Editoriale

19.05.2010

I ladroni sono migliori

Come diceva Antonio Pigliaru, l’indimenticabile studioso sardo del «codice della vendetta barbaricina», anche la società dei ladroni ha le sue leggi.
Quelle della nuova delinquenza in guanti gialli però sono molto diverse dalle ataviche regole della comunità pastorale sarda. Lì, nonostante tutto, c’era il senso corale della comunità e delle sue superiori ragioni rispetto a uno Stato che si sentiva (e forse era davvero) lontano, ostile, nemico. Qui al contrario il codice è tutto interno allo Stato, nasce anzi proprio deformando e strumentalizzando i suoi istituti giuridici, la sua amministrazione pubblica, le sue stesse leggi.
È una metastasi che gioca di sponda, avvocatescamente, con le controverse regole dell’appalto e con le loro mille eccezioni, fa lo slalom tra norme e normette scritte nei codici ufficiali per favorire i potenti e per tagliar fuori i poveracci, si avvale della complicità di chi dovrebbe controllare e non controlla, di chi dovrebbe denunciare e non denuncia, di chi dovrebbe legiferare e non legifera. Unisce, infine, il massimo della confidenza coi meccanismi finanziari moderni con l’antica filosofia italica del teniamo famiglia.
Nasce così un nuovo diritto, un’anti-legge più efficace e osservata della legge stessa. Un sistema di regole nel quale tutti gli attori si sentono garantiti: chi corrompe e chi è corrotto. Nel gioco c’entra il danaro, naturalmente, ma non nella forma elementare della bustarella stile Tangentopoli e neanche in quella (più pittoresca ma ugualmente na?ve) del puff in salotto ricolmo di gioielli. Piuttosto case, meglio se con vista esclusiva, appartamenti a figli ed amanti, ristrutturazioni e lavori edili. O, ancor meglio, prestazioni sessuali, da consumarsi – s’intende – in esclusivi appartamenti d’hotel per nababbi.

L’Unità

26.04.2010

L’allegra incoscienza del Pd sardo che non vuole cambiare

Come gli spensierati passeggeri del Titanic, i dirigenti del Pd sardo, di quello sassarese in particolare, ballano incoscienti prima della tragedia. Porto Torres, Ittiri, Alghero, soprattutto Nuoro, il Medio Campidano, Cagliari: non c’è scenario elettorale in Sardegna che non veda tensioni mortali tra una maggioranza del Pd (esigua, per altro) che si crede protervamente padrona delle liste e una minoranza (pure consistente sino a sfiorare il 40%) sistematicamente tenuta sotto scacco.  Giova a qualcuno un simile stato delle cose? Chiunque, dotato di medio buon senso (non occorre, per capirlo, grande cultura politica) risponderebbe di no. Ma lorsignori sono grandi strateghi, per bacco. Occupano la scena politica da decenni, sono figli d’arte, hanno la tattica nel sangue. Vuoi che si affidino al normale buon senso della gente comune? Di più. Accade in Italia qualcosa di inaudito. Il partito di plastica di Berlusconi si sta spaccando, il sovrano è apertamente contestato da quello che anni fa era il suo fedele compagno d’armi. Forse (lo auspichiamo) nascerà una nuova destra, più europea e “normale”. Il re è su tutte le furie. Risponde minacciando catastrofi epocali: muoia Sansone con tutti i filistei. C’è la seria prospettiva di andare a nuove elezioni anticipate, senza che il Pd sia pronto, in un quadro di confusione, con il possibile risultato di un rafforzamento, e questa volta per sempre, della dittatura berlusconiana sul Paese.  Se non siamo al fascismo degli anni Duemila, poco ci manca. E in un passaggio storico come questo, mentre tutto traballa, che fanno i nostri dirigenti, i piccoli machiavellini sardi e sassaresi? Lottizzano i posti in lista, si dividono i collegi, escludono componenti forti del 40%, costringendo ai margini del Pd interi pezzi di elettorato. E se non ci stai, minacciano espulsioni e non so che altro.  Si va alle elezioni allegramente, come se si trattasse di una scadenza qualunque. Ma dopo le deludenti prove della giunta Cappellacci (nessuna delle promesse elettorali è stata mantenuta dal centro-destra) sarebbe questa l’occasione buona per rilanciare la questione sarda, per parlare seriamente del nostro destino nella fase storica del federalismo realizzato. Il momento di parlare di chimica da salvare e da rilanciare, di agricoltura e pastorizia da difendere con i denti, di scuola da preservare dai tagli, di precari da sistemare, di ragazzi ai quali dare una prospettiva del domani. Sarebbe il momento di far capire alla gente (che è sfiduciata e minaccia di astenersi dal votare) che esiste la possibilità di cambiare, di uscire dalla crisi e rilanciare l’economia, se solo lo vogliamo. L’occasione – anche – per rinnovarci, candidando persone nuove, magari anche gente con un mestiere alle spalle, con un’esperienza, e non sempre, eternamente, i soliti amici dei soliti, quelli che sono nati nella politica politicante e lì sempre sono rimasti inchiodati. Invece diamo lo spettacolo che diamo. E mentre la destra si spacca, e vengono al pettine i nodi dei loro eterni opportunismi (si sono messi insieme per fare affari, e adesso ne pagano le conseguenze), noi del centro-sinistra facciamo come i polli di Renzo: ci becchiamo a morte tra di noi in attesa del macellaio. Deputato del Pd – Guido Melis

La Nuova Sardegna

06.03.2010

Ma stavolta neppure i Tar possono supplire agli errori della politica

In questi 40 anni i Tribunali amministrativi hanno sbrogliato matasse sempre più aggrovigliate create da altri poteri. Ma è sbagliato affidare ai giudici la soluzione del pasticcio delle liste – L’analisi

En attendant il Tar, come avrebbe forse detto Ionesco. Il Tar, inteso come Tribunale amministrativo regionale, è – in base alla legge che lo istituì nel dicembre 1971 – l’organo di giustizia amministrativa di primo grado. Salutata come una svolta storica dalla maggior parte dei commentatori, la sua istituzione ha dato in generale frutti positivi. Ha accresciuto gli standard di legalità del sistema ed ha anche consentito, grazie alla copiosa giurisprudenza prodotta in ogni settore, una sorta di guida esterna delle pubbliche amministrazioni, una bussola provvidenziale per apparati rimasti nel frattempo orfani di un’adeguata direzione da parte della politica. È accaduto però che si rovesciasse sui Tar una domanda crescente e strabocchevole che forse avrebbe dovuto trovare altrove, prima di arrivare nei tribunali, le sue sedi di composizione. Così come il giudice ordinario, anche quello del Tar ha dovuto sbrogliare matasse sempre più aggrovigliate che altri poteri, principalmente la politica, avevano lasciato colpevolmente aggrovigliare, o per disinteresse, o per calcolo, o per inerzia. E lo ha dovuto fare usando i suoi propri strumenti, che sono esclusivamente quelli del diritto. Strumenti dunque implicitamente rigidi, condizionati, non adatti a realizzare finalità extragiuridiche. Dico questo per anticipare una conclusione, del resto ovvia: difficilmente potrà venire dai giudici, tanto meno da quelli del Tar, la soluzione del pasticciaccio brutto delle liste illegali Pdl in Lombardia e nel Lazio. Il Tar applicherà le norme, presumo. Punto e basta. Toccherebbe semmai alla politica trovare la via stretta per uscire dal tunnel, ma la politica – ahimé -è latitante. Si avverte in queste ore tutta la debolezza della maggioranza e del governo. Hanno prodotto loro, con le loro proprie mani, il patatrac del quale sono vittime, ma gridano al complotto e minacciano sfracelli di piazza. Hanno esibito davanti al Paese le loro profonde divisioni interne (o vogliamo credere alla panzana del panino?), ma vorrebbero adesso buttare la palla altrove, nel campo avversario. Si sono messi in un cul-de-sac, e non sanno più come uscirne. Una via ci sarebbe, ed è l’unica praticabile. Abbassino i toni e ammettano l’errore (o la truffa, come nel caso delle firme false della Lombardia), Cerchino un’intesa condivisa, ristabilendo innanzitutto (e il governo può farlo) le condizioni di parità sistematicamente violate in queste ultime settimane dalle disposizioni censorie e faziose assunte per esempio sulle trasmissioni televisive. Riconoscano la validità delle regole violate, che saranno pure «forma» (come ho sentito dire dal senatore Quagliariello in tv) ma sono, proprio per questo, l’essenza stessa della legalità elettorale. Poi la soluzione la si troverà. Quanto trapela mentre scrivo dal consiglio dei ministri non pare, purtroppo, andare in questa direzione. Vedremo. Certo è che nessuno pensa di vincere a tavolino in regioni come la Lombardia, dove sulla carta sarebbero tagliate fuori quote rilevanti di elettorato. Ma nessuno, anche, può accettare che tutto, come nell’Italia che piace a Berlusconi, finisca a tarallucci e vino.

L’Unità

08.02.2010

La lezione pugliese e i compiti del Pd

Vengono dalle primarie pugliesi tre elementari segnali che sarebbe bene non sottovalutare.

Il primo riguarda la validità in sé del metodo delle primarie, la convinta adesione che questo modo di scelta riscuote nel popolo vasto del centrosinistra, i rischi serissimi che si correrebbero (come qualcuno nel Pd vorrebbe) a ridurre le primarie a pura eccezione alla regola.

Le primarie dei cittadini sono state e continuano ad essere l’unico serio marchio che possa vantare il Pd, il solo modo che abbiamo di contrastare la crisi di partecipazione che affligge in profondo la politica dei partiti. Sono dunque non solo elemento costitutivo, direi addirittura parte integrante del dna del partito democratico, ma l’unica uscita di sicurezza che consenta di rilegittimare la democrazia italiana. Sono la grande proposta che consentirebbe, se applicata con coerenza e perfezionata nel suo funzionamento, di avviare una nuova stagione della vita democratica del Paese.

Secondo segnale. I nostri elettori ne hanno piene le tasche di gruppi dirigenti autoreferenziali, arroccati in apparati burocratici, costituzionalmente incapaci di leggere la realtà nei suoi repentini cambiamenti, ancorati pervicacemente su visioni della politica vecchie e superate, dediti più alla propria perpetuazione che alla intercettazione del nuovo. Sotto questo profilo si verifica nel Pd un fenomeno che non trova riscontro nella storia recente né in quella lontana dei partiti politici italiani: l’elettorato di riferimento si colloca più avanti, per concezione della politica e percezione del cambiamento, di quanto non siano i suoi stessi gruppi dirigenti. I quali frenano, indugiano in un conservatorismo di fondo che limita e ritarda il partito.

Terzo segnale. La matematica apparentemente indiscutibile di chi crede di vincere le elezioni sommando tra loro partiti ai partitini, ognuno detentore di una quota fissa di voti, sicché la somma della coalizione prefigura automaticamente la somma dei voti e l’immancabile (così ci si illude) vittoria elettorale, si dimostra sempre di più  perdente. Vedremo ora in Puglia, dove naturalmente Vendola le elezioni vere le deve ancora vincere. Ma intanto emerge dalle primarie un preciso messaggio: l’elettorato ormai sceglie come e chi votare di volta in volta, a seconda delle proposte programmatiche e della credibilità dei candidati in campo, senza più ripetere per coazione ideologica (come avveniva un tempo) e per fedeltà alla bandiera le proprie scelte di voto. In altri termini può accadere (ed è accaduto) che di fronte a candidati e progetti politici sbagliati il nostro elettorato ci abbia voltato le spalle. E che, al contrario, in presenza di proposte e candidati giusti siamo confluiti sul Pd anche strati vasti di elettori di altri partiti. Vendola prima maniera è stato esattamente questo. Soru prima maniera in Sardegna anche.

Invece di dire “il progetto era giusto ma non ci hanno capito” il gruppo dirigente nazionale del Pd dovrebbe prendere atto che il progetto propinato ai pugliesi non era affatto giusto. Prescindeva dalla realtà locale, soffriva di tatticismo, si nutriva di politica “romana”. Non è infatti bastato il prestigio di Massimo D’Alema, impegnato in prima persona per Boccia, ad assicurargli la vittoria nelle primarie.

Ma viene specialmente dalla Puglia un messaggio preciso su cosa potrebbe essere il Pd, se vuole sfuggire all’inesorabile sorte di perdere pezzi per strada sino a imboccare la china (non importa se ripida o dolce) di un declino annunciato. Dev’essere un partito degli anni Duemila, fatto di un corpo snello di iscritti (ben vengano le tessere, purché siano reali e non acquistate dai capicorrente un tanto al chilo) e di un rapporto continuo, profondo, dialettico coi cittadini elettori. Deve vivere nel mondo della produzione, del lavoro, dello studio e della cultura ma al tempo stesso saper ascoltare con orecchio sempre teso i mutamenti della società, dando voce ai movimenti e ai molteplici gruppi che ne sono ogni giorno i protagonisti. Dev’essere un partito aperto, coi suoi circoli ben piazzati e attivi nel vivo delle città e sui luoghi di lavoro, e non una casta chiusa perennemente dedita alle proprie lotte intestine. Deve astenersi dal distribuire cariche pubbliche e poltrone secondo diritto di tessera e imparare a dar spazio al merito e al rinnovamento delle classi dirigenti, promuovendo i migliori, anche quando non esistono vincoli espliciti di fidelizzazione politica. Deve rispolverare ed applicare il proprio codice etico, ed isolare con maggiore determinazione di quanto oggi non faccia chi non corrisponde a quelle regole di moralità.

E’ troppo sognare che un Partito democratico così? E’ irrealistico? Impossibile? Uno slogan di tanti anni fa esortava a  volere l’impossibile. Può darsi che sia questa la stagione giusta per applicarlo.

07.01.2010

Sul futuro della chimica una pericolosa indifferenza

di Guido Melis

Che ne sarà della chimica in Sardegna? Il Natale difficilissimo dei 138 della Vinyls, a Porto Torres, è passato nell’indifferenza più o meno generale. Certo: solidarietà, dichiarazioni ufficiali. Ma intanto, mentre 11 ragazzi stanno per perdere il contratto di apprendistato, è possibile che gli impianti si fermino per sempre. Che gli accordi sottoscritti al Ministero dello sviluppo economico e al Ministero del lavoro risultino poco meno che carta straccia. Che l’intervento della Regione sarda, sub judice davanti all’Unione europea, non sortisca effetto alcuno. Che una filiera produttiva vitale per l’economia nazionale, quella dei cloroderivati (Assemini-Porto Torres-Marghera-Ravenna), letteralmente sparisca. Che l’economia del Nord Sardegna subisca un colpo mortale.
C’è in tutto questo qualcosa di sconcertante: che nessuno, nella classe dirigente nazionale o locale, si ponga il problema se un paese come l’Italia possa sopravvivere nel dopo-crisi senza una seria, moderna, competitiva industria chimica di base. Il Tremonti-pensiero dice che la crisi sta passando, che noi ne usciremo senza traumi, che tutto va bene madama la marchesa. Non è così. La crisi, intanto, ben lungi dall’essere passata, produrrà circa 2 milioni di disoccupati. Poi – quand’anche sarà passata – lascerà dietro di sé un paesaggio industriale profondamente trasformato.
Lo sappiamo o no che nel dopo-crisi le famose tigri asiatiche (parlo della Cina, dell’India, della Corea del Sud) conquisteranno l’arena mondiale sottoponendo i paesi europei ad una spietata concorrenza? Possiamo dimenticarci che su interi settori produttivi dovremo fronteggiare una vera e propria aggressione?
Gli altri paesi industrializzati lo sanno. Sanno che per resistere bisognerà investire di più in ricerca e puntare su prodotti più sofisticati. Insomma più qualità, visto che sulla quantità sarà difficile competere. Più specializzazione. E più brevetti.
E’ esattamente il contrario di quello che l’Italia sta facendo. Per qualche decennio ci siamo trastullati nel mito del made in Italy, togliendo soldi alla ricerca di base e chiudendo interi comparti nei quali avevamo il primato: l’elettronica, l’informatica, l’aeronautica civile, la radiofonia. Abbiamo smembrato la grande industria, cioè i cavalli da tiro dello sviluppo, puntando tutte le carte sulla piccola industria. Ma la piccola industria ha senso se lavora spalla a spalla con l’industria di grandi proporzioni. Altrimenti è solo una presenza di nicchia. “La scomparsa dell’Italia industriale”, s’intitolava anni fa un bel libro del sociologo Luciano Gallino. Appunto.
C’è troppa indifferenza, in Sardegna e in Italia, sulla morte annunciata della chimica. Indifferenza e persino qualcosa di peggio, perché passa l’idea che la chimica inquina (e in effetti la chimica sarda dei primi decenni ha molto inquinato, nella colpevole indifferenza dell’autorità politica) e che dunque è incompatibile con l’ambiente.
Così, tra inerzie della politica, distrazioni dell’opinione pubblica, strategie affossatrici dell’Eni e complicità del Governo (dove sono finite le promesse elettorali di Berlusconi?) Porto Torres va a picco.
Siamo solidali, certo, coi 138 della Vinyls. Ci auguriamo che arrivino gli arabi (come la cavalleria nei film western: e speriamo non sia troppo tardi). Ma cosa ne faremo dell’industria chimica in Italia vogliamo domandarcelo? Tremonti, Scajola, Berlusconi, Cappellacci vogliono dircelo finalmente? Che razza di classe dirigente e di governo è un ceto politico che non si pone una domanda come questa?

La Nuova Sardegna

Qualche idea  e poche riflessioni sul dopo-congresso

Noi non correremo in soccorso del vincitore. Io no, per lo meno. Assicureremo tuttavia a Pier Luigi Bersani (e in Sardegna a Silvio Lai) tutta la collaborazione senza riserve che si deve a chi legittimamente dirige il Partito democratico.

Il lungo congresso del Pd (troppo lungo, certamente) consegna dunque la guida del Partito a Pier Luigi Bersani. Ma non disconosce – a me pare – le ragioni degli altri candidati, in particolare quelle di Dario Franceschini e di coloro che, come me, lo hanno sostenuto.

Due punti restano, della versione Franceschini, particolarmente validi, e meritano perciò di essere riproposti subito, nel concreto lavoro di massa per costruire il Pd:

  1. l’idea forte del partito “aperto” ai cittadini, radicato profondamente nel sociale, con le antenne tese a captare tutte le dinamiche della società civile; e
  2. l’ipotesi cruciale di una politica delle alleanze realizzata, al centro come in periferia, non sul do ut des al ribasso ma sui programmi, senza mai tradire la propria vocazione maggioritaria, nell’intento – che deve restare centrale – di attrarre al Pd sempre nuovi ceti sociali.

Quel che occorre in Italia, in un Paese che mai come oggi appare frammentato in tante microcorporazioni e nella esasperata molteplicità (e voracità) degli interessi privati, è ricostituire un blocco sociale unitario, nei termini nuovi però tipici delle società contemporanee caratterizzate dalla mobilità, radicandolo in un complesso di valori chiave comuni, di progetti di lungo respiro, di strategie condivise. Bisogna tornare a fare politica nel senso pieno della parola, cioè, ma sapendo con chiarezza che i modelli organizzativi del Novecento sono alle nostre spalle e che nessuno di essi (per quanto siamo affezionati alle tradizioni) può oggi riproporsi con speranze di qualche duraturo successo.

Dunque, innanzitutto, calarsi di nuovo nella società. Riprendere quello che era un tempo il lavoro di massa nei territori. Nuotare come pesci nell’acqua, diceva un celebre slogan in voga molti anni fa nella mia generazione. Interpretare al meglio le domande di un popolo vasto (anche più dei già vasti 3 milioni di cittadini che sono venuti sorprendentemente alle urne per le primarie) che guarda a noi con speranza ma anche con giusta severità. E se possibile con quel popolo confonderci sempre di più, rinunciando alla illusione pedagogica di scegliere in sua vece. Anche per questo le primarie (sperimentate con entusiasmo il 25 ottobre) devono restare, contro ogni tentativo normalizzatore, nel dna del Partito democratico. Il partito delle primarie, non in antitesi certo con quello degli iscritti, deve restare nella ragione sociale della nostra “ditta” (per esprimerci con un linguaggio caro a Bersani).

In Sardegna, dove un segretario regionale pro-Bersani si è affermato di strettissima misura sulla candidata pro-Franceschini e su un secondo candidato pro-Bersani (e la divisione in due del fronte bersaniano già dice molto della complessità del caso sardo) noi saremo pronti a fare la nostra parte, lealmente e nell’interesse unitario del Pd. A patto che leale e unitaria si dimostri la nuova leadership.

E’ bene, a questo proposito, essere franchi sin dall’inizio. La Giunta Soru, caduta per effetto di un voto che ancora necessita d’essere metabolizzato (ma anche per il lungo logoramento cui è stata sottoposta dal “fuoco amico” in Consiglio regionale e fuori di esso) ci lascia una eredità virtuosa che dobbiamo non solo rivendicare con orgoglio ma essere capaci di tradurre in politica, dandole, senza tradirla, una declinazione se possibile ancora più efficace. Riassumo per sommi capi: difesa intransigente delle coste (e già la destra e la sua Giunta impone la cementificazione), rivendicazione davanti allo Stato delle risorse che per Statuto regionale spettano alla Sardegna, sgombero delle servitù militari, riordino urbanistico del territorio, risanamento della sanità (e già assistiamo alla lottizzazione selvaggia delle Asl), radicale pulizia degli enti inutili, eliminazione della falsa formazione professionale sentina di clientelismi di destra come di sinistra, lotta alle mille burocrazie regionali e para-regionali.

Chiediamo con molta semplicità al nuovo segretario regionale Silvio Lai se intende proseguire su questa strada virtuosa o intende imboccarne, magari in nome di più facili aggregazione elettorali, un’altra che ad essa risulterebbe opposta.

Domandiamo se, quando parla, come ha fatto insistentemente, di estendere le alleanze alla Regione e nei Comuni, ha chiaro oppure no che l’Udc sarda è stata ed è implicata in una intollerabile gestione clientelare della sanità regionale; se si ricorda che quel che resta del sardismo (e ne resta davvero ben poco) ha dato di sé prove anche recenti di mortificante subalternità agli interessi forti e ai tanti printzipales, siano essi venuti da e su mare oppure nati e cresciuti in Sardegna.

Non sono questioni da poco. Per noi una politica delle alleanze seria deve prima di tutto guardare alla società così com’è oggi, e non solo alla sua rappresentazione (non sempre lineare) nei partiti.

La società sarda sta cambiando, forse anche per effetto delle politiche di Renato Soru; e ancor più cambierà nell’immediato futuro. Viviamo, nonostante tutto, l’epoca della globalizzazione, Quando la crisi mondiale sarà passata (certo non tanto presto quanto vorrebbe farci credere Tremonti, ma passerà) la geografia economica e sociale del mondo sarà probabilmente profondamente diversa. Grandi paesi a dimensione continentale (la Cina, l’India, il Brasile) già si affacciano sulla scena di un mondo sviluppato del quale sono stati sinora semplici spettatori esterni e nel quale rivendicano rappresentanza; grandi e inarrestabili flussi migratori, forse più che non oggi, si accentueranno dall’Africa e dai paesi del Terzo Mondo verso le coste europee del Mediterraneo. Dice l’ultimo rapporto Caritas/Migrantes che nel 2020 “la popolazione residente in Italia ammonterà a 62.769.417 persone” e ciò dipenderà essenzialmente dall’aumento degli stranieri residenti, “che con quasi 7 milioni di persone costituiranno l’11% della popolazione residente totale”. Allora non basterà la ridicola ricetta nazionalista della Lega, né l’idea oggi di moda di fronteggiare simili sommovimenti tellurici portando sviluppo laddove queste tensioni nascono, cioè nei paesi meno sviluppati: non lo consentiranno i tempi, né quelle inadeguate classi dirigenti del Terzo Mondo, né l’egoismo dei paesi più ricchi.

L’Italia, posta a mezzo del Mediterraneo, diverrà, lo si voglia o no, un paese multietnico, necessitato, se vorrà sopravvivere, a darsi regole nuove di convivenza e a innovare profondamente la propria cultura.

Questo è il quadro. E alla Sardegna, per la specificità della sua collocazione geografica e per la scarsa densità demografica che la caratterizza, potrebbe spettare nella partita che si va aprendo un ruolo da protagonista. Terra di transito, ma anche – chissà – di insediamento, di mescolanza etnica, di dialogo tra culture diverse.

Corro troppo? Può darsi. Ma siamo stanchi ed anche – se permettete delusi – delle politiche del giorno dopo, miopi, incapaci di progettare il futuro,al traino degli avvenimenti. Ci vuole più preveggenza, e capacità di decifrare il nuovo, e molto coraggio. Ci vuole una nuova classe dirigente sarda, con una guida politica più avvertita di quanto non lo siano state sinora le leadership dei partiti attuali. Starei per dire che ci vorrebbe il Pd, ma un Pd nuovo, diverso da quello rissoso e ripiegato in sé stesso che è stato sinora: un grande partito come lo abbiamo sognato, capace di innovare in profondo la sua tradizione autonomistica immaginando un’altra storia e in essa un altro ruolo per i sardi.

Per questo obiettivo, che sentiamo come necessario, ci batteremo nel prossimo futuro. A fianco di chi ha vinto i congressi, se saremo d’accordo. Con una funzione di critica e di controproposta, se non lo saremo.

02.12.2009

No B. Day: io ci andrò

Sabato 5 dicembre andrò anch’io, come molti militanti del Pd, in piazza San Giovanni a Roma, al No B. Day. Ho deciso di farlo dopo avere sperato invano sino ad oggi che il mio Partito, uscendo da un’incomprensibile esitazione, assumesse ufficialmente la stessa decisione. Il gruppo dirigente, invece, ha traccheggiato per un mese circa. Ha prima dichiarato che si va solo alle manifestazioni che si indicono come partito, poi che i partiti politici “fanno politica” nelle sedi deputate e non nelle piazze, poi che in fondo si può andarci ma non in via ufficiale, poi che è bene andarci ma individualmente. Sino al paradosso di Rosy Bindi che dichiara di aderire in quanto persona ma di astenersi in quanto presidente del Pd:siamo alla politica schizofrenica.
Sabato andranno in piazza i cittadini. E’ la nostra gente, quella che ci vota e ci chiede di rappresentarla. Quella che pretende da noi coerenza, comportamenti etici ineccepibili, corrispondenza tra le parole e i fatti. Quella che non ci capisce più quando corriamo dietro alla destra, ci facciamo imporre dall’avversario temi ed obiettivi e mettiamo, in nome di non quale ragion di Stato, la sordina ai valori che ci contraddistinguono.
Sono stanco di sentirmi ripetere dai maestrini falliti della politica che prendersela con Berlusconi non ci fa gioco e che dobbiamo piuttosto occuparci dei problemi reali della gente.
Certo, dobbiamo parlare della crisi, dei 2 milioni di disoccupati e dell’Italia che va a catafascio. Ma il problema della democrazia che muore giorno dopo giorno, delle istituzioni calpestate, della Costituzione tradita non ci deve interessare?
L’anomalia italiana ha cessato di essere tale? Non ci riguarda più?
Francamente dire che Berlusconi di può e deve difendere nei processi ma anche dal processi è sconcertante. Almeno per chi crede ancora nello Stato di diritto. Sarebbe bene non dimenticarselo. E forse la piazza di sabato ci aiuterà a non dimenticarcelo.

Perché sto con Dario Franceschini

Il dibattito congressuale interno al Pd si svolge da qualche settimana con grandi mobilitazioni di capi e frenetici movimenti di truppe. Non sempre è uno spettacolo gratificante. Vi predomina – e  non è affatto bene –  la gara al tesseramento, in qualche circostanza condotta secondo vecchie modalità e antichi vizi, in totale dispregio del codice etico. Abbiamo assistito (io personalmente anche in Sardegna, a Sassari e altrove) a reclutamenti massicci di anime morte, a clamorose iscrizioni di contumaci ignari persino dell’esistenza del Pd, ad arruolamenti un tanto al chilo con promesse di prebende e favori futuri. Poco o nulla si è sinora discusso sulle mozioni e sulle piattaforme, sulle idee dei candidati alla segreteria nazionale, sulle aggregazioni (che saranno pure significative) che vanno profilandosi intorno alle loro leadership. La corsa a schierarsi, magari arrivando prima degli altri, per accaparrarsi le poltrone migliori, è inesorabilmente partita.

Ho riflettuto sinora su quella che avrebbe dovuto essere la mia scelta personale. Ho concluso, innanzitutto, e con dispiacere, di non poter più seguire Enrico Letta, al quale pure mi lega la piccola storia della mia militanza politica dalla Costituente ad oggi. E non perché non abbia stima di Pier Luigi Bersani, che Letta ha deciso di sostenere. Piuttosto per le cose che Bersani dice nel presentare la sua candidatura, e ancor di più per quelle che non dice o lascia dire in suo nome da altri. In una parola per il segno peculiare assunto, direi quasi oggettivamente, dalla sua proposta politica.

C’è in Bersani,  o almeno così a me sembra, una concezione del partito politico, e più generalmente un’idea della politica, che viene da lontano, che conosco bene, che comprendo da un punto di vista storico, che giudico anche rispettabile, ma che non ritengo nella situazione attuale più proponibile.

E’ la concezione tutta novecentesca del partito degli iscritti, magari aperto in via eccezionale alla consultazione dei cittadini, ma pur sempre orgogliosamente chiuso nella comunità dei militanti: un partito fortemente strutturato, gerarchicamente ordinato, dotato, se non proprio di una ideologia, almeno di un linguaggio peculiare, tipico della società politica propriamente detta, entro i cui confini principalmente questo tipo di partito nasce e si iscrive. Un partito di modello emiliano, come è stato anche notato. Comunque teso a serrare le fila, a ribadire una propria consolidata visione del mondo e dei rapporti con la società. Un partito-pedagogo, costruito più per guidare la società esterna che per imparare da essa, più per formare classe dirigente interna che per aprirsi ad accogliere apporti laterali eterogenei. Il partito della gavetta e della carriera interna, ma anche delle certezze granitiche, rifugio rassicurante dei suoi militanti, patrimonio trasmissibile per via ereditaria dei suoi storici gruppi dirigenti.

Mi sono domandato, mi domando: è ancora attuale un simile modello di partito politico?

Io ho aderito a suo tempo al Pd, provenendo da nessun partito precedente, appunto perché ero e resto convinto che quel modello, pur glorioso, appartiene ormai alla storia del Novecento. Tutto, nella società che viviamo, è cambiato o sta rapidamente cambiando. E gran parte della nostra crisi, del nostro perdurante disagio, sta appunto nella incapacità che sinora abbiamo mostrato nel cogliere e nel reagire a questo repentino cambiamento. Non siamo stati affatto troppo “moderni” (come si vuol far credere), siamo semmai stati troppo timidi nel rinnovamento, incerti, fermi in mezzo al guado senza il coraggio di raggiungere l’altra sponda, verso la quale pure ci eravamo indirizzati con la Costituente.

Quella in cui viviamo è una società matura, non più “bambina”, nei cui confronti la politica non può più porsi pedagogicamente, come guida ed educatrice. Una società ricchissima di fermenti, di autonomie, di imprevedibili sviluppi, di spinte continue e molteplici all’innovazione. Una società nella quale i tempi della politica tradizionale appaiono obsoleti, in perenne ritardo, così come dovevano apparire in ritardo, due secoli fa, i tempi stagionali delle attività agricole tradizionali a confronto con i ritmi rapidi e concentrati della fabbrica capitalistica moderna.

Una simile società in movimento è governabile da parte della politica? Può cioè la politica prevederne sia pure di massima gli sviluppi e precostituire i binari della sua crescita, indirizzandone virtuosamente, secondo fini prestabiliti, le linee portanti? Può ancora la politica, nella nostra epoca, fare la mosca cocchiera, calare dall’alto sulla società i suoi progetti?

Nessuno, nel nostro dibattito congressuale, pone questa domanda, che considero non solo quella fondamentale ma “la” domanda decisiva. Rispondere affermativamente, come implicitamente fa Bersani, significa sostanzialmente stare nel già noto e vissuto. E restare fermi al vecchio modello di partito: associazioni private, basate su atti di volontaria adesione, dotate di programmi più o meno  coerenti, i partiti conquistano la società, ne determinano gli sviluppi futuri, la dirigono dal di fuori.

Ma è ancora possibile dare una simile risposta, nel mondo in cui viviamo? A me sembra di no. La politica del Duemila, a me sembra, richiede forme flessibili, gruppi dirigenti pluralistici e polivalenti, uno scambio continuo e vitale con la dinamica della società. Pretende elasticità nelle decisioni, capacità di coinvolgere grandi masse di cittadini interpretandone di continuo la domanda e portandoli dentro il processo della decisione politica, a protagonisti attivi non da destinatari passivi. Esige una democrazia interna (e una comunicazione politica) consona all’epoca della comunicazione istantanea nella quale siamo immersi. Un partito dell’epoca di facebook, insomma, basato su un interlocuzione continua tra dirigenti e diretti, dove la tessera conta ma conta enormemente di meno, perché esistono forme di consultazione istantanea nelle quali a tutti gli interessati è dato di interloquire, di determinare o di concorrere a determinare la decisione finale.

Attenzione: non il tanto deprecato (ma è mai esistito?) partito liquido, che sarebbe come non avere nessun partito. Ma certo neppure un partito marmoreo, ferrigno, chiuso nella corazza dell’organizzazione interna, associazione di diritto privato tra aderenti: ben “altro” insomma rispetto alla misura virtuosa di una cittadinanza attiva, che voglia stare accanto alla politica e determinarne gli indirizzi.

Ho intravisto nella proposta di Dario Franceschini, pur coi limiti che anche questo schieramento presenta (vedo anch’io le contraddizioni interne tra componenti diverse, la persistente convivenza, speriamo non il compromesso, tra vecchio e nuovo), un modo più moderno, più aperto e anche meno definitivo di concepire il Pd. Un Pd più aperto ai movimenti, innanzitutto; più disponibile ad ascoltare (e meno incline a impartire lezioni); più pluralista al suo interno; forse anche meno ingessato nelle correnti. Un Pd che apra di più all’esterno. Che non abbia paura di contaminarsi. Che non dica (come si dice invece dall’altra parte) che occorre ridimensionare le primarie, puntare sugli iscritti, ritornare al modello consolidato del partito delle tessere.

Mi sbaglio? Può anche darsi. Molti amici e compagni che stimo hanno scelto, con motivazioni che rispetto, la candidatura Bersani. Altri quella Marino. Altri ancora sono incerti. Vorrei che con tutti questi amici non ci si perdesse di vista, che si mantenesse (come deve accadere in un grande partito inclusivo) la collaborazione e la solidarietà di sempre. Vorrei che, chiuso il congresso, si formassero gruppi dirigenti e staff di lavoro senza distinzioni di appartenenza, come si deve fare in un partito unito e consapevole che la sua forza sta anche nelle sue diversità interne. E nella capacità di risolverle in un progetto comune.

La goccia in più e l’alluvione: l’Italia è meno democratica

C’è sempre una goccia in più che fa traboccare il vaso. Questa volta non è stata solo una goccia, ma qualche ettolitro di cattiva legislazione, che ha alluvionato il campo dei diritti costituzionali.

Sto parlando delle recentissime “disposizioni sulla sicurezza pubblica”, passate a colpi di fiducia (ben tre, su altrettanti maxi-emendamenti del Governo) contro la volontà di una Camera riottosa, che solo venti giorni prima aveva respinto le norme sulla detenzione degli immigrati sino a 180 giorni e costretto il ministro Maroni a rinunciare suo malgrado alle ronde padane. Per poco però, come si è visto: perché una delle anomalie di questo primo anno di legislatura nel segno della destra è che le norme bocciate il mese prima tornano a galla il mese dopo, come turaccioli indistruttibili, che il Parlamento deve ingoiare, volente o nolente, costi quel che costi.

Con questa nuova legge omnibus (ci hanno messo dentro di tutto, persino le norme contro gli writers) la politica del diritto nel nostro paese varca una soglia che sinora non era stata mai superata: si lascia alle spalle il diritto costituzionale dei padri costituenti, così come lo avevamo conosciuto e praticato sinora, ed entra in una zona oscura e tenebrosa nella quale si possono legittimamente temere nuove e ancora più devastanti aberrazioni (è di queste ore del resto la richiesta leghista dei giudici eletti dal popolo).

Emerge da questa pessima legge che non aumenta affatto la sicurezza dei cittadini un vero e proprio diritto fra diseguali, in contrasto dichiarato con il riconoscimento delle più elementari prerogative della persona umana.

Se sei immigrato senza permesso di soggiorno, nell’Italia di Berlusconi e Bossi, praticamente non esisti. Non hai diritti civili, non puoi contrarre matrimonio, non puoi registrare i tuoi figli all’anagrafe, non puoi abitare in affitto, non puoi andare a curarti nelle strutture pubbliche senza essere denunciato (perché è caduto l’obbligo specifico per i medici-spia ma permane quello generale di denunciare il reato di clandestinità), sei soggetto ad una sequenza impressionante di vessazioni e discriminazioni. Se vuoi metterti in regola, devi pagare (e pagare salato, più di qualunque cittadino normale). Regolarizzato, sarai comunque sottoposto al nuovo meccanismo del permesso a punti e sottoposto ai test di conoscenza della lingua italiana (che se li facessero ai militanti della Lega ne vedremo delle belle). Se sei colto sul fatto nella condizione di “clandestino” (che diventa di per sé un reato penale, sia pure punito con forti sanzioni amministrative), anche se la tua clandestinità è solo temporanea, dipende magari da qualche ritardo burocratico nella concessione del permesso, sei un criminale a tutti gli effetti, da perseguire a norma di legge. Tutto congiura a respingerti, a cacciarti in una zona buia della società, a fare di te una specie di desaparecido sociale alla mercé delle organizzazioni criminali e della vasta industria dell’illegalità.

Difficile immaginare, concentrate in pochi articoli di legge, tante odiose misure punitive; difficile ammettere che un’intera politica dell’immigrazione, in un mondo come quello attuale, che sta rapidamente cambiando, possa ridursi all’illusione stolta di mostrare i muscoli, di fare la faccia feroce, magari allontanando con le armi i barconi dei disperati senza neppure accertarsi se fra di essi vi siano perseguitati politici meritevoli del sacrosanto diritto d’asilo. Per un pugno di voti in più (la Lega ha preteso di riscuotere la cambiale della legge prima delle prossime elezioni) si violano diritti inalienabili. Senza che il Paese lo sappia (perché il can can dei media di regime lo impedisce) l’Italia cambia volto: è un po’ meno democrazia di prima. E non riguarda solo gli immigrati, sebbene d’ora innanzi la condizione degli stranieri si faccia assai più precaria e preoccupante. Riguarda tutti noi, cittadini italiani a tutti gli effetti. Da oggi, da questa legge in poi, anche noi siamo un po’ meno liberi.

Che fare nel dopo Soru: autocritiche e qualche prima idea per ripartire

E adesso, come sappiamo fare noi sardi, bisogna elaborare il lutto. Era nel conto una sconfitta di Renato Soru sul filo di lana, non la débacle che ci è capitata addosso. Colpo durissimo, per chi ha creduto e ancora crede nel progetto di Soru e nell’idea di una Sardegna “moderna” e al tempo stesso “antica”. Ma le lezioni della storia, quando vengono, vanno colte, e possibilmente razionalizzate per andare avanti.

Perché abbiamo perduto? Dove abbiamo sbagliato? Cominciamo col dire che mai prima di oggi avevamo visto sulle elezioni regionali sarde un’offensiva avversaria così massiccia, pervicace, comunicativamente efficace.

Berlusconi ha scelto scientemente come candidato alla Regione un egregio signor Nessuno e poi, rubandogli letteralmente la scena, ha combattuto lui in prima persona la battaglia, mettendo in campo non solo il suo indubbio carisma ma la sua onnipotenza mediatica. Abbiamo scherzato per un mese e mezzo sull’ignoto signor Cappellacci e sul Cavaliere propalatore di barzellette. Ammettiamo adesso di aver sottovalutato la potenza dell’operazione, e le sue ottime probabilità di riuscita. L’onda lunga del berlusconismo, inteso come la forma nuova dell’egemonia della destra non solo sui ceti tradizionalmente conservatori ma su ampi strati di quelli che erano un tempo le classi popolari o comunque i ceti medi elettori dei partiti democratici, è ancora possente, favorita da un Pd nazionale che stenta a trovare la sua collocazione e la sua linea unitaria. Credevano che la Sardegna, per chissà quali sue presunte doti primigenie (l’orgoglio dei sardi…), ne fosse al riparo. Ci siamo dovuti ricredere. Questo è il primo punto fermo, e dovremo tenerlo presente per il futuro.

C’è però un secondo fattore della sconfitta, e sarebbe assurdo ignorarlo. Parlo dello stato pre-comatoso nel quale il Pd sardo ha versato sinché, giunto a Cagliari il commissario Passoni (che – ben inteso – ha fatto il possibile e l’impossibile, e al quale dobbiamo essere comunque grati) non si è cercato di tamponare le ferite più gravi e di dare al Partito e alle sue liste un po’ di belletto.

Tardi, però, troppo tardi. Dopo che dal 14 ottobre in poi il Partito era stato bloccato dallo scontro interno e dall’inerzia del segretario eletto alle primarie, dopo che le stesse elezioni politiche si erano svolte in un clima di divisione e reciproco sospetto, con candidati “nominati” in base a lottizzazioni interne e senza troppa voglia di cambiare faccia al gruppo dirigente.

Lo si è visto nella campagna elettorale: a Sassari e provincia (dove so di cosa parlo): nessuna conduzione unitaria e condivisa, ogni candidato in lizza contro gli altri, ogni fazione impegnata nella sua particolare campagna. Presumo che la stessa cosa sia avvenuta in tutta la Sardegna.

Vedremo adesso, caso per caso, paese per paese, provincia per provincia, i risultati (a Sassari, lo dico con magra soddisfazione, molto meglio che altrove). Controlleremo, ad esempio, il voto disgiunto, che ha potentemente preso piede a favore di certi candidati e contro Soru: sarà istruttivo rileggerle, quelle schede. Un dato colpisce su tutti: come scrive “L’Unione sarda”, i voti nulli sono 18 mila, il terzo partito dell’isola. Sarà solo una casualità? E gli astenuti, i tanti che se ne sono rimasti a casa, da che parte li conteggeremo?

Insomma, a conti fatti, il Pd ha giocato la sua partita come quelle squadre di calcio, magari composte di buoni giocatori e con qualche fuoriclasse, ma che poi in campo perdono anche contro le provinciali, perché prevalgono invidie e scioperi bianchi, nessuno corre per gli altri, tutti si sorvegliano a vicenda purché il compagno non segni il gol decisivo.

Dunque fattore Berlusconi e fattore Pd sardo, innanzitutto. Ma c’è anche un terzo fattore, ed è la vera questione che vorrei proporre all’attenzione di chi legge. Parlo del riformismo moderno, dell’attività virtuosa di governo, della politica a progetto, che vuol cambiare il mondo e non semplicemente rifletterlo così com’è, correggendone le ingiustizie e le arretratezze. Ebbene, questo riformismo diciamo così “attivo” risulta, nella società contemporanea, frequentemente perdente. Perché agisce in un contesto (la crisi economico-finanziaria che ci sovrasta) incline a suggerire paure e ritirate in su connottu (non sto parlando qui di sardità: alludo alla rassicurante politica di sempre, quella delle clientele e dei favori personali, alla quale molti restano tenacemente attaccati); e perché ha bisogno – questo tipo di riformismo – di tempi più lunghi: è presbite e non miope, guarda lontano non vicino, e crea frutti solo a distanza, quando l’elettore spesso si è stancato di aspettarli. Nell’immediato, la politica riformista moderna, se vuole incidere, suscita invece opposizioni, disturba interessi grandi e piccoli, molesta le abitudini inveterate di interi strati sociali, di ceti professionali, di percettori di rendita a tutti i livelli. Scompagina insomma le nicchie rassicuranti nelle quali molti sopravvivono più o meno parassitariamente.

Ho l’impressione che il riformismo di Renato Soru sia stato appunto di questa stoffa. Stoffa buona, per carità, anzi eccellente: ma da verificare all’usaggio, nei tempi lunghi. I tempi che questo voto sciagurato dei sardi ha drammaticamente abbreviato.

Ed ora bisognerà ricominciare da capo. Riprendere la via della costruzione del Pd su basi nuove, aprendo ai cittadini e alla loro partecipazione consapevole com’era ed è nel suo dna (e dunque primarie, anzitutto, e possibilità di incidere dal basso sulle scelte dei gruppi dirigenti). Ripensare il progetto di Soru e aggiornarlo, modificarlo, migliorarlo, forse anche cambiarlo dove serve. E renderlo comprensibile più di quanto non siamo stati capaci di fare, convincendo con le parole e coi comportamenti chi non ci ha dato  fiducia.

Bisogna, in definitiva, ritornare alla vecchia, buona politica di una volta. Quella fatta tra la gente, paese per paese, casa per casa. Con pazienza e determinazione, con sacrificio e abnegazione personale. Con testardaggine anche.

Sapendo che la nottata, come diceva il grande Eduardo, prima o poi ha da passare.

Guido Melis

La Sardegna che verrà: qualche idea per il Soru 2

Diceva Bustianu Dessanay, un grande, nobile vecchio del tempo in cui in Sardegna era grande e nobile anche la politica, che noi sardi avremmo dovuto tenere tutti un piede nel gambale ed uno nel mocassino: come a dire che avremmo dovuto inoltrarci nella modernità senza mai perdere le nostre radici.

Ci ho ripensato in questi giorni di bilancio e di progettazione del futuro.

I quasi cinque anni di Renato Soru che abbiamo alle spalle hanno impresso alla questione sarda un segno inedito, che in un certo senso la fa uscire definitivamente dal Novecento. Tre sono stati i punti cruciali della svolta: il primo ha riguardato la fine del rivendicazionismo fine a sé stesso verso lo Stato centralista (che fu elemento caratteristico dell’esperienza autonomistica del dopoguerra) e la sua sostituzione con un ruolo attivo e propositivo della Regione all’interno della rete istituzionale nazionale e sovranazionale dei poteri; il secondo la scelta di difendere e tutelare l’ambiente e il territorio come parte integrante e irrinunciabile dell’identità regionale; il terzo la moralizzazione di quel vasto sottobosco (si va dalla formazione professionale clientelare sino agli sprechi degli enti inutili) che un tempo era quasi il distintivo del potere alla Regione.

Sul primo punto Soru ha all’attivo la battaglia vinta per le risorse garantite dal vecchio Statuto ma mai prima d’ora onorate dallo Stato; sul secondo soprattutto la legge salva-coste e il piano paesaggistico; sul terzo la razionalizzazione e semplificazione (con relativi risparmi) in diversi settori dell’amministrazione regionale. Nessuna delle tre guerre è definitivamente vinta (si sono solo combattute alcune importanti battaglie campali) e dunque queste tre eredità sono parte integrante del programma che il centrosinistra deve perseguire anche nella prossima legislatura.

Penso che dovremmo partire da qui, per impostare il nostro programma per il quinquennio che si apre. Dovremmo cioè lavorare principalmente a un’idea di Sardegna, mettendo insieme una ancor maggiore volontà di integrarci nel mondo con una ancor più tenace difesa della nostra specificità di sardi.

Dico questo consapevole delle trasformazioni epocali alle porte. Quando la prossima legislatura finirà saremo giunti alla conclusione del primo quindicennio del secolo. La globalizzazione avrà ormai fatto sentire (nel bene e nel male) tutti i suoi effetti rivoluzionari. Le grandi migrazioni dall’Africa (e forse anche quelle dall’Oriente) saranno in pieno sviluppo, essendosi rivelate vane tutte le politiche di contenimento e repressione messe in atto dalle destre europee. La nostra regione, a bassissima densità demografica, si sarà avviata, presumo, verso un sempre più accentuato processo di inclusione, che tendenzialmente ne avrà mutato la stessa composizione etnica. Corro troppo con la fantasia? Chi avrebbe immaginato, ancora negli anni Settanta del Novecento, che a Roma avremmo avuto un grande quartiere cinese o in Italia una immigrazione rumena ormai potenzialmente capace anche elettoralmente di rovesciare (se votasse compatta) le sorti di un’elezione politica? Dunque comincerei a pensare (come del resto ha cominciato a fare la giunta Soru) a una Sardegna al centro del Mediterraneo, terra di immigrazione e di transito, e non necessariamente soltanto per i disperati che la raggiungono già oggi, aggrappati ai barconi tunisini o algerini.

Diminuiranno, anche, le distanze con l’Europa (siamo vicini alla Spagna, non solo all’Italia). Si intensificheranno le grandi reti della comunicazione sopranazionale. In Italia il federalismo (non solo fiscale) avrà probabilmente restituito alle Regioni un ruolo da protagoniste, facendone i nodi cruciali della grande rete delle autonomie. Si porrà dunque il problema di viverci e operarci, in quella rete, accentuando la collaborazione istituzionale tra Regione, Comuni, Province, altre autonomie (territoriali e non). E bisognerà pensare a luoghi, e a regole nuove, per realizzarla efficacemente. Forse andrà riscritta, per renderla migliore, la stessa Legge statutaria. Certamente andrà ricontrattato con lo Stato, per renderlo adatto ai tempi, lo Statuto di autonomia.

Dovrà esserci, in questo contesto nuovo, una speranza per tutti i sardi. Lavoro, innanzitutto, legato alle nuove prospettive. E non solo monoculture del lavoro legate al turismo estivo (come propone alla fine la destra, che ci vorrebbe trasformare nella riserva indiana d’Europa), ma un progetto regionale di riscatto e valorizzazione dei territori, di difesa dell’esistente (a partire dalla chimica) e di modernizzazione delle attività tradizionali nel rispetto della natura: un grande Piano per il lavoro e l’occupazione.

E poi soprattutto istruzione (molta istruzione), cultura diffusa, più scuola e più università (proseguendo la linea già proficuamente seguita nel quinquennio che si sta per chiudere), più soldi per la ricerca, scommessa sulle nuove tecnologie.

Molti anni fa si almanaccava di fare della Sardegna la Silicon Valley italiana. Chissà, forse potrebbe essere anche questo un obiettivo per la prossima legislatura.

Guido Melis

Anche in “Sardinews” gennaio 2009.

Interessi forti, menti deboli

2366274482_3a24cbe7ddCome accadeva tanti anni fa (chi si ricorda di uno sfortunato ministro democristiano di nome Fiorentino Sullo, travolto per aver presentato una legge simile?) la Giunta sarda di Renato Soru cade proprio sulla legge urbanistica.

Se ne intuisce agevolmente la ragione: trattasi di interessi. Corposi interessi legati alla rendita edilizia, diffusi trasversalmente sul territorio e nella società sarda, capaci di arruolare avvocati senza badare a spese, aggressivi e al tempo stesso irriducibili. Quando si scriverà la storia di questa legislatura bisognerà pur dire che Renato Soru, forte di un consenso popolare diretto come mai era accaduto, ha dovuto misurarsi però giorno dopo giorno, e alla fine forse soccombere, per l’appunto contro la santa alleanza degli interessi.

Interessi intoccabili, che invece sono stati da Soru temerariamente e imprudentemente toccati: quelli della rendita, come quelli della speculazione sulle coste; quelli della spartizione della formazione professionale come quelli parassitari annidati negli enti inutili; quelli di una burocrazia regionale neghittosa ed estenuante, corrotta dalla vicinanza con la politica, come quelli delle caste militari spodestate in Sardegna dalle servitù e dai privilegi; quelli dei monopolisti del grande trasporto in concessione (leggi Tirrenia) come quelli di chi vuole costruire palazzi e scavare gallerie in uno dei siti archeologici (leggi Tuvixeddu) più importanti del Mediterraneo.

Interessi che hanno saputo, certo, far leva sulle debolezze, le ingenuità e gli errori della Giunta Soru (ce ne sono stati molti, indubbiamente). Ma che hanno anche trovato alleati preziosi nella politica, hanno pervaso partiti e Consiglio regionale, si sono fatti sentire con prepotenza in tutte le sedi decisionali, hanno avuto dalla loro persino qualche beneficato dal presidente, qualcuno che non sarebbe stato nessuno se non inserito a suo tempo nel “listino” di Soru.

Si può governare contro gli interessi? Si può certo, ma solo a patto di dividerli, di non affrontarli tutti insieme, di isolarli nell’opinione pubblica con appropriate strategie di comunicazione. A patto, specialmente, di non limitarsi alla sfera delle politiche di governo ma di attivare parallelamente  una efficace strategia del consenso: informare, convincere, controbattere, formare opinione. Tutto ciò che, in una situazione normale, sarebbe dovuto spettare al Partito democratico, ampiamente l’azionista di maggioranza della Giunta Soru. Dobbiamo invece alle fratture interne e ai doppi giochi del nostro partito (senza con ciò assolvere gli alleati) se la Giunta cade e si prospetta per una destra, per altro priva di meriti propri e di argomenti seri, un premio insperato e immeritato, una vera e propria autostrada per impadronirsi di nuovo della Sardegna. Lo dobbiamo alla lunga inerzia di un segretario regionale (Antonello Cabras) che non ha fatto per molti mesi il mestiere che gli competeva, evitando di costruire il partito sul territorio. Lo dobbiamo ai consiglieri regionali che hanno palesemente e in più occasioni decisive remato contro, strizzando l’occhio all’opposizione. Lo dobbiamo a quei trasformisti della prima e dell’ultima ora che hanno disinvoltamente e cinicamente giocato la partita fingendo di appoggiare e poi sostanzialmente affossando Soru, nell’unico intento di salvare i propri interessi personali.

Non è un bello spettacolo quello che il Partito democratico ha dato in questi mesi in Sardegna e al Paese. Ma ancora più sconfortante è il suicidio collettivo di un partito e di una coalizione che, avendo la sicura possibilità di rivincere le elezioni e di governare per altri cinque anni, preferisce perderle pur di eliminare quello che appare ed è un corpo estraneo rispetto al blocco dei grandi e piccoli interessi. Complimenti ai grandi strateghi della politica politicante: interessi grandi, menti deboli.

Chi ha paura dello “Stato salvatore”?

C’era una volta lo Stato imprenditore. Fu quando lo tsunami della Grande Crisi degli anni Trenta investì anche l’Italia fascista. E non fu affatto per merito di Mussolini, duce supremo e guida assoluta dell’Italietta di allora. Artefice e deus ex machina ne fu invece uno sconosciuto signore dalla faccia paciosa di borghese meridionale, dai sobri baffetti, dall’aria molto understatement. Si chiamava Alberto Beneduce, era stato allievo e intimo del leader liberale e antifascista Francesco Saverio Nitti (all’epoca esule a Parigi) e aveva fama di grande esperto di finanza (fondatore dei primi enti pubblici del dopoguerra concepiti come intermediatori finanziari). Fu lui, Beneduce, e non Mussolini come ha dimostrato anni fa documenti alla mano lo storico Lucio Villari, il vero inventore dello Stato imprenditore.

Fu quello un grande salvataggio pubblico delle banche private gravate di debiti e partecipazioni industriali, in parte simile (ma solo in parte) ad altre analoghe operazioni già effettuate prima e dopo la guerra mondiale. In parte, però, perché vi fu quella volta una novità rivoluzionaria: lo Stato entrò nelle imprese e nelle banche salvate, ci mise soldi e garanzie ma pretese di acquisirne direttamente il controllo e di cambiarne radicalmente il management. Nacque così l’Iri (1933) cui fece seguito la proliferazione degli enti pubblici di gestione: lo Stato, organizzato in forme privatistiche (allora si diceva “industriali”) divenne il padrone dell’economia.

Sulla svolta degli anni Trenta l’Italia, e non solo quella fascista, ci ha campato a lungo. L’Iri è continuata a esistere anche nel secondo dopoguerra, vincendo le resistenze dei liberisti all’Einaudi, ed anzi è diventata un ganglio vitale del sistema democristiano di sottogoverno negli anni Cinquanta e Sessanta. Guidata ancora da una dirigenza eccellente, formatasi ai tempi di Beneduce (Menichella, Saraceno, Giordani), ha vissuto una stagione virtuosa  negli anni della ricostruzione e poi in quelli del miracolo economico. Ha costruito (con le sue tante partecipate) autostrade, ferrovie, edifici pubblici, navi, aerei, automobili, persino panettoni; ha gestito grandi reti di comunicazione, televisione pubblica, produzioni cinematografiche, teatri ed intraprese culturali. Ha contribuito potentemente all’industrializzazione del Mezzogiorno.

Ma lo Stato imprenditore ha cessato la sua parabola ascendente negli anni Settanta. Poi è entrato in una logorante fase recessiva. I grandi enti che ne costituivano le articolazioni (l’Iri in testa) sono stati invasi e occupati dalla politica di partito, lottizzati, subordinati al Manuale Cancelli della spartizione dei posti. La spesa improduttiva è cresciuta a dismisura. Le burocrazie pure. Le competenze tecniche sono state messe all’angolo a vantaggio della fedeltà ai politici. E’ stata la stagione logorante dei boiardi di Stato, delle arroganti élites messe in sella ai partiti (soprattutto di governo) e esentate da qualunque vincolo di risultato: la stagione disastrosa della Razza Padrona.

Col collasso della cosiddetta prima Repubblica, negli anni Novanta, è venuto giù anche lo Stato imprenditore. Governi coraggiosi (il Ciampi del 1993-94, poi specialmente il primo governo Prodi del 1996-98) hanno de-statalizzato interi comparti di industria pubblica. I privati sono stati incoraggiati a occupare gli spazi lasciati liberi dalla ritirata dello Stato. Le banche “irizzate” sono state restituite al mercato. L’Iri stesso, e con lui altri enti pubblici, sono stati sciolti o privatizzati.

Ci si domanda adesso: è stato bene o male liberalizzare? E’ stato certamente bene, perché in una moderna economia di mercato allo Stato non tocca intervenire come produttore ma fissare le regole e farle rispettare. L’economia del Paese ne ha tratto indubbio giovamento, l’industria privata nuovo impulso a rinunciare alla stampella dello Stato e a correre il rischio della concorrenza anche in campo internazionale.

Ora però accade qualcosa di imprevisto che sembra imporre una clamorosa inversione di rotta. I segnali di crisi spingono di nuovo i governi europei a intervenire in economia, e inopinatamente torna di moda lo Stato imprenditore (anzi, lo Stato “salvatore”, come lo chiama in un bel saggio recente il giurista Giulio Napolitano). Tremonti, un tempo talebano iperliberista, si proclama adesso nazionalista economico e lancia strali sul “mercatismo” della sinistra fonte – a suo dire – di tutte le sventure. Berlusconi in persona dichiara solennemente di voler tornare indietro allo Stato padrone. Gli industriali, sempre liberisti quando si tratta degli altri ma protezionisti per sé, fanno la ola come allo stadio.

Contrordine compagni, si diceva nelle icastiche vignette anticomuniste di Guareschi. Solo che qui il dietrofront lo stanno facendo lorsignori.

Che dire di questa vistosa inversione di marcia? Verrebbe da riprendere la battuta manzoniana: adelante, Pedro, ma con juicio. Facciamo, sì, quanto è doveroso per i salvataggi, ma senza regalare adesso premi spropositati ai privati (che non se li meritano, a cominciare dai banchieri), e soprattutto senza stravolgere l’assetto dell’economia di concorrenza ripiombando in anacronistici nazionalismi economici. Lo Stato salvatore può costituire la ricetta temporanea per l’emergenza, non la via breve per imboccare altri cinquant’anni di statalismo mascherato.

La destra corporativa, ex fascista e protezionista se ne faccia una ragione: non è più il tempo dell’Iri anche perché non si vedono in giro imprenditori della tempra del vecchio Beneduce. Che se vivesse e vedesse cosa si fa e si dice in suo nome, lui che amava tanto starsene in silenzio, avrebbe – credo – un moto di fastidio.

Legiferare stanca: decreti legge del governo e diritti del Parlamento

Legiferare stanca, direbbe il poeta. Assistiamo così, dopo i primi cinque mesi scarsi di legislatura, al paradosso di una maggioranza dai numeri schiaccianti, una specie di Invincibile Armata, che, invece di giocare a tutto campo la partita, si rifugia furbescamente in corner, rovesciando sul Parlamento una serie impressionante di decreti: tutti urgenti, spesso omnibus (cioè infarciti di misure le più varie e scoordinate), scritti male e pieni di errori materiali, per lo più approvati a suon di voti di fiducia.
Riccardo Levi, in un articolo uscito a luglio sul “Sole 24 ore”, ha analizzato in maniera impeccabile il fenomeno, invitandoci tutti alle virtù discrete della soft law, cioè di un modo di legiferare più ordinato, fisiologicamente più aperto all’apporto delle Camere, soprattutto cadenzato secondo tempi che consentano per lo meno ai parlamentari di capire cosa si approva. Ma la saggezza di simili inviti si scontra con la concitazione di una politica di governo tutta giocata sugli annunci epocali e sui toni da ultima spiaggia. Per imboccare la via del decreto legge bisognerebbe –  Costituzione alla mano – dimostrarne l’urgenza. Sfido chiunque a dimostrare che i provvedimenti sinora imposti coi decreti rivestano davvero questo carattere. A rileggerli tutti insieme, piuttosto, colpisce la loro frammentarietà, talvolta la loro episodicità, persino la loro occasionalità. Pezzi di riforme più vaste, che richiederebbero ben altre cornici e fondamenta assai più solide, vengono anticipati senza alcuna logica, magari persino sottraendoli al vaglio delle commissioni parlamentari competenti: come è accaduto in questi giorni per le norme sul processo civile inserite nelle disposizioni per lo sviluppo economico (un treno fatto di tanti vagoni diversi l’uno dall’altro, sulla cui composizione e sul cui carico il Parlamento non ha in pratica diritto di parola).

Il fatto è che, sollevato un problema (la sicurezza, la crisi della scuola, l’economia che non tira), bisogna far vedere che il governo c’è e che provvede tempestivamente. Si legifera allora su tutto, persino su dettagli che sarebbe più saggio lasciare ad altre fonti normative, persino in materie che sono già normate e nelle quali basterebbe far funzionare le buone leggi che già esistono. Altro che semplificazione alla Calderoli (tagli di leggi un tanto al chilo, come se fossimo in macelleria): il prodotto legislativo cresce, e cresce male, pasticciato al punto che (è già successo) si deve tornare in Parlamento per correggerne gli svarioni. Una pioggia incoerente di provvedimenti dietro ai quali per altro quasi sempre si intravede l’impossibilità di attuarli: perché intanto Tremonti ha tagliato i fondi alla polizia, perché i maestri sono stati ridotti dalla Gelmini da tre a uno, perché negli asili è saltato il pieno tempo, perché dappertutto impera la logica di risparmiare all’osso sui servizi pubblici.

Conosco un po’ meglio i problemi della giustizia. Ebbene, si è fatto il decreto sicurezza gonfiando i muscoli e mostrando il viso dell’arme ai clandestini (salvo farsi redarguire dall’Europa per l’obbrobrio dell’aggravante di reato), ma poi si è tagliato sulla polizia. Si è messo l’esercito a passeggiare per le piazze, ma poi le carceri esplodono e nessuno sa cosa fare. Il braccialetto elettronico? Ma siamo seri: chi ha la responsabilità della sperimentazione ci dice che ha costi elevatissimi e risultati sinora mediocri.

E intanto gli agenti di custodia sono drammaticamente sotto organico, l’edilizia carceraria è ferma, gli educatori penitenziari lamentano vuoti paurosi, i diritti elementari dei detenuti sono dovunque trascurati e la grande emergenza dell’immigrazione – che richiederebbe politiche condivise a livello mediterraneo – viene affrontata giorno per giorno nel gioco dell’oca delle espulsioni destinate a generare solo nuovi sbarchi di disperati.

Ma la preoccupazione più grande è per il Parlamento. Mai in passato si era assistito ad una tanto evidente riduzione delle Camere a votificio al servizio del governo; mai l’esecutivo, attraverso il controllo di una maggioranza parlamentare pura cinghia di trasmissione, aveva dettato con altrettanta arroganza tempi, contenuti e modalità dell’attività parlamentare. Con effetti, talvolta, persino imbarazzanti: come è accaduto in Commissione giustizia quando, raggiunto l’accordo per formulare un unico testo base sullo stalking unificando i vari progetti esistenti, ci siamo visti imporre dal governo (con immediato dietrofront della docilissima maggioranza della commissione) il progetto del ministro Carfagna.

Dettagli, si dirà: piccole battagliole tattiche alle quali il Paese non ha interesse. Ma è appunto su questa trama di ordinaria routine, su questo fair play parlamentare, che si basa di regola il buon funzionamento della dialettica parlamentare.

Qui di dialettico non c’è proprio nulla, dopo tanto parlare a sproposito di dialogo. C’è solo l’arroganza dei numeri e il disegno di potere di un governo ossessionato dai sondaggi. Ma gli basterà, solo questo, per durare tutta la legislatura?

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