Giustizia: Pd, aderiamo a manifestazione del 24 contro smantellamento

aprile 27, 2010

21.04.2010

Roma, 21 apr. – (Adnkronos) – ”Diamo la nostra solidarieta’ ai lavoratori della giustizia e aderiamo manifestazione del 24 aprile per protestare contro la politica di un governo disinteressato all’efficace funzionamento della giustizia”. Lo dichiarano i deputati del Pd componenti della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti a nome di tutto il gruppo parlamentare della commissione Giustizia.

Cinzia Capano, Mario Cavallaro, Pasquale Ciriello, Paola Concia, Gianni Cuperlo, Gianni Farina, Guido melis, Anna Rossomando, Marilena Samperi, Lanfranco Tenaglia, Pietro Tidei, Jean Leonard Touadi, e Guglielmo Vaccaro aggiungono che ”senza un progetto organico e investimenti adeguati, le giuste aspirazioni dei cittadini ad una giustizia efficiente ed efficace andranno purtroppo deluse. Noi -concludono- continueremo a chiedere l’urgente calendarizzazione in parlamento del nostro disegno di legge per l’efficienza della giustizia che contiene anche la soluzioni ai problemi del personale giudiziario”.

Libero


Editoria, nasce comitato nazionale per disciplinare rese

aprile 27, 2010

10.04.2010

Roma, 20 APR (Il Velino) – Un comitato nazionale per disciplinare in modo certo e uniforme su tutto il territorio le rese della stampa invenduta dal distributore all’editore, cosi’ da evitare il rischio di truffe e contenziosi, e’ stato costituito a Roma, a seguito della riunione, a Palazzo Valentini, dei distributori di giornali di varie sedi e regioni italiane. Presenti all’incontro anche il presidente dell’associazione nazionale distributori Anadis, Paolo Cocozza, i parlamentari Giancarlo Lehner (Pdl), Guido Melis (Pd), Antonio Rugghia (Pd), e i senatori Angelo Maria Cicolani (Pdl), Mario Gasbarri (Pd), Vincenzo Vita (Pd) e il consigliere della provincia di Roma Ruggero Ruggeri (Pd).
Proprio quest’ultimo ha spiegato: “nel corso della riunione i distributori hanno denunciato un problema comune che ha costretto addirittura a chiudere alcune attivita’. Da tempo numerose agenzie del settore sono infatti costrette a sostenere un costoso contenzioso giudiziario con una societa’: Accademia Marketing e Comunicazioni srl, riconducibile all’architetto Gaetano Sapienza, editore fiorentino specializzatosi in pubblicazioni, che si autodefiniscono ‘per l’infanzia’. Si tratta di prodotti di cui, rimane regolarmente invenduto circa il 90 per cento.
Questo editore – aggiunge Ruggeri – nonostante i solleciti, i vigenti accordi sindacali e la prassi consolidata, omette sistematicamente di ritirare le rese delle proprie pubblicazioni invendute per poi pretendere dal distributore, a distanza di molto tempo, il pagamento dell’importo integrale, come se i prodotti fossero stati venduti”. Il presidente dell’Anadis Cocozza ha ricordato che “la cosa grave e’ che il Tribunale di Firenze ha emanato nei confronti dei vari distributori una serie di decreti ingiuntivi, munito di formula di provvisoria esecutorieta’. Tali decreti ingiuntivi – aggiunge – sono per di piu’ emessi in assenza della necessaria prova scritta e risultano particolarmente onerosi per i distributori, costretti a pagare somme, spesso per migliaia di euro, in via provvisoria, prima ancora che la causa venga decisa. Il comitato – conclude Cocozza – intende promuovere iniziative, anche sul piano normativo, al fine di evitare il ripetersi di simili episodi e fare in modo che la disciplina delle rese sia definita secondo criteri chiari e uniformi sul territorio nazionale, tenendo conto dei principi consolidati e rintracciabili nei protocolli solitamente applicati al settore”. (com/gas) 201330 APR 10 NNNN


Lettera Al Presidente della Regione Autonoma della Sardegna

aprile 14, 2010

02.04.2010

On. Ugo Cappellacci

S.P.M.

Oggetto: Richiesta d’incontro sull’area archeologico-paesaggistica di Tuvixeddu.

Egregio Presidente,

Le scriviamo in riferimento alle problematiche della tutela e valorizzazione del complesso morfologico dei colli di Tuvixeddu-Tuvumannu, sul quale noi sottoscritti Parlamentari abbiamo dato vita dal 2008 ad un Osservatorio parlamentare per coordinare le iniziative rivolte a salvaguardare l’integrità e la fruibilità del sito, svolgendo un primo sopralluogo sempre nel novembre 2008, su richiesta dell’Associazione Legambiente Sardegna, accompagnati dall’archeologo Alfonso Stiglitz. Il sopralluogo interessò le zone di S. Avendrace, Is Maglias e la sommità del colle di Tuvixeddu. Infine fu effettuata una visita alla mostra tematica dei reperti della necropoli fenicio-punica, allestita nel Museo Archeologico Nazionale. All’Osservatorio ha aderito anche il deputato  Fabio Granata, con il quale si svolse una visita nell’area lo scorso 3 luglio.

Per approfondire la questione, fin da allora da noi ritenuta di rilevanza nazionale per la eccezionale e rara compresenza di peculiarità archeologiche, paesaggistiche e storico-culturali in un compendio esteso per oltre 60 ettari nel cuore della vostra città, torneremo a Cagliari il giorno 16 aprile, anche in questo caso su invito di Legambiente Sardergna.

Con la presente Le chiediamo, nell’occasione di questa nostra seconda visita, un incontro per poterLe sottoporre le nostre valutazioni e proposte per scongiurare definitivamente il rischio che l’area possa essere compromessa da massicci interventi edificatori, e poter conoscere – alla luce del recente Odg del Consiglio Regionale della Sardegna  – quali interventi la Giunta da Lei presieduta intenda intraprendere per fare di Tuvixeddu-Tuvumannu un grande Parco Archeologico-Paesaggistico in applicazione al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

 

Cordiali saluti, 

Sen. Roberto Della Seta

On. Fabio Granata

On. Guido Melis

Sen. Francesco Sanna

On. Amalia Schirru


Lettera aperta di Giorgio Macciotta e Guido Melis al segretario regionale Pd Silvio Lai. Sassari, 27 marzo 2010.

marzo 31, 2010

Caro Silvio, abbiamo deciso di inviarti qualche nostra riflessione sullo stato del partito in Sardegna, sul progressivo complicarsi della sua gestione interna, e di esprimerti le nostre vivissime preoccupazioni.

Come sai siamo stati entrambi, immediatamente dopo la tua elezione, tra coloro che, pur non avendoti votato, hanno deciso di scommettere sulla tua capacità di svolgere un ruolo di aggregazione delle culture e di rinnovamento dei gruppi dirigenti del Partito che, con un voto espresso non solo dagli iscritti, eri stato chiamato a dirigere.

Abbiamo operato in questa prospettiva  (che ha trovato un suo riscontro nella faticosa ricerca dell’unità interna realizzata a Sassari e provincia) ma non possiamo nasconderti che cresce in noi la preoccupazione per una gestione che, in particolare in relazione al prossimo delicato appuntamento elettorale, rischia di chiudere ad ogni apertura e di risolversi in un incomprensibile ricerca dell’equilibrio a tavolino tra “notabili” delle principali componenti costitutive del PD.

Brevemente il quadro come appare a noi.

Lo strumento delle primarie come elemento di apertura del partito e dei suoi gruppi dirigenti non solo non è valorizzato ma anzi viene apertamente osteggiato, anche in dispregio dello Statuto: i casi di Nuoro (elezioni provinciali) e di Portotorres (elezioni comunali) indicano i guasti che da tale scelta possono derivare.

In almeno tre consultazioni provinciali le primarie potrebbero essere invece il modo per dare slancio in situazioni di oggettiva difficoltà. Pensiamo al Sulcis Iglesiente (dove occorre sostituire il Presidente uscente, disinvoltamente passato alla coalizione di centro destra); a Cagliari (le vicende extra politiche, impongono, come minimo, anche se si decide la ricandidatura del Presidente uscente, una sua legittimazione attraverso primarie); a Sassari (dove, per cancellare l’impressione che le modalità di delegittimazione del Presidente uscente siano la conclusione di una congiura di palazzo, primarie partecipate sarebbero non solo formalmente dovute ma politicamente più che opportune).

Ci appare invece evidente il tentativo di risolvere questi obbiettivi problemi politici attraverso mediocri accordi tra correnti e gruppi, mirati, soltanto, a ricostituire gli equilibri di potere interni alla ristretta maggioranza del partito. Addirittura è in atto, in una bozza di regolamento che si propone di approvare a giochi già iniziati (il che è quanto meno scorretto), il tentativo di limitare l’accesso alle primarie di coalizione ad un  solo candidato per volta del Partito democratico.

Il rischio di una demotivazione di militanti e simpatizzanti, di una coalizione non coesa è in questo contesto assai forte. Ne cogliamo già le avvisaglie negli umori del nostro elettorato.

È del tutto assente, infatti, nella gestione della maggioranza del Partito, qualsiasi attenzione alle proposte della minoranza e, soprattutto, all’esigenza di costruire una coalizione coesa, anche aprendosi a candidature, per i vertici apicali e per le assemblee, che siano espressione più compiuta di effettive competenze e di rinnovamento. Solo una simile linea, assunta con coerenza e determinazione, sviluppata alla luce del sole, potrebbe consentirci di scegliere, attraverso le primarie (statutariamente previste e elemento distintivo del nostro Partito) candidati a quel punto unanimemente condivisi e, soprattutto, percepiti dall’elettorato come estranei a mediocri lottizzazioni e riposizionamenti dei gruppi dirigenti ristretti del PD.

Siamo certi, caro Silvio, che comprenderai la nostra preoccupazione, che, come capirai, è anche attenta ai riflessi nazionali del turno elettorale sardo. Se, come tutto fa prevedere e come ci auguriamo, le elezioni regionali nella penisola segneranno un ulteriore passo del declino del berlusconismo, sarebbe davvero grave che la prova d’appello a un mese di distanza, le provinciali in Sardegna, si concludesse con un segno diverso.

             Giorgio Macciotta

             Guido Melis


«Primarie d obbligo»

marzo 31, 2010

28.03.2010

CAGLIARI. Il deputato del Pd Guido Melis e Giorgio Macciotta hanno scritto una lettera aperta al segretario regionale Silvio Lai sullo stato del partito democratico, «sul complicarsi della gestione interna». «Lo strumento delle primarie», scrivono Melis e Macciotta a Silvio Lai, «come elemento di apertura del partito e dei suoi gruppi dirigenti non solo non è valorizzato ma viene apertamente osteggiato: i casi di Nuoro (elezioni provinciali) e di Portotorres (elezioni comunali) indicano i guasti che da tale scelta possono derivare». In almeno tre consultazioni provinciali – scrivono Melis e Macciotta – le primarie potrebbero essere il modo per dare slancio in situazioni di difficoltà. Pensiamo al Sulcis, a Cagliari (le vicende extra politiche impongono se si decide la candidatura dell’uscente una sua legittimazione attraverso primarie); a Sassari dove per cancellare l’impressione che le modalità di deleggitimazione del presidente siano la conclusione di una congiura di palazzo, primarie partecipate sarebbero non solo formalmente dovute ma politicamente più opportune.

La Nuova Sardegna


Il Pd ozierese è per l autonomia dell ospedale Segni

marzo 31, 2010

19.03.2010

OZIERI. Era attesa ed è giunta, qualche giorno fa, la presa di posizione del Partito democratico sulla proposta di autonomia dell’ospedale e del distretto sanitario di Ozieri. Il pieno appoggio all’idea è emerso dal convegno «Sanità. Quale futuro?». La consonanza di vedute tra gli esponenti delle forze politiche è stato il filo conduttore del dibattito, dove non sono comunque mancate alcune critiche del Pd alla nascente riforma. Ma bisogna agire, hanno concluso i convenuti, e portare avanti l’idea di autonomia. La parola spetta ora a Sassari, dove questa sera la segretaria del Pd locale Rosa Serra e il sindaco Leonardo Ladu presenzieranno a un convegno del Pd sulla Sanità. «Crediamo sia un’idea realistica, concreta e responsabile – ha chiosato Rosa Serra -, perché è condivisa e deriva da un dibattito che ha coinvolto tutte le forze politiche del territorio, che hanno dimostrato grande maturità politica». Al convegno, davanti a un pubblico di esponenti del Pd e di altri partiti, di cittadini, medici, rappresentanti sindacali e di enti locali, l’impegno a portare avanti la proposta di autonomia della Sanità del territorio è stata fatta propria dal capogruppo nel consiglio regionale Mario Bruno e ha incassato il sì della presidente della Provincia di Sassari Alessandra Giudici. Importanti gli interventi del segretario regionale Silvio Lai e del deputato Guido Melis. È stato un coro a più voci, con gli interventi di Nanni Terrosu e Antonio Doneddu del Pdl, Vanni Fadda dei Riformatori, Vittorio Budroni della Cisl e del sindaco di Anela Giovanni Flore. (b.m.)

La Nuova Sardegna


Sassari con la Costituzione

marzo 31, 2010

14.03.2010

SASSARI. L’ondata più consistente arriva verso le 17, quando in piazza d’Italia si riversa il corteo dei precari della scuola. In testa, gli esponenti della rete costituita nei mesi scorsi per organizzare la protesta. Al loro fianco sfilano i rappresentanti del territorio, dal sindaco Gianfranco Ganau al presidente della Provincia Alessandra Giudici, dal deputato Guido Melis al capogruppo del partito democratico in consiglio regionale Mario Bruno. Sassari risponde compatta all’appello lanciato a Roma dal segretario Pierluigi Bersani a sostegno dello stato di diritto, contro i decreti salvaliste.  In piazza è tutto pronto dalle 15, un maxischermo montato all’angolo tra Palazzo Giordano e l’edificio della banca di Credito sardo spara le immagini in diretta da piazza del Popolo a Roma. Nel momento di massima concentrazione, il colpo d’occhio è notevole, gli esperti di folla stimano oltre millecinquecento persone. Discreto, ma presente il cordone di forze dell’ordine ai bordi della piazza. Diverse le bandiere, testimoni inconsapevoli di questo composito popolo del centro sinistra: Pd e Idv, in testa, ma ci sono anche quelle dei Rosso Mori e del popolo viola, e poi la Rete degli studenti, i precari dell’istruzione e qualche bandiera anche dei sindacati.  Gli interventi dal palco non si fanno attendere. Per prima parla Alessandra Giudici con parole di solidarietà nei confronti dei precari dell’istruzione, ma il pensiero corre anche agli operai di Porto Torres in lotta, all’Asinara e sulla torre aragonese, per salvare il posto e la dignità. «Siamo qui per difendere la democrazia – taglia corto Gianfranco Ganau – contro la logica dei decreti che cambiano le regole del gioco». Christian Ribichesu rappresenta centinaia di precari che incuranti del freddo sferzante sono lì a esprimere la loro rabbia, testimoni di storie drammatiche che strappano applausi sentiti.  Tra la folla numerosa, a ridosso del palco, diversi esponenti politici a esprimere la loro solidarietà. «Siamo qui per difendere i precari della scuola – spiega il deputato Guido Melis – e per dire no ai decreti truffa, a tutela della democrazia e della Costituzione». Gli fa eco Mario Bruno, capogruppo del Pd in consiglio regionale: «Vogliamo salvaguardare lo stato di diritto e stare vicini ai precari che vivono una stagione veramente critica». «Le regole del gioco non si cambiano in corsa», incalza Marco Foddai, segretario regionale della Feneal Uil.  Ma c’è anche tanta gente comune ad animare la piazza che col passare delle ore diventa sempre meno ospitale. Intanto si aprono gli intermezzi musicali e il jazzista Enzo Favata invita la folla ad accostarsi al palco: «Se stiamo più vicini – esorta – non sentiamo il freddo». Le note del sax contribuiscono a stemperare per qualche minuto il freddo intenso che comincia a farsi sentire, mentre sul palco continuano gli interventi. L’eurodeputato Giommaria Uggias (Idv) lancia le sue accuse contro il capo del governo e punta l’indice contro i decreti che «cambiano le regole».  Parte il volantinaggio del Movimento per la difesa della scuola, con una serie di richieste che disegnano uno scenario desolante. Una per tutte, l’uso dei fondi regionali destinati all’istruzione per stipulare contratti ai docenti precari. A rincarare la dose, gli interventi dei responsabili per l’istruzione di Comune e Provincia. «Nei giorni scorsi – racconta Antonietta Duce – una delegazione di insegnanti mi ha chiesto se il Comune può pagare il toner per le fotocopie». «Nella scuola mancano i regolamenti di attuazione – denuncia Laura Paone – il governo non può fare finta di niente».  Il pomeriggio scivola piacevolmente grazie alla musica, gradevole colonna sonora di una manifestazione intensa e pacifica.

La Nuova Sardegna


La Cassazione: via i clandestini anche se hanno figli a scuola

marzo 31, 2010

12.03.2010

UNA MATERIA CONTROVERSA. Verdetto innovativo sul caso di un irregolare albanese: ribaltata un’altra sentenza della corte
Per i giudici la tutela della legalità delle frontiere prevale sul diritto allo studio dei minori. I dubbi dell’Alto commissario dell’Onu

Marcia indietro della Cassazione in tema di immigrazione: gli stranieri irregolari, con figli minori che studiano in Italia, non potranno chiedere di restare nel nostro Paese adducendo la motivazione che la loro espulsione provocherebbe un trauma «sentimentale» e un calo nel rendimento scolastico dei figli. È il nuovo orientamento della Suprema corte che – smentendo una sua recente sentenza – ha deciso di far prevalere la garanzia della tutela alla legalità delle frontiere rispetto a quella del diritto allo studio dei minori.
LA SENTENZA. Con la sentenza n.5856, la prima sezione civile della Cassazione ha respinto il ricorso di un clandestino albanese, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori residente a Busto Arsizio (Varese), che voleva l’autorizzazione a restare in Italia in nome del diritto del «sano sviluppo psicofisico» dei suoi bambini che sarebbe stato danneggiato dall’allontanamento del loro papà. I supremi giudici hanno risposto che ai clandestini è consentita la permanenza in Italia per un tempo determinato solo in nome di «gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d’emergenza».
Con questa pronuncia, i giudici hanno capovolto la precedente decisione che aveva autorizzato un papà clandestino a restare, definendola come «riduttiva in quanto orientata alla sola salvaguardia delle esigenze del minore, omettendone l’inquadramento sistematico nel complessivo impianto normativo» della legge sull’immigrazione.
LE REAZIONI. La decisione non è piaciuta all’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, la sudafricana Navi Pillay. Al termine della sua visita di due giorni in Italia, ha sottolineato che la sentenza desta «una grande e seria preoccupazione». «Esiste una giurisprudenza sui diritti dell’infanzia e la protezione dell’infanzia», ha spiegato Pillay, «nell’incontro con il ministro degli Esteri, Frattini, quest’ultimo mi ha dato la garanzia dell’impegno dell’Italia sulla difesa dei diritti dell’infanzia. Seguiremo la questione».
Ma non sono mancate altre reazioni. «La sentenza non dovrebbe rappresentare un pericolo», ha dichiarato Oliviero Forti, responsabile dell’Immigrazione della Caritas osservando che la Cassazione «verifica caso per caso». Per il portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero, si tratta invece di una «sentenza inumana e indegna di un Paese civile». Il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, plaude invece alla Suprema Corte: «L’infanzia non può essere strumentalizzata e non si può fare carta straccia della legalità con la scusa dell’istruzione ai minori». «La sentenza condanna i bambini con i genitori», dicono invece i deputati del Pd Jean-Leonard Touadi e Guido Melis, mentre il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, con delega alle politiche familiari, sottolinea che va visto «caso per caso».
Per il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini la sentenza della Cassazione è «giusta». Ma aggiunge: «Il nostro sistema d’istruzione ha sempre incluso e mai escluso e le colpe dei genitori non possono ricadere sui figli ma allo stesso modo non si può giustificare chi strumentalizza i bambini per sanare situazioni di illegalità».

Brescia Oggi


Prezzi delle bombole, maximulta a Butangas e Liquigas

marzo 31, 2010

28.03.2010

Dovranno pagare 22 milioni. Le associazioni dei consumatori sardi chiedono i  risarcimenti. L’inchiesta è partita dall’isola

SASSARI. Hanno ragione i sardi a lamentarsi del prezzo delle bombole di gas, tra i più cari d’Italia. È l’effetto del «cartello» tra Butangas, Liquigas ed Eni che mettendosi segretamente d’accordo hanno penalizzato gli acquirenti. La conferma è arrivata dall’A ntitrust che ha sanzionato pesantemente le prime due società con multe per un totale di 22 milioni di euro. Per l’Eni, che «pentita» ha cantato fornendo le prove dell’intesa, nessuna «condanna» a pagare.

Si chiude così l’istruttoria avviata dall’Autorità garante per la concorrenza due anni fa dopo le rimostranze dei consumatori sardi che pagano la bombola di gpl a peso d’oro rispetto ai prezzi nelle altre regioni. Nel dettaglio Butangas è stata multata per 4.888.121 euro e Liquigas per 17.142.188 euro per un’attività che è andata avanti per dieci anni, dal 1995 al 2005. L’Eni non ha pagato dazio in considerazione del suo comportamento collaborativo. Ma non si può dimenticare che la società del cane a sei zampe è partecipata dal ministero per l’Economia. Insomma, lo Stato non fa una bella figura in tutta la vicenda. Vicenda da cui rimangono invece fuori altre tre imprese imbottigliatrici di gpl operanti in Sardegna, finite anche loro nel mirino. Per Fiamma 2000, Sardagas e Ultragas Tirrena nel corso dell’indagine Antitrust non sono infatti emersi elementi che provassero la loro partecipazione a un’intesa per il mercato sardo.

Come funzionasse l’accordo tra società, in spregio alle norme sulla concorrenza e gravando sulle tasche di cittadini e imprese sarde, lo ha descritto l’Eni che lo ha denunciato nell’ottobre del 2008 all’Autorità ottenendo di essere ammessa al «trattamento favorevole di non imposizione della sanzione». Un resoconto dettagliato arrivato grazie alle informazioni fornite da un ex dipendente della società (non si sa se diventato ex proprio in seguito alla combine), al vertice del business del gpl.

Amministratori delegati e alti responsabili si incontravano periodicamente e con frequenza, lontano da occhi e orecchie indiscreti, e concordavano variazioni dei prezzi di listino nella stessa misura in seguito agli aggiornamenti delle quotazioni internazionali della materia prima. Ovviamente nessuna traccia scritta, ma l’Antristrust ricorda che «le variazione avvenivano per tutte le voci del listino (relative a ripartizioni territoriali e tipologie di prodotto) e questo sia per il listino del canale bombole che per quello del canale piccoli serbatoi». E i ritocchi alla fin fine venivano fatti anche indipendentemente dal costo della materia prima. Un po’ come avviene per la benzina: il prezzo del barile di petrolio scende ma alla pompa l’automobilista non se ne accorge.

La supermulta ha fatto esultare le associazioni dei consumatori. Federconsumatori Sardegna studia se sia possibile ottenere un risarcimento. Federcontribuenti chiede un intervento della magistratura penale. Esulta anche Gavino Sale, presidente dell’Irs, che aveva portato in piazza d’Italia a Sassari la protesta vendendo bombole a 18 euro. «Ora la nostra battaglia si sposta sulla Saras, che fornisce il gpl nell’isola facendolo pagare 100 euro in più a tonnellata rispetto a quanto avviene in Italia», annuncia il leader indipendentista.

Infine esprimono soddisfazione i deputati sardi del Pd, che, ricorda Guido Melis, avevano presentato per primi un’interrogazione sul «caro bombole» sulla base delle indicazioni di Tore Sanna, un ex tecnico del petrolchimico di Porto Torres e dirigente del partito sassarese.

Resta però una domanda: la scure dell’Antitrust avrà qualche effetto? Ancora ieri, a Sassari, una bombola portata a domicilio, costava 39 euro: il doppio del prezzo medio praticato nella penisola.

La Nuova Sardegna


Romeni – LA MINORANZA DECISIVA PER L’ITALIA DI DOMANI

marzo 16, 2010

Dal catalogo Rubbettino Editore -Novità in libreria dal 24 marzo

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“I romeni quanti sono, chi sono, da dove vengono, come e dove vivono e lavorano, cosa pensano di se stessi e degli italiani, quali sono le loro simpatie politiche, quali preoccupazioni e speranze nutrono per se e per i propri figli.

Attraverso una serie di interviste e l’attenta ricognizione della cronaca (non solo di quella nera) emerge la realtà di un popolo di quasi un milione di persone, con le sue ansie e le sue passioni, un popolo che qualcuno vorrebbe rappresentare sotto l’etichetta di “delinquenti naturali”, ma che rifiuta con sdegno tale definizione, considerandola un insulto.

Parlano in prima persona le ragazze ed i ragazzi, i giornalisti corrispondenti di Bucarest a Roma, il vescovo ortodosso ed il suo clero, gli imprenditori a capo delle 27.000 aziende romene in Italia, i musicisti, gli operai, i lavoratori dell’agricoltura, le colf e le badanti.

E’ una umanità ricca di cultura, orgogliosa della sua identità e animata da una volontà di riscatto  che si traduce nella richiesta di una sempre maggior integrazione.

La porzione più consistente dell’immigrazione straniera in Italia e la più numerosa componente di quella comunitaria ( anche se troppo spesso trattata come se non lo fosse).

Una critica feroce alla xenofobia ed al razzismo di una certa Italia, un libro risentito, polemico, che non fà sconti a nessuno. Ma al tempo stesso rigorosamente documentato.”

Alina Harja (Vaslui 1980) giornalista, corrispondete in Italia del canale news Realitatea Tv, il più diffuso in Romania e tra gli immigrati romeni in Italia. Ha anche lavorato per Parvapolis (Latina) e collabora con Metropoli il giornale multietnico pubblicato da Repubblica. Attiva da anni nell’associazionismo romeno in Italia, presiede l’Associazione “Amici della Romania”. Attualmente lavora con Guido Melis alla Camera dei Deputati come assistente parlamentare.

Guido Melis (Sassari 1949). professore di storia delle istituzioni politiche a Roma all’Università La Sapienza ha scritto vari saggi, tra i quali la Storia dell’amministrazione italiana 1861-1993. Dirige la rivista Le carte e la Storia. Deputato del PD (circoscrizione Sardegna) dall’aprile del 2008. Alla Camera fà parte della Commissione Giustizia e della Commissione bicamerale per le questioni regionali. E’ responsabile dei rapporti Italia – Romania, nell’ambito della Unione interparlamentare dell’associazione di amicizia Italia – Romania della Camera dei Deputati”.

Rassegna stampa

27.10.2010

I cittadini nuovi nell’Italia che cambia
ricordando Milea di Olbia e Jon di Gallarate

Un viaggio nella «questione romena» con la giornalista Alina Harja e lo storico Guido Melis

Secondo i dati Istat del 2008, ben 434 mila immigrati sono arrivati in Italia, incrementando la popolazione nativa italiana che invece tende progressivamente a decrescere (basti pensare che sempre nel 2008 si è ridotta di 64 mila unità). Se, da un lato, gli italiani d’origine diminuiscono di anno in anno, dall’altro i «nuovi italiani» aumentano vertiginosamente. È dunque chiaro, come scrivono Alina Harja e Guido Melis, nelle foto, nel primo capitolo del loro libro Romeni. Minoranza decisiva per l’Italia di domani che “in un Paese come l’Italia, avviato al declino demografico, i nuovi italiani costituiscono una vera e propria iniezione di giovinezza”. Infatti, gli immigrati saranno, nel futuro prossimo, sostanzialmente I giovani italiani, età media 30 anni. Un quadro in perpetua evoluzione che presenta anche un altro interessante aspetto: la cosiddetta «questione romena».
Questo il tema del breve saggio (171 pagine, 14 euro, edizioni Rubbettino) scritto a quattro mani da Harja e Melis, la prima, giovane giornalista romena (classe 1980) del canale Realitatea Tv – il primo seguito dai romeni in Italia – e il secondo, docente di storia delle istituzioni politiche presso l’università romana Sapienza. Entrambi gli autori sono accomunati da un’esigenza: quella di far luce sulla realtà romena, “universo nascosto che né la politica italiana né quella di Bucarest hanno un reale interesse a documentare”.
Un lavoro che, come spiegano gli autori nella prefazione, non si vuol configurare come una difesa della comunità romena in Italia (“Sappiamo bene i difetti anche cronici dei romeni in Italia e l’impegno che ci vorrà per superarli. Non vogliamo fare un’apologia”), ma come un’analisi obiettiva, seria e documentata. Certo, i criminali romeni esistono, come sempre avviene nelle comunità di recente immigrazione. “Ma soltanto una minoranza dei romeni può essere inchiodata a quei cliché” spiegano ancora gli autori. I romeni in Italia si occupano di settori chiave della società, come ad esempio l’assistenza agli anziani. Perché il mondo romeno è complesso, ancora nascosto e per molti versi misterioso.
Ma come vivono i romeni in Italia? Attraverso varie testimonianze, Harja e Melis danno voce ai romeni presenti nel nostro paese, ai giovani come Stefan, 22 anni, nato nella Romania orientale e in Italia da più di sei anni. “Quando sono arrivato non parlavo bene la lingua, e fare i compiti era difficile. Ma proprio il fatto di dover scrivere e parlare in italiano mi ha aiutato molto. Trovo infatti una scemenza la proposta della Lega Nord sulle classi separate. È proprio la full immersion nella lingua italiana che permette di apprenderla”. E questo Stefan lo sa bene, perché adesso parla con accento romanesco e segue la moda italiana nel vestirsi e nel pettinarsi. Mirela invece non è così positiva come Stefan: ha 14 anni, un aspetto splendido, i capelli biondi ed è timidissima. Confessa di avere una sola amica italiana e ammette che per quanto vada d’accordo con le sue compagne di classe italiane, nella vita frequenta solo romene. Da questa come da altre testimonianze emerge dunque quanto sia ancora difficile il cammino verso l’integrazione, per entrambe le parti. A ulteriore prova di ciò vi sono i recenti episodi tragici che hanno colpito la comunità romena in Italia, ricordati anche nel libro, come quello di Jon Cazcu a Gallarate, bruciato vivo dal suo datore di lavoro perché aveva chiesto di passare da lavoratore in nero a regolare. Oppure, come il delitto consumato in provincia di Olbia da tre giovani, che uccisero Milea Danut a sangue freddo perché lavorava “troppo e troppo bene, tanto da imbarazzare i suoi colleghi di lavoro”.
È anche vero che sono però i romeni stessi a resistere all’integrazione. In questo modo, i contatti con il mondo italiano circostante diventano più complicati: è molto frequente, infatti, che i giovani romeni preferiscano frequentare luoghi privati per romeni. Come gli stessi autori del libro affermano, simili iniziative non aiutano nel cammino dell’integrazione perché possono sfociare “nella difesa gelosa ed esasperata delle proprie radici”.
È dunque necessario comprendere la complessità di un fenomeno come quello dell’immigrazione per poterlo affrontare nel modo dovuto, secondo atteggiamenti avanzati e aperti al cambiamento. La comunità romena in Italia, l’enclave straniera più numerosa sul nostro suolo, non è solo un nido di potenziali criminali. Sono uomini, donne, giovani che vivono tra noi, che lavorano con noi, che frequentano le nostre stesse scuole. E che soprattutto, saranno gli italiani del futuro.

SardiNews

 

26.04.2010

Tg3 – Shukran

A Palermo un attico confiscato alla mafia viene assegnato ad una famiglia rom, scatenando le proteste dei condomini. Dieci anni fa erano appena 220, oggi a Bologna sono quasi 6000. Sono i romeni, cittadini comunitari dopo l’ingresso della Romania nell’Unione Europea nel 2007, che rappresentano la prima comunità straniera in Italia. Ospiti della puntata Alina Harja, giornalista e scrittrice; e padre Ion Rimboi, della Chiesa Ortodossa romena San Rocco. Shukran, poi, è tornato a Cassibile, in provincia di Siracusa, per proporre le voci dei braccianti migranti che sono arrivati per la raccolta delle patate. Per chiudere, a Torino rom e sinti realizzano icone sacre per l’Ostensione della Sindone. Shukran ha seguito la giornata del loro pellegrinaggio.

Video

 

26.04.2010

Nessuno bada alle badanti

La storia di Bianca, Gina e le altre. Romene: colf e tuttofare. Tengono in piedi le famiglie italiane. Cosa ricevono in cambio? Paghe da fame e minacce. “Speravo molto di più. Volevo un figlio. Ma come posso allevarlo se non sono sicura del salario?”

di Alina Harja e Guido Melis

Pubblichiamo un estratto dal libro di Alina Harja e Guido Melis, Romeni. La minoranza comunitaria decisiva per l’Italia di domani, Rubbettino Editore. Un’analisi a 360 gradi della presenza romena nel nostro Paese. Un testo indispensabile per la comprensione del fenomeno.

Bianca, 26 anni, minuta, bionda, è arrivata in Italia circa quattro anni fa. Si è lasciata alle spalle Braşov, una delle città più belle della Romania, in cerca di un lavoro più retribuito, ma anche per stare vicino alla famiglia che viveva già in parte in Italia: il padre faceva il muratore a Napoli, mentre la sorella era badante presso una famiglia romana, dove si prendeva cura di un’anziana signora di 83 anni. Ed è stata appunto lei, la sorella, a trovarle lavoro come colf, sempre a Roma. La sua datrice di lavoro (“la padrona”, dice lei), una donna separata di 49 anni con 3 figli, lavorava come medico presso uno dei grandi ospedali della capitale.

Racconta Bianca: “Quando sono arrivata non parlavo l’italiano, anche se lo capivo a grande linee. Anche perché in Romania io guardavo Rai Uno in televisione. Sono arrivata in Italia con un visto turistico di tre mesi, ma ho iniziato a lavorare subito in questa famiglia. La padrona mi ha promesso che presto mi avrebbe messo in regola”.

Tutto regolare, si direbbe. Ma una volta scaduto il visto turistico la datrice di lavoro inizia a minacciarti.

“Era terribile! – ci dice, e le trema un po’ la voce nel ricordare –. Se prima mi prendevo liberi il giovedì pomeriggio e la domenica, come tutte le altre, dopo che il mio visto è scaduto non potevo praticamente più uscire di casa. La signora mi diceva che, se la polizia mi avesse preso, mi avrebbe rispedito a casa con tanto di interdizione. Io la imploravo di mettermi in regola, come aveva promesso, ma lei mi minacciava che mi avrebbe denunciato ai carabinieri. Praticamente da quel momento ho iniziato a lavorare non stop. Molto raramente mi capitava di poter uscire. Ero come murata in casa. Sedici ore al giorno, curando i tre figli della signora e pulendo una casa di 200 metri quadri. La giornata tipo iniziava alle sei di mattina: preparavo la colazione, i vestiti per i bimbi. Poi li vestivo e li accompagnavo a scuola. Tornata iniziavo a pulire casa, a fare il bucato, a stirare, a preparare il pranzo. Dovevo fare anche i compiti con i bambini… Insomma mi svegliavo prima di tutti e andavo a dormire per ultima. E tutto per una paga di 550 euro al mese”.

Ma c’è di più…

“La signora aveva un compagno che dormiva anche lui qui. Un giorno, mentre lei era al lavoro e i bambini a scuola, quest’uomo ha provato a violentarmi. Mi sono spaventata e l’ho graffiato. Alla signora non ho detto nulla, anche perché non mi avrebbe mai creduto. Lui mi ha minacciata che mi avrebbe denunciata se non facevo quello che diceva lui. È stato molto difficile, in quel periodo. Anche perché non avrei mai ceduto alle sue avance. Ma poi un’amica mi ha detto che lui non avrebbe avuto il coraggio di denunciarmi perché avrebbe messo nei guai anche la signora. In fondo lei ospitava una clandestina”.

Nemmeno l’entrata della Romania nella Comunità europea ha migliorato di molto le cose.

“Mi ricordo bene quella sera. Ero felice e ho brindato con Coca Cola con i bambini. La signora era andata a una festa. La mia situazione sarebbe cambiata del tutto. Non ero più clandestina, non dovevo più vivere nella paura e sotto minaccia. Quella spada di Damocle sarebbe stata finalmente eliminata. Purtroppo però sono successe una serie di cose brutte e siamo stati subito additati come criminali. La signora mi diceva sempre che tanto la Romania sarebbe stata espulsa della Comunità, che noi romeni siamo tutti degli zingari, e le romene tutte delle poco di buono. A un certo punto però le ho risposto: “Saremo pure delle poche di buono, ma almeno un cuore noi ce l’abbiamo”. Si è arrabbiata e mi voleva licenziare. Francamente, forse sarebbe stato pure meglio. Non mi importava, all’epoca. Ero stufa di subire le sue umiliazioni. Poi quando ha visto che io facevo sul serio si è data una calmata. Poi le ho chiesto di mettermi in regola, altrimenti me ne sarei andata. Allora lei mi ha presentato un contratto di lavoro e io l’ho firmato. Solo che in seguito ho scoperto che non l’aveva registrato e che non aveva pagato nessun contributo. Ma intanto mi aveva tolto dei soldi dallo stipendio con la scusa di pagarmi i contributi.

Quando è uscita la legge che parlava dei 500 euro da pagare per mettere in regola le badanti e le colf, mi ha licenziato. Mi ha praticamente buttata in strada. E quando ho cercato di protestare mi ha picchiato, anche. Mi ha dato uno schiaffo, perché dice che le mancavo di rispetto. Io le ho fatto causa e l’ho denunciata ai carabinieri. Adesso se ne occupa un amico, sindacalista romeno. Tante volte non sappiamo neanche i diritti che abbiamo. Io sono stata fortunata a conoscere questo ragazzo, che mi ha detto come devo comportarmi. Ma tante di noi non lo sanno. Adesso? Adesso lavoro a ore. Mai più fissa”.

Qualche dato
Negli ultimi anni nessuno, come le donne romene (e quelle ucraine), ha saputo intercettare il bisogno di assistenza (e di una assistenza prestata con particolare attenzione, cura e familiarità) tanto diffuso in una società come quella italiana, sempre più invecchiata dall’inizio degli anni Duemila. In assenza di reti assistenziali moderne e di un efficace sistema assicurativo privato (che in Italia non c’è mai stato), l’emergenza-vecchiaia è ancora una volta delegata alla famiglia, che, a sua volta, vi provvede attraverso l’antica figura della collaboratrice domestica: domiciliata presso l’anziano assistito (e quindi in pratica in servizio 24 ore su 24), dotata di una sua pragmatica capacità di adattarsi a tutte le situazioni contingenti, spesso sorretta da un istintivo sentimento della solidarietà che si porta dietro come retaggio della famiglia allargata contadina nella quale è cresciuta. Le badanti che arrivano dall’Ucraina sono il 21%, e quelle romene il 16,4%. Seguono, distanziate, le filippine (il 9,5%), le polacche (il 7%), le ecuadoriane (il 6,4%), le marocchine (il 5,7%) e infine le peruviane (il 5%). I salari sono molto variabili, così come le condizioni di vita (che possono o no comprendere l’ospitalità presso l’assistito, il vitto, ecc.). Comunque, in base al contratto Inps, chi cura gli anziani è retribuito in Italia con 4,2 euro all’ora (retribuzione di base, insistiamo a dire).

Altre storie
Anche Gina, 53 anni, di Botoşani, racconta una storia molto simile. È venuta in Italia nel 2000. Ora vive a Firenze e lavora insieme al marito presso una famiglia di architetti. Lui fa il giardiniere.

“All’inizio sono venuta da sola. Un’amica mi aveva trovato lavoro come badante di un signore di 85 anni, a Milano. Lui non era autosufficiente. Gli facevo tutto, gli cambiavo anche i pannoloni. Tutti i giorni, quando mi sedevo a mangiare lui iniziava a gridare che voleva essere cambiato. Puoi immaginare che gusto aveva il cibo per me. Ovviamente ero assunta in nero, senza assicurazioni. Ero insomma clandestina, si dice così? Tutte le volte che uscivo per strada avevo paura degli uomini in divisa, anche se vedevo quelli della sicurezza nella metro. Ho passato così due anni, non ce la facevo più. Poi alla fine ho avuto fortuna: ho trovato una famiglia a Firenze, sempre tramite un’amica. Loro mi hanno messo in regola. Mi trovo bene, adesso. Poi ho fatto venire mio marito e mia figlia. Ci occupiamo – io e mio marito – anche dei loro genitori. E viviamo con loro”.

Ad Arezzo, nel pieno della provincia italiana (e sia pure nella civilissima Toscana) tutto si fa più difficile. Incontriamo Maria e Alina, poco più di vent’anni. Una sposata con un ragazzo romeno, operaio edile, anche lui giovanissimo; l’altra ancora in famiglia con i genitori. I loro sogni, le loro idee, le insofferenze e le speranze sono le stesse delle loro coetanee italiane. Sono venute dalla Romania rurale con il mito del posto fisso, magari commesse nei grandi magazzini o – chissà? – studentesse universitarie a part-time. Vanno invece a servizio a ore nelle case dei benestanti aretini, non sempre assicurate come la legge vorrebbe, spesso sottopagate. Vivono lavorando, anche duramente. La domenica s’incontrano tra loro nella ristretta cerchia degli immigrati romeni. Molti dei loro sogni di giovani ragazze sono svaniti.

Ci dice Maria, carina, bruna, ben truccata, un italiano perfetto:

“Speravo molto di più. Volevo un figlio, con il mio Ian. Non posso permettermelo. Con chi lo lascerei per andare al lavoro? E poi come posso pensare di allevarlo se non sono sicura del salario? Sto invecchiando (ride, insieme all’amica che la ascolta), passano gli anni e non so se cambierà”.

E Alina, intervenendo:

“Qui le vetrine sono piene di cose belle e la passeggiata in centro, la sera del sabato, di ragazze della nostra età ben vestite e carine. Noi le guardiamo. Non abbiamo molti amici di Arezzo, amici italiani dico: ce ne stiamo molto tra di noi…”. Storie di delusione. Di ordinario sfruttamento, anche, in un Paese che vanta una delle legislazioni a tutela del lavoro più moderne d’Europa. Ma l’immigrazione, persino quella comunitaria, rientra a stento nelle tutele sindacali: fa storia a sé.

23.04.2010
Romeni, il libro di Diana Alina Harja
Recensito ieri da l’Unità, il saggio della giornalista di Parva è pubblicato dalla Rubbettino

Romeni delinquenti. L’equazione è più o meno questa. E Diana Alina Harja ci si è sempre incazzata. A te pareva la constatazione dell’ovvio ma notavi che la scemenza va veloce, che prende strade inaspettate, che sale sugli alberi e si cala dall’alto. Ma lei no. E oggi ti fa la rubrica su ParvapoliS, e poi, su Tele Etere ti fa il Tiggì rumeno, la pagina in rumeno sul Territorio, ma soprattutto tanti incontri, dibattiti. Lo scopo? Far capire che le rumene non sono tutte zoccole e badanti. E i loro compagni non sono solo zingari, perdigiorno o delinquenti. Ti faceva notare che c’era Cioran. Io preferisco Hegel, ma c’era Cioran. C’era Ionesco. Io preferisco Pirandello. Ma c’era Ionesco. Ti faceva notare che c’era Eminescu. Due palle così. Io preferisco Leopardi. E lei arrivava a Celibidache. Non ho mai sopportato la sufficienza con la quale dirige. Gli preferisco Muti che sembra sempre rapito, una pizia, un mistico, che se ne sta lì, tutto bello bagnato di note. Celibidache ha un ghigno stampato in faccia che pare ti voglia prendere per il culo. Insomma: Diana stava sempre lì a dirti che la cultura rumena c’era. Poteva non essere l’eccellenza, ma il suo contributo al dibattito culturale europeo l’aveva sempre dato, che arditezze di pensiero c’erano state, che la Romania non la leggi sempre alla voce disperazione. E ora Alina Harja (il Diana purtroppo pare si sia perso per strada, e questo non sempre glielo perdono) te lo dice pure in un libro. Non ci sono santi. Domani ci farà anche un film. Il libro, scritto a quattro mani con Guido Melis e pubblicato da Rubbettino, si chiama «Romeni».
Proprio ieri la recensione su L’Unità. È la comunità di residenti più numerosa; ci sono, non lo diresti, pure 20mila imprese romene sul territorio che aiutano a vivere interi settori della nostra economia, dall’edilizia all’agricoltura. E poi il muro di ostilità. Anche dei media. La rassegna stampa “fa rabbrividire” dice l’Unità. La prime pagine dei nostri quotidiani accreditano la “propensione a delinquere” che discenderebbe da una “matrice etnico-nazionale”. Peggiora tutto il fatto che la comunutà rumena (anzi: romena, perché se usi la u sei razzista) è distante dalla politica, frammentata, senza rappresentanza e “tendente a una consolatrice chiusura identitaria”. I razzisti però non hanno fatto i conti con Diana Alina Harja, che avrà perso pure il Diana per strada ma resta la persona grintosa che mi insultava quando timidamente gli obiettavo che preferivo Leopardi ad Eminescu e Muti a Celibidache. Le avete fatto girare i coglioni? E adesso sono cazzi vostri…

Parvapolis

22.04.2010
«I rumeni? Tutti stupratori». Un libro ci aiuta a conoscerli e spezzare il pregiudizio
Li demonizziamo e perseguitiamo senza conoscerli. Per rompere il pregiudizio ci aiuta «Romeni», un libro di Alina Harja e Guido Melis che raccoglie le storie di alcuni dei tanti che vivono nel nostro paese.

«Romeni delinquenti». Mai stereotipo colpì più violentemente un’intera comunità.
Fuori dalla cronaca nera, cosa si sa dei rumeni, del loro Paese d’origine, della loro cultura, di come e dove vivono e di quale lavoro fanno in Italia? Pressoché niente, prima del documentato libro di Alina Harja e Guido Melis “Romeni, la minoranza decisiva per l’Italia di domani” (Rubettino Editore) che restituisce loro un volto umano e una voce, attraverso una serie di interviste a imprenditori, badanti, giovani e musicisti.

In meno di vent’anni, sono diventati la comunità straniera più numerosa d’Italia: sono 780mila i residenti attuali (erano solo 8000 nel 1990). E, con l’entrata della Romania nell’Ue il primo gennaio 2007, cittadini comunitari a tutti gli effetti (una realtà spesso negata). Ma chi sa che detengono il primato delle assunzioni nel lavoro (il 22% di tutti i lavoratori stranieri occupati) e che nella penisola operano ben 20mila imprese romene? Fanno, cioè, vivere interi settori chiave della nostra economia, dall’edilizia all’agricoltura, con un primato nell’assistenza agli anziani; dove non mancano storie di sfruttamento e ricatti dei datori di lavoro, come testimoniato in questo libro. Tanto che dopo il “pacchetto-sicurezza» del 2009 , il Governo è stato costretto a inventarsi la sbrigativa regolarizzazione di colf e badanti per prevenire l’emoraggia che un’espulsione di massa sarebbe costata. In un Paese in pieno declino demografico, questi flussi sono inoltre una vera iniezione di giovinezza: per attitudine allo studio e vicinanza della lingua, saranno tra i più integrati dei «nuovi italiani» di domani.

Eppure un muro di ostilità li circonda e l’etichetta romeni=criminali abita le menti (insieme alla diffusa confusione tra romeni e rom). Dall’omicidio di Giovanna Reggiani nel 2007 e il via a un martellamento mediatico, si passa dall’intolleranza alla criminalizzazione: i romeni sono tutti «potenziali stupratori». La rassegna stampa del periodo (uno dei capitoli più interessanti del volume) fa rabbrividire, tanto ha infranto ogni «codice deontologico» giornalistico. Prime pagine accreditano la “propensione a delinquere» che discenderebbe da una «matrice etnico-nazionale» … I connotati negativi diventano dichiaramente razzisti. Come ricorda Luigi Manconi nella sua acuta prefazione, il meccanismo è ampiamente paragonabile alla precedente stigmatizzazione nei confronti di un «soggetto altro e ostile, quello albanese, nel corso di tutti gli anni ’90». L’«ostilità è variabile», ma intanto il «danno d’immagine» inferto è profondo e difficilmente sarà risanabile in una comunità distante dalla politica, frammentata, senza vera rappresentanza (neanche un consigliere comunale a Roma) e tendente a una consolatrice chiusura identitaria.

Dal 2007-2008 quella «psicosi collettiva» ha dettato l’agenda politica, nonché la deriva del nostro ordinamento verso un «diritto d’eccezione». È stata la destra in primis ad aver alimentato a dismisura una campagna di odio, non esitando a cavalcare una presunta «questione romena», ma anche la sinistra ad avere catastroficamente «subito il terreno proposto dalla destra». Basti ricordare che, da sindaco di Roma, Walter Veltroni fu il primo a firmare un decreto volto all’espulsione dei romeni (bypassando pure il diritto di libera circolazione nei territori degli Stati membri) …

Ci vorrà tanto lavoro per risanare questa pericolosa stigmatizzazione di un intero popolo e per costruire una nuova cittadinanza romena. Leggere questo incisivo saggio è un primo passo per conoscere la comunità romena per quello che è .• :.

FLORE MURARD-YOVANOVITCH