le parti. A ulteriore prova di ciò vi sono i recenti episodi tragici che hanno colpito la comunità romena in Italia, ricordati anche nel libro, come quello di Jon Cazcu a Gallarate, bruciato vivo dal suo datore di lavoro perché aveva chiesto di passare da lavoratore in nero a regolare. Oppure, come il delitto consumato in provincia di Olbia da tre giovani, che uccisero Milea Danut a sangue freddo perché lavorava “troppo e troppo bene, tanto da imbarazzare i suoi colleghi di lavoro”.
È anche vero che sono però i romeni stessi a resistere all’integrazione. In questo modo, i contatti con il mondo italiano circostante diventano più complicati: è molto frequente, infatti, che i giovani romeni preferiscano frequentare luoghi privati per romeni. Come gli stessi autori del libro affermano, simili iniziative non aiutano nel cammino dell’integrazione perché possono sfociare “nella difesa gelosa ed esasperata delle proprie radici”.
È dunque necessario comprendere la complessità di un fenomeno come quello dell’immigrazione per poterlo affrontare nel modo dovuto, secondo atteggiamenti avanzati e aperti al cambiamento. La comunità romena in Italia, l’enclave straniera più numerosa sul nostro suolo, non è solo un nido di potenziali criminali. Sono uomini, donne, giovani che vivono tra noi, che lavorano con noi, che frequentano le nostre stesse scuole. E che soprattutto, saranno gli italiani del futuro.

SardiNews

 

26.04.2010

Tg3 – Shukran

A Palermo un attico confiscato alla mafia viene assegnato ad una famiglia rom, scatenando le proteste dei condomini. Dieci anni fa erano appena 220, oggi a Bologna sono quasi 6000. Sono i romeni, cittadini comunitari dopo l’ingresso della Romania nell’Unione Europea nel 2007, che rappresentano la prima comunità straniera in Italia. Ospiti della puntata Alina Harja, giornalista e scrittrice; e padre Ion Rimboi, della Chiesa Ortodossa romena San Rocco. Shukran, poi, è tornato a Cassibile, in provincia di Siracusa, per proporre le voci dei braccianti migranti che sono arrivati per la raccolta delle patate. Per chiudere, a Torino rom e sinti realizzano icone sacre per l’Ostensione della Sindone. Shukran ha seguito la giornata del loro pellegrinaggio.

Video

 

26.04.2010

Nessuno bada alle badanti

La storia di Bianca, Gina e le altre. Romene: colf e tuttofare. Tengono in piedi le famiglie italiane. Cosa ricevono in cambio? Paghe da fame e minacce. “Speravo molto di più. Volevo un figlio. Ma come posso allevarlo se non sono sicura del salario?”

di Alina Harja e Guido Melis

Pubblichiamo un estratto dal libro di Alina Harja e Guido Melis, Romeni. La minoranza comunitaria decisiva per l’Italia di domani, Rubbettino Editore. Un’analisi a 360 gradi della presenza romena nel nostro Paese. Un testo indispensabile per la comprensione del fenomeno.

Bianca, 26 anni, minuta, bionda, è arrivata in Italia circa quattro anni fa. Si è lasciata alle spalle Braşov, una delle città più belle della Romania, in cerca di un lavoro più retribuito, ma anche per stare vicino alla famiglia che viveva già in parte in Italia: il padre faceva il muratore a Napoli, mentre la sorella era badante presso una famiglia romana, dove si prendeva cura di un’anziana signora di 83 anni. Ed è stata appunto lei, la sorella, a trovarle lavoro come colf, sempre a Roma. La sua datrice di lavoro (“la padrona”, dice lei), una donna separata di 49 anni con 3 figli, lavorava come medico presso uno dei grandi ospedali della capitale.

Racconta Bianca: “Quando sono arrivata non parlavo l’italiano, anche se lo capivo a grande linee. Anche perché in Romania io guardavo Rai Uno in televisione. Sono arrivata in Italia con un visto turistico di tre mesi, ma ho iniziato a lavorare subito in questa famiglia. La padrona mi ha promesso che presto mi avrebbe messo in regola”.

Tutto regolare, si direbbe. Ma una volta scaduto il visto turistico la datrice di lavoro inizia a minacciarti.

“Era terribile! – ci dice, e le trema un po’ la voce nel ricordare –. Se prima mi prendevo liberi il giovedì pomeriggio e la domenica, come tutte le altre, dopo che il mio visto è scaduto non potevo praticamente più uscire di casa. La signora mi diceva che, se la polizia mi avesse preso, mi avrebbe rispedito a casa con tanto di interdizione. Io la imploravo di mettermi in regola, come aveva promesso, ma lei mi minacciava che mi avrebbe denunciato ai carabinieri. Praticamente da quel momento ho iniziato a lavorare non stop. Molto raramente mi capitava di poter uscire. Ero come murata in casa. Sedici ore al giorno, curando i tre figli della signora e pulendo una casa di 200 metri quadri. La giornata tipo iniziava alle sei di mattina: preparavo la colazione, i vestiti per i bimbi. Poi li vestivo e li accompagnavo a scuola. Tornata iniziavo a pulire casa, a fare il bucato, a stirare, a preparare il pranzo. Dovevo fare anche i compiti con i bambini… Insomma mi svegliavo prima di tutti e andavo a dormire per ultima. E tutto per una paga di 550 euro al mese”.

Ma c’è di più…

“La signora aveva un compagno che dormiva anche lui qui. Un giorno, mentre lei era al lavoro e i bambini a scuola, quest’uomo ha provato a violentarmi. Mi sono spaventata e l’ho graffiato. Alla signora non ho detto nulla, anche perché non mi avrebbe mai creduto. Lui mi ha minacciata che mi avrebbe denunciata se non facevo quello che diceva lui. È stato molto difficile, in quel periodo. Anche perché non avrei mai ceduto alle sue avance. Ma poi un’amica mi ha detto che lui non avrebbe avuto il coraggio di denunciarmi perché avrebbe messo nei guai anche la signora. In fondo lei ospitava una clandestina”.

Nemmeno l’entrata della Romania nella Comunità europea ha migliorato di molto le cose.

“Mi ricordo bene quella sera. Ero felice e ho brindato con Coca Cola con i bambini. La signora era andata a una festa. La mia situazione sarebbe cambiata del tutto. Non ero più clandestina, non dovevo più vivere nella paura e sotto minaccia. Quella spada di Damocle sarebbe stata finalmente eliminata. Purtroppo però sono successe una serie di cose brutte e siamo stati subito additati come criminali. La signora mi diceva sempre che tanto la Romania sarebbe stata espulsa della Comunità, che noi romeni siamo tutti degli zingari, e le romene tutte delle poco di buono. A un certo punto però le ho risposto: “Saremo pure delle poche di buono, ma almeno un cuore noi ce l’abbiamo”. Si è arrabbiata e mi voleva licenziare. Francamente, forse sarebbe stato pure meglio. Non mi importava, all’epoca. Ero stufa di subire le sue umiliazioni. Poi quando ha visto che io facevo sul serio si è data una calmata. Poi le ho chiesto di mettermi in regola, altrimenti me ne sarei andata. Allora lei mi ha presentato un contratto di lavoro e io l’ho firmato. Solo che in seguito ho scoperto che non l’aveva registrato e che non aveva pagato nessun contributo. Ma intanto mi aveva tolto dei soldi dallo stipendio con la scusa di pagarmi i contributi.

Quando è uscita la legge che parlava dei 500 euro da pagare per mettere in regola le badanti e le colf, mi ha licenziato. Mi ha praticamente buttata in strada. E quando ho cercato di protestare mi ha picchiato, anche. Mi ha dato uno schiaffo, perché dice che le mancavo di rispetto. Io le ho fatto causa e l’ho denunciata ai carabinieri. Adesso se ne occupa un amico, sindacalista romeno. Tante volte non sappiamo neanche i diritti che abbiamo. Io sono stata fortunata a conoscere questo ragazzo, che mi ha detto come devo comportarmi. Ma tante di noi non lo sanno. Adesso? Adesso lavoro a ore. Mai più fissa”.

Qualche dato
Negli ultimi anni nessuno, come le donne romene (e quelle ucraine), ha saputo intercettare il bisogno di assistenza (e di una assistenza prestata con particolare attenzione, cura e familiarità) tanto diffuso in una società come quella italiana, sempre più invecchiata dall’inizio degli anni Duemila. In assenza di reti assistenziali moderne e di un efficace sistema assicurativo privato (che in Italia non c’è mai stato), l’emergenza-vecchiaia è ancora una volta delegata alla famiglia, che, a sua volta, vi provvede attraverso l’antica figura della collaboratrice domestica: domiciliata presso l’anziano assistito (e quindi in pratica in servizio 24 ore su 24), dotata di una sua pragmatica capacità di adattarsi a tutte le situazioni contingenti, spesso sorretta da un istintivo sentimento della solidarietà che si porta dietro come retaggio della famiglia allargata contadina nella quale è cresciuta. Le badanti che arrivano dall’Ucraina sono il 21%, e quelle romene il 16,4%. Seguono, distanziate, le filippine (il 9,5%), le polacche (il 7%), le ecuadoriane (il 6,4%), le marocchine (il 5,7%) e infine le peruviane (il 5%). I salari sono molto variabili, così come le condizioni di vita (che possono o no comprendere l’ospitalità presso l’assistito, il vitto, ecc.). Comunque, in base al contratto Inps, chi cura gli anziani è retribuito in Italia con 4,2 euro all’ora (retribuzione di base, insistiamo a dire).

Altre storie
Anche Gina, 53 anni, di Botoşani, racconta una storia molto simile. È venuta in Italia nel 2000. Ora vive a Firenze e lavora insieme al marito presso una famiglia di architetti. Lui fa il giardiniere.

“All’inizio sono venuta da sola. Un’amica mi aveva trovato lavoro come badante di un signore di 85 anni, a Milano. Lui non era autosufficiente. Gli facevo tutto, gli cambiavo anche i pannoloni. Tutti i giorni, quando mi sedevo a mangiare lui iniziava a gridare che voleva essere cambiato. Puoi immaginare che gusto aveva il cibo per me. Ovviamente ero assunta in nero, senza assicurazioni. Ero insomma clandestina, si dice così? Tutte le volte che uscivo per strada avevo paura degli uomini in divisa, anche se vedevo quelli della sicurezza nella metro. Ho passato così due anni, non ce la facevo più. Poi alla fine ho avuto fortuna: ho trovato una famiglia a Firenze, sempre tramite un’amica. Loro mi hanno messo in regola. Mi trovo bene, adesso. Poi ho fatto venire mio marito e mia figlia. Ci occupiamo – io e mio marito – anche dei loro genitori. E viviamo con loro”.

Ad Arezzo, nel pieno della provincia italiana (e sia pure nella civilissima Toscana) tutto si fa più difficile. Incontriamo Maria e Alina, poco più di vent’anni. Una sposata con un ragazzo romeno, operaio edile, anche lui giovanissimo; l’altra ancora in famiglia con i genitori. I loro sogni, le loro idee, le insofferenze e le speranze sono le stesse delle loro coetanee italiane. Sono venute dalla Romania rurale con il mito del posto fisso, magari commesse nei grandi magazzini o – chissà? – studentesse universitarie a part-time. Vanno invece a servizio a ore nelle case dei benestanti aretini, non sempre assicurate come la legge vorrebbe, spesso sottopagate. Vivono lavorando, anche duramente. La domenica s’incontrano tra loro nella ristretta cerchia degli immigrati romeni. Molti dei loro sogni di giovani ragazze sono svaniti.

Ci dice Maria, carina, bruna, ben truccata, un italiano perfetto:

“Speravo molto di più. Volevo un figlio, con il mio Ian. Non posso permettermelo. Con chi lo lascerei per andare al lavoro? E poi come posso pensare di allevarlo se non sono sicura del salario? Sto invecchiando (ride, insieme all’amica che la ascolta), passano gli anni e non so se cambierà”.

E Alina, intervenendo:

“Qui le vetrine sono piene di cose belle e la passeggiata in centro, la sera del sabato, di ragazze della nostra età ben vestite e carine. Noi le guardiamo. Non abbiamo molti amici di Arezzo, amici italiani dico: ce ne stiamo molto tra di noi…”. Storie di delusione. Di ordinario sfruttamento, anche, in un Paese che vanta una delle legislazioni a tutela del lavoro più moderne d’Europa. Ma l’immigrazione, persino quella comunitaria, rientra a stento nelle tutele sindacali: fa storia a sé.

23.04.2010
Romeni, il libro di Diana Alina Harja
Recensito ieri da l’Unità, il saggio della giornalista di Parva è pubblicato dalla Rubbettino

Romeni delinquenti. L’equazione è più o meno questa. E Diana Alina Harja ci si è sempre incazzata. A te pareva la constatazione dell’ovvio ma notavi che la scemenza va veloce, che prende strade inaspettate, che sale sugli alberi e si cala dall’alto. Ma lei no. E oggi ti fa la rubrica su ParvapoliS, e poi, su Tele Etere ti fa il Tiggì rumeno, la pagina in rumeno sul Territorio, ma soprattutto tanti incontri, dibattiti. Lo scopo? Far capire che le rumene non sono tutte zoccole e badanti. E i loro compagni non sono solo zingari, perdigiorno o delinquenti. Ti faceva notare che c’era Cioran. Io preferisco Hegel, ma c’era Cioran. C’era Ionesco. Io preferisco Pirandello. Ma c’era Ionesco. Ti faceva notare che c’era Eminescu. Due palle così. Io preferisco Leopardi. E lei arrivava a Celibidache. Non ho mai sopportato la sufficienza con la quale dirige. Gli preferisco Muti che sembra sempre rapito, una pizia, un mistico, che se ne sta lì, tutto bello bagnato di note. Celibidache ha un ghigno stampato in faccia che pare ti voglia prendere per il culo. Insomma: Diana stava sempre lì a dirti che la cultura rumena c’era. Poteva non essere l’eccellenza, ma il suo contributo al dibattito culturale europeo l’aveva sempre dato, che arditezze di pensiero c’erano state, che la Romania non la leggi sempre alla voce disperazione. E ora Alina Harja (il Diana purtroppo pare si sia perso per strada, e questo non sempre glielo perdono) te lo dice pure in un libro. Non ci sono santi. Domani ci farà anche un film. Il libro, scritto a quattro mani con Guido Melis e pubblicato da Rubbettino, si chiama «Romeni».
Proprio ieri la recensione su L’Unità. È la comunità di residenti più numerosa; ci sono, non lo diresti, pure 20mila imprese romene sul territorio che aiutano a vivere interi settori della nostra economia, dall’edilizia all’agricoltura. E poi il muro di ostilità. Anche dei media. La rassegna stampa “fa rabbrividire” dice l’Unità. La prime pagine dei nostri quotidiani accreditano la “propensione a delinquere” che discenderebbe da una “matrice etnico-nazionale”. Peggiora tutto il fatto che la comunutà rumena (anzi: romena, perché se usi la u sei razzista) è distante dalla politica, frammentata, senza rappresentanza e “tendente a una consolatrice chiusura identitaria”. I razzisti però non hanno fatto i conti con Diana Alina Harja, che avrà perso pure il Diana per strada ma resta la persona grintosa che mi insultava quando timidamente gli obiettavo che preferivo Leopardi ad Eminescu e Muti a Celibidache. Le avete fatto girare i coglioni? E adesso sono cazzi vostri…

Parvapolis

22.04.2010
«I rumeni? Tutti stupratori». Un libro ci aiuta a conoscerli e spezzare il pregiudizio
Li demonizziamo e perseguitiamo senza conoscerli. Per rompere il pregiudizio ci aiuta «Romeni», un libro di Alina Harja e Guido Melis che raccoglie le storie di alcuni dei tanti che vivono nel nostro paese.

«Romeni delinquenti». Mai stereotipo colpì più violentemente un’intera comunità.
Fuori dalla cronaca nera, cosa si sa dei rumeni, del loro Paese d’origine, della loro cultura, di come e dove vivono e di quale lavoro fanno in Italia? Pressoché niente, prima del documentato libro di Alina Harja e Guido Melis “Romeni, la minoranza decisiva per l’Italia di domani” (Rubettino Editore) che restituisce loro un volto umano e una voce, attraverso una serie di interviste a imprenditori, badanti, giovani e musicisti.

In meno di vent’anni, sono diventati la comunità straniera più numerosa d’Italia: sono 780mila i residenti attuali (erano solo 8000 nel 1990). E, con l’entrata della Romania nell’Ue il primo gennaio 2007, cittadini comunitari a tutti gli effetti (una realtà spesso negata). Ma chi sa che detengono il primato delle assunzioni nel lavoro (il 22% di tutti i lavoratori stranieri occupati) e che nella penisola operano ben 20mila imprese romene? Fanno, cioè, vivere interi settori chiave della nostra economia, dall’edilizia all’agricoltura, con un primato nell’assistenza agli anziani; dove non mancano storie di sfruttamento e ricatti dei datori di lavoro, come testimoniato in questo libro. Tanto che dopo il “pacchetto-sicurezza» del 2009 , il Governo è stato costretto a inventarsi la sbrigativa regolarizzazione di colf e badanti per prevenire l’emoraggia che un’espulsione di massa sarebbe costata. In un Paese in pieno declino demografico, questi flussi sono inoltre una vera iniezione di giovinezza: per attitudine allo studio e vicinanza della lingua, saranno tra i più integrati dei «nuovi italiani» di domani.

Eppure un muro di ostilità li circonda e l’etichetta romeni=criminali abita le menti (insieme alla diffusa confusione tra romeni e rom). Dall’omicidio di Giovanna Reggiani nel 2007 e il via a un martellamento mediatico, si passa dall’intolleranza alla criminalizzazione: i romeni sono tutti «potenziali stupratori». La rassegna stampa del periodo (uno dei capitoli più interessanti del volume) fa rabbrividire, tanto ha infranto ogni «codice deontologico» giornalistico. Prime pagine accreditano la “propensione a delinquere» che discenderebbe da una «matrice etnico-nazionale» … I connotati negativi diventano dichiaramente razzisti. Come ricorda Luigi Manconi nella sua acuta prefazione, il meccanismo è ampiamente paragonabile alla precedente stigmatizzazione nei confronti di un «soggetto altro e ostile, quello albanese, nel corso di tutti gli anni ’90». L’«ostilità è variabile», ma intanto il «danno d’immagine» inferto è profondo e difficilmente sarà risanabile in una comunità distante dalla politica, frammentata, senza vera rappresentanza (neanche un consigliere comunale a Roma) e tendente a una consolatrice chiusura identitaria.

Dal 2007-2008 quella «psicosi collettiva» ha dettato l’agenda politica, nonché la deriva del nostro ordinamento verso un «diritto d’eccezione». È stata la destra in primis ad aver alimentato a dismisura una campagna di odio, non esitando a cavalcare una presunta «questione romena», ma anche la sinistra ad avere catastroficamente «subito il terreno proposto dalla destra». Basti ricordare che, da sindaco di Roma, Walter Veltroni fu il primo a firmare un decreto volto all’espulsione dei romeni (bypassando pure il diritto di libera circolazione nei territori degli Stati membri) …

Ci vorrà tanto lavoro per risanare questa pericolosa stigmatizzazione di un intero popolo e per costruire una nuova cittadinanza romena. Leggere questo incisivo saggio è un primo passo per conoscere la comunità romena per quello che è .• :.

FLORE MURARD-YOVANOVITCH


Intervento in aula sull’Istituzione dell´Agenzia nazionale per l´amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata

marzo 10, 2010

08.03.2010

Signor Presidente, come è noto e come è stato ribadito ormai da diversi interventi di colleghi del mio gruppo, il Partito Democratico condivide e sostiene la creazione di un’Agenzia nazionale preposta all’amministrazione e alla destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Non è quindi questo il punto in discussione: questa proposta è stata infatti per anni la nostra proposta, portata avanti sia in Commissione antimafia sia in Parlamento attraverso vari atti che sono agli atti parlamentari e sistematicamente avversata, per la verità, da molti di coloro che costituiscono l’attuale maggioranza.
Denunciamo da tempo – lo abbiamo sempre detto con chiarezza – l’inadeguatezza della normativa in materia, risalente nel suo primo nucleo al 1965, il macchinoso iter secondo il quale i beni confiscati erano trasferiti al demanio dello Stato e poi solo successivamente, sentiti il parere dei prefetti e quello dei sindaci dei comuni interessati, destinati all’attività socialmente utile. Questo iter ci è sempre apparso lento, burocratico, suscettibile di troppi ritardi e di troppe lungaggini, quando è evidente a tutti che la stessa natura dei beni – si tratta spesso di attività economiche, di attività industriali da sottrarre al circuito mafioso che assicurava loro indebiti vantaggi e protezioni, che devono essere inserite senza interromperne il corso nella libera gara della concorrenza, è quindi un’operazione molto complessa, difficile, difficoltosa – richiede adempimenti rapidi, decisioni pronte, una gestione – come si usa dire oggi – manageriale.
Rispetto a questo problema, neppure l’istituzione, con il decreto del Presidente della Repubblica 19 gennaio 2001, del commissario straordinario del Governo per la gestione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali valse a snellire a sufficienza il percorso successivo alla confisca definitiva dei beni. Ricordo per sommi capi gli intenti che presiedettero all’istituzione del commissario, così come all’epoca venivano riassunti dal Governo di allora: realizzare – si diceva – la massima collaborazione tra tutti i soggetti impegnati in questa attività; mettere in rete le risorse dell’Agenzia del demanio, delle prefetture, delle regioni e degli enti locali e collegarle alle associazioni e alle cooperative, protagoniste principali della funzione sociale del bene confiscato; raccordare la fase del sequestro giudiziario alla fase della destinazione e dell’utilizzo; individuare i modelli di intervento condivisi da praticare sui territori con continuità amministrativa.
Come si vede, tali intenti ed obiettivi non sono troppo dissimili da quelli che oggi vengono evocati come ispiratori dell’attuale provvedimento. Anche allora, come oggi, si dichiarava – cito ancora testualmente – di voler dirigere l’azione all’utilizzo effettivo dei beni, a promuovere pubblicità e trasparenza nelle assegnazioni, a sostenere gli enti locali, le associazioni e le cooperative nella proposta di progetti sostenibili e nella ricerca delle risorse finanziarie al fine di assicurare l’utilizzo effettivo e lo sviluppo dei beni e delle aziende confiscate.
Ma perché allora l’istituto del commissario non ha funzionato? A me sembra, signor Presidente, che non possiamo non porci questa domanda: dobbiamo porcela, se non vogliamo incorrere negli stessi difetti e negli stessi errori che hanno impedito, dopo il 2001, il raggiungimento dei nobili obiettivi alla base di quel provvedimento.
A me sembra che il commissario non abbia funzionato per due fondamentali ragioni. La prima è che la sua azione pur concentrata e autonoma, così come era delineata nel provvedimento, non ha di fatto sufficientemente interloquito nella pratica con le funzioni di altri due soggetti istituzionali ineliminabili nella fase del sequestro e anche nella successiva fase dell’utilizzazione e assegnazione dei beni, e cioè la magistratura, da una parte, e il prefetto, dall’altra. Vi è stata, come spesso accade nella nostra ingegneria istituzionale, che spesso è molto astratta (ed è un suo difetto cronico), una sovrapposizione di organi e non già la loro armonizzazione in un’unica scala.
Le diverse amministrazioni sono andate ognuna per conto proprio, gelose come sono in genere le amministrazioni delle proprie prerogative e, se possibile, anche sorde a qualunque forma di collaborazione. Il risultato è stato quello, constatato tante altre volte nella nostra storia amministrativa, che i buoni propositi sono rimasti sulla carta della legge.
La seconda ragione è di ordine finanziario: non sono state sufficientemente previste adeguate risorse finanziarie da destinare al recupero funzionale dei beni confiscati, beni troppo spesso ridotti in stato di abbandono e di inefficienza dalla lunga fase del sequestro giudiziario su cui ritornerò subito. Di conseguenza le imprese mafiose risanate e restituite in fine all’attività di mercato ma senza più la rete protettiva delle cosche sono in genere fallite o si sono trovate in gravissima difficoltà. Più in generale, i beni nella lunga attesa di essere ridestinati sono deperiti perdendo il loro valore.
Ho parlato prima di sequestro giudiziario. Vorrei per un momento attirare l’attenzione su questa prima, delicatissima fase della procedura della quale stiamo parlando, fase nel corso della quale i beni, almeno sino ad oggi, erano assoggettati esclusivamente all’amministrazione giudiziaria. È vero che i beni restavano per così dire inerti in questa fase, privi, nell’attesa necessaria del pieno espletamento delle indagini, di una loro possibile attivazione economica e sociale. Questa inerzia – ne convengo volentieri – è stata spesso un fattore di negatività.
Signor Presidente, se mi consente traggo da una vicenda recente della quale mi è capitato di occuparmi anche con un’interrogazione al Ministro dell’interno qualche ulteriore argomento per illustrare i limiti e la gestione dei beni nella fase del sequestro giudiziario. Nel comune di Monterotondo la comunità religiosa romena che fa capo alla Chiesa greco-ortodossa, già da tempo, dall’anno 2005 per l’esattezza, ha richiesto l’assegnazione temporanea a scopo di esercizio del culto di un edificio facente parte di un patrimonio sottoposto appunto a sequestro giudiziario. Sono beni ex mafiosi, per dir così. I beni dei quali sto parlando, pure individuati da tempo dalle autorità cittadine e specificamente dal comune di Monterotondo per essere destinati anche a tale scopo e come tali sottoposti all’attenzione del tavolo istituzionale permanente per la destinazione e l’utilizzo dei beni confiscati alla criminalità presso la prefettura di Roma, non sono stati e non sono tuttora disponibili per l’insistere su di essi di due distinti procedimenti penali ancora non definitivamente risolti. Il 2 febbraio 2009 il prefetto di Roma, dopo una serie di attività paraistituzionali per accelerare le pratiche, ha esortato il commissario straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati ad organizzazioni criminali affinché venisse richiesto nuovamente alla Corte d’appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, presso la quale – insisto – il procedimento penale non è ancora concluso, di ottenere il dissequestro dei locali. Ad oggi, siamo nel marzo 2010, nessuna risposta è stata data a questa istanza, nonostante il Ministro si fosse impegnato nella risposta alla mia interrogazione a facilitarne l’iter. È una piccola vicenda locale che forse potrebbe anche apparire irrilevante, ma non lo è affatto in realtà perché a nessuno può sfuggire l’importanza di consentire ad una comunità di quasi mille fedeli, tanti ne gravitano intorno alla chiesa greco-ortodossa di Monterotondo, di praticare serenamente il proprio credo religioso. Vi si sommano però una serie di problemi aperti, più generali che mi auguro il provvedimento oggi in discussione potrà affrontare e risolvere.
Ci troviamo di fronte a due concomitanti esigenze infatti, che riassumerei in questi termini. Da un lato dobbiamo garantire una più efficiente gestione dei beni sin dalla fase del sequestro giudiziario privilegiando, come ci chiede espressamente la legge, una destinazione a scopi sociali che al tempo stesso si mantenga nei confini di un’accettabile utilizzazione economica. Cito a proposito una bella frase del collega senatore Lumia, il quale ebbe a dichiarare tempo fa – condivido pienamente questa sua affermazione – che bisogna dimostrare che lo Stato è più bravo della mafia, che lo Stato promuove concretamente i diritti dei cittadini, mentre la mafia li nega e li mortifica. Dunque, per concludere su questo primo punto, occorre che l’Agenzia gestisca i beni con una logica che – mi si consenta – non può essere puramente economicistica: non basta farli fruttare questi beni in una logica di puro mercato, ma occorre che si segua l’intento di farli fruttare, realizzando scopi sociali utili, direi scopi economici eticamente validi. E questo è molto più difficile, naturalmente.
Dall’altro lato, però, dobbiamo valutare con estrema attenzione quale sarà il rapporto tra la nuova Agenzia e gli altri due soggetti in campo che ho citato in precedenza: la magistratura a monte, nella fase delicata del sequestro giudiziario, quando ancora insistono sui beni – o possono insistere – indagini in corso, e la rete dei prefetti sul territorio a valle, quando si tratta di reinserire i beni nel mercato, di rimetterli in funzione con le proprie gambe, eventualmente, affidandoli ad associazioni o anche a singoli privati, affinché tali beni riassumano il loro ruolo naturale nell’economia dei territori ove sono inseriti. Solo il prefetto può conoscere il territorio ed essere in grado di operare, in questa fase, con cautela, discrezione, intelligenza ed acume.
Nella prima fase, in particolare – fase delicatissima, perché il bene sequestrato ancora non ha cessato di essere oggetto di indagini – credo, invece, che il dominus non possa essere l’Agenzia, come prevedeva il provvedimento in questione (accolgo con favore ed uso questo verbo al passato, visti i segnali di ravvedimento che mi sembra vengano dalle parole del relatore; vedremo). Ritengo che, in questa prima fase, il dominus non possa essere l’Agenzia, ma debba essere, anzi, non possa non essere, il giudice preposto al sequestro.
Nel fare questa affermazione, mi rendo perfettamente conto di quali sono le possibili obiezioni: se si lasciano le cose come sono, inevitabilmente, il bene sarà ancora amministrato burocraticamente, e quindi, a rischio di danneggiarsi o di estinguersi. Penso che a questa obiezione si possa e si debba rispondere non spostando la titolarità del controllo del bene dal giudice all’Agenzia, ma introducendo, già in questa prima specifica fase, quella del sequestro, una gestione del giudice assistita dall’azione intelligente dell’Agenzia. Dovremmo, cioè, immaginare la fase del sequestro come strettamente connessa a quella successiva della destinazione, con una specie di «scivolo» che, pur essendo strutturalmente distinte le due fasi, e non possono non esserlo, costituisca un unico percorso, senza soluzione di continuità.
Occorre, dunque, che in questa sorta di fase preparatoria, Agenzia e magistrato collaborino, come oggi non avviene con il commissario, bisogna dirlo con franchezza. Cooperino – abbiamo usato questo verbo in uno dei nostri emendamenti – e si crei una felice sinergia tra le istituzioni, in modo da gestire il bene sin da questa prima fase (non come oggi che, in pratica, se ne fa un’amministrazione puramente burocratica), anche prevedendo, a somme linee, quale potrà essere la sua sorte futura, al fine di programmare l’assegnazione e la destinazione dei beni.
Da questa sinergia, che andrebbe meglio specificata e stabilita nelle norme, può venire un continuum virtuoso nel quale il bene potrà trovare, già in questa fase, una sua utilizzazione ed attivazione socialmente utile. Per fare un esempio che mi viene facile, ciò è accaduto nel caso di Monterotondo, che ho citato in precedenza, quando il bene è stato affidato temporaneamente all’uso della chiesa greco-ortodossa. Ciò in contrasto con una semplice custodia passiva: penso alle imprese ex mafiose e gli altri casi che si possono immaginare.
Il provvedimento che stiamo discutendo mi lascia, sotto questo specifico profilo, alquanto perplesso. La relazione che ho letto con attenzione spiega che attribuendo alla sola Agenzia un unico soggetto – si insiste molto sull’unicità del soggetto: la qualità di amministratore dei beni sequestrati e confiscati e quella di soggetto titolare della potestà di destinazione dei beni – si compie una semplificazione, che di per sé sembra virtuosa, perché si libera il giudice da una serie di incombenze con effetti positivi anche sulla funzionalità degli uffici giudiziari.
Ripeto: capisco questa logica e ne comprendo anche i fini ma, nella fase del sequestro, il bene è come se fosse «in mezzo al guado», non potendo essere definitivamente assegnato al suo definitivo destinatario e, al tempo stesso, essendo ancora concretamente oggetto di indagine. Possiamo immaginare, in questa fase, di escludere il giudice responsabile?
Vorrei spingermi oltre. Infatti, mi domando e vi domando: è bene che anche la delicatissima funzione successiva – quella della destinazione del bene – sia concentrata in capo alla sola Agenzia?
Siamo in presenza di interessi molto robusti, plausibilmente soggetti ad appetiti voraci: vi è tutto il capitolo, molto preoccupante, delle infiltrazioni mafiose per ricomprare i beni; sento che ora si vogliono trovare rimedi a questo rischio, e me ne compiaccio, ma comunque il rischio resta. In casi come questi, non dovremmo immaginare un temperamento dei poteri assoluti e discrezionali posti in capo a un solo soggetto decidente? Non dovremmo, proprio al fine di evitare che si ripetano prassi deprecabili oggi rimbalzate sulle prime pagine dei giornali, fare in modo che le decisioni rilevanti siano concertate, chiamando a parteciparvi più soggetti istituzionali?
Signor Presidente, io penso ad un’Agenzia che non sia concepita come un super potere a sé stante (come, ahimé, in tanti casi recenti, abbiamo dovuto denunciare), come un potere esterno all’amministrazione, che si sovrappone ai poteri dell’amministrazione civile e giudiziaria, schiacciandoli ed emarginandoli.
Penso ad un soggetto che unisca l’agilità esecutiva e la rapidità di decisione: il che comporta, naturalmente, l’esercizio di poteri autonomi, ma che siano ben delineati e non discrezionali, non generici; penso ad un soggetto che, poi, unisca questa rapidità di decisione con la capacità di fare rete, dialogando tra istituzioni, senza nulla togliere alle competenze costituzionalmente e legislativamente garantite ad altri soggetti.
Su questo specifico punto, mi si consenta una digressione. Corre una linea di divisione profonda tra noi e i colleghi della maggioranza: voi, colleghi della maggioranza, in questo come in altri provvedimenti vi ostinate a vedere nella sola concentrazione dei poteri e nella creazione di organismi eccezionali, svincolati dalle regole che reggono l’amministrazione nel suo complesso, la soluzione di ogni problema, la panacea di tutti i mali presenti. Noi, al contrario, pensiamo che sull’amministrazione si debba lavorare per migliorarne gli standard, certamente insufficienti, e affrettarne i tempi di realizzazione delle politiche pubbliche, certamente troppo ritardate, soprattutto curando, però, che i veri soggetti che compongono l’apparato amministrativo siano tra loro in sintonia, agiscano all’unisono e funzionino come un’unica rete, un’unica sequenza, ognuno con la propria competenza e la propria missione, ognuno con la propria responsabilità, ma retti da una strategia e da un disegno comune. In questo modo concepiamo la pubblica amministrazione e la riforma della pubblica amministrazione in Italia, non attraverso una fuga dalla pubblica amministrazione verso altri lidi che non si sa quali debbano essere: i lidi dell’eccezione, dell’eccezionalità.
Aggiungo un ulteriore motivo di perplessità: un’Agenzia come quella prefigurata dovrebbe poter anche contare su assetti organizzativi adeguati e qui si pone un altro punto critico dell’attuale provvedimento. Leggendo l’articolato mi ha colpito a prima vista la sproporzione tra i compiti affidati all’Agenzia – che sono ingenti, concentrati, da espletarsi rapidamente e con efficacia – e l’organico, i mezzi materiali e le stesse regole funzionali che si prevedono per espletare tali compiti.
Non vorrei essere frainteso. Nessuno propone di creare strutture burocratiche ipertrofiche come troppe volte si è fatto in passato nelle pubbliche amministrazioni: ben vengano, specie se si tratta di agire sul terreno dell’economia (e una parte delle funzioni che, immaginiamo, appartengono certamente a questo terreno). Ben vengano le équipe di pochi e competenti, con pochi livelli intermedi di comando e capacità di mobilitazione in tempi brevi.
Tuttavia, non vorrei che, al tempo stesso, rarefacendo risorse umane e mezzi organizzativi, si preludesse – come diceva in precedenza l’onorevole Ferranti – ad un uso dell’Agenzia come «ente passacarte», il quale poi deve necessariamente, se vuole raggiungere i suoi scopi pratici, ricorrere a soggetti esterni, magari non pubblici, magari ingaggiati attraverso atti che non sono assistiti dai controlli e dalle garanzie rituali che sarebbero necessarie. Non vorrei, insomma – e scusate se dopo la brutta vicenda relativa alla Protezione civile Spa siamo diventati tutti più diffidenti – che ci ritrovassimo con un’Agenzia che compra fuori dallo Stato le consulenze, le professionalità e le competenze pratiche delle quali non dispone in casa propria.
Vi è infine un ulteriore punto che vorrei toccare, relativo alla sorte dei beni che non siano, per cause varie, destinati a finalità di pubblico interesse e che debbono, dunque, essere rimessi sul libero mercato. Si tratta di un passaggio molto delicato e noi domandiamo, con una specifica proposta emendativa, che questa delicatissima operazione sia assistita da speciali garanzie; essa, infatti, implica il contatto diretto con una platea di interessi non definibili dalla loro finalità sociale, ma indistinti e naturalmente legittimi; non voglio con questo dire che debbano essere per forza criminosi, ma è evidente che, quando non vi è una finalità sociale, bisogna essere più cauti e più attenti.
Vorremmo, appunto, che questa delicatissima operazione fosse assistita da speciali garanzie: che le cause della mancata finalizzazione sociale dei beni, quando ci si arriva, siano sempre adeguatamente documentate – deve costituire un’eccezione, non una prassi, la rinuncia alla finalizzazione sociale – e che comunque la vendita del bene avvenga vigorosamente al prezzo di mercato, con un riflettore acceso da parte dell’amministrazione su questo particolare e delicatissimo momento.
Aggiungo a questa richiesta un ulteriore suggerimento, contenuto in un altro emendamento: che l’Agenzia riferisca periodicamente della sua attività non ai Ministri dell’interno e della giustizia, come prevede l’attuale testo, bensì al Parlamento, con una relazione dettagliata sulla consistenza dello stato dei beni e sulle problematiche insorte in relazione alla loro gestione. Naturalmente, la ratio di questo emendamento è comprensibile a tutti: si tratta di rendere il più possibile trasparente la gestione di questa particolare e delicatissima fase di restituzione al mercato dei beni confiscati, impedendo che essi abbiano una destinazione diversa da quella che tutti auspichiamo.
Intendiamo, con questi emendamenti e con altri che qui non richiamo, sottolineare quella che dovrebbe essere e restare l’ispirazione fondamentale della legge in discussione, cioè che i beni frutto dell’attività criminosa siano riqualificati e riutilizzati nel nome di quegli stessi interessi sociali che la mafia ha offeso, ha inteso colpire, mortificare ed emarginare. Qui sta la ratio del provvedimento, qui dobbiamo individuare la vera ratio del provvedimento, in questo colpiamo davvero le organizzazioni criminose e in questo il provvedimento può diventare parte di una strategia più complessiva di opposizione alle forme di criminalizzazione in atto nel nostro Paese.
Lo scopo della legge è e dovrebbe restare quello di attivare nella società civile, attraverso queste risorse strappate alle organizzazioni criminali, una reazione etica alle stesse organizzazioni criminali, nella consapevolezza che la delinquenza si combatte, oltre che con opportune politiche di polizia, con la ricomposizione e la rivalorizzazione di quegli assetti sociali disgregati sui quali la mafia ha potuto alimentare il proprio potere.
Vorrei aggiungere che quando questi beni fossero restituiti all’uso della società civile occorrerebbe una fase successiva di assistenza, di controllo, di tutela, quasi di tutoraggio nei confronti di coloro che ne vengono in possesso, ad impedire quello che spesso avviene, cioè che essendo stati restituiti beni privati, queste imprese e questi patrimoni vadano incontro a delle difficoltà enormi.
Se si perdono di vista questi obiettivi e se ci si riduce a mere riconversioni economiche in una logica meramente produttivistica, può facilmente accadere quello che temiamo e denunciamo con forza, cioè che l’intera gestione e restituzione al mercato dei beni confiscati possa andare a vantaggio proprio di quei grandi potentati economici, mafiosi, camorristici e via discorrendo, che avremmo dovuto colpire con questa operazione. Credo che nella fase di discussione degli emendamenti dovremmo tenere presente questo rischio che non è soltanto virtuale (purtroppo è reale, sta nella realtà dei fatti) e che dovremmo correggere il provvedimento.
Mi pare di cogliere nelle parole che ha pronunciato il relatore, in particolare l’onorevole Contento, all’inizio del pomeriggio, segnali positivi in questa direzione; me ne compiaccio molto e penso che su quei segnali si possa lavorare. Mi auguro che non restino solo dei segnali, che il provvedimento esca da questa discussione profondamente corretto nei punti che ho indicato e in altri che hanno indicato i miei colleghi e che si evitino nefasti e paradossali esiti finali, che forse nessuno di noi, indipendentemente dal posto in cui siede al Parlamento, si augura.

Atto Camera


Celebrazioni 150 anni Unità Italia – conferenza prof. Guido Melis

marzo 9, 2010

27.02.2010

     

 

Il giorno venerdì 26 febbraio 2010, presso la Sala del Rettorato dell’Università Politecnica di Ancona è stato dato l’avvio alle Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, programmate dal Comitato operativo costituito dal Prefetto Claudio Meoli, a tale scopo, presso la Prefettura di Ancona.
  Il Prof. Guido Melis, docente di Storia della Pubblica Amministrazione presso l’Università “La Sapienza” di Roma, alla presenza di autorità, cittadini e studenti, ha tenuto una conferenza dal titolo “La pubblica amministrazione italiana nella costruzione dello Stato unitario”.

http://prefan.regione.marche.it/Mediateca/Notizie.asp?id=92&tipo=A


Intervento su emendamento, Legittimo impedimento

marzo 2, 2010

02.02.2010 

Signor Presidente, mi sono esibito poco fa nell’intervento breve[1] – che va di pari passo con il processo breve – ma, se avessi parlato, avrei insistito sul tema della soppressione di una frase particolare delle norme che stiamo discutendo. Si tratta della frase che contiene la clausola di chiusura del comma 2 dell’articolo 1 e che recita: «nonché ogni attività connessa alle funzioni di Governo».
Vorrei trattenermi su questo, perché forse si può fare una riflessione più generale su un certo modo di legiferare. Cosa vuol dire questa frase? Balzano agli occhi due concetti: quello di attività e quello di connessione. «Attività» è un termine generico nel quale sono comprese le più varie e le più atipiche azioni preparatorie.
Per quanto riguarda il termine «connessione» (ho provato a consultare un vocabolario) significa unire insieme, concatenare, collegare. È evidente che i termini «attività» e «connessione» messi insieme richiedono, per essere definiti, un’attività di interpretazione, che però non è delegata al giudice – come sarebbe logico aspettarsi in vista di un equo bilanciamento tra l’interesse del processo e l’interesse dell’esercizio delle funzioni di governo – ma è lasciata alla libera determinazione degli uffici della Presidenza del Consiglio, cioè proprio di quella figura istituzionale che dell’interruzione dovrebbe beneficiare.
Signor Presidente, come ha ricordato nel corso della discussione sulle linee generali la collega Ferranti, in questo punto e altrove siamo di fronte ad una norma in clamoroso contrasto con la giurisprudenza della Corte costituzionale, che ha escluso ogni automatismo del legittimo impedimento e ha chiaramente assunto posizione contro qualunque norma astratta generalmente derogatoria delle regole processuali comuni.
Spetta al giudice essere l’arbitro del processo, né si può consentire che il giudice si riduca a un ruolo notarile prendendo atto passivamente di eventi che maturano al di fuori del processo stesso.
L’intero articolo 1, comma 2, a nostro avviso contrasta con la limpida visione dell’esercizio autonomo della giurisdizione. Ma in modo ancora più sfacciato vi contrasta questa estensione a ogni attività connessa alle funzioni di Governo, generica e ambigua. Si tratta di un concetto indefinito nel quale non è azzardato arguire che sarebbero ricompresi anche atti preparatori, tra cui riunioni di staff, riunioni politiche in senso lato, nonché una miriade di altri comportamenti, sino a comprendere in definitiva l’intera agenda del Presidente del Consiglio.
Non siamo – lo abbiamo detto molte volte – contro il legittimo impedimento dell’imputato quale causa di rinvio dell’udienza. È un istituto che già vige ed è quotidianamente applicato ragionevolmente nei tribunali della Repubblica.
Siamo contro un’estensione del principio sino a tradurla in un privilegio per un solo imputato, in contrasto con il parallelo principio del bilanciamento ragionevole tra gli interessi in campo.
Lo voglio ridire con le parole già tante volte citate di Valerio Onida, il professor Onida, presidente emerito della Corte costituzionale: «una disciplina» – ha detto Onida in audizione – «che stabilisce a priori e in modo vincolato che la titolarità dell’esercizio delle funzioni pubbliche costituisca sempre legittimo impedimento, per tutta la durata della carica pubblica o per lunghi predeterminati periodi di tempo, si tradurrebbe nella statuizione di una vera e propria prerogativa», cioè – aggiungo io – in una deroga al normale esercizio della funzione giurisdizionale che, a norma della Costituzione, non è oggi ammissibile. Altra cosa se faremo una modifica della Costituzione, ma questa va chiesta e fatta con legge costituzionale.
Voglio concludere così, signor Presidente. Diceva George Orwell ne La fattoria degli animali che tutti gli animali, in quel metaforico mondo politico-costituzionale, erano uguali ma qualcuno – e nello specifico i maiali – era più uguale degli altri. Temo che in Italia stiamo andando precisamente in quella sciagurata direzione


[1]  Poco prima Melis ha avuto la parola, ma gli è stata subito tolta perché la Presidenza si è accorta di un errore nel dargliela.


Intervento in aula “Disposizioni urgenti relative alla Presidenza del Consiglio dei ministri e alla Protezione civile”

marzo 2, 2010

18.02.2010

Signor Presidente, in questi giorni mi sono interrogato sul significato della parola «emergenza» e sull’esatta definizione dell’espressione «stato di emergenza». È un vocabolo che forse meriterebbe sul piano lessicale e semantico qualche approfondimento, perché «emergenza» ha un significato preciso e non si può utilizzare per tutti gli usi. Per esempio, non vuol dire “urgenza”. Emergenza – leggo su un vocabolario della lingua italiana – significa “circostanza, difficoltà imprevista o, ancora, situazione critica, di grave pericolo, da cui deriva lo stato di emergenza”.
Urgenza significa, invece, “obbligo di immediata attuazione o intervento, da cui deriva procedura di urgenza”. Sono due termini diversi ed è evidente che il primo, l’emergenza, nasce in situazioni eccezionali, di enfatizzazione estrema dello stato di urgenza; nasce in ragione di un’imprevedibilità dell’evento (in questo il dizionario è chiarissimo) ed è caratterizzata dalla presenza di un grave pericolo. Entrambe le situazioni devono essere affrontate naturalmente con tempestività estrema, ma la prima, l’emergenza, consente e suggerisce l’uso di mezzi eccezionali (la proclamazione dello stato di emergenza lo è), la seconda no. Ora, voi avete fatto della Protezione civile in Italia non più l’apparato che fronteggia le emergenze, le situazioni di pericolo, le situazioni critiche e le drammatiche emergenze, come sono le catastrofi naturali o come è stato il terribile terremoto in Abruzzo, ma ne avete fatto e ne state facendo lo strumento da mobilitare ordinariamente ogni volta che si profila una qualunque urgenza. A volte viene utilizzato per urgenze, come fossero emergenze, in tutte le situazioni più disparate, fino a svilire lo strumento e a farne un mezzo di ordinario intervento. Ma cosa tiene insieme queste urgenze, che voi chiamate anche, con una definizione pomposa, ma che è anche molto ambigua sul piano lessicale, «i grandi eventi»? Qual è l’attinenza che esiste tra materie così diverse come, da una parte, i terremoti, le alluvioni, le catastrofi e i grandi disastri naturali, e, dall’altra parte, le gare sportive, sia pure impegnative, le sagre dei santi patroni, i pellegrinaggi, i funerali dei Papi o anche il piano carceri, che è stato definito come una situazione di emergenza? Adesso l’ho capito, perché l’altro giorno ho letto sul giornale della mia città, La Nuova Sardegna di Sassari, una cronaca che vorrei riferire. Sulla base di una documentazione inequivocabile, i giornalisti de La Nuova Sardegna hanno scoperto che le carceri in costruzione in Sardegna, in particolare a Cagliari, Sassari e Tempio, sono state appaltate con affidamento dei lavori coperti da segreto di Stato, con gare secretate, precisamente alle seguenti imprese: Opere Pubbliche Spa, alias Gariazzo, Anemone Srl (sappiamo di cosa stiamo parlando) e Gia.Fi costruzioni Spa (sappiamo di cosa stiamo parlando). Sono esattamente le tre imprese sulle prime pagine dei giornali per aver appaltato i più significativi lavori de La Maddalena a condizioni esorbitanti nell’ambito del G8, poi spostato a L’Aquila. Mi viene in mente allora questa considerazione: quello che tiene unito questo composito minestrone di materie, che voi chiamate grandi eventi, è soltanto un fattore, e cioè che in tutti i casi i destinatari degli appalti sono – mi verrebbe da dire saranno – sempre gli stessi, più o meno la stessa platea. Insisto anche sulle modalità: cosa accomuna tutte queste cose? Niente bandi nella Gazzetta Ufficiale, in nome del decreto del 2003 dell’allora ministro Castelli, che stabilisce che gli appalti carcerari si possono fare con particolare misure di sicurezza, cioè segretamente. Gare veloci, velocissime, il più delle volte con un solo concorrente, gestite, anche queste delle carceri come quelle altre, dal SIIT del Lazio, Servizio integrato infrastrutture e trasporti, braccio operativo del Ministero delle infrastrutture, con decisore ultimo – manco a farlo apposta – il signor Angelo Balducci. Una società esclusa dagli appalti delle carceri sarde, la Pizzarotti Spa, ha presentato al TAR del Lazio un ricorso, lamentando di essere stata esclusa dall’accesso agli atti della gara per le carceri di Sassari. Il ricorso è stato respinto dal TAR perché «la costruzione di un penitenziario può essere secretata». Stiamo parlando, signor Presidente, di appalti per milioni di euro di tre grandi istituti penitenziari nella sola Sardegna: chissà cosa sta succedendo nel resto del Paese, e cosa succederà col Piano carceri, se il Piano carceri, come sembra, verrà messo sotto l’ombrello della Protezione civile. Vorrei parlare, in questo intervento, di una prassi amministrativa: di un nucleo ristretto, ristrettissimo di decisori, sempre gli stessi, e di una piccola platea di interessi, sempre gli stessi. Piccola la platea, perché i nomi di questi imprenditori, appunto, ricorrono in tutti gli appalti, e chissà in quali altri settori, legati per più fili a chi decide l’appalto. In giugno Alberto Statera, uno dei nostri migliori giornalisti, ha pubblicato un libro, significativamente intitolato Il Termitaio. Alle pagine 57-59 di quel libro, che è uscito prima che scoppiasse lo scandalo attuale, già si parlava con nome e cognome di Alberto Balducci, e si diceva che la residenza della società del signor Anemone a Grottaferrata, via IV Novembre 32, coincideva per indirizzo guarda caso con la sede della Erretifilm Spa, la cui proprietaria era ed è la moglie del signor Balducci, la signora Tau, socia a sua volta della signora Pascucci, amministratore unico di un’altra impresa edile legata al signor Anemone, la Redim 2002; a sua volta socia, la Pascucci, dell’Arsenale scarl, società costituita appunto per il cantiere dell’ex arsenale de La Maddalena. Curiose, vero, queste coincidenze? È possibile che nessuno, al Dipartimento della protezione civile o altrove, al Governo, se ne sia incuriosito, che nessuno si sia insospettito? Ho la massima stima di quanto ha fatto in passato il dottor Bertolaso, ma è possibile che il dottor Bertolaso non abbia letto questo libro, che il suo ufficio stampa non gliel’abbia segnalato?
Penso, signor Presidente, che siamo di fronte in realtà ad una situazione molto grave. Si dice: ma la corruzione è sempre esistita. È vero, almeno in parte questo è vero. Tuttavia vi sono state epoche nella nostra storia, anche recente, nelle quali la corruzione, pur presente ed attiva, è stata combattuta, con norme efficaci, con controlli ispettivi penetranti e soprattutto con il conforto di una moralità pubblica, in primo luogo del personale politico, che ne ha isolato gli effetti e che ha condannato i protagonisti prima ancora che intervenissero le condanne del giudice: perché una buona pubblica amministrazione sa agire prima che intervenga il giudice. Quello a cui stiamo assistendo da qualche tempo, da qualche decennio almeno con ricadute sistematiche, è invece l’instaurarsi di un sistema corruttivo che ha creato intorno a sé connivenza e consenso, che si avvale dell’inerzia della pubblica amministrazione, che prospera sulla fragilità morale di un ceto amministrativo e politico che non sa trovare in sé la forza di reagire, e che invece di apprestare rimedi preventivi indulge in tentazioni, come è questa sciagurata tentazione, per fortuna da noi scongiurata, della Protezione civile Spa. Scongiurata per ora, ma non sappiamo se non la riproporrete in qualche provvedimento futuro. La ricerca dell’efficienza e della rapidità esecutiva nei pubblici apparati è un obiettivo sacrosanto, è fuori di discussione: tutti noi lo sentiamo come prioritario. Anni fa ho avuto la fortunata occasione di stare accanto all’allora ministro della Funzione pubblica Sabino Cassese, in un’epoca molto difficile, quella del Governo Ciampi – molti di voi la ricorderanno -, nella quale tuttavia già si individuava saggiamente nella riforma dell’amministrazione una delle chiavi di volta, se non la chiave di volta principale, per uscire dalla crisi italiana. Ricordo benissimo quella stagione vissuta a Palazzo Vidoni, e soprattutto la resistenza contro quella politica riformatrice del ministro, enorme resistenza, bipartisan: i sindacati del pubblico impiego, preoccupati che non venissero violati certi santuari; e la classe politica. Uno degli avversari era l’attuale ministro Sacconi, che allora militava in altra parte politica. Ricordo benissimo l’alleanza tra la cattiva burocrazia e la cattiva politica, che fronteggiò quel coraggioso tentativo fatto quasi senz’armi: il Governo Ciampi era un Governo provvisorio, Cassese era un ministro prestato alla politica, che visse solo quella stagione al vertice della funzione pubblica. In realtà è un antico vizio del nostro sistema, di fronte alle inefficienze e alle lentezze della burocrazia, di non affrontarle mai di petto, di fare i compromessi con la burocrazia, di non mettere mai in campo adeguate e coraggiose politiche di riforma, bensì di aggirare i problemi lasciando vivere, anzi vivacchiare l’esistente, creando fuori dall’amministrazione un’altra amministrazione. Questo gli studiosi lo sanno: la chiamano da tanti anni l’amministrazione parallela. È un tema antico, persino Giolitti, per fronteggiare il terribile terremoto di Messina nel 1908, creò poteri ed uffici speciali e persino un ente pubblico, l’Unione edilizia messinese, che poi divenne Unione edilizia italiana (perché questi enti, uffici ed apparati nascono e poi si stabiliscono, mettono radici e non c’è più verso di spostarli dall’ordinamento), che sopravvisse infatti a lungo all’emergenza che aveva creato e naturalmente con esiti non certo brillanti dal punto di vista dei risultati e dell’efficienza. In altri Paesi, quando si verifica un’emergenza, una grande catastrofe, questa serve da stimolo per migliorare l’amministrazione esistente; se ci si rende conto che l’amministrazione non funziona ci si mette mano e nel giro di pochi anni la si mette in grado di lavorare. Da noi le emergenze servono per creare continuamente nuove amministrazioni lasciando vegetare le vecchie nella loro inerzia e nel loro lassismo. La «fuga dello Stato», così è stata definita da Cassese questa tendenza; l’outsourcing, si direbbe oggi, con un linguaggio contemporaneo. Protezione civile Spa, a quanto si capisce dal provvedimento in oggetto, avrebbe dovuto essere una sorta di braccio esecutivo del Dipartimento a sua volta gerarchicamente soggetto alla Presidenza del Consiglio: Dipartimento che già oggi è dotato di poteri autonomi oltre che di una discreta agilità esecutiva. Il Dipartimento della protezione civile che ha una breve ed abbastanza dignitosa storia alle spalle soprattutto negli anni, lo riconosciamo volentieri, in cui lo ha guidato Guido Bertolaso, non ha dato cattiva prova di sé. Fino a quando si è occupato del suo mestiere, cioè di emergenze, solo di emergenze, e non di urgenze e grandi eventi o chissà che altro, anzi è apparso perfettamente in grado di fronteggiarle. Perché allora smontare questa macchina così soddisfacente per ricostituirla priva di regole senza capire se con gli stessi criteri organizzativi o con altre modalità. Mi viene un sospetto, signor Presidente, che i veri motivi di questa repentina fuga dallo Stato non siano nel bisogno di una maggiore efficienza, come ci si è detto, ma in altri meno nobili e più reconditi scopi. E ritorno al tema dei destinatari, che forse il mio collega Ghedini chiamerebbe «gli utilizzatori finali», del flusso di danaro pubblico gestito dalla Protezione civile. Questo Governo proseguendo con maggiore spudoratezza una linea già annunciatasi in occasione delle precedenti esperienze degli esecutivi Berlusconi, mira in realtà ad un unico scopo che io chiamerei la riforma istituzionale strisciante. Lo scopo è svuotare lo Stato, svuotare le amministrazioni dello Stato, farle funzionare ancora peggio di come funzionano adesso lasciando soltanto il guscio e trasportare tutte le funzioni che contano, specialmente quelle che implicano rapporti stretti con gli interessi privati, diciamo così, quelle che fruttano, in uno Stato parallelo costituito ad hoc senza più controlli né vincoli, direttamente gestito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Lo si voleva fare con la Protezione civile, lo si farà col Piano carceri, lo si sta facendo con la polizia a vantaggio persino adesso delle agenzie private di vigilanza che vengono immesse in compiti per i quali non sono preparate e che a loro non spettano; lo si vuol fare con la difesa. È un’epidemia, signor Presidente, l’epidemia della fuga dallo Stato e nella fattispecie dalle regole dello Stato, dalla legalità, dai controlli contabili, dai giudici dello Stato e mi aspetto che prima o poi avremo una magistratura parallela che servirà per bypassare la magistratura attuale. È in atto, se sappiamo leggerla, una grande manovra che sarebbe bene non sottovalutare e che si basa su tre punti salienti che riassumerei così. Il primo: l’Esecutivo deve avere per sé tutto il potere senza più quel sistema di pesi e contrappesi che caratterizza ovunque in Occidente il funzionamento delle democrazie contemporanee, riducendo il Parlamento, e sta succedendo, a mera camera di registrazione delle decisioni governative e deve quindi dotarsi di apparati esecutivi particolarmente efficienti. Secondo: la riforma della pubblica amministrazione in nome dell’efficienza, mi perdonerà il ministro Brunetta se mi ascolta, è solo puro fumo negli occhi; mentre ci si trastulla sui fannulloni e si fanno grandi battaglie per mettere i cartellini agli impiegati, tutte le attività rilevanti della pubblica amministrazione tendono a passare ad altri soggetti ad essa estranei. Terzo: l’outsourcing appunto, che un tempo era l’eccezione, diventa la regola; in quasi tutti i ministeri qualunque grande evento diventa campo per l’intervento di nuovi soggetti svincolati dalle regole e dai controlli; si utilizzano poteri eccezionali, si concentrano risorse finanziarie eccezionali e si procede con modalità di spesa eccezionali. In realtà si sta svuotando lo Stato, si sta svuotando quella che era un tempo l’amministrazione per ministeri, quella che è descritta nella Costituzione della Repubblica. La si sta sostituendo con soggetti di diritto privato sottoposti a controlli a consuntivo di problematica efficacia portando in questi soggetti, quasi fossero contenitori privi di una precisa missione, quante più funzioni pubbliche si riesce a portarvi (alla rinfusa, come dimostra il provvedimento, poi ritirato, sulla Protezione civile Spa).
Non a caso protestano tutti i corpi che si occupano di queste cose: vi è una protesta tra i vigili del fuoco, esprime dubbi seri la Croce rossa (che, tra l’altro, è un’organizzazione internazionale e mal tollera di essere subordinata a soggetti forti e così incontrollati), non a caso si dissociano le regioni (alcune regioni), non a caso prendono le distanze associazioni di categoria e sindacati che sul territorio esercitano preziose funzioni.
L’indeterminatezza stessa della norma genera dubbi e resistenze perché qui non si parla più di emergenza e di politiche di coordinamento in vista dell’emergenza; qui si predispongono in realtà strumenti autonomi, acefali, nelle mani – ripeto – del Presidente del Consiglio, neanche del Ministero dell’economia e delle finanze che normalmente controlla le società per azioni (questa società per azioni – che ripeto per fortuna è caduta, ma che chissà che non rispunti da qualche altra parte – dipendeva infatti direttamente dal Presidente del Consiglio). Si tratta di strumenti impiegabili a discrezione quando il Presidente lo decida, senza più confini di materia o di scopo né gradazione di bisogni o valutazione di opportunità sottoposte a qualsivoglia controllo o autorizzazione.
L’amministrazione tradizionale – si è sempre detto – era ed è troppo circoscritta, era ed è troppo imbalsamata dalle norme, ma qui si inventa un soggetto libero di fare quello che vuole senza criteri di sorta che non siano la volontà politica del Governo, che ne detiene – soggetto unico e a sua volta incontrollato – il controllo. Sono soggetti pericolosi, questi, quando si radicano nell’ordinamento perché alla fine, alla lunga, quando si moltiplicano tendono a scardinare l’ordinamento nei suoi gangli costituzionali. Noi – lo ripetiamo al ministro Brunetta – siamo, come lui dice di essere, per una amministrazione che funzioni, per un’amministrazione pubblica moderna al passo con gli apparati amministrativi dei grandi Stati (d’Europa ed altrove), rispettosa della legalità ed al servizio dei cittadini, che dell’amministrazione in ultima analisi – non dovremmo mai dimenticarcelo – sono gli unici, veri padroni. Su una sola cosa siamo in radicale dissenso e non consentiremo mai, cioè il fatto che in nome di presunte modernizzazioni o peggio strumentalizzando il giusto bisogno di efficienza espresso da tutto il Paese (dal sistema delle imprese, dall’economia, dai cittadini) si smantelli la struttura pubblica svendendo intere funzioni dello Stato e professionalità a lungo coltivate nella struttura pubblica a soggetti esterni incontrollati e incontrollabili. Questo non lo possiamo ammettere: noi pensiamo che lo scopo, anziché di realizzare l’interesse pubblico dei molti, di soddisfare quello privato dei pochi non deve passare. Grazie.

Pd Sardo Porto Torres


Sondaggio-choc: il 47% dei giovani italiani odia i romeni

marzo 2, 2010

20.02.2010

Sergio Bagnoli

L’istituto demoscopico Swg di Trieste ha reso noti con crudeltà i dati di un’approfondita indagine statistica compiuta su un campione di duemila giovani italiani, rappresentativi dei loro coetanei con entrambi i genitori originari della penisola. Il 47% per cento degli intervistati afferma di odiare i rom ed i romeni, confondendo spesso gli uni con gli altri. No ai matrimoni misti ed alle amicizie con giovani originari della nazione danubiana, asserisce categorico quasi un giovane italiano su due. Il rifiuto ad intessere relazioni sociali con i romeni è trasversale e riguarda sia giovani di destra che loro coetanei di sinistra che persone politicamente completamente agnostiche. Un po’ meglio, ma in fondo non di tanto, va agli albanesi; decisamente più accettati i magrebini, i cinesi ed i neri. I più desiderati comunque rimangono i sudamericani, respinti solamente dal 7% degli intervistati. Ciò, nonostante l’esistenza nelle nostre realtà urbane di parecchie bande di “ latinos” composte da giovani, quasi sempre minorenni, ecuadoriani, domenicani e peruviani figli di quelle badanti e colf tanto ricercate che, completamente sradicati dalla loro realtà sociale d’origine ed assolutamente estranei al tessuto sociale italiano, non di rado, in preda gli effetti dell’alcol e delle droghe, rapinano, stuprano ed ammazzano come nel caso di Via Padova a Milano. I romeni, invece, stando almeno a sentire il Ministro degli Interni di Roma, il leghista Roberto Maroni dovrebbero essere la nazionalità meglio integrata in Italia. Perché allora questo accanimento, che inizia già sui banchi scolastici, contro i nuovi cittadini comunitari emigrati in Italia in cerca di lavoro? “ Perché i politici, anche e troppo spesso di sinistra, cercano attraverso l’uso della stampa, una stampa che in Italia è particolarmente servile verso chi detiene ad ogni livello il potere, amano diffondere quotidianamente lo stereotipo del romeno stupratore, assassino e dalla romena arpia, rapinatrice, sfascia- famiglie e prostituta” ci dicono gli esponenti delle Associazioni della diaspora del paese neo- comunitario. Ieri il quotidiano nazionale vicino al mondo ambientalista, e cioè Terra, ha rivelato come l’odio che parecchi esponenti politici del centro- sinistra da loro intervistati nutrono verso questa nazionalità fa il paio con l’avversione leghista anti- rom ed anti- extracomunitari. Se da una parte, infatti, vi è l’onorevole Guido Melis del Partito Democratico che combatte, anche attraverso iniziative parlamentari, la romenofobia diffusa, i cittadini di Bucarest non hanno ancora dimenticato ciò che l’allora segretario del partito di Melis, e contemporaneamente Sindaco di Roma, Walter Veltroni disse alla televisore, primo canale romeno e primo canale italiano, all’indomani del feroce omicidio della signora Reggiani a Tor di Quinto. “ Sino a che la Romania non è entrata nell’Unione europea, Roma era una delle città più sicure al mondo”, chiosò il “ democratico” Veltroni, insinuando nella mente degli italiani il tarlo che i romeni siano all’origine di tutti i nostri mali in termini di sicurezza. Se poi oggi quasi un giovane su due è razzista e li odia è solo perché ha raccolto i frutti avvelenati di tante, troppe dichiarazioni di quel tenore.

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