Ora per ora, così il nuovo segretario ha conquistato il popolo democratico

marzo 18, 2009

Tra ragione e passione, diario di uno dei 1274 delegati alla Fiera di Roma

Ore 10,30, Fiera di Roma, Padiglione 1.
 Il grande hangar è lo stesso delle prime entusiasmanti assemblee del nuovo Partito. Ma è passato un anno e non c’è più lo stesso entusiasmo. A Milano, nella assemblea di fondazione, o a Roma, nelle prime sessioni di lavoro, era tutto uno sventolio di bandiere, un susseguirsi di suoni assordanti, le note dell’inno di Mameli coi delegati in piedi, emozionati e partecipi.
Oggi i membri della ex Costituente (dovrebbero essere 2834, sono 1274) confluiscono silenziosi. Saluti discreti, sobrie strette di mano, sorrisi, qualche abbraccio. E’ come ritrovarsi convalescenti, dopo una malattia. Si chiacchiera. Massimo Brutti, neo-commissario in Abruzzo dopo la sconfitta, racconta di aver già rimesso il partito nelle mani dei trentenni. D’Alema, impassibile, siede in prima fila, bersagliato dai fotografi. Vedo i sardi: Emanuele Sanna, Antonello Cabras, Paolo Fadda, Tore Ladu. Rosy Bindi parla con Giovanni Bachelet. Sul palco, accanto ad Anna Finocchiaro capogruppo al Senato, prende posto Antonello Soro, il suo omologo alla Camera. Il caffè, servito in bicchieri di carta nell’efficientissimo bar della Fiera, ha un buon sapore. Buon segno, speriamo. «E’ perché ne fanno tanti», dice Luigi Berlinguer: «La quantità, in questo caso almeno, si trasforma in qualità».

 Ore 11. Senza cerimonie Anna Finocchiaro dà inizio alla assemblea. «Un evento straordinario e inaspettato», la definisce. E poi, con un soprassalto d’orgoglio: «Il Pd è vivo. Non siamo un gregge che si disperde alla prima sassata». La battuta le vale il primo applauso. Poi, 5 oratori a favore e 5 contro, comincia la partita. All’ordine del giorno la strada da prendere: eleggere un segretario da qui alla scadenza naturale dell’assemblea (in ottobre) oppure sciogliere, fare le primarie e il congresso straordinario subito? Di questa opinione è Arturo Parisi. Discorso teso, il suo, quasi scheletrico: un omaggio non rituale a Veltroni, ma anche una critica politica per non essersi presentato davanti all’assemblea a spiegare le ragioni delle dimissioni; e un’analisi senza sconti dello stato del partito. Se ne esce, dice Parisi, solo ritornando alle origini, bagnandosi nel flusso rigeneratore delle primarie, chiedendo nuova legittimazione ai cittadini. Una parte dell’assemblea applaude convinta. Segue Piero Fassino, favorevole all’elezione immediata. Con lui Rosy Bindi, Ermete Realacci, Vasco Errani e un efficacissimo segretario provinciale di Piombino. Con Parisi Gad Lerner (tagliente), Anna Paola Concia (appassionata), Enrico Morando (razionale). Pubblico attento, partecipe. La sala (immensa) è tutta occupata, con molti delegati in piedi. Molta stampa, moltissimi gli ospiti. Mentre parla Morando (pro-primarie) un gruppo di descamisados, in un angolo remoto, improvvisa una specie di coro da stadio. Anna Finocchiaro fatica a riportare l’ordine.

 Ore 12,30. Si vota. Con le tessere alzate, 1006 delegati contro 207 (e 16 astenuti) danno la vittoria alla linea del gruppo dirigente. Si procederà dunque alla elezione del nuovo segretario. Dario Franceschini è il primo degli iscritti a parlare. Fa un discorso asciutto, antiretorico, persino troppo pacato. Rende omaggio a Veltroni («i suoi errori sono i miei errori»), ma si vede che tende a smarcarsene, a sottolineare la sua autonomia. Elenca le cose positive fatte («abbiamo costruito una nuova appartenenza, una casa comune, non un contenitore»). Poi affronta senza reticenze i limiti: nella campagna elettorale – dice – «è sembrato che rinnegassimo l’Ulivo, che prendessimo le distanze da Romano Prodi».
 Al nome del vecchio leader, l’assemblea applaude, e vorrà pur dire qualcosa. Poi Franceschini alza la voce: rivendica il diritto di scegliersi da solo i collaboratori, dichiara (suscitando un’ovazione) che scioglierà il governo-ombra («è l’unico governo che possiamo far cadere», dice in sala qualche spiritoso). Sulle grandi questioni aperte dà l’impressione di avere le idee chiare: con l’Udc bisogna parlare, ma senza rinunciare al bipolarismo; in Europa – come ha proposto poche ore prima Franco Marini – bisogna starci collegati con un patto ma non dentro il partito socialista europeo; e sui temi etici (e qui l’assemblea si fa se possibile ancora più attenta) non si può tollerare che la volontà delle persone venga calpestata imponendo per legge l’idratazione. Sulla forma-partito, infine, né partito di sole tessere né partito liquido, ma un’organizzazione che aggiunga alla militanza e al radicamento nei territori la forza dei cittadini non tesserati. Il finale è in crescendo: scuola, scuola, scuola (ripetuto tre volte), come ricetta per uscire dalla depressione culturale; lotta senza tregua all’evasione fiscale; difesa del lavoro e dei redditi più bassi. L’ultima battuta è per il dibattito interno (basta con le dichiarazioni in tv dei leaders, basta con i panni sporchi lavati in pubblico). L’ultimissima per la Costituzione: «Lunedì, a Ferrara, giurerò sulla edizione della Costituzione di mio padre, vecchio partigiano, d’essere sempre fedele ai valori della democrazia». Lungo applauso finale, convinto. Guardo l’assemblea: molti giovani, moltissime donne. Visi più distesi. Si vede che il nuovo leader ha fatto breccia. Non è facile, adesso, per Arturo Parisi.
 Tocca infatti al professore sassarese illustrare la sua candidatura alternativa. Ha deciso di presentarla – spiega – per amore del Pd, il grande progetto per realizzare il quale è entrato in politica. La crisi del partito – dice – è essenzialmente crisi di democrazia interna, carenza di dibattito e di partecipazione. Le primarie (che Franceschini vuole rimandare ad ottobre, per traghettarvi un partito più in salute) sono invece l’unica medicina che possa rinvigorire il Pd. O primarie o morte, verrebbe da riassumere. Poi Parisi compie una lunga analisi della situazione economico-sociale, allinea dati, illustra problemi. Una piccola lezione, quasi un saggio sullo stato di coma nel quale versa l’Italia. La platea però sembra distratta, e per la verità anche la presidenza: Parisi deve interrompersi e richiamare bonariamente (ma non troppo) la Finocchiaro al suo mestiere di arbitro imparziale.

 Ore 13. Dopo i due candidati, il dibattito. Parlano in tanti, con posizioni anche molto diversificate. Vita (della sinistra) riconosce a Franceschini di averlo almeno per adesso convinto. Gianni Cuperlo (dalemiano) insiste che la crisi non è di uomini ma di idee, e conclude attaccando sul testamento biologico («loro difendono – forse – la fede; noi difendiamo le regole dello Stato di diritto»). Livia Turco parla dei nuovi poveri. Sergio D’Antoni, da vecchia volpe del sindacato infuoca la platea. Due industriali con fisionomie quasi opposte: Matteo Colaninno, che sul Pd – dice – ha fatto una scommessa di vita, abbandonando la Confindustria per seguire Veltroni; e Calearo, l’uomo di Federmeccanica, che si considera invece prestato al partito, in nome del veltroniano patto dei produttori.

 Ore 13,30. Mi arrivano sms a raffica dalla Sardegna: cosa sta succedendo? Come voterò? Che cosa penso del discorso di Franceschini? Sul palco sale Achille Passoni, il commissario che ha guidato il Pd sardo nella sfortunata campagna elettorale appena conclusa. Analisi coraggiosa, non reticente. Un punto mi colpisce: quando spiega che il riformismo di governo, se è serio, può anche suscitare reazioni contrarie, perché colpisce interessi, livella privilegi, abolisce rendite di posizione talvolta anche in campo amico. Il che spiega – fra tante altre cose – una certa “impopolarità” della Giunta Soru persino in ambienti di centro-sinistra.

 Ore 14,30. Tutti in fila per votare, mentre si snocciolano gli ultimi interventi. «Se avevo dubbi su di lui – dice un mio amico deputato di Torino – Franceschini me li ha tolti col suo discorso». La gente, ai seggi, sembra quasi sollevata: questo partito vuole discutere, dividersi nel dibattito, ma ha anche una voglia visibile di stare insieme. Trovo Caterina Pes, che mi racconta di uno scontro al calor bianco tra Renato Soru e Paolo Fadda. Scorie delle regionali che non sarà facile digerire. Ma il clima generale è buono. Parlo con Antonello Soro, visibilmente soddisfatto. Il partito, nonostante gli allarmi della vigilia, ha retto alla prova. Il clima sembra più unitario, con molta voglia di ricominciare.

 Ore 16,30. Con anticipo di mezz’ora le urne danno la vittoria a Dario Franceschini, secondo segretario del Pd in poco più di un anno. Il popolo del centrosinistra rifluisce lentamente verso le navette, gli aeroporti e le stazioni. Da domani si cambia: o almeno così si spera.

 Guido Melis

La Nuova Sardegna


Proposta di legge presentata come primo firmatario

gennaio 8, 2009

Modifiche alla legge 24 gennaio 1979, n. 18. Istituzione delle circoscrizioni Sardegna e Sicilia per l’elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia ( 2023 )
(presentata il 17 dicembre 2008, annunziata il 18 dicembre 2008)

Proposta di legge

d’iniziativa dei deputati

 

 

Guido Melis, Giulio Calvisi, Paolo Fadda, Siro Marrocu, Arturo Parisi, Caterina Pes, Amalia Schirru

 

 

Modifiche alla legge 24 gennaio 179, n. 18, concernente l’elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia.

 

 

Onorevoli Colleghi! – La presente proposta di legge tiene conto di un elemento comune a tutte le proposte presentate in questa legislatura come nelle due precedenti e intende intervenire su un punto particolare della normativa vigente per l’elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia (legge 24 gennaio 1979, n. 18 e successive modificazioni). Intento della proposta è infatti di attribuire una più adeguata rappresentanza elettorale alla Sardegna, regione che, nell’attuale riparto delle circoscrizioni ex lege n. 18/1979 appare quasi impossibilitata ad esprimere suoi rappresentanti per essere accorpata in un’unica circoscrizione con la Sicilia (cfr. Tabella A della legge citata e successive modificazioni).

Si rammenta, a giustificazione della proposta, che l’art. 158, secondo paragrafo, del Trattato che istituisce la Comunità europea, come modificato dal Trattato di Amsterdam del 2 ottobre 1997, ratificato con legge 16 giugno 1998, n. 209, assegna specificamente alla Comunità europea il compito di “ridurre il divario tra i vari livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite o insulari”.

In particolare, la Dichiarazione sulle regioni insulari, allegata al suddetto Trattato, evidenzia la specificità delle regioni insulari, precisando che l’ordinamento comunitario deve tener conto dei particolari svantaggi strutturali che condizionano lo sviluppo di queste regioni.

L’insularità della Sardegna viene altresì in rilievo, a livello europeo, per effetto delle norme contenute sia nell’art. 2 del Trattato sull’Unione europea, nel testo firmato a Lisbona il 13 dicembre 2007 (“l’Unione si fonda sui valori del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti di persone appartenenti a minoranze”), sia sulla Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali aperta alla firma  a Strasburgo il 1° febbraio 1995, ratificata dall’Italia con legge 28 agosto 1997, n. 302.

Per effetto della successiva legge 15 dicembre 1999, n. 482 (recante norme sulla tutela delle  minoranze linguistiche storiche), che alla suddetta Convenzione è ispirata, la Sardegna gode dello status di minoranza linguistica ai sensi dell’art. 6 della Costituzione. Ciò accresce la legittimità di una rivendicazione di rappresentanza diretta della Sardegna nell’ambito del Parlamento europeo in quanto portatrice di specifiche istanze culturali e linguistiche.   

D’altra parte conviene ricordare che lo stesso ordinamento comunitario, nei suoi più recenti e significativi sviluppi, ha posto in evidenza l’obiettivo di un’ “Europa delle regioni”, cioè di un assetto nel quale tutte le regioni, in quanto enti esponenziali di comunità territoriali dislocate al centro come alla periferia dei rispettivi Stati nazionali, debbono poter concorrere democraticamente e paritariamente alla determinazione degli indirizzi comuni.

Né va dimenticato che il principio di “prossimità”, espressamente riconosciuto nell’art. 1 del Trattato sull’Unione europea (“le decisioni devono essere prese nel modo più trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini”), mette in risalto il rapporto esistente fra “Europa delle regioni” ed “Europa dei cittadini”. L’esigenza di coinvolgere i cittadini europei “in un dialogo permanente” con le istituzioni è profondamente avvertito nell’Unione europea. 

Da ultimo, l’art. 10 del Trattato sull’Unione europea (nel testo firmato a Lisbona) solennemente afferma che” i cittadini sono direttamente rappresentati, nell’Unione, nel Parlamento europeo, precisando che “ogni cittadino ha diritto di partecipare alla vita democratica dell’Unione”. 

Considerata dunque la collocazione geografica  della Sardegna, unica vera grande isola dell’Italia, come anche la sua identità storica, culturale, etno-antropologica, linguistica), dai principi esistenti a livello europeo e in precedenza richiamati si può agevolmente desumere come la specificità di questa Regione esiga il riconoscimento di una specifica rappresentanza, che consenta la piena partecipazione dei sardi, in prima persona, al processo di costruzione dell’Europa unita.

Per contro, in una fase in cui l’ “intergruppo delle isole” del Parlamento europeo sviluppa una intensa azione volta ad ottenere l’attuazione dei principi posti dai trattati comunitari a favore delle regioni insulari, la Sardegna è di fatto esclusa, non potendo avere nella Assemblea di Strasburgo propri rappresentanti, più sensibili di altri presumibilmente a quella prospettiva.

Rispetto a quanto fin qui evidenziato, la legge 24 gennaio 1979, n. 18 e successive modificazioni, recante norme in materia di elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia, appare gravemente inadeguata. In base alla normativa vigente, infatti, la ripartizione dei seggi ha luogo nell’ambito di circoscrizioni elettorali composte di più regioni, da cui consegue una quasi sicura esclusione (salvo accordi in senso differente tra i partiti) dal Parlamento europeo di quelle regioni – come, appunto, la Sardegna – che, all’interno di una data circoscrizione, abbiano un bacino elettorale notevolmente inferiore rispetto a regioni più popolose alle quali siano aggregate.

Si fa notare come l’esigenza di porre fine a questo, che si può definire legittimamente come un deficit di rappresentanza, sia stata più volte posta senza esito fortunato anche in passate legislature e da più parti politiche di tutti gli schieramenti. Anche di recente, in Sardegna, istituzioni, partiti e associazioni di cittadini hanno ripetutamente avanzata la medesima richiesta (in particolare, con una proposta di legge di iniziativa popolare presentata nella XIII Legislatura e sottoscritta da molte migliaia di cittadini nonché, da ultimo, con un ordine del giorno del 1° ottobre 2008, il Consiglio regionale della Sardegna e, con un analogo ordine del giorno del 4 novembre 2008, il Consiglio comunale di Cagliari).

 

Per tutte queste ragioni, al fine di assicurare piena rappresentanza alla Sardegna nell’ambito del Parlamento europeo, la presente proposta di legge introduce la cancellazione alla Tabella A della vigente legge 24 gennaio 1979, n. 18, della circoscrizione unica “V. Italia insulare. Sicilia e Sardegna” e l’istituzione in sua vece di due distinte circoscrizioni: “V. Sicilia” e “VI. Sardegna”.

 

 

PROPOSTA DI LEGGE

 

Art. 1

 

1.    Dopo il primo comma dell’art. 2 della legge 24 gennaio 1979, n. 18, e successive modificazioni, è inserito il seguente:

      “La regione Sardegna e la regione Sicilia costituiscono ciascuna una distinta circoscrizione elettorale”.

 

 

Art. 2

 

1.       Al secondo comma dell’art. 12 della legge 24 gennaio 1979, n. 18, è aggiunto, in fine, il seguente periodo:

   “Nelle circoscrizioni V e VI le liste dei candidati debbono essere sottoscritte da non meno di 5.000 e non più di 10.000 elettori”.

 

 

Art. 3

 

La tabella A allegata alla legge 24 gennaio 1979, n. 18, e successive modificazioni, è sostituito dala seguente:

 

  

ALLEGATO 1

(articolo 4)

 

Tabella A

 

Circoscrizioni                                                                Capoluogo

I                   Italia nord-occidentale                             Milano

II                  Italia nord-orientale                                 Venezia

III                Italia centrale                                             Roma

IV                Italia meridionale                                      Napoli

V                 Sicilia                                                           Palermo

VI               Sardegna                                                     Cagliari


Riforme, più aiuti alle isole – In commissione via libera ai fondi aggiuntivi

gennaio 8, 2009

17.12.2008

CAGLIARI. La commissione costituzionale e bicamerale ha approvato ieri il disegno di legge sul federalismo fiscale e vi ha inserito il concetto di «insularità». Un passaggio importante per il riconoscimento di una battaglia storica: il provvedimento passa ora all’esame del Senato; l’approvazione da parte della commissione è avvenuta a maggioranza con l’astensione del Pd.
«Per la prima volta nella riforma federalista si introduce la questione dell’insularità», spiega Mauro Pili (Pdl), «con una precisa disposizione che sancisce che al costo standard delle prestazione erogate sia affiancato un piano di riallineamento definito per obiettivi e risorse certe e si tenga conto di un riconoscimento fiscale ed economico aggiuntivo, compensativo e permanente in relazione alla specificità insulare». Pili, in commissione, aveva ricordato le ragioni che ancora oggi caratterizzano la specialità di alcune regioni fra cui la Sardegna.
Il deputato del Pd Guido Melis spiega il perché dell’astensione da parte del Partito democratico: «La nostra astensione prende atto dell’accelerazione di gran parte degli emendamenti presentati dall’opposizione in commissione», afferma Melis, «il progetto di governo, però, resta ancora un involucro essendo indeterminati punti decisivi quali quello della tutela dell’unità nazionale». E su tutti questi aspetti e su altri (compreso il ruolo spettante alle regioni a statuto speciale – conclude Guido Melis – il Pd condurrà nelle prossime settimane la sua battaglia costruttiva perché si affermi in Italia un federalismo equo e solidale».
L’insularità, cioè il riconoscimento dello svantaggio economico per le isole e le zone periferiche d’Europa, era stata inserita anche in un Trattato dell’Ue a cui non era stato dato un seguito. Il Concetto era stato ripreso più volte ma solo adesso c’è un atto scritto, un punto di partenza su cui costruire un eventuale sostegno concreto allo sviluppo delle isole. Per Mauro Pili «il provvedimento approvato dalla commissione aggiunge alcuni elementi decisivi: prima di tutto il riconoscimento fiscale aggiuntivo». In pratica, oltre all’utilizzo del fondo perequativo per i parametri dei costi alla Sardegna verrebbero riconosciuti le compensazioni drivanti dalla misurazione dei divari infrastrutturali e strutturali permanenti causati dall’insularità».

La Nuova Sardegna


48 deputati aderiscono all’Associazione parlamentare “Amici della Romania”

gennaio 8, 2009

 

08.01.2009

L’Associazione parlamentare “Amici della Romania”, fondata alla Camera nel luglio scorso per iniziativa di Guido Melis (Pd) ed Alessio Bonciani (Pdl), a seguito del convegno promosso nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati dall’omonima Associazione culturale, presieduta dalla Dott.ssa Alina Harja, ha raggiunto in pochi mesi il lusinghiero risultato di 48 adesioni, raccogliendo l’interesse e il consenso di deputati appartenenti a tutti i gruppi e settori dell’assemblea. L’Associazione ha in progetto diverse iniziative a carattere culturale e politico volte a migliorare i rapporti tra le istituzioni dei due Paesi, favorendo in particolare la conoscenza della cultura romena sotto i suoi diversi aspetti nell’ambito del Parlamento italiano, e specialmente a realizzare una sempre più stretta integrazione tra la comunità romena e la società italiana.


Diritto allo studio, valorizzazione del merito e qualità del sistema universitario e della ricerca – (A.C. 1966)

gennaio 8, 2009

05.01.2009

Seguito della discussione sul Disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 180 del 2008: Diritto allo studio, valorizzazione del merito e qualità del sistema universitario e della ricerca – (A.C. 1966)

GUIDO MELIS. Signor Presidente, l’emendamento da noi presentato mira a correggere il senso draconiano e punitivo del primo comma dell’articolo 1, laddove si fa divieto tassativamente di indire nuove procedure concorsuali e di valutazione comparativa, nonché di assumere personale alle università che, alla data del 31 dicembre di ciascun anno, abbiano superato il limite di cui all’articolo 51, comma 4 della legge n. 449 del 1997.

Ho parlato di senso draconiano e punitivo, ma non vorrei con ciò che si equivocasse: il Partito Democratico non solo comprende, ma condivide l’esigenza che siano introdotti nel sistema universitario italiano criteri di moralizzazione, di controllo rigoroso della spesa in relazione alle entrate e di efficienza dei risultati. Una politica dissennata, seguita negli anni Novanta alla giusta realizzazione dell’autonomia universitaria ex legge cosiddetta Ruberti, ha fatto proliferare le sedi dei corsi universitari, spesso senza i necessari controlli dell’offerta didattica, con un uso scriteriato delle procedure dei concorsi locali per gonfiare gli organici, producendo alle nostre spalle effetti nefasti che vanno necessariamente corretti, anche a costo di sacrifici dolorosi.

Non è questo quindi il punto. Il punto è, come spesso accade nelle politiche del Governo e della maggioranza, l’impianto generale della manovra, il modo concreto attraverso il quale si vogliono conseguire i risultati; perché, anche in presenza di malattie accertate, esistono terapie e terapie, e una terapia sbagliata può uccidere il malato. Mi permetta però anzitutto, signor Presidente, un breve excursus storico, a mio avviso necessario, sebbene contenuto nei minimi termini.

Quando, dopo l’unificazione d’Italia, la classe dirigente post-risorgimentale si trovò a scegliere un modello per quella che allora si chiamava l’istruzione superiore, avrebbe potuto, e molti lo chiedevano, optare per il sistema all’inglese oppure alla tedesca, di poche grandi università prestigiose e centrali e di una rete periferica, non di atenei, ma di istituti superiori sparsi nel territorio, magari professionalizzanti, comunque privi del rango di università. Era un’alternativa possibile. È noto che si scelse viceversa il modello dell’università diffusa, senza distinzione (se non le famose tabelle previste dalle leggi ottocentesche, poi via via superate dalle leggi di pareggiamento, quelle che dividevano le università in università di serie A e di serie B) tra università centrali e università periferiche.

Si sa anche, perché ormai esiste una storiografia che ce lo dice, come quell’opzione di fondo si realizzasse per effetto di una spinta politica dei piccoli atenei, degli atenei di provincia, rappresentati in Parlamento da agguerrite delegazioni di deputati e di senatori; e per l’iniziativa anche generosa, bisogna dire, degli enti locali, gelosi del mantenimento dei piccoli atenei fino al punto da sacrificarvi spesso ingenti risorse finanziarie.

Il centralismo italiano, o all’italiana come preferisco dire io (lo dico ai colleghi della Lega che spesso se lo dimenticano), è stato sin dall’Ottocento ben diverso da quello per esempio della vicina Francia, cui pure tante volte è stato erroneamente assimilato. È stato, per riprendere l’espressione dello storico Raffaele Romanelli, che più di altri l’ha studiato da vicino, centralismo debole o imperfetto, o addirittura, come dice il Romanelli in un suo libro, «contrattato» («comando impossibile», è l’espressione che usa il Romanelli), nel quale le classi dirigenti delle varie aree periferiche, in assenza di una forte leadership nazionale, hanno filtrato l’adesione allo Stato unitario attraverso una serie di garanzie per chi stava in periferia. L’Italia, diversamente da altri Paesi, è stata insomma spesso una sommatoria di espressioni locali molto vitali e incisive, che neppure il fascismo, col suo centralismo autoritario e burocratico, ha potuto ridurre completamente all’omologazione nazionale.

Questo è ciò che abbiamo alle spalle. La questione universitaria, se vogliamo per una volta ragionare sull’arco del tempo storico, è stata esemplare, nel bene e nel male, di questo centralismo all’italiana: sin da quando nel 1860, con un’alleanza trasversale alla Camera, i deputati provinciali contro i piemontesi bloccarono con una leggina la grande legge Casati del 1859 che espressamente prevedeva l’abolizione dell’ateneo più debole e periferico di tutti, quello della città di Sassari.
E, poi, quando nel 1862 il disegno razionalizzatore di un Ministro della destra (che era anche un grande scienziato dei suoi tempi, il Matteucci), volto a tagliare le piccole università concentrando lo sforzo finanziario del nuovo Stato in grandi istituti nazionali, naufragò in Parlamento per la tenace resistenza dei deputati delle province.

Da allora, e per tutto il Novecento, abbiamo avuto in Italia un sistema universitario a più velocità, con forte radicamento locale e con vistosi squilibri tra ateneo ed ateneo.
Come correzione, se così si può dire, abbiamo avuto un Ministero forte al centro, molto burocratizzato, che a lungo ha tenuto i cordoni della borsa costituendo il contrappeso della vitalità della periferia, e un sistema delle carriere imperniato sui concorsi universitari nazionali, autodiretto dai professori e basato su una specie di cursus honorum nel quale i neofiti erano dapprima mandati nei piccoli atenei di provincia a farsi le ossa e poi, per successivi trasferimenti basati sul merito, erano via via avvicinati alle grandi università più centrali.

Non dirò che questo sistema non abbia avuto delle virtù (ne ha avute, ed anche di notevoli). In molti contesti l’università di provincia – anche la piccolissima università di provincia – ha vitalizzato con la sua sola presenza la vita culturale e scientifica della periferia altrimenti depressa ed isolata, ha creato classi di dirigenti locali di non spregevole qualità, ha assicurato con il transito dei professori in carriera una certa circolazione nazionale delle élite, ha prodotto laureati di un certo livello medio nazionale.
Il sistema è entrato in crisi, però, quando (e ciò è avvenuto negli ultimi anni Sessanta del Novecento) è definitivamente tramontato l’ordine interno assicurato dal fatto, principalmente, che l’università era formata ed interessava le sole élite, era governata da élite ed era rivolta ad una platea costituita da élite.
L’apertura delle facoltà e dei corsi a tutti i ceti sociali (necessario passaggio non solo per ragioni di principio di carattere costituzionale, ma soprattutto per l’evidente esigenza di selezionare su più larga base la classe dirigente) avrebbe preteso, allora, una seria riforma universitaria che investisse insieme contenuti degli insegnamenti, metodologia della didattica, modelli organizzativi interni, forme di selezione del personale docente.
Altrove lo si è fatto: in Francia al grande movimento del Sessantotto è seguita una riforma (sia pure forse una riforma-restaurazione, la riforma Faure) che ha dato una risposta a quelle istanze e a quei movimenti.
È noto che per svariate ragioni – tra le quali la debolezza delle classi dirigenti italiane e, in esse, del ceto politico nel reagire alla spallata del Sessantotto – la riforma universitaria in Italia invece non si è fatta; si sono adottati provvedimenti urgenti, si sono fatti molteplici tentativi, conati di riforma talvolta anche frammentari e contraddittori a seconda del succedersi dei Ministri l’uno all’altro, accavallantisi l’uno dopo l’altro in modo confuso e contraddittorio.
Il panorama che oggi abbiamo di fronte assomiglia, dopo due decenni e più di mancate riforme, a un campo di macerie.
Manca innanzitutto – e manca anche nel progetto del Governo che stiamo affrontando per anticipi e brandelli, al di fuori di un piano organico – il senso complessivo di una riforma.
Il tema – lo dico al Ministro Gelmini – è o dovrebbe essere il seguente: come si fa in un Paese nel quale si sono bloccati i meccanismi per selezionare la classe dirigente e dove la classe dirigente è vecchia, inamovibile, autoreferenziale, espressa al di fuori di adeguati laboratori di formazione delle élite, a rimettere in moto il processo virtuoso per formare appunto questa nuova classe dirigente della quale il Paese ha urgente bisogno?
Perché la questione universitaria altro non è che la questione della formazione della classe dirigente, ed è per questo che essa ha una enorme, straordinaria rilevanza strategica.
Altri Paesi europei hanno alle spalle gloriose tradizioni: in Gran Bretagna ha tenuto molto a lungo – e ancora in gran parte tiene, checché se ne dica – la filiera dei grandi college (è il sistema imperniato su Oxford e Cambridge); in Francia, nonostante le critiche cui sono di recente sottoposte, vige ancora il sistema delle grandes écoles.
Da noi storicamente le élite si formavano nelle università (nelle grandi come nelle piccole) per poi passare a raffinarsi nelle professioni liberali, nell’alta amministrazione dello Stato, nei partiti intesi come canali di formazione e di selezione politica.
Questo storicamente, ma oggi cosa regge di quel sistema? Praticamente più nulla. È giusto certo innescare nelle università elementi di sana amministrazione, come dice di voler fare il Governo; è giusta anche la filosofia dell’aziendalismo privato entro centro limiti ed è giusto richiamare i rettori e i consigli di amministrazione alla responsabilità della spesa smarrita in tante pratiche dell’effimero degli scorsi anni. Ma senza quel progetto generale per la formazione delle classi dirigenti si va poco lontano; forse si possono regolarizzare i conti – ed è importante – ma non molto di più, si resta tutt’al più nella vecchia politica della lesina.
Signor Presidente, signor Ministro, signor sottosegretario, non vediamo in questo progetto neppure l’anticipazione, neanche la parvenza del disegno complessivo che sarebbe necessario al Paese nel campo strategico dell’istruzione universitaria; non vediamo il nesso tra il rilancio dell’università e una moderna politica della ricerca (in un contesto nel quale la spesa per la ricerca in rapporto al PIL diminuisce ogni anno vergognosamente e si deve assolutamente contrastare la fuga dei cervelli all’estero, che sta diventando in Italia un’esperienza drammatica); non vediamo il progetto di ringiovanimento delle classi docenti (abbiamo i professori più vecchi di Europa) né il grande piano per richiamare in Italia la generazione mandata all’estero, ma che deve poter tornare e restituire alla collettività il frutto maturo di quella formazione. Non vediamo affatto, ad esempio, la ristrutturazione del sistema concorsuale e dei meccanismi della selezione dei docenti.
Avete inventato in proposito, partendo dalla famosa montagna, l’altrettanto famoso topolino dei sorteggi concorsuali. Lasciatevi dire da uno che lavora all’università dal 1972 e che di concorsi ne ha fatti tanti (prima qualcuno da candidato e poi molti da commissario e da presidente di commissione) che non servirà a nulla. Esistono – e sono anche già state sperimentate in anni passati (avete anche poca memoria storica) – tecniche più o meno occulte per fare accordi accademici stringenti anche in presenza del sorteggio.
Esistono miei colleghi (ne conosco più d’uno) che in materia potrebbero utilmente tenere a voi e ai vostri funzionari ideatori di questo sistema presunto anti-baronale opportuni seminari di aggiornamento, per dimostrarvi la totale inutilità del sorteggio.
Avete riaperto concorsi già banditi con una formula subdola che lascia ai rettori il potere di riaprire i concorsi, con il risultato, che è prevedibile, che si creerà una giungla di disuguaglianze nei prossimi concorsi e si aprirà il terreno ad una ridda di ricorsi.
Ora ci venite a proporre, nel nome dell’efficienza, il blocco degli atenei non virtuosi, di quelli i cui bilanci sono fuori parametro. Come darvi torto, in teoria? Ma, in pratica, quella che introducete è una norma capestro, priva di gradualità, inutilmente rigida, che finirà per fare di ogni erba un fascio e per risultare più negativa di quanto voi stessi non pensiate!
Esistono, infatti, è quasi banale ricordarlo, situazioni e situazioni, atenei clamorosamente inadempienti, e altri che lo sono di meno, atenei la cui presenza nei territori può perfino ritenersi superflua – giacché tanti insediamenti in periferia hanno ubbidito negli anni passati a logiche di campanile, quando non di clientela politica -, e altri che, viceversa, svolgono una funzione importante di utilità sociale in regioni altrimenti condannate al deserto culturale, esposte all’aggressione della criminalità, e al declino economico e civile.
Vi sono università certamente inutili, a cominciare dalle tante improbabili università private di cui è disseminato il Paese – e fareste bene a svolgere una inchiesta ministeriale per accorgervi degli sprechi e delle diseconomie che si celano dietro a quel mondo e, soprattutto, fareste bene a non finanziarle – ed altre, magari pubbliche, che sono utili, al di là delle magre fortune del loro stesso bilancio.
Vi sono università che producono buoni laureati, competitivi nel mercato del lavoro, e altre che, invece, licenziano zavorra culturale; università con professori che lavorano, e spesso lavorano molto per bassi stipendi, e altre piene di grandi professionisti che dedicano alla cattedra solo i ritagli del loro tempo, trascurando studenti, lezioni e ricerca.
Una graduatoria che si basi sui soli criteri del bilancio, e che non preveda almeno un temperamento di questi criteri, che non introduca una opportuna gradualità tale da consentire a questi atenei di rientrare nei parametri è davvero la più opportuna? Bloccare le assunzioni, quasi senza preavviso, come fa questo provvedimento, è davvero le terapia più giusta?
Noi vediamo in questo provvedimento – del quale pure comprendiamo le motivazioni iniziali – una specie di eccesso punitivo che non tiene conto delle differenze esistenti nelle realtà, delle esigenze degli atenei, delle circostanze e delle opportunità, ma vediamo anche – e questo, a dire la verità, ci preoccupa molto di più – l’assenza di una visione generale dei problemi; cogliamo una visione puramente contabilistica dei problemi, il rifiuto di ragionare sulla complessità e sull’articolazione dei problemi.
Noi vorremmo – e siamo impegnati su questo fronte – una politica generale per l’università italiana che fosse anche una politica per il rilancio della ricerca scientifica nel nostro Paese, per la formazione delle classi dirigenti del futuro.
Parlare di università, se non lo avete capito, non significa più, se mai è stato così in passato, parlare di un tema settoriale, ma significa, e non può non significare, affrontare il futuro stesso del Paese, la sua capacità di uscire dalla crisi, guardando avanti nel rinnovamento e nel rilancio dell’identità di questo Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).


Interessi forti, menti deboli

gennaio 8, 2009

 

2366274482_3a24cbe7ddCome accadeva tanti anni fa (chi si ricorda di uno sfortunato ministro democristiano di nome Fiorentino Sullo, travolto per aver presentato una legge simile?) la Giunta sarda di Renato Soru cade proprio sulla legge urbanistica.

Se ne intuisce agevolmente la ragione: trattasi di interessi. Corposi interessi legati alla rendita edilizia, diffusi trasversalmente sul territorio e nella società sarda, capaci di arruolare avvocati senza badare a spese, aggressivi e al tempo stesso irriducibili. Quando si scriverà la storia di questa legislatura bisognerà pur dire che Renato Soru, forte di un consenso popolare diretto come mai era accaduto, ha dovuto misurarsi però giorno dopo giorno, e alla fine forse soccombere, per l’appunto contro la santa alleanza degli interessi.

Interessi intoccabili, che invece sono stati da Soru temerariamente e imprudentemente toccati: quelli della rendita, come quelli della speculazione sulle coste; quelli della spartizione della formazione professionale come quelli parassitari annidati negli enti inutili; quelli di una burocrazia regionale neghittosa ed estenuante, corrotta dalla vicinanza con la politica, come quelli delle caste militari spodestate in Sardegna dalle servitù e dai privilegi; quelli dei monopolisti del grande trasporto in concessione (leggi Tirrenia) come quelli di chi vuole costruire palazzi e scavare gallerie in uno dei siti archeologici (leggi Tuvixeddu) più importanti del Mediterraneo.

Interessi che hanno saputo, certo, far leva sulle debolezze, le ingenuità e gli errori della Giunta Soru (ce ne sono stati molti, indubbiamente). Ma che hanno anche trovato alleati preziosi nella politica, hanno pervaso partiti e Consiglio regionale, si sono fatti sentire con prepotenza in tutte le sedi decisionali, hanno avuto dalla loro persino qualche beneficato dal presidente, qualcuno che non sarebbe stato nessuno se non inserito a suo tempo nel “listino” di Soru.

Si può governare contro gli interessi? Si può certo, ma solo a patto di dividerli, di non affrontarli tutti insieme, di isolarli nell’opinione pubblica con appropriate strategie di comunicazione. A patto, specialmente, di non limitarsi alla sfera delle politiche di governo ma di attivare parallelamente  una efficace strategia del consenso: informare, convincere, controbattere, formare opinione. Tutto ciò che, in una situazione normale, sarebbe dovuto spettare al Partito democratico, ampiamente l’azionista di maggioranza della Giunta Soru. Dobbiamo invece alle fratture interne e ai doppi giochi del nostro partito (senza con ciò assolvere gli alleati) se la Giunta cade e si prospetta per una destra, per altro priva di meriti propri e di argomenti seri, un premio insperato e immeritato, una vera e propria autostrada per impadronirsi di nuovo della Sardegna. Lo dobbiamo alla lunga inerzia di un segretario regionale (Antonello Cabras) che non ha fatto per molti mesi il mestiere che gli competeva, evitando di costruire il partito sul territorio. Lo dobbiamo ai consiglieri regionali che hanno palesemente e in più occasioni decisive remato contro, strizzando l’occhio all’opposizione. Lo dobbiamo a quei trasformisti della prima e dell’ultima ora che hanno disinvoltamente e cinicamente giocato la partita fingendo di appoggiare e poi sostanzialmente affossando Soru, nell’unico intento di salvare i propri interessi personali.

Non è un bello spettacolo quello che il Partito democratico ha dato in questi mesi in Sardegna e al Paese. Ma ancora più sconfortante è il suicidio collettivo di un partito e di una coalizione che, avendo la sicura possibilità di rivincere le elezioni e di governare per altri cinque anni, preferisce perderle pur di eliminare quello che appare ed è un corpo estraneo rispetto al blocco dei grandi e piccoli interessi. Complimenti ai grandi strateghi della politica politicante: interessi grandi, menti deboli.


Interrogazione in aula

novembre 14, 2008

 

Ministero destinatario: MINISTERO DELLE ATTIVITA’ PRODUTTIVE

 

 

Al Ministro delle Attività produttive

–         Per sapere – premesso che:

Nell’area industriale di Porto Torres (Nord Sardegna) la POLIMERI EUROPA ha di recente bloccato, nominalmente per un intero anno ma in realtà per un periodo che si annuncia più lungo e indeterminato, due degli impianti più moderni dell’intera fabbrica, quali le linee per la produzione del Cumene e del Fenolo, mandando a casa di conseguenza quasi 200 lavoratori; e ciò dopo che la stessa POLIMERI EUROPA aveva annunciato più volte la “promozione” di Porto Torres con ripetute promesse di nuovi investimenti;

 

–         fermare la produzione del Fenolo e del Cumene, direttamente legate con il cracking, cuore dello stabilimento, su cui l’Eni e quindi la collettività nell’anno 2000 aveva speso alcune centinaia di miliardi di lire per innovarli e potenziarli, significa arrivare in pochi mesi a mettere in grave difficoltà l’intera fabbrica, con conseguenze devastanti sui livelli occupativi già seriamente compromessi dell’intera area industriale e ripercussioni gravi sul piano sociale nel territorio;

      

–         sono in atto a Porto Torres scioperi e agitazioni dei lavoratori promossi unitariamente da tutte le organizzazioni sindacali contro questa gravissima situazione che potrebbe preludere alla crisi definitiva e al collasso della chimica (settore strategico per il Paese, secondo le parole dello stesso ministro Scajola) in tutto il Nord Sardegna;

 

–         è urgente – come hanno chiesto la Giunta Regionale della Sardegna, le organizzazioni sindacali e in modo particolare la Cgil-chimici – giungere rapidamente a quello che viene definito come l’ “allineamento istituzionale”, cioè mettere insieme, allo stesso tavolo, tutti i soggetti che a suo tempo firmarono l’importantissimo Accordo di programma della chimica, seguendo anche in Sardegna l’esempio positivo del Veneto-Porto Marghera;

 

–         occorre altresì accelerare le procedure inerenti alla bonifica dell’intera area industriale di Porto Torres, finalizzate al suo riutilizzo industriale. E ciò anche in ragione della presenza di serie, urgenti prospettive di investimento quali quelle, per esempio, che sono maturate nel settore della cantieristica navale (prospettive oggi a rischio di vanificarsi per la mancata bonifica della zona);

 

infine il giorno 6 novembre  il presidente della Regione sarda Renato Soru ha ancora una volta sollecitato il ministro delle Attività produttive perché si realizzi un confronto a breve termine sulla presenza dell’ENI in Sardegna, così da verificare le strategie relative alla filiera del cloro-soda (filiera fondamentale per l’intero comparto chimico nazionale);

                                                  

Quali iniziative il Ministro intenda assumere tempestivamente per scongiurare le prevedibili conseguenze negative del blocco dei due impianti della POLIMERI EUROPA e per la difesa dei livelli produttivi ed occupativi dell’intera area industriale di Porto Torres;

 

Quali iniziative egli intenda inoltre assumere per accelerare la stipula degli accordi di programma finalizzati alla bonifica dell’area, mettendo a disposizione a tal fine le risorse che il precedente Governo aveva accantonato, nella prospettiva di un rapido riutilizzo industriale dell’area stessa;

 

E più in particolare, cosa intenda fare il Ministro per sbloccare i 3 milioni 700 mila euro messi a disposizione dal passato Governo con la finanziaria 2007 e non spesi perché bloccati dalle incertezze nel loro utilizzo soprattutto del Ministero dell’Ambiente considerato che si tratta di un sito di bonifica di interesse nazionale .

 

Guido Melis