Interrogazione in aula

novembre 14, 2008

 

Ministero destinatario: MINISTERO DELLE ATTIVITA’ PRODUTTIVE

 

 

Al Ministro delle Attività produttive

–         Per sapere – premesso che:

Nell’area industriale di Porto Torres (Nord Sardegna) la POLIMERI EUROPA ha di recente bloccato, nominalmente per un intero anno ma in realtà per un periodo che si annuncia più lungo e indeterminato, due degli impianti più moderni dell’intera fabbrica, quali le linee per la produzione del Cumene e del Fenolo, mandando a casa di conseguenza quasi 200 lavoratori; e ciò dopo che la stessa POLIMERI EUROPA aveva annunciato più volte la “promozione” di Porto Torres con ripetute promesse di nuovi investimenti;

 

–         fermare la produzione del Fenolo e del Cumene, direttamente legate con il cracking, cuore dello stabilimento, su cui l’Eni e quindi la collettività nell’anno 2000 aveva speso alcune centinaia di miliardi di lire per innovarli e potenziarli, significa arrivare in pochi mesi a mettere in grave difficoltà l’intera fabbrica, con conseguenze devastanti sui livelli occupativi già seriamente compromessi dell’intera area industriale e ripercussioni gravi sul piano sociale nel territorio;

      

–         sono in atto a Porto Torres scioperi e agitazioni dei lavoratori promossi unitariamente da tutte le organizzazioni sindacali contro questa gravissima situazione che potrebbe preludere alla crisi definitiva e al collasso della chimica (settore strategico per il Paese, secondo le parole dello stesso ministro Scajola) in tutto il Nord Sardegna;

 

–         è urgente – come hanno chiesto la Giunta Regionale della Sardegna, le organizzazioni sindacali e in modo particolare la Cgil-chimici – giungere rapidamente a quello che viene definito come l’ “allineamento istituzionale”, cioè mettere insieme, allo stesso tavolo, tutti i soggetti che a suo tempo firmarono l’importantissimo Accordo di programma della chimica, seguendo anche in Sardegna l’esempio positivo del Veneto-Porto Marghera;

 

–         occorre altresì accelerare le procedure inerenti alla bonifica dell’intera area industriale di Porto Torres, finalizzate al suo riutilizzo industriale. E ciò anche in ragione della presenza di serie, urgenti prospettive di investimento quali quelle, per esempio, che sono maturate nel settore della cantieristica navale (prospettive oggi a rischio di vanificarsi per la mancata bonifica della zona);

 

infine il giorno 6 novembre  il presidente della Regione sarda Renato Soru ha ancora una volta sollecitato il ministro delle Attività produttive perché si realizzi un confronto a breve termine sulla presenza dell’ENI in Sardegna, così da verificare le strategie relative alla filiera del cloro-soda (filiera fondamentale per l’intero comparto chimico nazionale);

                                                  

Quali iniziative il Ministro intenda assumere tempestivamente per scongiurare le prevedibili conseguenze negative del blocco dei due impianti della POLIMERI EUROPA e per la difesa dei livelli produttivi ed occupativi dell’intera area industriale di Porto Torres;

 

Quali iniziative egli intenda inoltre assumere per accelerare la stipula degli accordi di programma finalizzati alla bonifica dell’area, mettendo a disposizione a tal fine le risorse che il precedente Governo aveva accantonato, nella prospettiva di un rapido riutilizzo industriale dell’area stessa;

 

E più in particolare, cosa intenda fare il Ministro per sbloccare i 3 milioni 700 mila euro messi a disposizione dal passato Governo con la finanziaria 2007 e non spesi perché bloccati dalle incertezze nel loro utilizzo soprattutto del Ministero dell’Ambiente considerato che si tratta di un sito di bonifica di interesse nazionale .

 

Guido Melis

 

 


«La nuova era dopo la Costituzione»

novembre 11, 2008

FLORINAS Incontro al centro sociale

FLORINAS. Cittadini, sindaci, insegnanti e poi tanti bambini e ragazzi delle elementari e medie, interessati e mai annoiati. Il convegno organizzato dal Comune al centro sociale, in occasione dei 60 anni della Costituzione e dello Statuto sardo, è stato trasformato in una piacevole lezione di storia contemporanea. Il sindaco Giovanna Sanna, presenti assessori e consiglieri, si è limitata alla presentazione dei protagonisti della serata. Guido Melis, deputato del Pd e docente di storia delle istituzioni all’università La Sapienza di Roma, ha fatto fare un passo indietro, al 2 febbraio del 1946: «Quando gli italiani poterono tornare a votare liberamente per uomini e partiti, dopo il ventennio fascista che imponeva il plebiscito, tra un si o un no. E con il voto democratico – ha sottolineato Melis – poterono andare alle urne anche le donne. Grazie a quel suffragio gli italiani scelsero la forma di governo repubblicana. Fu nominata l’Assemblea costituente, per scrivere una nuova costituzione che sostituisse lo Statuto albertino del 1848». Il deputato sassarese ricordava che i 556 “padri costituenti” erano giovani, e arrivavano da tutte le regioni, cosa non usuale per quel tempo. La politica usciva dal palazzo e penetrava nel territorio nazionale. «Poche modifiche sono state apportate alla Costituzione – ha concluso Giudo Melis – che resta salda nel futuro della nostra democrazia». Gianmario Demuro, docente di diritto costituzionale all’università di Cagliari, ha fatto notare come già l’articolo 1 dello Statuto speciale sardo parla di autonomia. Con lo Statuto speciale la Sardegna gode di particolari forme e condizioni di autonomia, con proprie regole e una propria rappresentanza amministrativa. «La costituzione europea non esiste – ha risposto Demuro a una domanda dei ragazzi – e sono forti le resistenze dei Paesi per crearla. Ma capita spesso che la Comunità europea intervenga sul diritto di altri paesi con proprie determinazioni». Accorato l’intervento dell’ex presidente della Provincia Pietrino Soddu, che ha sottolineato come oggi talvolta siamo più partecipi agli avvenimenti di altri paesi che a quelli di casa nostra. «Ci sentiamo più cittadini del mondo – ha detto Soddu – coinvolti anche dalle ingerenze che spesso avvengono tra nazioni. Quando sono stato sindaco io, a 26 anni, la povertà qui era tangibile, così come la sensazione di oppressione e colonizzazione, che solo la “rinascita”, già prevista dall’articolo 13 dello Statuto, seppe alleggerire facendoci avvertire concretamente la solidarietà nazionale».
 A intervenire subito dopo è stato lo storico Manlio Brigaglia. «Il periodo post bellico che per l’Italia segnò la ricostruzione, fu per noi quello della costruzione. Dai servizi più elementari, all’amministrazione, alla scuola, avevamo bisogno di tutto. Il 1950 fu per noi quello della liberazione dalla malaria. Nel 55 anticipammo il governo centrale privatizzando l’elettricità. Dal 62 viene avviato il Piano di Rinascita, che negli anni Settanta perde importanza. Nel decennio seguente entra in crisi il sistema petrolifero e con lui il miraggio della nostra grande industria». Le conclusioni dell’assessore regionale Massimo Dadea sono partite dal ricordo del 90º anniversario della fine della Grande Guerra. Il secolo scorso ha dunque annoverato un evento impensabile, con la nascita della pacificata Comunità Europea. «Il 1948 era pronto per la nostra Costituzione – ha osservato Dadea – ma non per lo Statuto speciale, che fu scritto in tempi ristretti, per l’evolversi degli eventi di allora. Ancora oggi non riusciamo ad entrare nel merito di questa necessità, cioè riscriverlo riformulando alcuni concetti che dopo sessant’anni sono cambiati». Commentando una domanda sul diritto allo studio, il sindaco ha chiesto l’aiuto dei politici sardi per evitare la probabile chiusura della scuola media locale, determinata dalle disposizioni del decreto Gelmini.
Pietro Saba

 


Guido Melis sulle celebrazioni del 4 novembre

ottobre 30, 2008

 

Come storico di professione, prima che come parlamentare del Pd, resto senza parole di fronte all’iniziativa dei ministri La Russa e Gelmini di inviare nelle scuole italiane alti esponenti delle Forze armate per celebrare davanti ai ragazzi il 4 novembre, ricorrenza della Vittoria nella Grande Guerra 1915-18.

Premesso che condivido l’opportunità di conservare e attualizzare la memoria dei grandi eventi che appartengono alla storia nazionale, trovo assolutamente incomprensibile e controproducente anche ai fini di avvicinare gli studenti alla storia d’Italia la scelta di parlare della guerra mondiale  escludendo totalmente gli storici (che ne sono gli specialisti) e facendo ricorso viceversa a non specialisti come sono inevitabilmente gli esponenti delle Forze armate.

A meno che non si voglia sostituire a una riflessione in chiave storiografica sulla Grande Guerra la celebrazione pura e semplice dei suoi contenuti bellici e militari. Ma ciò – voglio sottolineare – sarebbe in palese contrasto con la Costituzione.

 


Interrogazione sulla Procura della Repubblica di Nuoro

ottobre 30, 2008

Interrogazione a risposta immediata in commissione

Discussa nella seduta del 28 ottobre 2008

 

Al Ministro della Giustizia.

Per sapere; premesso che:

 

– le strutture giudiziarie del territorio di Nuoro, regione estesa in un bacino di 140.000 abitanti, tradizionalmente tra quelle più a rischio quanto ad emergenza criminale (vi si sono verificati dal 2005 ad oggi 55 omicidi dei quali, secondo autorevoli fonti ne sarebbero stato risolti solo il 10%), versano da tempo in condizioni di estrema carenza di organico:

 

– in particolare nella Procura di Nuoro, su un organico di un capo e sei sostituti, due sostituti sono stati di recente trasferiti in altra sede mentre la domanda di trasferimento di altri due è all’esame del Csm;

 

– per altro ugualmente critica si presenta la situazione in altre sedi limitrofe: Tempio, con una criminalità di qualità crescente, ha un organico di un capo e quattro sostituti dei quali due sono già trasferiti, uno è assente per gravidanza; Lanusei è rimasto per un anno e mezzo con un unico sostituto, che da sola ha retto l’ufficio; Sassari, dove l’organico prevede un capo e nove sostituti, vede attualmente in servizio solo sette sostituti (per altro virtuali, dato il frequente impiego a scavalco in sedi limitrofe);

 

– risulta quasi impossibile coprire i posti scoperti, come dimostra il fatto che l’ultimo concorso interno per la copertura di posti vacanti (circa 200 in tutte le Procure d’Italia) ha avuto in Sardegna effetti praticamente nulli: nessuna domanda sul posto vacante a Lanusei, nessuno ai due posti alla Procura di Oristano, ai due di Nuoro, ai due di Tempio e ai due di Sassari;

 

– non migliore risulta essere l’assetto della magistratura giudicante, avendo il Tribunale di Nuoro 13 giudici in organico, dei quali solo 9 effettivamente in servizio ma 2 già in via di trasferimento ad altra sede e dei 7 rimanenti 2 (rispettivamente presidente di sezione e presidente di Corte d’assise) prossimi a compiere gli otto anni nelle funzioni;

 

– una recentissima riunione della giunta esecutiva dell’Anm svoltasi proprio a Nuoro ha messo in evidenza con toni di giustificato, vivo allarme la situazione della Sardegna e di Nuoro, avvertendo che alcune procure sarde, anche per il sopravvenire delle recenti norme che vietano ai magistrati di prima nomina l’accesso alle funzioni giudicanti monocratiche e di pubblici ministeri, rischiano letteralmente l’estinzione;

 

se non ritenga di dover affrontare la questione della copertura dei posti in Sardegna anche con provvedimenti ad hoc, che, tenendo conto dell’insularità, della particolare condizione disagiata delle sedi e dell’urgenza di provvedere, a fronte di una domanda crescente alla quale le strutture attuali non sono in grado di dare tempestiva risposta, prevedano eccezionalmente la non applicazione almeno in via temporanea alla regione del divieto ai giudici di prima nomina ad accedere alle funzioni giudicanti monocratiche e  di pubblico ministero.                            

 

 

Guido Melis

Donatella Ferranti


Manifestazione 25 ottobre, On. Guido Melis (PD): “Una risposta alle politiche “punitive” del Governo. Importante il contributo sardo”.

ottobre 30, 2008

 

“Un bagno di folla, con un popolo venuto da tutt’Italia per appoggiare il Partito democratico. La dimostrazione che il centro-sinistra esiste ed è forte perché vive nelle speranze della nostra gente.

E’ finita la luna di miele tra Berlusconi e gli italiani. Il Governo sta deludendo, perché tutte le promesse elettorali si rivelano un bluff. Ha deluso sull’Alitalia, ha deluso sulla sicurezza, sulla scuola, sull’università ed ha deluso soprattutto sugli impegni presi con i lavoratori, “ dichiara il deputato PD eletto in Sardegna, Guido Melis.

“Non puoi ricostruire un Paese diminuendo la qualità dell’istruzione,” continua Melis soffermandosi poi sul tema della sicurezza: “Il Centrodestra vuole punire l’immigrato, anche quello comunitario. Non gli offre nessuna possibilità. Istituisce  delle regole tassative, ma non mette l’immigrato in condizioni di poterle rispettare. Lo straniero è già punito quando deve regolarizzare i suoi titoli di soggiorno per l’eccessiva burocrazia, appesantita ulteriormente del nuovo Pacchetto sicurezza; e adesso, con la mozione sulle classi ponte vengono puniti anche i bambini, attraverso le politiche di discriminazione che questa maggioranza introduce per le scuole.”

Parlando invece della Sardegna, Melis afferma: “Sono molto contento della partecipazione dei sardi alla manifestazione del 25. Il corteo in partenza dall’Ostiense è stato aperto dalle bandiere coi Quattro Mori ed è toccato ai democratici sardi l’onore di portare il grande striscione con la frase di Vittorio Foa. E’ un segnale confortante, che fa sperare nella fine delle divisioni interne che sinora hanno bloccato in Sardegna la costruzione del Pd.”.

 

 


I filistei irriducibili di un Pd da harahiri

ottobre 22, 2008

Mentre scrivo (ore 9 di domenica 21 settembre) l’elettroencefalogramma del Pd sardo segna inesorabilmente calma piatta: coma profondo.
In cambio impazzano le correnti, si scontrano i gruppi e gruppetti, si rinnovano sotto le vecchie insegne dei vecchi partiti (mai veramente morti) le faide ultradecennali di prima dell’epoca costituente. Tutto il dibattito ruota intorno alle assemblee di Tramatza, psicodrammi inutili e deprimenti nei quali due schieramenti perfettamente equivalenti, l’un contro l’altro armato, si fronteggiano immarcescibili praticamente dal 14 di ottobre dell’anno scorso.
A Tramatza 75 anti-Barracciu hanno votato la sfiducia alla segretaria. Tre in meno di quelli che servivano per ottenere il risultato voluto (il che presumibilmente avrebbe fatto scattare il commissariamento del Pd sardo), ma pur sempre oltre dieci in più del miglior risultato ottenuto la settimana precedente dai filo-Barracciu. Il Pd è spaccato in due, senza che nessuno veda al momento come possa ricomporsi.
Come si è arrivati in questo cul de sac?
Sarò un po’ semplificatorio ma a me sembra che tutto cominci (e finisca) con Renato Soru. Comincia con Soru, perché in questi quasi cinque anni la sua giunta ha rappresentato la rottura radicale di una prassi ultradecennale, ha tenuto fuori della porta i ras correntizi, ha deciso con la sua testa e non con il bilancino dei gruppi interni, ha toccato di brutto interessi intoccabili, ha imposto – buona o cattiva che la si voglia considerare – un’altra idea della Sardegna e del suo sviluppo.
È questo, alla fine, il vero motivo del contendere: che alla Regione c’è un presidente che decide di testa sua. Potrà aver sbagliato qualche mossa, avrà mancato qualche volta nell’aggregare consenso, sarà – come dicono – di cattivo carattere; ma una cosa è certa: è stato un presidente indipendente dai notabili. Ecco il perché della lunga lotta di logoramento, degli agguati e del fuoco amico in Consiglio regionale, ecco spiegati il gossip antipresidenziale e la fronda sistematica.
Tutto inizia ma anche finisce con Soru, dicevo: perché le dimissioni di Cabras (segretario fallito principalmente sul terreno della costruzione del partito) sono arrivate puntualissime non appena si è capito che esisteva una maggioranza che vuole Soru candidato nel 2009. È stato allora che si è scatenata la crisi al buio, che si è rigettato ogni tentativo di soluzione unitaria (Francesca Baracciu era una cabrasiana doc, scelta proprio per questa sua provenienza), che si è immobilizzato il partito nell’ennesimo braccio di ferro spaccatutto. È Soru il bersaglio grosso, e non vale protestare che ormai tutti, più meno a denti stretti, ne riconoscono la candidatura: perché un conto è portarlo tutti uniti e convinti al vaglio della coalizione, un altro è indebolirlo all’interno per poi far leva sugli alleati e rimetterlo in discussione. Magari con la speranza recondita di perderle, queste elezioni regionali del 2009, perché – diciamo la verità – possono pure morire un po’ di filistei, se in cambio si ottiene di uccidere definitivamente lo scomodo Sansone della politica sarda.
Come se ne esce allora? Dimissionando Francesca Barracciu, chiedono i più oltranzisti. Ma nel panorama attuale del Pd non esiste nessuno, dico nessuno, che possa ritenersi del tutto super partes. Questo significa che la soluzione non sta in un secondo nome condiviso, che non c’è. Al punto in cui siamo Francesca Barracciu è la sola ad avere le carte regola (elezione regolare, sentenza della commissione arbitrale, ordinanza del giudice cagliaritano, fallimento sia pure per tre voti della sfiducia a suo carico) per tentare di governare il partito.
Il partito, appunto. Ma in tutto questo marasma, quand’è che finalmente lo costruiremo? Quand’è che dimenticheremo Tramatza, e cominceremo – come ci chiedono in tanti – a creare i circoli (che non esistono o quasi), a eleggere con le primarie i dirigenti provinciali veri (quelli attuali sono provvisori e statutariamente abusivi), a fare politica sul territorio, a discutere non di organigrammi ma di progetti? E ad affrontare i problemi della gente? Quando ci decideremo insomma a ritornare nella realtà sarda? Se abbiamo fondato il Pd, insieme a tutti i cittadini accorsi a votare alla Costituente, non è stato per giocare in eterno al risiko delle correnti. Lo abbiamo fatto per dare una risposta nuova ai problemi della società, convinti che fosse giunto il momento di realizzare un nuovo modo di fare politica, in mezzo ai cittadini e chiamandoli da protagonisti a decidere. Personalmente mi vergogno d’essere stato in questi mesi, volente o nolente, uno dei comprimari del teatrino di Tramatza. Adesso basta, lo dico rivolgendomi alle donne e agli uomini che militano nel Pd. È arrivato il tempo di far vivere il Partito democratico e di restituirgli il ruolo che gli compete nella politica sarda. O con Francesca Barracciu, come mi auguro, o con un commissario nominato da Roma. Purché se ne esca.
Di Guido Melis

SardiNews


Quasi un secolo, a sinistra

ottobre 22, 2008

La ricerca dell’unità il filo rosso del suo impegno

Vittorio Foa è morto ieri nella sua casa di Formia. Aveva 98 anni, era nato a Torino il 18 settembre del 1910 da una famiglia di origini ebraiche. Nel 1933 entrò in Giustizia e Libertà. Il 15 maggio 1935, all’età di 25 anni, venne arrestato a Torino in seguito alla segnalazione di un confidente dell’Ovra, quindi denunciato al Tribunale speciale fascista, che lo condannò a quindici anni di reclusione (nel 1936) per attività antifascista. Condivise la stessa cella con Ernesto Rossi, Massimo Mila e Riccardo Bauer. Dopo la Resistenza è stato deputato alla Costituente per il Partito d’azione. Dirigente della Cgil, è stato parlamentare socialista e poi senatore del Pds.
 A 95 anni si era sposato con Maria Teresa Tatò, sua compagna da ventisei anni (in precedenza era stato sposato con Lisa Giua). Quest’anno, in occasione del sessantesimo anniversario della Costituzione, la comunità ebraica di Roma gli aveva conferito l’iscrizione onoraria.
 La vita di Foa è quasi un riassunto di un secolo di storia della sinistra italiana. Era diventato, anche grazie all’autorevolezza che gli veniva dalla sua storia, un padre nobile per tutta la sinistra. E se aveva scelto infine il Partito democratico, ciò non impediva che la sua voce, lontana dai condizionamenti della politica quotidiana e libera di pungolare i conservatorismi ovunque si nascondessero, venisse ascoltata con rispetto anche dagli uomini della sinistra (molti dei quali sono stati suoi allievi). Anche perché la ricerca dell’unità a sinistra è stata la costante del suo impegno, politico e intellettuale.

di Guido Melis
Ho conosciuto Vittorio Foa negli ormai lontanissimi anni Settanta, quando venne a Sassari insieme alla sua compagna di allora (Lisa, la Lisetta Giua figlia dell’antifascista sardo Michele). Li accompagnava un gruppetto di fedelissimi nel quale ricordo due ragazzi che sarebbero diventati professori universitari ed ottimi storici: Fabio Levi e Guido Crainz. Li ospitava, in un’aula dell’università, un altro indimenticabile amico, Giampiero Bozzolato, per un curioso seminario aperto dalla provocatoria relazione di uno storico francese amico di Mao, polemicissimo con la storiografia ufficiale del suo paese, autore di un manualetto su come fare la storia dalla parte delle masse: Jean Chesneaux.
Foa mi apparve già allora fisicamente un vecchio. Veniva da una storia che conoscevo bene: irriducibile nemico del fascismo, ne aveva patito i rigori subendo carcere e confino; aveva preso parte alla Resistenza nelle file del Partito d’Azione sfuggendo alla cattura e alla morte; aveva poi combattuto una lunga battaglia nel campo politico e sindacale, diventando uno dei leader di maggior spicco della Cgil del dopoguerra.
Foa era uno dei padri della democrazia repubblicana, ma come accadeva a molti altri suoi compagni di lotta, di quella sua creatura non condivideva più molti aspetti, giudicando che tanti degli ideali dell’antifascismo fossero stati traditi nella pratica compromissoria del dopoguerra. Era laico, ma attento ai valori religiosi; non comunista, per quanto si dichiarasse marxista; sempre curioso del nuovo ovunque ne cogliesse l’apparire. A noi studenti (erano quelli gli anni della cosiddetta rivoluzione studentesca) guardava con interesse e insieme con la speranza che fossimo capaci i riprendere i suoi stessi ideali, e di portarli avanti. Aveva seguito la sua Lisa (più tardi se ne sarebbe separato per innamorarsi, ottantenne, di un’altra donna) nelle peregrinazioni intorno al mondo: la Cina di Mao, l’Africa e l’America Latina e i movimenti i liberazione. Era un quasi settantenne vivo, stimolante, mai banale, pieno di interrogativi, dotato di un eloquio accattivante e di un fascino cui era difficile resistere.
Quel seminario sassarese durò troppo poco. A ripensarci adesso mi dolgo di non averne profittato per conoscerlo meglio. Erano tempi un po’ estremistici. Io ed altri studenti sassaresi più o meno «rivoluzionari» intervenimmo per accusare gli ospiti di un loro vero o presunto peccato intellettuale («Gli scopritori», mi ricordo che li chiamai in un intervento un po’ arrabbiato. La citazione era da Antonio Gramsci, che bollava a quel modo le comitive di parlamentari in gita nella Sardegna del primo Novecento).
Lisa l’avrei rivista molti anni dopo e avremmo riso insieme di quella polemica un po’ infantile (anzi lei ne avrebbe anche scritto, descrivendomi in un libro di ricordi in un improbabile maglione rosso). Vittorio invece non sarebbe più capitato di incontrarlo.
La scomparsa di Vittorio Foa non è una perdita da nulla. E’ un lutto collettivo della sinistra italiana e della democrazia. Muore con lui non solo il testimone, onesto e rigoroso, di un’epoca intera della storia d’Italia che va dall’avvento del fascismo sino agli anni Duemila. Scompare anche, più in generale, la coscienza critica della sinistra italiana, la voce che forse più di ogni altra, nei frangenti cruciali, aveva saputo trovare le parole giuste, i toni appropriati per riflettere, per discutere quel che sembrava indiscutibile, per capire quello che nessuno capiva. Una mente lucidissima, accompagnata da una onestà intellettuale assoluta: sia che si applicasse ai limiti antidemocratici dell’esperienza sovietica (come a lungo aveva fatto, quando a sinistra il farlo non era né comodo né scontato), sia che cogliesse i vizi del capitalismo e demistificasse i miti dell’Occidente.
Ricordo una pagina, una sola delle tante che potrei citare, nel bellissimo saggio scritto nel 1975 per la «Storia d’Italia» Einaudi: descrivendo l’avvento della fabbrica industriale nell’Italia di Giolitti, Foa vi coglieva la contraddizione tra un sistema (quello del lavoro industriale) basato tassativamente sulla «dittatura» dell’imprenditore in tutta l’organizzazione del lavoro e i principi della democrazia liberale. La società – diceva – è democratico-liberale, ma il suo nocciolo duro, la fabbrica moderna, è autoritaria. Cortocircuito ineliminabile, tragico, dal quale sarebbero derivati molti dei patemi della democrazia del Novecento.
Limpidissimo, dotato di una scrittura nitida e antiretorica, Foa era sempre «moderno», sempre «contemporaneo». Sia che ponesse in evidenza i limiti delle politiche sindacali, parlando autorevolmente dalle tribune congressuali della Cgil, sia che denunciasse i ritardi culturali della sinistra di cui si sentiva profondamente partecipe. Era anche un uomo generoso, che non si ritraeva dalle proprie responsabilità. Negli ultimi anni, dalla sua casa di Formia dove si era praticamente ritirato, aveva seguito con simpatia il processo costituente del Partito democratico. La mia amica Dora Marucco, che gli voleva bene e andava spesso a trovarlo, lo ricorda come un grande vecchio affascinato dal mondo in trasformazione. Che con chiunque avesse davanti, piuttosto che ricordare il passato, preferiva fare domande.

La Nuova Sardegna


Nasce TrecentoSessanta Sardegna

ottobre 21, 2008

 

TrecentoSessanta nasce anche in Sardegna. Durante una conferenza stampa tenutasi questa mattina, venerdì 10 ottobre, a Cagliari, sono state presentati gli obiettivi di fondo dell’associazione, il suo programma di attività, i prossimi appuntamenti. In sintonia con il network nazionale, TrecentoSessanta Sardegna sarà un luogo di elaborazione e di approfondimento politico, di collegamento tra politica e società, di promozione della partecipazione democratica. In particolare, nei prossimi mesi verranno sviluppate attività di formazione e, attraverso l’attività di gruppi di lavoro, seminari e convegni, si contribuirà all’elaborazione di contenuti funzionali alla costruzione del programma del Partito democratico per le elezioni regionali ed europee del 2009.
Durante la conferenza stampa è stato presentato il programma del Sud Camp, la due giorni che il network nazionale ha organizzato a Napoli il 17 e 18 ottobre p.v. per riprendere a pensare alle politiche per il Mezzogiorno e le Isole. Al Sud Camp l’Associazione regionale porterà le proposte della Sardegna, anche alla luce delle riforme attuate dal governo del centrosinistra nell’Isola.

Alla conferenza stampa hanno preso parte molti dei soci fondatori dei principali esponenti di TrecentoSessanta Sardegna: Guido Melis, deputato del PD e docente universitario, che presiederà TrecentoSessanta Sardegna, Marco Meloni, consigliere regionale PD e segretario generale di TrecentoSessanta, i parlamentari Francesco Sanna e Caterina Pes, Mario Bruno, consigliere regionale del PD, gli Assessori regionali Sandro Broccia, Concetta Rau e Eliseo Secci.


Allarme inascoltato

ottobre 21, 2008

“Tutto funziona” assicura la relazione eppure nelle celle piccole, puzzolenti e con poca aria i detenuti sono stipati

Il sottosegretario di Stato alla giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati è, come diceva Shakespeare di Bruto, una donna d’onore. Dovremmo dunque crederle quando, in risposta alla interrogazione del Partito democratico sul carcere sassarese di San Sebastiano, ci assicura che tutto va bene: corsi di alfabetizzazione per italiani e stranieri, un corso di scuola media di 150 ore, una convenzione in atto con l’Università, moduli per l’insegnamento dell’informatica e, nella sezione femminile, addirittura per stiliste di moda (sì, avete capito bene, per stiliste di moda). E inoltre un servizio “voce amica”, un servizio “nuovi giunti” con una esperta criminologa e un medico, uno sportello informativo per detenuti stranieri e uno per gli italiani, attività di biblioteca con convenzione esterna, una collaborazione con la Asl per i detenuti con problemi psichici.

Insomma, un paradiso in terra. Peccato che il giorno di Ferragosto, in visita al carcere come parlamentare, io abbia visto coi miei occhi detenuti stipati malamente in celle fatiscenti, servizi di custodia largamente sotto organico, caldo opprimente, scarsa luce e poca aria, il bugliolo maleodorante nel pavimento delle celle; e, ancora, assenza totale di attività formative, un bugigattolo adibito pomposamente ad officina privo di qualunque attrezzatura, l’acqua per bere della sezione maschile raffreddata alla meno peggio involgendo le bottiglie nelle calze bagnate, insetti nel cibo, un detenuto con il viso deturpato perché – mi è stato detto – la notte sente le voci e sbatte la testa alle sbarre. Non avrebbe dovuto, quella persona malata, essere ricoverata in una struttura psichiatrica? Non avrebbero potuto quelle bottiglie d’acqua essere raffreddate in frigorifero? Non avrebbe dovuto quell’invasione di insetti essere combattuta con adeguate disinfestazioni? L’onorevole Maria Elisabetta Alberti Casellati non ha risposto, limitandosi a leggere compitamente la nota fornitale dai suoi uffici. Lei crede ciecamente che a San Sebastiano le detenute imparino a fare le stiliste di moda.

Ho letto intanto, proprio sulle pagine della “Nuova” la denuncia disperata di uno degli ospiti di questo presunto hotel a quattro stelle che invoca il trasferimento ad altro carcere: dovunque, purché sia. Ho parlato con gli agenti di custodia, largamente sotto organico (questo, bontà sua, lo ammette anche la sottosegretaria), che l’altro giorno hanno dovuto persino fare un sit-in in via Roma per denunciare la loro insopportabile situazione. Ho controllato su fonti ufficiali i dati sul personale: tre soli educatori per tre carceri come Sassari, Tempio ed Alghero, 192 unità nella polizia penitenziaria a Sassari contro le 212 previste. E c’è qualche detenuto che compila la classifica: meglio Badu ‘e Carros, che almeno è moderno, dello scempio di San Sebastiano.

Si aspetta con ansia che apra la nuova struttura in costruzione a Bancali. La sottosegretaria dice che il nuovo istituto (430 posti) potrà ospitare i primi 125 detenuti solo dal marzo 2010 (primo lotto, finanziato e appaltato). Per il completamento bisognerà trovare altri 31 milioni di euro, ma non si sa dove né quando. E intanto ci terremo la vergogna di San Sebastiano.   

La Nuova Sardegna


Legiferare stanca: decreti legge del governo e diritti del Parlamento

ottobre 21, 2008

Legiferare stanca, direbbe il poeta. Assistiamo così, dopo i primi cinque mesi scarsi di legislatura, al paradosso di una maggioranza dai numeri schiaccianti, una specie di Invincibile Armata, che, invece di giocare a tutto campo la partita, si rifugia furbescamente in corner, rovesciando sul Parlamento una serie impressionante di decreti: tutti urgenti, spesso omnibus (cioè infarciti di misure le più varie e scoordinate), scritti male e pieni di errori materiali, per lo più approvati a suon di voti di fiducia.

Riccardo Levi, in un articolo uscito a luglio sul “Sole 24 ore”, ha analizzato in maniera impeccabile il fenomeno, invitandoci tutti alle virtù discrete della soft law, cioè di un modo di legiferare più ordinato, fisiologicamente più aperto all’apporto delle Camere, soprattutto cadenzato secondo tempi che consentano per lo meno ai parlamentari di capire cosa si approva. Ma la saggezza di simili inviti si scontra con la concitazione di una politica di governo tutta giocata sugli annunci epocali e sui toni da ultima spiaggia. Per imboccare la via del decreto legge bisognerebbe –  Costituzione alla mano – dimostrarne l’urgenza. Sfido chiunque a dimostrare che i provvedimenti sinora imposti coi decreti rivestano davvero questo carattere. A rileggerli tutti insieme, piuttosto, colpisce la loro frammentarietà, talvolta la loro episodicità, persino la loro occasionalità. Pezzi di riforme più vaste, che richiederebbero ben altre cornici e fondamenta assai più solide, vengono anticipati senza alcuna logica, magari persino sottraendoli al vaglio delle commissioni parlamentari competenti: come è accaduto in questi giorni per le norme sul processo civile inserite nelle disposizioni per lo sviluppo economico (un treno fatto di tanti vagoni diversi l’uno dall’altro, sulla cui composizione e sul cui carico il Parlamento non ha in pratica diritto di parola).

Il fatto è che, sollevato un problema (la sicurezza, la crisi della scuola, l’economia che non tira), bisogna far vedere che il governo c’è e che provvede tempestivamente. Si legifera allora su tutto, persino su dettagli che sarebbe più saggio lasciare ad altre fonti normative, persino in materie che sono già normate e nelle quali basterebbe far funzionare le buone leggi che già esistono. Altro che semplificazione alla Calderoli (tagli di leggi un tanto al chilo, come se fossimo in macelleria): il prodotto legislativo cresce, e cresce male, pasticciato al punto che (è già successo) si deve tornare in Parlamento per correggerne gli svarioni. Una pioggia incoerente di provvedimenti dietro ai quali per altro quasi sempre si intravede l’impossibilità di attuarli: perché intanto Tremonti ha tagliato i fondi alla polizia, perché i maestri sono stati ridotti dalla Gelmini da tre a uno, perché negli asili è saltato il pieno tempo, perché dappertutto impera la logica di risparmiare all’osso sui servizi pubblici.

Conosco un po’ meglio i problemi della giustizia. Ebbene, si è fatto il decreto sicurezza gonfiando i muscoli e mostrando il viso dell’arme ai clandestini (salvo farsi redarguire dall’Europa per l’obbrobrio dell’aggravante di reato), ma poi si è tagliato sulla polizia. Si è messo l’esercito a passeggiare per le piazze, ma poi le carceri esplodono e nessuno sa cosa fare. Il braccialetto elettronico? Ma siamo seri: chi ha la responsabilità della sperimentazione ci dice che ha costi elevatissimi e risultati sinora mediocri.

E intanto gli agenti di custodia sono drammaticamente sotto organico, l’edilizia carceraria è ferma, gli educatori penitenziari lamentano vuoti paurosi, i diritti elementari dei detenuti sono dovunque trascurati e la grande emergenza dell’immigrazione – che richiederebbe politiche condivise a livello mediterraneo – viene affrontata giorno per giorno nel gioco dell’oca delle espulsioni destinate a generare solo nuovi sbarchi di disperati.

Ma la preoccupazione più grande è per il Parlamento. Mai in passato si era assistito ad una tanto evidente riduzione delle Camere a votificio al servizio del governo; mai l’esecutivo, attraverso il controllo di una maggioranza parlamentare pura cinghia di trasmissione, aveva dettato con altrettanta arroganza tempi, contenuti e modalità dell’attività parlamentare. Con effetti, talvolta, persino imbarazzanti: come è accaduto in Commissione giustizia quando, raggiunto l’accordo per formulare un unico testo base sullo stalking unificando i vari progetti esistenti, ci siamo visti imporre dal governo (con immediato dietrofront della docilissima maggioranza della commissione) il progetto del ministro Carfagna.

Dettagli, si dirà: piccole battagliole tattiche alle quali il Paese non ha interesse. Ma è appunto su questa trama di ordinaria routine, su questo fair play parlamentare, che si basa di regola il buon funzionamento della dialettica parlamentare.

Qui di dialettico non c’è proprio nulla, dopo tanto parlare a sproposito di dialogo. C’è solo l’arroganza dei numeri e il disegno di potere di un governo ossessionato dai sondaggi. Ma gli basterà, solo questo, per durare tutta la legislatura?