Interventi

08.03.2010

Intervento in aula sull’Istituzione dell´Agenzia nazionale per l´amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata

Signor Presidente, come è noto e come è stato ribadito ormai da diversi interventi di colleghi del mio gruppo, il Partito Democratico condivide e sostiene la creazione di un’Agenzia nazionale preposta all’amministrazione e alla destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Non è quindi questo il punto in discussione: questa proposta è stata infatti per anni la nostra proposta, portata avanti sia in Commissione antimafia sia in Parlamento attraverso vari atti che sono agli atti parlamentari e sistematicamente avversata, per la verità, da molti di coloro che costituiscono l’attuale maggioranza.
Denunciamo da tempo – lo abbiamo sempre detto con chiarezza – l’inadeguatezza della normativa in materia, risalente nel suo primo nucleo al 1965, il macchinoso iter secondo il quale i beni confiscati erano trasferiti al demanio dello Stato e poi solo successivamente, sentiti il parere dei prefetti e quello dei sindaci dei comuni interessati, destinati all’attività socialmente utile. Questo iter ci è sempre apparso lento, burocratico, suscettibile di troppi ritardi e di troppe lungaggini, quando è evidente a tutti che la stessa natura dei beni – si tratta spesso di attività economiche, di attività industriali da sottrarre al circuito mafioso che assicurava loro indebiti vantaggi e protezioni, che devono essere inserite senza interromperne il corso nella libera gara della concorrenza, è quindi un’operazione molto complessa, difficile, difficoltosa – richiede adempimenti rapidi, decisioni pronte, una gestione – come si usa dire oggi – manageriale.
Rispetto a questo problema, neppure l’istituzione, con il decreto del Presidente della Repubblica 19 gennaio 2001, del commissario straordinario del Governo per la gestione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali valse a snellire a sufficienza il percorso successivo alla confisca definitiva dei beni. Ricordo per sommi capi gli intenti che presiedettero all’istituzione del commissario, così come all’epoca venivano riassunti dal Governo di allora: realizzare – si diceva – la massima collaborazione tra tutti i soggetti impegnati in questa attività; mettere in rete le risorse dell’Agenzia del demanio, delle prefetture, delle regioni e degli enti locali e collegarle alle associazioni e alle cooperative, protagoniste principali della funzione sociale del bene confiscato; raccordare la fase del sequestro giudiziario alla fase della destinazione e dell’utilizzo; individuare i modelli di intervento condivisi da praticare sui territori con continuità amministrativa.
Come si vede, tali intenti ed obiettivi non sono troppo dissimili da quelli che oggi vengono evocati come ispiratori dell’attuale provvedimento. Anche allora, come oggi, si dichiarava – cito ancora testualmente – di voler dirigere l’azione all’utilizzo effettivo dei beni, a promuovere pubblicità e trasparenza nelle assegnazioni, a sostenere gli enti locali, le associazioni e le cooperative nella proposta di progetti sostenibili e nella ricerca delle risorse finanziarie al fine di assicurare l’utilizzo effettivo e lo sviluppo dei beni e delle aziende confiscate.
Ma perché allora l’istituto del commissario non ha funzionato? A me sembra, signor Presidente, che non possiamo non porci questa domanda: dobbiamo porcela, se non vogliamo incorrere negli stessi difetti e negli stessi errori che hanno impedito, dopo il 2001, il raggiungimento dei nobili obiettivi alla base di quel provvedimento.
A me sembra che il commissario non abbia funzionato per due fondamentali ragioni. La prima è che la sua azione pur concentrata e autonoma, così come era delineata nel provvedimento, non ha di fatto sufficientemente interloquito nella pratica con le funzioni di altri due soggetti istituzionali ineliminabili nella fase del sequestro e anche nella successiva fase dell’utilizzazione e assegnazione dei beni, e cioè la magistratura, da una parte, e il prefetto, dall’altra. Vi è stata, come spesso accade nella nostra ingegneria istituzionale, che spesso è molto astratta (ed è un suo difetto cronico), una sovrapposizione di organi e non già la loro armonizzazione in un’unica scala.
Le diverse amministrazioni sono andate ognuna per conto proprio, gelose come sono in genere le amministrazioni delle proprie prerogative e, se possibile, anche sorde a qualunque forma di collaborazione. Il risultato è stato quello, constatato tante altre volte nella nostra storia amministrativa, che i buoni propositi sono rimasti sulla carta della legge.
La seconda ragione è di ordine finanziario: non sono state sufficientemente previste adeguate risorse finanziarie da destinare al recupero funzionale dei beni confiscati, beni troppo spesso ridotti in stato di abbandono e di inefficienza dalla lunga fase del sequestro giudiziario su cui ritornerò subito. Di conseguenza le imprese mafiose risanate e restituite in fine all’attività di mercato ma senza più la rete protettiva delle cosche sono in genere fallite o si sono trovate in gravissima difficoltà. Più in generale, i beni nella lunga attesa di essere ridestinati sono deperiti perdendo il loro valore.
Ho parlato prima di sequestro giudiziario. Vorrei per un momento attirare l’attenzione su questa prima, delicatissima fase della procedura della quale stiamo parlando, fase nel corso della quale i beni, almeno sino ad oggi, erano assoggettati esclusivamente all’amministrazione giudiziaria. È vero che i beni restavano per così dire inerti in questa fase, privi, nell’attesa necessaria del pieno espletamento delle indagini, di una loro possibile attivazione economica e sociale. Questa inerzia – ne convengo volentieri – è stata spesso un fattore di negatività.
Signor Presidente, se mi consente traggo da una vicenda recente della quale mi è capitato di occuparmi anche con un’interrogazione al Ministro dell’interno qualche ulteriore argomento per illustrare i limiti e la gestione dei beni nella fase del sequestro giudiziario. Nel comune di Monterotondo la comunità religiosa romena che fa capo alla Chiesa greco-ortodossa, già da tempo, dall’anno 2005 per l’esattezza, ha richiesto l’assegnazione temporanea a scopo di esercizio del culto di un edificio facente parte di un patrimonio sottoposto appunto a sequestro giudiziario. Sono beni ex mafiosi, per dir così. I beni dei quali sto parlando, pure individuati da tempo dalle autorità cittadine e specificamente dal comune di Monterotondo per essere destinati anche a tale scopo e come tali sottoposti all’attenzione del tavolo istituzionale permanente per la destinazione e l’utilizzo dei beni confiscati alla criminalità presso la prefettura di Roma, non sono stati e non sono tuttora disponibili per l’insistere su di essi di due distinti procedimenti penali ancora non definitivamente risolti. Il 2 febbraio 2009 il prefetto di Roma, dopo una serie di attività paraistituzionali per accelerare le pratiche, ha esortato il commissario straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati ad organizzazioni criminali affinché venisse richiesto nuovamente alla Corte d’appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, presso la quale – insisto – il procedimento penale non è ancora concluso, di ottenere il dissequestro dei locali. Ad oggi, siamo nel marzo 2010, nessuna risposta è stata data a questa istanza, nonostante il Ministro si fosse impegnato nella risposta alla mia interrogazione a facilitarne l’iter. È una piccola vicenda locale che forse potrebbe anche apparire irrilevante, ma non lo è affatto in realtà perché a nessuno può sfuggire l’importanza di consentire ad una comunità di quasi mille fedeli, tanti ne gravitano intorno alla chiesa greco-ortodossa di Monterotondo, di praticare serenamente il proprio credo religioso. Vi si sommano però una serie di problemi aperti, più generali che mi auguro il provvedimento oggi in discussione potrà affrontare e risolvere.
Ci troviamo di fronte a due concomitanti esigenze infatti, che riassumerei in questi termini. Da un lato dobbiamo garantire una più efficiente gestione dei beni sin dalla fase del sequestro giudiziario privilegiando, come ci chiede espressamente la legge, una destinazione a scopi sociali che al tempo stesso si mantenga nei confini di un’accettabile utilizzazione economica. Cito a proposito una bella frase del collega senatore Lumia, il quale ebbe a dichiarare tempo fa – condivido pienamente questa sua affermazione – che bisogna dimostrare che lo Stato è più bravo della mafia, che lo Stato promuove concretamente i diritti dei cittadini, mentre la mafia li nega e li mortifica. Dunque, per concludere su questo primo punto, occorre che l’Agenzia gestisca i beni con una logica che – mi si consenta – non può essere puramente economicistica: non basta farli fruttare questi beni in una logica di puro mercato, ma occorre che si segua l’intento di farli fruttare, realizzando scopi sociali utili, direi scopi economici eticamente validi. E questo è molto più difficile, naturalmente.
Dall’altro lato, però, dobbiamo valutare con estrema attenzione quale sarà il rapporto tra la nuova Agenzia e gli altri due soggetti in campo che ho citato in precedenza: la magistratura a monte, nella fase delicata del sequestro giudiziario, quando ancora insistono sui beni – o possono insistere – indagini in corso, e la rete dei prefetti sul territorio a valle, quando si tratta di reinserire i beni nel mercato, di rimetterli in funzione con le proprie gambe, eventualmente, affidandoli ad associazioni o anche a singoli privati, affinché tali beni riassumano il loro ruolo naturale nell’economia dei territori ove sono inseriti. Solo il prefetto può conoscere il territorio ed essere in grado di operare, in questa fase, con cautela, discrezione, intelligenza ed acume.
Nella prima fase, in particolare – fase delicatissima, perché il bene sequestrato ancora non ha cessato di essere oggetto di indagini – credo, invece, che il dominus non possa essere l’Agenzia, come prevedeva il provvedimento in questione (accolgo con favore ed uso questo verbo al passato, visti i segnali di ravvedimento che mi sembra vengano dalle parole del relatore; vedremo). Ritengo che, in questa prima fase, il dominus non possa essere l’Agenzia, ma debba essere, anzi, non possa non essere, il giudice preposto al sequestro.
Nel fare questa affermazione, mi rendo perfettamente conto di quali sono le possibili obiezioni: se si lasciano le cose come sono, inevitabilmente, il bene sarà ancora amministrato burocraticamente, e quindi, a rischio di danneggiarsi o di estinguersi. Penso che a questa obiezione si possa e si debba rispondere non spostando la titolarità del controllo del bene dal giudice all’Agenzia, ma introducendo, già in questa prima specifica fase, quella del sequestro, una gestione del giudice assistita dall’azione intelligente dell’Agenzia. Dovremmo, cioè, immaginare la fase del sequestro come strettamente connessa a quella successiva della destinazione, con una specie di «scivolo» che, pur essendo strutturalmente distinte le due fasi, e non possono non esserlo, costituisca un unico percorso, senza soluzione di continuità.
Occorre, dunque, che in questa sorta di fase preparatoria, Agenzia e magistrato collaborino, come oggi non avviene con il commissario, bisogna dirlo con franchezza. Cooperino – abbiamo usato questo verbo in uno dei nostri emendamenti – e si crei una felice sinergia tra le istituzioni, in modo da gestire il bene sin da questa prima fase (non come oggi che, in pratica, se ne fa un’amministrazione puramente burocratica), anche prevedendo, a somme linee, quale potrà essere la sua sorte futura, al fine di programmare l’assegnazione e la destinazione dei beni.
Da questa sinergia, che andrebbe meglio specificata e stabilita nelle norme, può venire un continuum virtuoso nel quale il bene potrà trovare, già in questa fase, una sua utilizzazione ed attivazione socialmente utile. Per fare un esempio che mi viene facile, ciò è accaduto nel caso di Monterotondo, che ho citato in precedenza, quando il bene è stato affidato temporaneamente all’uso della chiesa greco-ortodossa. Ciò in contrasto con una semplice custodia passiva: penso alle imprese ex mafiose e gli altri casi che si possono immaginare.
Il provvedimento che stiamo discutendo mi lascia, sotto questo specifico profilo, alquanto perplesso. La relazione che ho letto con attenzione spiega che attribuendo alla sola Agenzia un unico soggetto – si insiste molto sull’unicità del soggetto: la qualità di amministratore dei beni sequestrati e confiscati e quella di soggetto titolare della potestà di destinazione dei beni – si compie una semplificazione, che di per sé sembra virtuosa, perché si libera il giudice da una serie di incombenze con effetti positivi anche sulla funzionalità degli uffici giudiziari.
Ripeto: capisco questa logica e ne comprendo anche i fini ma, nella fase del sequestro, il bene è come se fosse «in mezzo al guado», non potendo essere definitivamente assegnato al suo definitivo destinatario e, al tempo stesso, essendo ancora concretamente oggetto di indagine. Possiamo immaginare, in questa fase, di escludere il giudice responsabile?
Vorrei spingermi oltre. Infatti, mi domando e vi domando: è bene che anche la delicatissima funzione successiva – quella della destinazione del bene – sia concentrata in capo alla sola Agenzia?
Siamo in presenza di interessi molto robusti, plausibilmente soggetti ad appetiti voraci: vi è tutto il capitolo, molto preoccupante, delle infiltrazioni mafiose per ricomprare i beni; sento che ora si vogliono trovare rimedi a questo rischio, e me ne compiaccio, ma comunque il rischio resta. In casi come questi, non dovremmo immaginare un temperamento dei poteri assoluti e discrezionali posti in capo a un solo soggetto decidente? Non dovremmo, proprio al fine di evitare che si ripetano prassi deprecabili oggi rimbalzate sulle prime pagine dei giornali, fare in modo che le decisioni rilevanti siano concertate, chiamando a parteciparvi più soggetti istituzionali?
Signor Presidente, io penso ad un’Agenzia che non sia concepita come un super potere a sé stante (come, ahimé, in tanti casi recenti, abbiamo dovuto denunciare), come un potere esterno all’amministrazione, che si sovrappone ai poteri dell’amministrazione civile e giudiziaria, schiacciandoli ed emarginandoli.
Penso ad un soggetto che unisca l’agilità esecutiva e la rapidità di decisione: il che comporta, naturalmente, l’esercizio di poteri autonomi, ma che siano ben delineati e non discrezionali, non generici; penso ad un soggetto che, poi, unisca questa rapidità di decisione con la capacità di fare rete, dialogando tra istituzioni, senza nulla togliere alle competenze costituzionalmente e legislativamente garantite ad altri soggetti.
Su questo specifico punto, mi si consenta una digressione. Corre una linea di divisione profonda tra noi e i colleghi della maggioranza: voi, colleghi della maggioranza, in questo come in altri provvedimenti vi ostinate a vedere nella sola concentrazione dei poteri e nella creazione di organismi eccezionali, svincolati dalle regole che reggono l’amministrazione nel suo complesso, la soluzione di ogni problema, la panacea di tutti i mali presenti. Noi, al contrario, pensiamo che sull’amministrazione si debba lavorare per migliorarne gli standard, certamente insufficienti, e affrettarne i tempi di realizzazione delle politiche pubbliche, certamente troppo ritardate, soprattutto curando, però, che i veri soggetti che compongono l’apparato amministrativo siano tra loro in sintonia, agiscano all’unisono e funzionino come un’unica rete, un’unica sequenza, ognuno con la propria competenza e la propria missione, ognuno con la propria responsabilità, ma retti da una strategia e da un disegno comune. In questo modo concepiamo la pubblica amministrazione e la riforma della pubblica amministrazione in Italia, non attraverso una fuga dalla pubblica amministrazione verso altri lidi che non si sa quali debbano essere: i lidi dell’eccezione, dell’eccezionalità.
Aggiungo un ulteriore motivo di perplessità: un’Agenzia come quella prefigurata dovrebbe poter anche contare su assetti organizzativi adeguati e qui si pone un altro punto critico dell’attuale provvedimento. Leggendo l’articolato mi ha colpito a prima vista la sproporzione tra i compiti affidati all’Agenzia – che sono ingenti, concentrati, da espletarsi rapidamente e con efficacia – e l’organico, i mezzi materiali e le stesse regole funzionali che si prevedono per espletare tali compiti.
Non vorrei essere frainteso. Nessuno propone di creare strutture burocratiche ipertrofiche come troppe volte si è fatto in passato nelle pubbliche amministrazioni: ben vengano, specie se si tratta di agire sul terreno dell’economia (e una parte delle funzioni che, immaginiamo, appartengono certamente a questo terreno). Ben vengano le équipe di pochi e competenti, con pochi livelli intermedi di comando e capacità di mobilitazione in tempi brevi.
Tuttavia, non vorrei che, al tempo stesso, rarefacendo risorse umane e mezzi organizzativi, si preludesse – come diceva in precedenza l’onorevole Ferranti – ad un uso dell’Agenzia come «ente passacarte», il quale poi deve necessariamente, se vuole raggiungere i suoi scopi pratici, ricorrere a soggetti esterni, magari non pubblici, magari ingaggiati attraverso atti che non sono assistiti dai controlli e dalle garanzie rituali che sarebbero necessarie. Non vorrei, insomma – e scusate se dopo la brutta vicenda relativa alla Protezione civile Spa siamo diventati tutti più diffidenti – che ci ritrovassimo con un’Agenzia che compra fuori dallo Stato le consulenze, le professionalità e le competenze pratiche delle quali non dispone in casa propria.
Vi è infine un ulteriore punto che vorrei toccare, relativo alla sorte dei beni che non siano, per cause varie, destinati a finalità di pubblico interesse e che debbono, dunque, essere rimessi sul libero mercato. Si tratta di un passaggio molto delicato e noi domandiamo, con una specifica proposta emendativa, che questa delicatissima operazione sia assistita da speciali garanzie; essa, infatti, implica il contatto diretto con una platea di interessi non definibili dalla loro finalità sociale, ma indistinti e naturalmente legittimi; non voglio con questo dire che debbano essere per forza criminosi, ma è evidente che, quando non vi è una finalità sociale, bisogna essere più cauti e più attenti.
Vorremmo, appunto, che questa delicatissima operazione fosse assistita da speciali garanzie: che le cause della mancata finalizzazione sociale dei beni, quando ci si arriva, siano sempre adeguatamente documentate – deve costituire un’eccezione, non una prassi, la rinuncia alla finalizzazione sociale – e che comunque la vendita del bene avvenga vigorosamente al prezzo di mercato, con un riflettore acceso da parte dell’amministrazione su questo particolare e delicatissimo momento.
Aggiungo a questa richiesta un ulteriore suggerimento, contenuto in un altro emendamento: che l’Agenzia riferisca periodicamente della sua attività non ai Ministri dell’interno e della giustizia, come prevede l’attuale testo, bensì al Parlamento, con una relazione dettagliata sulla consistenza dello stato dei beni e sulle problematiche insorte in relazione alla loro gestione. Naturalmente, la ratio di questo emendamento è comprensibile a tutti: si tratta di rendere il più possibile trasparente la gestione di questa particolare e delicatissima fase di restituzione al mercato dei beni confiscati, impedendo che essi abbiano una destinazione diversa da quella che tutti auspichiamo.
Intendiamo, con questi emendamenti e con altri che qui non richiamo, sottolineare quella che dovrebbe essere e restare l’ispirazione fondamentale della legge in discussione, cioè che i beni frutto dell’attività criminosa siano riqualificati e riutilizzati nel nome di quegli stessi interessi sociali che la mafia ha offeso, ha inteso colpire, mortificare ed emarginare. Qui sta la ratio del provvedimento, qui dobbiamo individuare la vera ratio del provvedimento, in questo colpiamo davvero le organizzazioni criminose e in questo il provvedimento può diventare parte di una strategia più complessiva di opposizione alle forme di criminalizzazione in atto nel nostro Paese.
Lo scopo della legge è e dovrebbe restare quello di attivare nella società civile, attraverso queste risorse strappate alle organizzazioni criminali, una reazione etica alle stesse organizzazioni criminali, nella consapevolezza che la delinquenza si combatte, oltre che con opportune politiche di polizia, con la ricomposizione e la rivalorizzazione di quegli assetti sociali disgregati sui quali la mafia ha potuto alimentare il proprio potere.
Vorrei aggiungere che quando questi beni fossero restituiti all’uso della società civile occorrerebbe una fase successiva di assistenza, di controllo, di tutela, quasi di tutoraggio nei confronti di coloro che ne vengono in possesso, ad impedire quello che spesso avviene, cioè che essendo stati restituiti beni privati, queste imprese e questi patrimoni vadano incontro a delle difficoltà enormi.
Se si perdono di vista questi obiettivi e se ci si riduce a mere riconversioni economiche in una logica meramente produttivistica, può facilmente accadere quello che temiamo e denunciamo con forza, cioè che l’intera gestione e restituzione al mercato dei beni confiscati possa andare a vantaggio proprio di quei grandi potentati economici, mafiosi, camorristici e via discorrendo, che avremmo dovuto colpire con questa operazione. Credo che nella fase di discussione degli emendamenti dovremmo tenere presente questo rischio che non è soltanto virtuale (purtroppo è reale, sta nella realtà dei fatti) e che dovremmo correggere il provvedimento.
Mi pare di cogliere nelle parole che ha pronunciato il relatore, in particolare l’onorevole Contento, all’inizio del pomeriggio, segnali positivi in questa direzione; me ne compiaccio molto e penso che su quei segnali si possa lavorare. Mi auguro che non restino solo dei segnali, che il provvedimento esca da questa discussione profondamente corretto nei punti che ho indicato e in altri che hanno indicato i miei colleghi e che si evitino nefasti e paradossali esiti finali, che forse nessuno di noi, indipendentemente dal posto in cui siede al Parlamento, si augura.

Atto Camera

 

18.02.2010

On Guido Melis: intervento in aula “Disposizioni urgenti relative alla Presidenza del Consiglio dei ministri e alla Protezione civile”

Signor Presidente, in questi giorni mi sono interrogato sul significato della parola «emergenza» e sull’esatta definizione dell’espressione «stato di emergenza». È un vocabolo che forse meriterebbe sul piano lessicale e semantico qualche approfondimento, perché «emergenza» ha un significato preciso e non si può utilizzare per tutti gli usi. Per esempio, non vuol dire “urgenza”. Emergenza – leggo su un vocabolario della lingua italiana – significa “circostanza, difficoltà imprevista o, ancora, situazione critica, di grave pericolo, da cui deriva lo stato di emergenza”.
Urgenza significa, invece, “obbligo di immediata attuazione o intervento, da cui deriva procedura di urgenza”. Sono due termini diversi ed è evidente che il primo, l’emergenza, nasce in situazioni eccezionali, di enfatizzazione estrema dello stato di urgenza; nasce in ragione di un’imprevedibilità dell’evento (in questo il dizionario è chiarissimo) ed è caratterizzata dalla presenza di un grave pericolo. Entrambe le situazioni devono essere affrontate naturalmente con tempestività estrema, ma la prima, l’emergenza, consente e suggerisce l’uso di mezzi eccezionali (la proclamazione dello stato di emergenza lo è), la seconda no. Ora, voi avete fatto della Protezione civile in Italia non più l’apparato che fronteggia le emergenze, le situazioni di pericolo, le situazioni critiche e le drammatiche emergenze, come sono le catastrofi naturali o come è stato il terribile terremoto in Abruzzo, ma ne avete fatto e ne state facendo lo strumento da mobilitare ordinariamente ogni volta che si profila una qualunque urgenza. A volte viene utilizzato per urgenze, come fossero emergenze, in tutte le situazioni più disparate, fino a svilire lo strumento e a farne un mezzo di ordinario intervento. Ma cosa tiene insieme queste urgenze, che voi chiamate anche, con una definizione pomposa, ma che è anche molto ambigua sul piano lessicale, «i grandi eventi»? Qual è l’attinenza che esiste tra materie così diverse come, da una parte, i terremoti, le alluvioni, le catastrofi e i grandi disastri naturali, e, dall’altra parte, le gare sportive, sia pure impegnative, le sagre dei santi patroni, i pellegrinaggi, i funerali dei Papi o anche il piano carceri, che è stato definito come una situazione di emergenza? Adesso l’ho capito, perché l’altro giorno ho letto sul giornale della mia città, La Nuova Sardegna di Sassari, una cronaca che vorrei riferire. Sulla base di una documentazione inequivocabile, i giornalisti de La Nuova Sardegna hanno scoperto che le carceri in costruzione in Sardegna, in particolare a Cagliari, Sassari e Tempio, sono state appaltate con affidamento dei lavori coperti da segreto di Stato, con gare secretate, precisamente alle seguenti imprese: Opere Pubbliche Spa, alias Gariazzo, Anemone Srl (sappiamo di cosa stiamo parlando) e Gia.Fi costruzioni Spa (sappiamo di cosa stiamo parlando). Sono esattamente le tre imprese sulle prime pagine dei giornali per aver appaltato i più significativi lavori de La Maddalena a condizioni esorbitanti nell’ambito del G8, poi spostato a L’Aquila. Mi viene in mente allora questa considerazione: quello che tiene unito questo composito minestrone di materie, che voi chiamate grandi eventi, è soltanto un fattore, e cioè che in tutti i casi i destinatari degli appalti sono – mi verrebbe da dire saranno – sempre gli stessi, più o meno la stessa platea. Insisto anche sulle modalità: cosa accomuna tutte queste cose? Niente bandi nella Gazzetta Ufficiale, in nome del decreto del 2003 dell’allora ministro Castelli, che stabilisce che gli appalti carcerari si possono fare con particolare misure di sicurezza, cioè segretamente. Gare veloci, velocissime, il più delle volte con un solo concorrente, gestite, anche queste delle carceri come quelle altre, dal SIIT del Lazio, Servizio integrato infrastrutture e trasporti, braccio operativo del Ministero delle infrastrutture, con decisore ultimo – manco a farlo apposta – il signor Angelo Balducci. Una società esclusa dagli appalti delle carceri sarde, la Pizzarotti Spa, ha presentato al TAR del Lazio un ricorso, lamentando di essere stata esclusa dall’accesso agli atti della gara per le carceri di Sassari. Il ricorso è stato respinto dal TAR perché «la costruzione di un penitenziario può essere secretata». Stiamo parlando, signor Presidente, di appalti per milioni di euro di tre grandi istituti penitenziari nella sola Sardegna: chissà cosa sta succedendo nel resto del Paese, e cosa succederà col Piano carceri, se il Piano carceri, come sembra, verrà messo sotto l’ombrello della Protezione civile. Vorrei parlare, in questo intervento, di una prassi amministrativa: di un nucleo ristretto, ristrettissimo di decisori, sempre gli stessi, e di una piccola platea di interessi, sempre gli stessi. Piccola la platea, perché i nomi di questi imprenditori, appunto, ricorrono in tutti gli appalti, e chissà in quali altri settori, legati per più fili a chi decide l’appalto. In giugno Alberto Statera, uno dei nostri migliori giornalisti, ha pubblicato un libro, significativamente intitolato Il Termitaio. Alle pagine 57-59 di quel libro, che è uscito prima che scoppiasse lo scandalo attuale, già si parlava con nome e cognome di Alberto Balducci, e si diceva che la residenza della società del signor Anemone a Grottaferrata, via IV Novembre 32, coincideva per indirizzo guarda caso con la sede della Erretifilm Spa, la cui proprietaria era ed è la moglie del signor Balducci, la signora Tau, socia a sua volta della signora Pascucci, amministratore unico di un’altra impresa edile legata al signor Anemone, la Redim 2002; a sua volta socia, la Pascucci, dell’Arsenale scarl, società costituita appunto per il cantiere dell’ex arsenale de La Maddalena. Curiose, vero, queste coincidenze? È possibile che nessuno, al Dipartimento della protezione civile o altrove, al Governo, se ne sia incuriosito, che nessuno si sia insospettito? Ho la massima stima di quanto ha fatto in passato il dottor Bertolaso, ma è possibile che il dottor Bertolaso non abbia letto questo libro, che il suo ufficio stampa non gliel’abbia segnalato?
Penso, signor Presidente, che siamo di fronte in realtà ad una situazione molto grave. Si dice: ma la corruzione è sempre esistita. È vero, almeno in parte questo è vero. Tuttavia vi sono state epoche nella nostra storia, anche recente, nelle quali la corruzione, pur presente ed attiva, è stata combattuta, con norme efficaci, con controlli ispettivi penetranti e soprattutto con il conforto di una moralità pubblica, in primo luogo del personale politico, che ne ha isolato gli effetti e che ha condannato i protagonisti prima ancora che intervenissero le condanne del giudice: perché una buona pubblica amministrazione sa agire prima che intervenga il giudice. Quello a cui stiamo assistendo da qualche tempo, da qualche decennio almeno con ricadute sistematiche, è invece l’instaurarsi di un sistema corruttivo che ha creato intorno a sé connivenza e consenso, che si avvale dell’inerzia della pubblica amministrazione, che prospera sulla fragilità morale di un ceto amministrativo e politico che non sa trovare in sé la forza di reagire, e che invece di apprestare rimedi preventivi indulge in tentazioni, come è questa sciagurata tentazione, per fortuna da noi scongiurata, della Protezione civile Spa. Scongiurata per ora, ma non sappiamo se non la riproporrete in qualche provvedimento futuro. La ricerca dell’efficienza e della rapidità esecutiva nei pubblici apparati è un obiettivo sacrosanto, è fuori di discussione: tutti noi lo sentiamo come prioritario. Anni fa ho avuto la fortunata occasione di stare accanto all’allora ministro della Funzione pubblica Sabino Cassese, in un’epoca molto difficile, quella del Governo Ciampi – molti di voi la ricorderanno -, nella quale tuttavia già si individuava saggiamente nella riforma dell’amministrazione una delle chiavi di volta, se non la chiave di volta principale, per uscire dalla crisi italiana. Ricordo benissimo quella stagione vissuta a Palazzo Vidoni, e soprattutto la resistenza contro quella politica riformatrice del ministro, enorme resistenza, bipartisan: i sindacati del pubblico impiego, preoccupati che non venissero violati certi santuari; e la classe politica. Uno degli avversari era l’attuale ministro Sacconi, che allora militava in altra parte politica. Ricordo benissimo l’alleanza tra la cattiva burocrazia e la cattiva politica, che fronteggiò quel coraggioso tentativo fatto quasi senz’armi: il Governo Ciampi era un Governo provvisorio, Cassese era un ministro prestato alla politica, che visse solo quella stagione al vertice della funzione pubblica. In realtà è un antico vizio del nostro sistema, di fronte alle inefficienze e alle lentezze della burocrazia, di non affrontarle mai di petto, di fare i compromessi con la burocrazia, di non mettere mai in campo adeguate e coraggiose politiche di riforma, bensì di aggirare i problemi lasciando vivere, anzi vivacchiare l’esistente, creando fuori dall’amministrazione un’altra amministrazione. Questo gli studiosi lo sanno: la chiamano da tanti anni l’amministrazione parallela. È un tema antico, persino Giolitti, per fronteggiare il terribile terremoto di Messina nel 1908, creò poteri ed uffici speciali e persino un ente pubblico, l’Unione edilizia messinese, che poi divenne Unione edilizia italiana (perché questi enti, uffici ed apparati nascono e poi si stabiliscono, mettono radici e non c’è più verso di spostarli dall’ordinamento), che sopravvisse infatti a lungo all’emergenza che aveva creato e naturalmente con esiti non certo brillanti dal punto di vista dei risultati e dell’efficienza. In altri Paesi, quando si verifica un’emergenza, una grande catastrofe, questa serve da stimolo per migliorare l’amministrazione esistente; se ci si rende conto che l’amministrazione non funziona ci si mette mano e nel giro di pochi anni la si mette in grado di lavorare. Da noi le emergenze servono per creare continuamente nuove amministrazioni lasciando vegetare le vecchie nella loro inerzia e nel loro lassismo. La «fuga dello Stato», così è stata definita da Cassese questa tendenza; l’outsourcing, si direbbe oggi, con un linguaggio contemporaneo. Protezione civile Spa, a quanto si capisce dal provvedimento in oggetto, avrebbe dovuto essere una sorta di braccio esecutivo del Dipartimento a sua volta gerarchicamente soggetto alla Presidenza del Consiglio: Dipartimento che già oggi è dotato di poteri autonomi oltre che di una discreta agilità esecutiva. Il Dipartimento della protezione civile che ha una breve ed abbastanza dignitosa storia alle spalle soprattutto negli anni, lo riconosciamo volentieri, in cui lo ha guidato Guido Bertolaso, non ha dato cattiva prova di sé. Fino a quando si è occupato del suo mestiere, cioè di emergenze, solo di emergenze, e non di urgenze e grandi eventi o chissà che altro, anzi è apparso perfettamente in grado di fronteggiarle. Perché allora smontare questa macchina così soddisfacente per ricostituirla priva di regole senza capire se con gli stessi criteri organizzativi o con altre modalità. Mi viene un sospetto, signor Presidente, che i veri motivi di questa repentina fuga dallo Stato non siano nel bisogno di una maggiore efficienza, come ci si è detto, ma in altri meno nobili e più reconditi scopi. E ritorno al tema dei destinatari, che forse il mio collega Ghedini chiamerebbe «gli utilizzatori finali», del flusso di danaro pubblico gestito dalla Protezione civile. Questo Governo proseguendo con maggiore spudoratezza una linea già annunciatasi in occasione delle precedenti esperienze degli esecutivi Berlusconi, mira in realtà ad un unico scopo che io chiamerei la riforma istituzionale strisciante. Lo scopo è svuotare lo Stato, svuotare le amministrazioni dello Stato, farle funzionare ancora peggio di come funzionano adesso lasciando soltanto il guscio e trasportare tutte le funzioni che contano, specialmente quelle che implicano rapporti stretti con gli interessi privati, diciamo così, quelle che fruttano, in uno Stato parallelo costituito ad hoc senza più controlli né vincoli, direttamente gestito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Lo si voleva fare con la Protezione civile, lo si farà col Piano carceri, lo si sta facendo con la polizia a vantaggio persino adesso delle agenzie private di vigilanza che vengono immesse in compiti per i quali non sono preparate e che a loro non spettano; lo si vuol fare con la difesa. È un’epidemia, signor Presidente, l’epidemia della fuga dallo Stato e nella fattispecie dalle regole dello Stato, dalla legalità, dai controlli contabili, dai giudici dello Stato e mi aspetto che prima o poi avremo una magistratura parallela che servirà per bypassare la magistratura attuale. È in atto, se sappiamo leggerla, una grande manovra che sarebbe bene non sottovalutare e che si basa su tre punti salienti che riassumerei così. Il primo: l’Esecutivo deve avere per sé tutto il potere senza più quel sistema di pesi e contrappesi che caratterizza ovunque in Occidente il funzionamento delle democrazie contemporanee, riducendo il Parlamento, e sta succedendo, a mera camera di registrazione delle decisioni governative e deve quindi dotarsi di apparati esecutivi particolarmente efficienti. Secondo: la riforma della pubblica amministrazione in nome dell’efficienza, mi perdonerà il ministro Brunetta se mi ascolta, è solo puro fumo negli occhi; mentre ci si trastulla sui fannulloni e si fanno grandi battaglie per mettere i cartellini agli impiegati, tutte le attività rilevanti della pubblica amministrazione tendono a passare ad altri soggetti ad essa estranei. Terzo: l’outsourcing appunto, che un tempo era l’eccezione, diventa la regola; in quasi tutti i ministeri qualunque grande evento diventa campo per l’intervento di nuovi soggetti svincolati dalle regole e dai controlli; si utilizzano poteri eccezionali, si concentrano risorse finanziarie eccezionali e si procede con modalità di spesa eccezionali. In realtà si sta svuotando lo Stato, si sta svuotando quella che era un tempo l’amministrazione per ministeri, quella che è descritta nella Costituzione della Repubblica. La si sta sostituendo con soggetti di diritto privato sottoposti a controlli a consuntivo di problematica efficacia portando in questi soggetti, quasi fossero contenitori privi di una precisa missione, quante più funzioni pubbliche si riesce a portarvi (alla rinfusa, come dimostra il provvedimento, poi ritirato, sulla Protezione civile Spa).
Non a caso protestano tutti i corpi che si occupano di queste cose: vi è una protesta tra i vigili del fuoco, esprime dubbi seri la Croce rossa (che, tra l’altro, è un’organizzazione internazionale e mal tollera di essere subordinata a soggetti forti e così incontrollati), non a caso si dissociano le regioni (alcune regioni), non a caso prendono le distanze associazioni di categoria e sindacati che sul territorio esercitano preziose funzioni.
L’indeterminatezza stessa della norma genera dubbi e resistenze perché qui non si parla più di emergenza e di politiche di coordinamento in vista dell’emergenza; qui si predispongono in realtà strumenti autonomi, acefali, nelle mani – ripeto – del Presidente del Consiglio, neanche del Ministero dell’economia e delle finanze che normalmente controlla le società per azioni (questa società per azioni – che ripeto per fortuna è caduta, ma che chissà che non rispunti da qualche altra parte – dipendeva infatti direttamente dal Presidente del Consiglio). Si tratta di strumenti impiegabili a discrezione quando il Presidente lo decida, senza più confini di materia o di scopo né gradazione di bisogni o valutazione di opportunità sottoposte a qualsivoglia controllo o autorizzazione.
L’amministrazione tradizionale – si è sempre detto – era ed è troppo circoscritta, era ed è troppo imbalsamata dalle norme, ma qui si inventa un soggetto libero di fare quello che vuole senza criteri di sorta che non siano la volontà politica del Governo, che ne detiene – soggetto unico e a sua volta incontrollato – il controllo. Sono soggetti pericolosi, questi, quando si radicano nell’ordinamento perché alla fine, alla lunga, quando si moltiplicano tendono a scardinare l’ordinamento nei suoi gangli costituzionali. Noi – lo ripetiamo al ministro Brunetta – siamo, come lui dice di essere, per una amministrazione che funzioni, per un’amministrazione pubblica moderna al passo con gli apparati amministrativi dei grandi Stati (d’Europa ed altrove), rispettosa della legalità ed al servizio dei cittadini, che dell’amministrazione in ultima analisi – non dovremmo mai dimenticarcelo – sono gli unici, veri padroni. Su una sola cosa siamo in radicale dissenso e non consentiremo mai, cioè il fatto che in nome di presunte modernizzazioni o peggio strumentalizzando il giusto bisogno di efficienza espresso da tutto il Paese (dal sistema delle imprese, dall’economia, dai cittadini) si smantelli la struttura pubblica svendendo intere funzioni dello Stato e professionalità a lungo coltivate nella struttura pubblica a soggetti esterni incontrollati e incontrollabili. Questo non lo possiamo ammettere: noi pensiamo che lo scopo, anziché di realizzare l’interesse pubblico dei molti, di soddisfare quello privato dei pochi non deve passare. Grazie.

Pd Sardo Porto Torres

 

02.02.2010 

Intervento su emendamento, Legittimo impedimento

Signor Presidente, mi sono esibito poco fa nell’intervento breve[1] – che va di pari passo con il processo breve – ma, se avessi parlato, avrei insistito sul tema della soppressione di una frase particolare delle norme che stiamo discutendo. Si tratta della frase che contiene la clausola di chiusura del comma 2 dell’articolo 1 e che recita: «nonché ogni attività connessa alle funzioni di Governo».
Vorrei trattenermi su questo, perché forse si può fare una riflessione più generale su un certo modo di legiferare. Cosa vuol dire questa frase? Balzano agli occhi due concetti: quello di attività e quello di connessione. «Attività» è un termine generico nel quale sono comprese le più varie e le più atipiche azioni preparatorie.
Per quanto riguarda il termine «connessione» (ho provato a consultare un vocabolario) significa unire insieme, concatenare, collegare. È evidente che i termini «attività» e «connessione» messi insieme richiedono, per essere definiti, un’attività di interpretazione, che però non è delegata al giudice – come sarebbe logico aspettarsi in vista di un equo bilanciamento tra l’interesse del processo e l’interesse dell’esercizio delle funzioni di governo – ma è lasciata alla libera determinazione degli uffici della Presidenza del Consiglio, cioè proprio di quella figura istituzionale che dell’interruzione dovrebbe beneficiare.
Signor Presidente, come ha ricordato nel corso della discussione sulle linee generali la collega Ferranti, in questo punto e altrove siamo di fronte ad una norma in clamoroso contrasto con la giurisprudenza della Corte costituzionale, che ha escluso ogni automatismo del legittimo impedimento e ha chiaramente assunto posizione contro qualunque norma astratta generalmente derogatoria delle regole processuali comuni.
Spetta al giudice essere l’arbitro del processo, né si può consentire che il giudice si riduca a un ruolo notarile prendendo atto passivamente di eventi che maturano al di fuori del processo stesso.
L’intero articolo 1, comma 2, a nostro Pag. 94avviso contrasta con la limpida visione dell’esercizio autonomo della giurisdizione. Ma in modo ancora più sfacciato vi contrasta questa estensione a ogni attività connessa alle funzioni di Governo, generica e ambigua. Si tratta di un concetto indefinito nel quale non è azzardato arguire che sarebbero ricompresi anche atti preparatori, tra cui riunioni di staff, riunioni politiche in senso lato, nonché una miriade di altri comportamenti, sino a comprendere in definitiva l’intera agenda del Presidente del Consiglio.
Non siamo – lo abbiamo detto molte volte – contro il legittimo impedimento dell’imputato quale causa di rinvio dell’udienza. È un istituto che già vige ed è quotidianamente applicato ragionevolmente nei tribunali della Repubblica.
Siamo contro un’estensione del principio sino a tradurla in un privilegio per un solo imputato, in contrasto con il parallelo principio del bilanciamento ragionevole tra gli interessi in campo.
Lo voglio ridire con le parole già tante volte citate di Valerio Onida, il professor Onida, presidente emerito della Corte costituzionale: «una disciplina» – ha detto Onida in audizione – «che stabilisce a priori e in modo vincolato che la titolarità dell’esercizio delle funzioni pubbliche costituisca sempre legittimo impedimento, per tutta la durata della carica pubblica o per lunghi predeterminati periodi di tempo, si tradurrebbe nella statuizione di una vera e propria prerogativa», cioè – aggiungo io – in una deroga al normale esercizio della funzione giurisdizionale che, a norma della Costituzione, non è oggi ammissibile. Altra cosa se faremo una modifica della Costituzione, ma questa va chiesta e fatta con legge costituzionale.
Voglio concludere così, signor Presidente. Diceva George Orwell ne La fattoria degli animali che tutti gli animali, in quel metaforico mondo politico-costituzionale, erano uguali ma qualcuno – e nello specifico i maiali – era più uguale degli altri. Temo che in Italia stiamo andando precisamente in quella sciagurata direzione


[1]  Poco prima Melis ha avuto la parola, ma gli è stata subito tolta perché la Presidenza si è accorta di un errore nel dargliela.

 

11.01.2010

Intervento in aula sulle carceri

“Grazie signor Presidente. Nello scorso mese di dicembre ho passato quasi tre ore nel carcere circondariale di Sassari, ancora ospitato nell’edificio ottocentesco di San Sebastiano al centro della città.
Dico “ancora” perché, come più volte ribadito dal ministro anche in risposta a mie specifiche interrogazioni in commissione giustizia, questo carcere dovrebbe essere interamente trasferito in altro edificio, più idoneo, da anni in fase di  costruzione.
Solo che l’inaugurazione del nuovo complesso, prevista tassativamente entro il 2010, slitterà sicuramente – dicono notizie ufficiali – al 2011 se non oltre. San Sebastiano intanto è in funzione, ed è (non temo smentite) il peggior carcere che abbiamo in Italia.
Una costruzione fatiscente, un piano – quello superiore – a rischio di crollo e perciò di recente sgombrato, 200 detenuti ammassati in celle anguste, 4 per cella, tre metri per due, senza luce, con poca aria, al caldo d’estate e al freddo d’inverno (il mese scorso il riscaldamento centrale era interrotto perché il fornitore della nafta non era stato pagato dal Ministero), in condizioni di promiscuità subumane. 125 tossicodipendenti. Un personale (di grande professionalità) ampiamente sotto organico (su una pianta di 212 solo 168 in servizio effettivo, ora d’aria in uno squallido cortile riparato da una tettoia di lamiera, servizi igienici meglio soprassedere, con gravi problemi persino nell’assicurare la pulizia ordinaria dei locali. Mi dice la direttrice del carcere che i tagli recenti, incidendo sul capitolo delle mercedi, impediscono addirittura di utilizzare i detenuti nelle piccole pulizie quotidiane.
Signor Presidente, Sassari non è un’eccezione. Ho visitato l’anno passato, tra l’altro, Rebibbia-Nuovo complesso a Roma, nel quale la situazione è apparentemente meno grave ma i problemi strutturali che ho elencato si ripresentano puntualmente: anche in questo caso poco personale, demotivato e lasciato a sé stesso, locali ampiamente insufficienti a contenere un flusso di detenuti sovradimensionato, detenzione comune tra condannati a reati anche gravissimi e persone in attesa di giudizio.
A Rebibbia un folto gruppo di detenuti di nazionalità romena, condannati in primo grado per reati vari, ha chiesto di poter scontare la pena nel proprio Paese, rinunciando perciò a esperire l’appello contro la sentenza che li condanna. Non ci riescono. Abbiamo interrogato su questo specifico punto il ministro che ci ha dato ampie assicurazioni. Siamo, ahimé, sempre al punto di prima, perché in Italia non solo non si fanno le riforme grandi ma neppure si mettono in pratica i piccoli rimedi, quelli che potrebbero – intanto – almeno alleviare un po’ la situazione disastrosa nella quale versiamo.
C’era a Rebibbia, a luglio, un detenuto, pure romeno, ammalato di cancro. Gli erano state interrotte le cure, anche per effetto del disordine nel quale è avvenuto il passaggio dalla sanità gestita dal Ministero della giustizia alla sanità gestita dalle Asl. Una mia interrogazione su questo punto al ministro competente è rimasta, dopo oltre 6 mesi, senza risposta.
La sequenza dei morti nelle carceri italiane è impressionante. Muoiono persone giovani, giovanissime. Nel 2009, 171. 11  nel solo mese di novembre, delle quali 8 in giovane età, stroncate dal “mal di carcere”: suicidi, overdose, morti che spesso restano senza una spiegazione. 159 sono i detenuti morti in questo modo dall’inizio dell’anno. 72 i suicidi accertati come tali. E il 60% era in attesa di giudizio. In Italia ogni anno muore in carcere 1 detenuto su mille, contro il dato – per esempio – degli Stati Uniti di 1 su 4.000.
I quotidiani degli ultimi giorni hanno provato a stilare l’elenco di questi morti sconosciuti. Se ne perde il conto. Voglio qui ricordare a titolo di mero esempio due casi di detenuti romeni dei quali mi sto occupando: quello di Cristian Lupu, Frosinone, 24 anni, secondo i carabinieri suicidatosi gettandosi dalla tromba delle scale mentre era sotto custodia (custodia qui è un eufemismo, a quanto pare). E lo scorso ottobre quello di  Sorin Calin, a Montecatini, morto in caserma, secondo fonte ufficiale per essersi suicidato.
Ho di recente visitato la struttura dell’Ospedale Pertini di Roma dove è morto il povero Stefano Cucchi, un caso sul quale il vicesegretario del mio Partito, l’on. Enrico Letta, ha di recente energicamente sollecitato il presidente del Consiglio a intervenire di persona. Questo ragazzo, che avrà pure fatto uso di droghe, avrà pure commesso i reati che gli si addebitano, ma che è stato prelevato dai carabinieri ed era quindi da quel momento sotto la responsabilità dello Stato italiano, è deceduto perché selvaggiamente percosso – non si riesce ancora a sapere da chi, come, in quali circostanze e in quali luoghi di custodia –  nella colpevole inerzia di tutte le strutture che lo hanno avuto in custodia. Nessuno, dico nessuno, dei medici che lo hanno visitato ha sentito il bisogno e il dovere di denunciare quanto andava accertando all’autorità giudiziaria.
Signor Presidente, ma in che paese viviamo? Di casi come quello di Stefano Cucchi, venuto alla luce anche per il coraggio e il senso civico dei suoi familiari, ce ne sono moltissimi altri, ma censurati, letteralmente sepolti dall’indifferenza delle autorità e dalla debolezza di chi li subisce.
Siamo un Paese a democrazia limitata, perché solo in questo modo si può definire una situazione nella quale il sistema delle garanzie costituzionali non oltrepassa le soglie del carcere.
Molte cose si potrebbero, si dovrebbero fare. Non veniteci a dire che tutto si risolverà con il Piano carceri. Siamo stanchi di sentirne parlare, di questo fantomatico Piano, del quale il ministro stesso ammette l’inesistenza dei finanziamenti. Qui il problema è molto serio. Richiede intanto una presa d’atto da parte dell’intera classe dirigente, a cominciare dalla politica. Richiede una concreta politica di depenalizzazione e di ricerca di pene alternative: l’esatto contrario di quanto state facendo penalizzando sino al parossismo ogni angolo del codice. Il collega Vitali ha svolto un intervento molto aperto, parlando anche lui di depenalizzare. Ma il reato di clandestinità, che ha riempito le carceri di immigrati, l’avete inventato voi, non noi. E ce l’ho avete imposto a colpi di voto di fiducia.
Ma il problema richiede anche – io credo –un po’ più di umiltà. Ci sono cose anche piccole, che possono essere fatte subito. Facciamole. Facciamole insieme. Mi fa piacere ricordare qui una battuta dell’on. Lenher, che parlando di carceri suggerì (con espressione forse un po’ cruda, ma che rende l’idea) di applicare la raccolta differenziata, evitando di mettere insieme detenuti condannati e pluricondannati con persone in attesa di giudizio, distinguendo la detenzione per tipi di reati, magari – aggiungo – affrontando il paradosso che un’altissima percentuale di ospiti delle nostre carceri trascorre in detenzione solo pochi giorni e poche notti (l’effetto porta girevole, è stato chiamato), il che suggerisce che potrebbe subire altre forme, meno invasive e pesanti, di carcerazione provvisoria.
Bisogna, insomma, affrontare il problema in tutte le sue dimensioni, da quelle strutturali a quelle più occasionali, sulle quali è possibile intanto agire immediatamente. E naturalmente accrescere l’investimento, non tagliare – come si fa – i fondi, assumere il personale che necessita e curarne la selezione e prima ancora la formazione. Il carcere è una grande questione nazionale. Sarebbe ora che venisse messa nell’agenda del governo e del Parlamento nel posto che le spetta.”

Atto Camera

22.12.2009

Intervento in aula sulla cittadinanza

Grazie, Presidente. Secondo il Rapporto annuale Istat del 2008 in  quell’anno la popolazione  italiana ha superato, per la prima volta, la soglia fatidica dei 60 milioni di abitanti. Ciò è stato dovuto quasi esclusivamente – come ci spiega l’Istat – all’incremento del 7,3 per mille (434 mila unità nel solo 2008) della popolazione immigrata. Oggi (dato al gennaio 2009) i cittadini stranieri residenti in Italia (regolari) ammontano a circa 3 milioni di unità.
Sembra, almeno per ora, una tendenza inarrestabile.
Aggiungo che dei nuovi nati iscritti alla nostra anagrafe, circa 64 mila (cioè l’11%)  sono figli  di coppie di cittadini stranieri. Nel 2008 questi “nuovi italiani”, per citare il titolo di un recente libro del Mulino, cioè bambini nati in Italia con genitori e nonni stranieri, sono stati 73 mila.
I minori stranieri in Italia (non solo quelli nati, ma anche quelli giunti piccolissimi nel nostro Paese) erano al gennaio 2009 868 mila.
Insomma: in un paese come l’Italia, avviato al declino demografico, paese di vecchi sempre più vecchi, i “nuovi italiani” costituiscono una vera e propria iniezione di giovinezza. Essi infatti sono (e sempre più saranno nei prossimi anni) essenzialmente giovani, di un’età media di 31,1 anni, contro la media di oltre i 43 anni dei residenti italiani.
Gli studenti stranieri iscritti nelle università italiane sono stati (anno accademico 2008-2009) 48.885. Di loro 5 o 6 mila sono “di seconda generazione”, il 10-12% del totale.
Le previsioni Istat riprese dalla Caritas/Migrantes ci dicono che nel 2020 la popolazione in Italia ammonterà a 62 milioni e circa 769 mila persone: e gli stranieri residenti, “con quasi 7 milioni di persone, costituiranno l’11% del totale”.
Signor Presidente, chiudere gli occhi davanti alla realtà è sempre molto pericoloso. Pretendere di rispondere a un fenomeno di queste proporzioni e di questa manifesta oggettività e irreversibilità con provvedimenti asfittici e tendenzialmente punitivi lo è ancora di più. La proposta di legge della quale discutiamo è palesemente insufficiente a costituire una risposta adeguata. Anzi, costituisce una risposta sbagliata: per dilazione irragionevole dei tempi di acquisizione della cittadinanza, per le difficoltà cervellotiche che frappone al suo conseguimento, soprattutto per l’ispirazione politica di fondo che la caratterizza. Si tende in realtà a scoraggiare la richiesta di cittadinanza, cioè a ostacolare i processi naturali di inclusione, ghettizzando le comunità straniere e ricacciandole indietro, con effetti evidentemente perversi sulla stessa loro non conflittuale permanenza all’interno della nostra società nazionale.
Per questi motivi occorre respingere questa proposta, e dar luogo a misure più duttili ed inclusive, soprattutto più ragionevoli, quali sono quelle che giacciono già oggi davanti alla Camera, la proposta Sarubbi-Granata, con significative adesioni bipartisan, e la proposta Bressa.
Nel riflettere su questo importantissimo e delicatissimo tema mi viene in mente un quadro famoso, pluricitato. Quello nel quale un esponente della corrente dei divisionisti, Giuseppe Pelizza da Volpedo, raffigura agli inizi del Novecento il Quarto Stato in marcia verso l’avvenire.
Signor Presidente, io credo che se vivesse un nuovo Pellizza da Volpedo e volesse rappresentare la grande trasformazione demografica e culturale in atto in Italia dovrebbe soprattutto dipingere dei giovani: un esercito di ragazze e ragazzi di tutte le etnie e di tutte le nazionalità incamminati, pieni di speranze, verso il futuro. 

Atto Camera

 

20.11.2009

Trasformazioni istituzionali e sistema degli archivi

Relazione alla Conferenza Nazionale degli archivi, sessione “Fare poli”, Bologna

Alcuni anni fa, introducendo a Napoli un convegno della Società per gli studi di storia delle istituzioni dedicato agli archivi, indicavo in tre problematiche, tra loro strettamente connesse, la sintesi della questione: le grandi trasformazioni in atto nel sistema delle istituzioni; l’avvento universale delle nuove tecnologie comunicative; l’esigenza, per le istituzioni culturali in genere e per gli archivi in particolare, di forme inedite di legittimazione esterna.

Se mi è consentito, vorrei riprendere da quel punto la riflessione sul tema, per verificare se le conclusioni di allora sono ancora attuali o se in questo lasso di tempo sono intervenuti nuovi fattori ad arricchire (e forse a complicare) lo scenario.

I capitoli nei quali propongo di ordinare il problema che abbiamo di fronte sono essenzialmente quattro: 1) il nesso contraddittorio e sempre in movimento tra la dimensione globale assunta dalle istituzioni e la dinamica locale che ne caratterizza sempre di più l’azione pratica; 2) l’intreccio via via più inestricabile tra poteri pubblici e interessi privati, e l’alternarsi fittissimo tra diritto pubblico e diritto privato nell’attività di entrambi; 3) la geografia “orizzontale” o “reticolare” che caratterizza l’assetto delle istituzioni nel nostro tempo, e l’impatto che essa esercita sulle tradizionali gerarchie verticali sopravvissute al secolo che abbiamo alle spalle; 4) infine quella che chiamerei l’elasticità delle reti di comunicazione, cioè la convivenza di reti lunghe e reti corte nell’ambito dei circuiti istituzionali.

1. Globale e locale: la memoria e la sua problematica localizzazione territoriale.

Recentemente (da circa 20/30 anni, per la verità, ma con crescente rilevanza pratica negli ultimi anni) gli studi di Richard Stewart e dei suoi allievi negli Stati Uniti e quelli in Italia di Sabino Cassese e della sua scuola hanno posto l’accento su quello che – cito da uno degli ultimi libri di Cassese – possiamo definire come “lo spazio giuridico globale”. L’indirizzo di studi che ho appena evocato muove dall’analisi attenta delle trasformazioni in atto nell’ambito dell’economia mondiale: registra i limiti crescenti, strutturali dei governi nazionali nel controllo delle rispettive economie, prende atto della dilatazione su scala planetaria dei mercati, studia la dislocazione delle imprese e delle produzioni, la dimensione plurinazionale ormai assunta dalla maggior parte delle grandi istituzioni economiche, analizza acutamente il progressivo trasferimento di decisive competenze dello Stato nazionale a vantaggio di dimensioni di governo sopranazionali ed ultrastatali.

Ne deriva – ci avvertono questi studiosi – la perdita del centro, o di quelli che erano un tempo i centri dell’economia. Una moltiplicazione diffusa e incontrollata di organismi ultrastatali a carattere settoriale (secondo dati recenti sarebbero oggi nell’ordine di circa duemila), di organizzazioni non governative, di alleanze e organismi espressi su scala sopranazionale dalla civil society (secondo alcune stime sarebbero circa 44 mila). Un inestricabile groviglio di poteri interagenti fra loro e con le istituzioni statali, la cui missione varia anche sensibilmente: da funzioni meramente regolative a compiti arbitrali (con spiccata coloritura giurisdizionale), a compiti programmatori. E i cui poteri possono essere più o meno cogenti, dotati di maggiore o minore intensità, ma tendono irresistibilmente ad affermarsi rispetto alla rete dei vecchi poteri, allocati negli enti statali e sub-statali.

Qual è la natura di questi nuovi poteri? Sono pubblici, parapubblici, delegati ad esercitare funzioni pubbliche? O privati, formati da grandi interessi privati di dirimere gli incagli del libero mercato? O pubblici e privati insieme, anfibi, ambiguamente antropomorfi?

Un diritto sovrastatale, composto di un originalissimo mix tra istituti e blocchi normativi di diversa (spesso opposta) provenienza nazionale, nutrito corposamente da quello che potremmo definire come il nuovo, vincente diritto degli affari e degli scambi, governa oggi quella che Cassese chiama “l’arena globale”.

Un sistema di regole, in genere non scritte in leggi ad hoc però, ma consolidato via via in principi universalmente riconosciuti grazie all’opera di una giurisprudenza pratica di fonte variegata assicura il funzionamento dell’economia globale. I giudici (i tanti tribunali e corti che si formano nei vari settori e che tendono letteralmente a dettar legge su scala sovranazionale) sono i veri protagonisti di un diritto nuovo (“un diritto  mite”, lo ha anche chiamato Gustavo Zagrebelsky) destinato forse a prevalere sulle forme troppo indurite, poco flessibili ed autoritarie (nel senso di riconoscere autorità certe e universalmente legittimate) tipiche del diritto tradizionale degli Stati. 

In ogni caso lo Stato – ed è questo il punto che qui mi interessa soprattutto evidenziare – “non è più il protagonista assoluta della scena giuridica”[1].

Non voglio diffondermi di più su questa fondamentale trasformazione che caratterizza e sempre più caratterizzerà la nostra epoca. Avverto, naturalmente, che tutto, in questo scenario, è ancora in gioco: e dunque non è detto che il vecchio non possa sopravvivere al nuovo, che non trovi con esso (come del resto accade di norma nei grandi mutamenti storici) forme accettabili di compromesso; che – persino – non possa confermarsi come vincente e sopravvivere per un periodo di tempo apprezzabile. Quello che qui si vuole indicare è una tendenza in atto, non uno stato di fatto. Ma è una tendenza che già produce le sue nuove regole e le istituzioni preposte alla loro applicazione. Non c’è ancora un ordine giuridico globale – come ci dicono bene i giuristi – ma è certo che ampie zone dell’ordinamento vivono oramai in questa nuova dimensione.

La trasformazione è così radicale e pervasiva da porre una serie di interrogativi anche per quanto concerne i processi di produzione, elaborazione e conservazione della memoria. Di quella singola come di quella collettiva.

Consideriamo infatti per un attimo le modalità attraverso le quali questo complesso intreccio di istituzioni (le istituzioni dell’economia globale) deposita ogni giorno in atti più meno ufficiali la traccia della sua attività quotidiana. Guardiamo alla natura di questa miriade di documenti (accordi tra privati piuttosto che norme degli Stati, sentenze di corti sovranazionali piuttosto che direttive governative, lodi arbitrali tra privati piuttosto che atti di emanazione pubblica, semplici decisioni interne di grandi multinazionali piuttosto che ordinanze del potere statale). Guardiamo al loro contenuto e all’estensione priva di confini che ne caratterizza l’applicazione. Interroghiamoci sul nesso tra questa documentazione e la sua origine e provenienza.

Si profila dinnanzi ai nostri occhi una modalità di produzione del documento le cui caratteristiche sono le seguenti:

a)    il documento non sempre ha un unico ente produttore (un unico autore) ma quasi sempre deriva dal concorso simultaneo (e sottolineo questo aggettivo) di più enti o soggetti, che dialogano tra di loro in tempo reale e producono l’atto secondo un processo multiplo e condiviso. Difficile attribuirne la paternità ad uno solo di essi. La maggior parte di questi documenti della globalizzazione (come anche potremmo chiamarli) è di natura plurima e contestuale, ha molti padri simultaneamente e si forma nell’inestricabile intreccio di più emittenti;

b)    gli autori del documento possono essere e spesso sono dislocati territorialmente in punti diversi, fisicamente anche molto distanti tra loro: il documento perde la sua radice nel contesto territoriale e si forma nell’etere, in uno spazio non identificabile, non più fisicamente determinabile;

c)    la sede nella quale il documento viene concorsualmente elaborato, attraverso un’attività emendativa anche minuta messa in opera contestualmente da parte di tutti i soggetti che vi sono implicati, è infatti sempre più spesso una sede informatica, della quale bisognerà intanto notare che per definizione (allo stato attuale delle tecnologie, per o meno) è inadatta alla conservazione della memoria per quanto attiene i vari stadi dell’elaborazione (i “cancella”, i “taglia e cuci” che ne segnano la progressiva, subitanea evoluzione verso la forma definitiva).

Nel suo ultimo libro Sabino Cassese evoca alcuni casi che fanno riflettere. Uno per tutti.

A Bombay, nel 2002, un grande progetto di trasporto urbano viene finanziato dalla Banca Mondiale. Concorrono alla sua realizzazione per lo meno tre livelli istituzionali differenti, dislocati in luoghi diversi: lo Stato che redige il piano, la Banca che lo finanzia, le autorità locali che lo eseguono. Ma il progetto ha un elevato costo sociale, comporta il trasferimento di un cospicuo numero di persone. Gli abitanti della zona, riuniti in due associazioni, scoprono che presso la Banca Mondiale esiste un organo (si chiama Inspection Panel) al quale i cittadini in casi simili possono rivolgersi. Il Panel studia il caso e poi rivolge le sue raccomandazioni alla Banca Mondiale, esercitando una funzione che potremmo definire – con Cassese – “paragiurisdizionale”: sente le parti lese, la controparte, poi emette una decisione. La Banca deciderà, in base all’expertise del Panel, se confermare o no il finanziamento o se accompagnarne l’erogazione con condizioni atte ad evitare l’impatto sociale sui cittadini. L’autorità locale non potrà eseguire il piano se non con l’assenso e sotto la supervisione dell’autorità sovranazionale.

Cassese insiste sul caso per mostrare come un ordinamento giuridico superiore, dotato di una propria normazione, di amministrazione e – in certo senso – di giurisdizione possa penetrare in un ordinamento diverso, statalnazionale, e determinarvi degli effetti.

Non è certo, questo, un profilo secondario, anche ai nostri fini. Ma a me interessa però ragionare su un altro versante: qui la memoria, inevitabilmente, si  tripartisce, con connessioni e innesti evidenti tra l’uno e l’altro piano. Quel che conta, al di là dell’azione dei singoli soggetti nei vari livelli, è la loro interazione, la loro reciproca collaborazione (o, eventualmente, il loro conflitto) al fine di realizzare l’opera pubblica. Quel che rileva non è l’azione separata e consecutiva nel tempo dei tre soggetti coinvolti, ma la loro interazione.

Si pone anche – voglio aggiungere – un ulteriore profilo: sinora le politiche locali, quelle radicate nei territori, sono state appannaggio dei soggetti locali,  o se vi sono state interferenze nazionali queste sono state filtrate da chi nel territorio operava e del territorio rappresentava le istanze. Ma nella nuova dimensione (nel caso di Bombay, ad esempio) la presenza dell’organismo nazionale e di quello sopranazionale è immanente, e richiede alla fine un  concorso plurimo alla decisione finale. Tutto si complica, insomma, anche sul fronte del locale.

Il tessuto delle istituzioni del futuro sarà, per l’appunto, sempre più caratterizzato da forme simili di interazione, per di più non necessariamente nella forma dell’atto scritto (già dominano il campo le conferenze via internet, magari tra paesi e continenti diversi) . Le attività pubbliche (e quelle private incidenti sulla collettività) si svolgeranno (già si svolgono) nell’ambito di reti interattive, nelle quali nessuna istituzione sarà di per sé autonoma e dominante del proprio campo, perché i campi di ciascuna saranno continuamente intersecati dall’iniziativa delle altre. Questo è lo scenario del futuro, e a me sembra che questa grande trasformazione non possa riuscire senza effetti sull’organizzazione e sulla gestione della memoria.

Mi domando infatti: la crisi in atto della sovranità nazionale degli Stati, sempre più condizionati dall’erosione dei loro poteri tradizionali a vantaggio di organismi sopranazionali (il caso più facile da evocare è quello delle istituzioni europee) comporterà o no una revisione dei nostri tradizionali parametri di gestione della memoria?

E specularmene: la progressiva ritirata degli Stati a vantaggio di forme federative di organizzazione dei poteri pubblici, con crescente protagonismo delle Regioni e delle reti degli enti locali, si rifletterà o no sulle modalità organizzative di conservazione della memoria?

A me sembra che ad entrambe queste domande si debba rispondere affermativamente. Mi sembra cioè (e riprenderò poi il punto discutendo di verticalità o orizzontalità del sistema archivistico nazionale) che se cambia il riferimento istituzionale, se si modificano così radicalmente i modi di produzione della documentazione pubblica o di interesse pubblico, se mutano i tracciati attraverso i quali i documenti circolano e sortiscono i loro effetti, tutto ciò non possa non produrre conseguenze sul sistema specifico della conservazione, e dunque sullo stesso sistema degli archivi. Può darsi – lo dico un po’ provocatoriamente, e me ne scuso – che l’età della globalizzazione richieda un altro modello organizzativo della memoria e – chissà? – forse anche un altro sistema degli archivi.

 

2. Poteri pubblici e interessi privati: diritto pubblico e diritto privato

Cambia, anche, e profondamente, il linguaggio delle istituzioni. Nella tradizione che abbiamo alle spalle, pur con precoci e non irrilevanti eccezioni, le istituzioni hanno parlato essenzialmente con i concetti e nelle forme del diritto pubblico. In Paesi come il nostro, a tradizione francese,  con quello del diritto amministrativo.

Non dico nulla di particolarmente inedito se affermo che la crisi del diritto amministrativo come diritto dello Stato è in atto da molti anni; che la frammentazione dei poteri pubblici è uno dei problemi cruciali, in Italia come altrove, degli ordinamenti contemporanei; che lo Stato, da ente unitario, monumentale, granitico, è andato progressivamente trasformandosi già nel corso del Novecento sino a generare un complesso di figure ibride, che in passato abbiamo classificato come amministrazioni parallele: gli enti pubblici nazionali tra età liberale e fascismo, poi le società per azioni miste (o partecipazioni statali), poi ancora – in un processo che ha visto prevalere sempre più il policentrismo sul vecchio centralismo – le forme nuove e nuovissime dei poteri indipendenti.

E’ interessante notare (interessante anche dal nostro specifico punto di vista) che queste profonde trasformazioni strutturali non hanno prodotto, in particolare in Italia (ma in genere nei Paesi dell’Occidente), una riduzione fisica dello Stato, un suo arretramento rispetto alla società. Anzi, il contrario: i dipendenti pubblici sono passati da circa il 10% della forza lavoro ad un quarto dell’intero esercito lavorativo, e la spesa pubblica si è accresciuta dappertutto in modo sensibile.

Quello che è cambiato non è la presenza dello Stato, la sua corposa (alcuni dicono ingombrante) immanenza sulla società. Piuttosto le forme di quella presenza. Per farla breve, e venire subito a ciò che ci interessa: di fronte ai compiti sempre più complessi della attività di governo, lo Stato sceglie sempre più frequentemente le forme agili e consensuali del diritto privato piuttosto che quelle rigide e unilaterali del diritto pubblico. Dunque conferenze di servizi, accordi (talvolta

postulati in legge), tavoli di consultazione o di decisione tra soggetti sia pubblici che privati.

I poteri pubblici – ci ricorda ancora una volta Cassese – agiscono sempre di più con tecniche e metodi analoghi a quelli del mercato[2].  

Si afferma dunque, anche in questo senso, un modello amministrativo nuovo, che potremmo definire reticolare. Vi  concorrono, a pari condizione e con eguale legittimazione, soggetti pubblici, dotati di una specifica rappresentanza generale, ed altri soggetti, privati, portatori di interessi sezionali cui lo Stato evidentemente riconosce rappresentanza. Gli uni e gli altri concorrono a determinare politiche di settore, politiche territoriali, ma anche politiche generali. La forma leggera dell’intesa, del lodo, del patto, prevale su quella pesante della legge.

Sotto questo profilo la rilevanza pubblica dei soggetti privati è pari a quella dei loro interlocutori pubblici. Il concetto stesso di istituzione (concetto molto controverso oggi) ne viene – come dire? – problematizzato. Sino ad ora istituzione pubblica è stata, per unanime definizione, lo Stato, gli enti cosiddetti minori, gli enti istituiti dallo Stato e dotati implicitamente di una loro specifica missione statale. Ciò in tutti i manuali di diritto pubblico del secolo scorso. Ma oggi, in presenza di simili profonde modifiche storiche,  viene da pensare che una grande impresa, nazionale o ancor più multinazionale, che eserciti un ruolo di co-governo su ampie porzioni del territorio condividendo patti territoriali, programmazioni di lungo respiro, responsabilità generali, non  è da considerarsi meno “istituzione” dei soggetti pubblici propriamente detti. Vengono cioè in rilievo organizzazioni di origine e natura privatistica che lo Stato dota di autorità pubblica; e altre che comunque concorrono in modo determinante alle decisioni collettive.

Ne deriva una messa in dubbio del sistema archivistico dello Stato così come lo abbiamo conosciuto in Italia: sistema glorioso, forte di un prestigio accumulato nel passato, ma corrispondente al suo apparire e radicarsi ad un altro modello di Stato centralistico, e soprattutto ad un diverso assetto dei rapporti tra autorità pubblica e privati. 

3. Orizzontale o verticale: come cambiano le gerarchie 

Se dovessi esprimere con una sola immagine quel che sta avvenendo nel tessuto delle istituzioni (non solo in Italia ma su scala sopranazionale) direi che stiamo passando da modelli di organizzazione del potere essenzialmente caratterizzati per gerarchie verticali (piramidali, si dice sempre dell’amministrazione italiana quando se ne vuole descrivere l’assetto primigenio perpetuatosi dall’Ottocento) a modelli di tipo orizzontale (o, con un aggettivo che già mi è capitato di utilizzare, reticolare).

Personalmente penso che questa trasformazione non sia scissa da quanto va accadendo più in generale alla nostra cultura, all’intero mondo delle nostre relazioni, su scala planetaria. Per dirla in una battuta, e quindi rozzamente (del che mi scuso in anticipo) la caduta del sistema a celle separate che caratterizzava sino a questo secolo le nostre culture nazionali (e che separava quella occidentale dalle altre nel mondo) produce inevitabilmente una circolazione innanzitutto culturale tendenzialmente sovversiva rispetto alle antiche gerarchie. A ciò concorre potentemente l’orizzontalità strutturale insita in Internet, il procedere non più per filiere verticali (dal generale al particolare, dal più al meno importante, dal centro alla periferia) ma per progressivi link e associazioni di concetti per così dire “liberi”, senza schemi preordinati che obblighino la navigazione secondo percorsi autoritariamente fissati.

Il punto non è affatto secondario, per il discorso che sto sforzandomi di sviluppare. Negli anni scorsi ho seguito con molto interesse il tentativo di Archivi del Novecento (una rete di archivi non statali di grande rilevanza culturale) di dotarsi di un lemmario (anche i termini qui sono significativi: siamo nel linguaggio dei bibliotecari, non più in quello degli archivisti) in base al quale poter navigare orizzontalmente gli archivi raccolti nella rete. Dunque parole chiave (come siamo abituati tutti a fare tutti i giorni su Google), nessi, nomi e cognomi, date, eventi clou, soggettazioni. Abituati come siamo (io per primo) a consultare gli archivi a seconda della classificazione dei documenti per ente di produzione, ripercorrendo il tracciato istituzionale e gerarchico dell’amministrazione come via maestra da non mai tradire, confesso che la scoperta di questo nuovo modo, assai simile a quello di chi legga un grande volume aiutandosi con l’indice dei nomi e degli argomenti, può apparire (anche a me è apparso) alquanto sovversivo. Ma – mi domando – non viene da questa e da altre simili esperienze un suggerimento molto pertinente per quanto riguarda la nuova situazione della memoria nell’età delle reti e della globalizzazione? Non sarà questo il metodo più idoneo di consultazione (o almeno uno dei metodi), in un tempo nel quale il documento sarà prodotto sempre più in modo plurimo e nell’ambito di reti sempre più complesse e reciprocamente interattive?

La struttura tradizionale degli archivi di Stato – uno per provincia, secondo il presupposto che le istituzioni si diramano dal centro in periferia in modo lineare e geometrico – ed uno detto appunto “centrale” al centro, per la documentazione del Governo e latamente dello Stato – non corrisponde più agli assetti e al funzionamento concreto delle istituzioni. Non agli assetti, perché già la riforma del Titolo V della Costituzione ne ha fatto da tempo saltare il presupposto ideologico-normativo; ed oggi gli sviluppi federalistici (per quanto confusi e contraddittori) rischiano di vanificarne il riferimento puntuale al territorio. Non al funzionamento, perché le politiche pubbliche (come si è detto) si  dipanano secondo modalità e con il coinvolgimento di soggetti assai differenti da quelli presupposti da quel modello organizzativo. Crescono viceversa le reti locali (ne parlerò brevemente tra un attimo, concludendo), e in esse troviamo archivi e talvolta biblioteche insieme, in una felice sinergia e comunanza di intenti e di metodologie che dice molto sulla presunta separazione dei saperi disciplinari e delle professioni.

Bussano alla porta domande non più eludibili. Ne formulo una, per tutte: chi censisce oggi, chi conserva, chi preserva i siti Internet? Chi si cura della effimera memoria (eppure è decisiva per la storia dei nostri giorni) che si svolge quotidianamente, direi istantaneamente sul web? Chi conserva i siti governativi nella loro evoluzione, registrandone sviluppi e cancellazioni? Chi i siti dei partiti, quelli istituzionali, quelli delle grandi organizzazioni e associazioni? Esiste – lo sappiamo tutti – un benemerito sito statunitense che svolge questo prezioso ruolo su scala mondiale, ma non sarebbe opportuno che in Italia l’amministrazione archivistica, a questi scopi preposta, si ponesse il problema?

 

4. Reti lunghe e reti corte: ancora globale e locale

Ho lasciato per ultimo il tema forse più interessante di tutti. Perché nell’epoca della globalizzazione, per un quasi paradosso di quelli che spesso ci riserva il cambiamento storico, insieme alla dimensione planetaria cresce la rilevanza del locale, il protagonismo della comunità radicata sul territorio, il senso e il bisogno dell’identità.

Non è una domanda da trascurare né tanto meno da liquidare come il residuo nostalgico e conservatore di vecchi piccoli mondi sul viale del tramonto. La rilevanza del locale è l’altra faccia, necessaria e ineliminabile, dell’avvento del globale. E nell’identità (nelle radici, come si usa dire) risiede un elemento di forza e di collante sociale e culturale senza il quale i processi della globalizzazione rischierebbero di abbattersi come devastanti ondate sulle società contemporanee, e di travolgerle. Identità dunque come ricerca del proprio specifico punto di vista per partecipare alla storia nuova del mondo. Identità come apertura, non mai chiusura conservativa, al nuovo che avanza. E dunque come integrazione, contaminazione reciproca, comprensione della diversità.

Le istituzioni culturali possono trovare in questo specifico terreno il senso della loro nuova missione. Non per esaltare le presunte glorie delle nostre spesso inesistenti e velleitarie piccole patrie, ma per portare in evidenza le radici della nostra stessa grande storia nazionale (che si compone di molte storie locali) e rafforzare con il senso del passato le ragioni di una navigazione sicura nel mare aperto della società globalizzata.

Dunque bisogna insistere sulle reti corte, accanto alle reti lunghe della globalizzazione. Potenziare l’alleanza sul territorio delle istituzioni che vi insistono e dei soggetti privati che possono essere attirati nel circuito. Censire la memoria locale sistematicamente, non sotto la forma dell’archivio dei cimeli naturalmente, ma potenziando la tradizione in funzione della costruzione di identità moderne, nuove, adatte al mondo che cambia.

Ci vuole una bussola, in tutto questo. Un disegno nazionale unitario, confortato dall’alleanza dei poteri che rappresentano il territorio. Il centocinquantenario potrebbe (starei per dire: poteva) esserne l’occasione. Occorrono però mezzi, spesa oculata, adeguate risorse umane e professionali. Gli archivi senza archivisti non possono funzionare. Le biblioteche senza bibliotecari nemmeno.

E’ un compito difficile insomma, che dovrebbe spettare innanzitutto alla politica, se la politica avesse la consapevolezza del proprio ruolo. Ma che in larga parte spetta anche alle istituzioni in rete nelle regioni, secondo modelli che del resto qui in Emilia già sono praticati, e con risultati che giudico virtuosi. Personalmente ho avuto l’onore i partecipare al progetto pilota , qui a Bologna, della “Città degli archivi” e di apprezzarne tutta la portata innovativa.

Una vera politica delle istituzioni culturali, dunque. Che guardi alle grandi trasformazioni in atto e si attrezzi, anche coi necessari mutamenti organizzativi alle necessità che ne derivano. Che superi la dicotomia pubblico/privato, consapevole dell’esistenza ormai di reti che unificano e intersecano i due campi. Che non abbia timidezza nel mettere in discussione metodologie e linguaggi tradizionali quando la natura delle nuove fonti lo richieda. Che ragioni in termini di alleanza coi poteri locali sui territori, alternando le reti lunghe alle reti corte e potenziando il fronte della conservazione anche dal punto di vista decisivo (non ne ho trattato qui) della sua alimentazione finanziaria in tempi di finanza di crisi. Che miri a formare una nuova generazione di professionisti delle fonti adatta a gestire il patrimonio della vecchia e della nuova documentazione. Che, infine, guardi all’uso sociale delle istituzioni culturali, che non le concepisca solo come sedi della ricerca (che pure è un uso essenziale, senza il quale queste istituzioni morirebbero: voglio qui ribadirlo) ma ne legittimi l’esistenza (e i costi sociali) attraverso opportune politiche di apertura al pubblico.

Come si va facendo, come si fa quotidianamente in tanti archivi italiani, pubblici e privati, a prezzo di sacrifici spesso eroici, grazie alla cultura, all’intelligenza ed alla disponibilità e passione di tanti operatori.

Senza i quali – e questa è proprio la battuta finale – nulla di quanto ho detto sarebbe possibile, tutto sarebbe vano.  

 


[1]  Così S. Cassese, Il diritto globale cit., p. 31.

[2] S. Cassese, La crisi dello Stato, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 98.

29.09.2009

Intervento sul Disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 103 del 2009: Disposizioni correttive del decreto-legge anticrisi n. 78 del 2009 – (A.C. 2714) (seguito della discussione)

Signor Presidente, mi consenta, come hanno fatto altri colleghi, di esprimere anche io lo sconcerto per come si sta svolgendo il dibattito, con mezzo Parlamento del tutto assente – solo l’onorevole Contento, che saluto, è presente, e questo aumenta la mia stima per lui – con la consapevolezza dell’inutilità di questo dibattito, perché naturalmente tutti sappiamo che incombe la solita scure della fiducia. Secondo i miei calcoli, sarebbe la venticinquesima o la ventiseiesima volta. Ma che modo di legiferare è questo, con più di due questioni di fiducia al mese in un anno, se si deducono i mesi di agosto, con soli decreti-legge, con un’iniziativa di parte parlamentare praticamente azzerata, con provvedimenti di traduzione in leggi omnibus, nelle quali, come fossero vagoni vuoti, si mette di tutto e talvolta il contrario di tutto, con errori che vengono sanati da successivi decreti-legge e poi magari sanati da altri decreti-legge ancora? Come si può pensare di legiferare in questo modo e poi meravigliarsi che il ruolo del Parlamento subisca una così drastica riduzione nella stima dell’opinione pubblica del Paese?
Signor Presidente, noi presentiamo un breve ma significativo emendamento, che mira ad evitare che lo scudo fiscale, cioè la grande sanatoria, possa estendersi anche all’articolo 10 del decreto legislativo n. 74 del 2000, quello che punisce chi, al fine di evadere, occulta o distrugge le scritture contabili e i documenti. Ma sappiamo benissimo che si tratta soltanto di un debolissimo tentativo di reazione. Sappiamo bene che è un po’ come il bambino della favola, che teneva il suo piccolo dito nel foro della diga per impedire l’alluvione. Ma qui l’alluvione, lo straripamento e il travolgimento dello Stato di diritto è già in atto con questo decreto-legge che ci avete ammannito nel corso della legislatura. Lo chiamate scudo fiscale, ma io ieri sera in quest’Aula l’ho chiamato coperta, coltre, corazza fiscale, per impedire lo sguardo indiscreto dei giudici in tutta una serie impressionante di reati.
Non condivido il ragionamento che sta alla base di questo provvedimento, cioè che, se si sana il reato principale, approvando lo scudo fiscale, come l’abbiamo approvato, ahimè, a luglio, poi dobbiamo sanare tutti i reati corollario, cioè i reati commessi per mascherare il reato principale. È una ben curiosa teoria questa!
Ieri ho chiamato questa teoria con la denominazione di reati a grappolo, un po’ come gli acini dell’uva: li si mangia tutti, finché non resta soltanto il raspo. Ci sarà pure una ragione, signor Presidente, se in nessun altro Paese del mondo lo scudo fiscale è così esteso ed è, soprattutto, così anonimo: configura un condono così tombale da far parlare a buon diritto, secondo me, di amnistia mascherata.
Vi sarà una ragione se gli altri Paesi, Paesi liberali, garantisti – non parlo certamente di socialismo reale, posto che esista ancora da qualche parte del mondo – prevedono misure molto più caute nel consentire a questi capitali evasi di rientrare.
Per questo siamo contrari, perché si porta qui l’ennesimo colpo alla credibilità dello Stato di diritto. Bisogna stare molto attenti a demolire le regole: le regole sono il fondamento della convivenza civile. Non è detto che il fatto che le elezioni o i sondaggi elettorali premino chi distrugge le regole, ci garantisca che poi il problema viene risolto. Non è detto che, dopo aver distrutto le regole, non ci ritroviamo di fronte alle gravissime conseguenze di questa distruzione. Temo che sarà molto difficile in questo Paese ritornare a uno stato normale, in cui le regole fondamentali che ci siamo lasciati alle spalle, che, ad una ad una, stiamo distruggendo, e i ponti che, ad uno ad uno, stiamo facendo saltare alle nostre spalle potranno essere ricostruiti. Per questo siamo contrari a questo provvedimento e per questo ci lamentiamo che si voglia porre la fiducia su di esso.

Atto Camera

28.09.2009

Intervento sul Disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 103 del 2009: Disposizioni correttive del decreto-legge anticrisi n. 78 del 2009 – (A.C. 2714) (Approvato dal Senato)

 Signor Presidente, mi permetto di iniziare questo breve intervento con una considerazione generale sul modo di legiferare al quale ci ha abituato ormai questa maggioranza. Abbiamo più volte stigmatizzato questo procedere per continui decreti-legge, imposti a forza di fiducia, onnicomprensivi e disordinati nella loro articolazione interna e spesso seguiti, anche a causa della loro mediocre fattura, da correzioni e aggiustamenti precipitosamente contenuti in successivi provvedimenti tampone, approvati in tutta fretta. Si configura – mi pare – una modalità di legislazione inedita nella storia italiana, che non esiterei a definire concitata e insieme alluvionale, gravemente imperfetta dal punto di vista della stessa tecnica legislativa, e foriera, come già si vede nelle sue prime applicazioni in questo biennio 2008-2009, di frequenti problemi interpretativi, talvolta di ardua soluzione.
Nel caso di questo decreto-legge n. 103, tuttavia, siamo, a mio avviso, persino oltre questo ordine di difetti. Il provvedimento viene presentato – così si dice almeno – come fosse un intervento necessario e doveroso per evitare le conseguenze negative connesse all’entrata in vigore dell’imperfetto e lacunoso decreto-legge del luglio scorso. Di tali conseguenze – peraltro oggetto in parte dei rilievi dallo stesso Presidente della Repubblica – avevamo a suo tempo già avvertito il Governo e la maggioranza, restando, come nella prassi costante di questi due anni, puntualmente inascoltati.
Ebbene, errare è umano, cari colleghi della maggioranza, correggersi è lecito, anzi è doveroso. Accade, però, che voi giocate qui l’antico gioco delle tre carte, perché il provvedimento, presentato come un rimedio ad errori pregressi – e in effetti abbrevia come richiesto dal Quirinale il periodo di franchigia concesso agli evasori – improvvisamente, in virtù dell’arroganza del Governo, si trasforma, in sede di conversione e grazie al solito emendamento in corso d’opera, in qualcos’altro. Diventa, con netto aggravamento della precedente versione, una vera e propria amnistia mascherata. Prende forma infatti – e di questo stiamo discutendo – un nuovo strumento, esteso adesso anche alle società partecipate o collegate all’estero, che introduce la non punibilità di serie di reati societari, a cominciare dal falso in bilancio, e che elimina, per le condotte che portano al rimpatrio di capitali, l’obbligo della denuncia delle operazioni sospette, in un momento particolarmente delicato, peraltro, di contrasto al terrorismo internazionale e alla criminalità organizzata.
Ho partecipato alla discussione del decreto-legge in esame in Commissione giustizia, sottoscrivendo con i colleghi del Partito Democratico il parere contrario di minoranza. Il relatore, l’onorevole Contento, un collega del quale ammiro la competenza giuridica, ha svolto una relazione un po’ imbarazzata (mi è sembrata) nei toni, nella quale – mi perdonerà l’onorevole Contento se semplifico per ragioni di stringatezza, ma il senso è stato questo – ha sostenuto che l’ampliamento del numero di reati penali esclusi dalla punibilità è quasi una conseguenza obbligatoria del decreto-legge di luglio giacché, una volta approvato a luglio lo scudo fiscale – e il Parlamento, purtroppo, lo ha approvato, sia pure a colpi di fiducia – è adesso giocoforza sanare anche quei reati che potrebbero essere stati commessi per celare il trasferimento illecito di capitali all’estero e quindi il falso in bilancio, commesso per mimetizzare il reato principale, o altri reati ugualmente classificabili come necessari al compimento del reato maggiore.
Una logica singolare, signor Presidente, e molto originale che chiamerei la logica dei reati corollario o dei reati a grappolo nei quali, come gli acini dell’uva, uno tira l’altro sino a lasciare sul piatto solo il raspo. Tale logica, se portata alle sue estreme conseguenze, introdurrebbe nell’ordinamento giuridico italiano un principio aberrante, che non ha eguali in nessun ordinamento di Paese civile, né in Europa né altrove, dall’incalcolabile portata distruttiva.
Inoltre, vi è una tecnica legislativa distorta e non compatibile con le finalità della decretazione d’urgenza, come abbiamo anche scritto nel parere contrario, tanto più che un’analoga esclusione di punibilità era stata già ampiamente dibattuta e superata in fase di discussione parlamentare del decreto-legge n. 78 del 1o luglio 2009 e aveva limitato gli effetti estintivi dell’emersione delle attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero ai reati di infedele o omessa dichiarazione dei redditi.
Ecco dunque, signor Presidente, quello che accade. Lo scudo fiscale, già di per sé molto opinabile perché concepito nel provvedimento di luglio come un condono tombale a costo praticamente zero per gli evasori e che non trova eguali in nessun altro Paese europeo, si trasforma e diventa ora una coperta fiscale e non più uno scudo, una coltre fittissima, una corazza fiscale che nessuno – e soprattutto nessun giudice – potrà più penetrare. Diventa un’amnistia tombale su una serie impressionante di reati finanziari, con effetti di stravolgimento del diritto che sono facilmente intuibili a tutti e che i miei colleghi, in precedenza, hanno ampiamente trattato.
Che messaggio diamo al Paese con un simile provvedimento? Stiamo dicendo ai tanti che pagano puntualmente le tasse e che osservano scrupolosamente le leggi – e ve ne sono tanti, nonostante gli esempi che vengono, ahimè, dall’alto – che la legge in Italia non è uguale per tutti o che, come nel celebre aforisma di Flaiano, l’Italia è il Paese del diritto, sì, ma anche, sempre e puntualmente, la patria del rovescio. Diciamo – e cito ancora dal parere di minoranza della Commissione giustizia – che d’ora innanzi si possono impunemente sovvertire i principi che regolano la materia tributaria e il diritto penale dell’economia, che si può premiare non solo chi non ha rispettato le regole, omettendo di dichiarare patrimoni e attività finanziarie detenute all’estero, come sembrava fosse lo scopo iniziale dello scudo, ma anche chi è stato più furbo e ha fraudolentemente posto in essere attività di elusione del principio contributivo.
Gli effetti sono disastrosi (vorrei dirlo senza nessuna enfasi, perché non è necessario enfatizzare in quanto le norme che ci proponete parlano da sole). Viene così vanificata tutta la normativa sul contrasto ai patrimoni mafiosi e, in particolare, la disposizione che riguarda l’elusione dell’articolo 41 del decreto legislativo n. 231 del 2007, concernente la segnalazione di operazioni sospette in materia di antiriciclaggio e finanziamento del terrorismo. Vengono tradite in merito tutte le indicazioni tassative delle Autorità europee. Si introduce, per di più nella garanzia del completo anonimato degli evasori, un’amnistia che coprirà non solo i reati tributari e le violazioni contabili, come il falso in bilancio, ma anche i reati di riciclaggio e si estenderà perfino a quelli di corruzione. Vi è anche, come hanno detto molti altri colleghi, per primo l’onorevole Zaccaria questo pomeriggio, un profilo che attiene alla legittimità costituzionale del provvedimento, perché un’amnistia mascherata di queste proporzioni e indiscriminata, in base all’articolo 79 della Costituzione, può essere concessa solo con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera. Nel provvedimento in esame rischiamo, invece, di introdurla con un provvedimento minore presentato, con molto understatement, sotto le false vesti di un adeguamento quasi tecnico di norme già in vigore, di soppiatto e furtivamente.
Viene da chiedersi quale filosofia di fondo e quale linea programmatica ispirino il Governo e la maggioranza. Infatti, il Governo da una parte proclama ai quattro venti, in sede di G8, di volersi impegnare nella lotta ai paradisi fiscali e, dall’altra, mette in cantiere condoni tombali di queste proporzioni, offrendo all’evasione ponti d’oro e soprattutto discrezione assoluta. Questo è il punto. Al di là dell’opinabile scelta dello scudo soprattutto colpiscono, nel nostro caso, le condizioni di vantaggio particolari e speciali che vengono offerte in Italia a chi viola le leggi dello Stato. Colpisce, come dimostrano studi di questi giorni che hanno riportato i giornali, che a fronte di altri Paesi europei e degli Stati Uniti, che hanno adottato analoghe misure anticrisi, siamo gli unici che garantiscono ai loro destinatari questo anonimato assoluto a costi di rientro tanto irrisori.
Per sanare cento euro di capitali evasi e detenuti all’estero in Inghilterra o negli Stati Uniti si pagano 50 euro; da noi al massimo cinque, più probabilmente uno. Negli Stati Uniti la denuncia è volontaria e non garantisce immunità quando il reddito deriva da fonti o attività illecite. In nessun altro Paese è previsto l’anonimato.
Ovunque l’evasore deve comunicare i suoi dati, gli estremi dei suoi conti e le modalità impiegate per evadere. In Francia si pagano gli interessi, le imposte pregresse, le relative sanzioni amministrative fino all’80 per cento delle imposte evase in taluni casi e comunque, in genere, almeno il 15 per cento.
Nel Regno Unito è prevista addirittura la pubblicazione dei nomi degli evasori che hanno commesso gli illeciti più rilevanti. Immagino cosa direste, colleghi, se una simile misura fosse adottata in Italia, quali principi di garantismo liberale e quale enfasi sulla tutela della privacy scomodereste (a sproposito naturalmente) se facessimo anche noi in Italia come gli inglesi.
In Italia, purtroppo, all’evasione con questo provvedimento abbiamo costruito un’autostrada a quattro corsie, consentendo di non pagare alcun pedaggio. Lasciamo che rientrino tutti a fari spenti, per andare chissà dove, a fare chissà quali speculazioni, riciclando danaro proveniente da chissà quali origini.

Atto camera

02.09.2009

Relazione introduttiva al seminario dei quadri del territorio, Mozione Barracciu, Sassari

Cari amici e compagni, o – come ci dovremmo abituare a dire secondo il suggerimento di Romano Prodi – care democratiche e democratici, la riunione di questo pomeriggio ha un particolare valore, perché segna per noi l’avvio di una breve ma intensa fase congressuale nella quale non solo dobbiamo cercare di vincere, ma dobbiamo più ambiziosamente puntare a costruire il partito che vorremmo in tutta la Sardegna.

Il congresso del Pd, infatti, lungi dall’essere l’occasione di uno scontro interno di potere, vuole e deve essere essenzialmente un confronto tra diverse visioni della situazione italiana e tra differenti modelli di partito. Un momento pratico di costruzione del Pd che ancora non c’è e che vorremmo si realizzasse (si cominciasse a realizzare) nelle prossime settimane.

Se sarà questo, se si manterrà – come noi vogliamo che sia – nei limiti di una civile competizione su progetti concorrenti, non c’è dubbio che questa fase costituirà la terapia per il rafforzamento del partito e per la ripresa della nostra iniziativa all’interno della situazione italiana  e sarda.

1. Il partito che vogliamo è quello dei cittadini (e degli iscritti) e non il contrario

Il partito che vorremmo lo abbiamo descritto, a mio avviso felicemente, nella mozione Barracciu.

E’ esattamente il partito per il quale molti di noi, e fra tanti anche io, abbiamo scelto di fare politica e di farla nel nuovo soggetto nato con l’Assemblea Costituente. Il Pd non è un partito come tutti gli altri. Nasce da una riflessione profonda, direi storica, sulla crisi del modello partito alla fine del Novecento e sulla consapevolezza che occorre cambiare profondamente non solo e non tanto i contenuti dei programmi politici ma il modo stesso di fare politica, l’approccio della politica nei confronti dei bisogni e delle domande della società civile. Dare spazio, anche con apposite norme che ne garantiscano la presenza negli organi dirigenti e nelle candidature, alle donne. Interpretare la società civile, non tradirla più, non soffocarla nella rete estranea delle burocrazie di partito, far rivivere quello che nella grande esperienza dei vecchi partiti era il nesso vitale, il cordone ombelicale con la società delle masse: questo  e niente di meno era ed è l’obiettivo ambizioso del Pd.

Naturalmente per realizzare questo obiettivo occorre una visione radicalmente rovesciata del modello tradizionale di partito. Il Pd, nel suo statuto e nel suo codice etico, ha cercato di disegnare appunto questa alternativa. Il Pd è un partito che dà largo spazio prima ai cittadini, poi agli iscritti. Ripeto: prima ai cittadini. Perché vive nel contesto sociale, a contatto coi cittadini e i loro bisogni. Perché non pretende di calare dall’alto una soluzione a questi bisogni, ma ambisce a costruirla nel vivo del contesto sociale, stando dentro i movimenti, sentendo con antenne ben piazzate nel cuore della società quali sono i fermenti nuovi di questa società e accettandone i suggerimenti per elaborare la politica attiva del giorno dopo giorno. Per questo i cittadini, attraverso il fondamentale strumento delle primarie, sono così centrali nel nostro statuto. Per questo le primarie (che noi abbiamo l’orgoglio di avere inventate e sperimentate per primi, almeno nell’accezione radicale che sto descrivendo) non costituiscono per il Pd un optional, che si può praticare o no a scelta o a capriccio delle classi dirigenti del partito, ma sono il modo normale e fisiologico per assumere le decisioni, sia sui grandi temi politici, sia sulle candidature alle cariche istituzionali, sia infine sulla direzione stessa del partito.

Sappiamo che questa posizione, specialmente l’ultima specificazione che riguarda le cariche di partito, è fortemente avversata nel fronte Bersani. Massimo Dalema, ad esempio, e con lui altri autorevoli esponenti del suo gruppo, la considerano sbagliata. Mirano (Bersani lo ha anche detto, il dalemiano La Torre lo ha quasi minacciato) a un partito “normalizzato”, fatto di iscritti, sul modello tradizionale del partito socialdemocratico del Novecento, tutt’al più aperto in occasioni da determinarsi caso per caso all’avallo postumo dei cittadini.

Vogliono una macchina bene organizzata, dicono: e bene organizzata significa che chi prende la tessera decide (ci sarebbe poi da discutere di quanto decidano in quel tipo di partito i semplici tesserati, di come vengono fatte le tessere, di quale sia il grado di democrazia dei vecchi partiti: ma su questo adesso non voglio soffermarmi).

Voglio insistere sulla alternatività, rispetto a questa, delle nostra concezione.

Anche noi vogliamo un partito ben strutturato, non liquido (sarebbe ora di cancellare questa espressione), dove gli iscritti contino e partecipino alle decisioni giorno dopo giorno. Un partito di circoli aperti tutti i giorni e attivi nel loro contesto sociale, dove i gruppi dirigenti cessino di essere autoreferenziali, dove le linee politiche derivino dai congressi e non dalle dichiarazioni estemporanee ai media di questo o quel leader di corrente. Ma vogliamo anche che gli iscritti vivano come pesci nell’acqua in mezzo alla gente, che svolgano il loro ruolo stando nel vivo della società, a contatto con i problemi reali, e che funzionino da carta assorbente rispetto alle esigenze che da questo contesto sociale emergono.

C’è un solo modo, per realizzare questo radicale cambiamento: usare sempre le primarie e abituare i nostri elettori e simpatizzanti a intervenire nella vita del Partito come soci-padroni della linea politica. Perché il Pd non è proprietà degli iscritti che pagano una tessera (tanto meno di quelli a cui si paga la tessera), ma è dominio collettivo di chi ci crede, di chi affida al Pd le sue speranze di cambiamento, di chi lo rafforza e lo difende col suo voto.

Quindi il primo segno distintivo della nostra campagna congressuale è il partito delle primarie, dei cittadini e della società civile.

2. I nostri compiti. Cosa si deve fare in Italia, cosa si deve fare in Sardegna.

Il congresso cade in un momento politico delicatissimo, che definirei senza esagerazioni un passaggio decisivo per l’Italia e anche per la Sardegna.

Sul piano nazionale la grande crisi mondiale, quando passerà (mi permetto di diffidare dei quotidiani annunci circa la sua fine imminente: passerà, ma come dicono autorevoli analisti, sarà un passare lento, slow, con molti problemi di adattamento) lascerà lo stato dell’economia e i rapporti sociali profondamente mutati.

La globalizzazione, intesa come dimensione planetaria dei problemi, non è a mio avviso reversibile. La crisi finanziaria mondiale ne ha mostrato i limiti e i rischi, ma non ne ha affatto invertito la tendenza a favore di un ritorno ai protezionismi nazionali. La profezia nazionalista di Tremonti, nel suo libro-pamphlet dell’anno scorso, non si avvererà.

Le grandi questioni del futuro resteranno quelle che già si intravedono oggi, prima tra tutte l’ingresso da protagonisti nella storia contemporanea dei grandi continenti rimasti sinora periferici, ai margini della storia del mondo; l’avvento di nuove economie-mondo, lo sconvolgimento dei rapporti di forza tra i paesi capitalistici così come li abbiamo sinora conosciuti. La presidenza Obama, negli Stati Uniti, rappresenta sotto questo specifico profilo un fatto di potenzialità immense, una possibile risposta (vedremo quanto efficace: già assistiamo a resistenze e opposizioni) al cambiamento che si prospetta.

La politica – nel mondo, in Europa, in Italia e persino in Sardegna – si dovrà coniugare al futuro, dovrà essere presbite (cioè dovrà guardare lontano).

La grande lotta tra progressisti e conservatori la vincerà chi saprà interpretare meglio il futuro. Se vinceranno i conservatori avremo un periodo lungo di arroccamento e di assedio dei paesi ricchi e di conflitti su tutta l’area del mondo. Se vinceremo noi progressisti avremo un periodo altrettanto complesso e difficile di redistribuzione delle risorse, regolamentazione delle economie, contenimento con politiche di pianificazione e razionalizzazione degli spiriti animali del capitalismo mondiale. In ogni caso non sarà un pranzo di gala. 

In Italia l’economia è al palo. Abbiamo progressivamente e scriteriatamente negli anni scorsi smantellato tutti i grandi sistemi strutturali dell’industria e della ricerca che facevano la nostra forza. Abbiamo puntato esclusivamente sull’effimero del made in Italy, consumato senza pensare all’accumulazione. Abbiamo la palla al piede di un debito pubblico mostruoso, che le politiche dissennate del governo Berlusconi stanno aggravando, vanificando le politiche virtuose dei governi Prodi. Stiamo buttando via la chimica, l’ultima delle grandi industrie che avevano fatto in passato la nostra prosperità. Puntiamo di nuovo sul nucleare, ma con incognite spaventose sulla sicurezza e sulla reale efficacia delle centrali che andiamo a costruire (comunque previste in tempi tanto lunghi da non incidere sull’uscita dalla crisi).

Quando i venti della crisi saranno cessati saremo molto più indietro nella classifica delle economie mondiali di quanto non fossimo all’inizio della crisi stessa.

Siamo un paese a crescita demografica zero, il che significa  che per noi la questione dell’immigrazione (6 milioni di nuovi italiani nell’ultimo censimento) è di vitale importanza. O integriamo i nuovi italiani (come li definisce un bel libro appena pubblicato dal Mulino) e ci avviamo serenamente verso una società “mista” (con tutti gli enormi problemi che comporta) o siamo destinati a scomparire di scena, a diventare la riviera delle vacanze dell’Europa (sempre che i mutamenti climatici e l’abuso dissennato delle nostre coste non ci privino anche di questa chanche).

La questione meridionale è ancora drammaticamente aperta. Nessuno se ne preoccupa, ma siamo l’unico paese dell’Europa industrializzata nel quale esista un problema geografico-economico-sociale (e aggiungerei culturale) di questa entità esteso a circa la metà del territorio nazionale. Tre grandi regioni del Paese sono in mano alla criminalità. Noi facciamo leggi, come quella sulle intercettazioni, che obiettivamente favoriscono le mafie e le camorre. E una classe dirigente sotto ricatto facilita le politiche di divisione della Lega. Nessuna forza politica – noi compresi – ha ancora una linea chiara capace di parlare al Sud, di riportare la questione meridionale al centro dell’attenzione del Paese, di prospettarne la soluzione nei nuovi termini europei e mediterranei del prossimo futuro. Eppure qui si gioca una parte della partita, per non dire gran parte di essa.

Anche la questione sarda è quanto mai aperta, direi addirittura in bìlico. Nel quinquennio di Soru, grazie all’intuito di questo grande leader (un grande leader – lo dico apposta adesso che è di moda dire che non capiva la politica) e grazie alla intelligenza moderna del suo progetto, abbiamo cominciato a disegnare una Sardegna nuova, capace di badare a sé stessa nel nuovo assetto dell’economia globale.

Noi rivendichiamo con orgoglio le realizzazioni della Giunta Soru, e non a caso la mozione Barracciu è l’unica che reclami senza se e senza ma l’eredità virtuosa degli ultimi cinque anni di governo.

Vogliamo, e proponiamo questo al congresso, un Pd sardo che faccia sua la battaglia per la tutela dell’ambiente e delle coste, e che non dia più fiato (come purtroppo fanno anche alcuni nostri iscritti) alla speculazione affaristica; che rivendichi come suo il grande progetto di rilancio della Maddalena e dell’Arcipelago finalmente liberati dalle servitù militari; che faccia propria la positiva battaglia per limitare il consumo della Sardegna da parte dei grandi flussi turistici; che riprenda la politica di Soru sulla ricerca, sull’università, sulla scuola come grandi risorse per stare nel futuro (e per starci da entità autonoma); che continui nell’opera di meritoria pulizia degli enti regionali inutili, dei consorzi e delle comunità montane lottizzati, degli enti di formazione diventati per lo più centri di potere clientelare, idrovore capaci di succhiare danaro pubblico.

Noi vogliamo una sanità ripulita dai grandi interessi, quelli privati e quelli baronali, e denunciamo come un inammissibile spoil system quello che sta avvenendo, senza che nessuno vi si opponga efficacemente, con il commissariamento delle Asl e la loro infeudazione ai partiti della maggioranza.

Delle mozioni “sarde”, solo quella di Francesca Barracciu affronta in modo lineare e completo il punto chiave della politica presente e futura. Riassumerei questo punto chiave in una domanda: siamo o no ancora convinti del progetto, dell’idea di Sardegna, portati avanti negli ultimi cinque anni? O dobbiamo, come ci sembra vogliano fare altre mozioni, dimenticare Soru?

Questo progetto, al di là di quali possano essere stati gli errori di traduzione politica (sono stanco però di sentire saccenti lezioncine da gente che allora affollava l’anticamera di Soru e dei suoi assessori), è stato, dopo decenni di politichette senz’anima, un grande disegno di modernizzazione, non solo dell’economia ma dello stesso linguaggio della politica, del suo modo di parlare alla gente.

E’ stato però avversato, prima che dagli avversari dichiarati, da quelli occulti, dentro la coalizione che avrebbe dovuto sostenerlo. Con metodi sleali. E’, in parte almeno, caduto sotto il fuoco amico. E’ caduto perché la politica (quella la cui assenza si rimproverava a Soru) non ha voluto fare la sua parte, esercitare la sua azione di mediazione-traduzione del lavoro della Giunta. E anzi, per molti versi, ha remato contro.

Si tratta dunque adesso di decidere se il progetto è ancora valido oppure se si debba stendere su di esso (come fa esplicitamente la mozione Lai, ad esempio) un velo di pietoso silenzio.

Noi pensiamo che la questione sarda del Duemila non sia più uguale a quella che abbiamo conosciuto alla metà del Novecento. Che i contenuti del cosiddetto autonomismo democratico siano inevitabilmente passati di attualità, mentre occorre lanciare un nuovo autonomismo, nel quale emerga con evidenza il ruolo della Sardegna nel mondo che cambia: nel mondo dei grandi flussi migratori (l’Africa è a poche miglia di mare da Cagliari), dei paesi emergenti del continente africano, del Mediterraneo nuova sede di interscambi economici e culturali. Pensiamo, ad esempio, che se i sardi sono ormai poco più di un milione è inevitabile che essi si mescolino ai popoli della grande immigrazione soprattutto africana, che avvengano processi di osmosi, che si radichi una mescolanza di culture, di etnie, di civiltà.

Concepiamo l’identità dei sardi non come uno scudo dietro il quale nascondersi e proteggersi dalla contaminazione, ma come l’arma vincente per affrontare il confronto con altri popoli e altre culture.

E siamo per un’identità aperta, non chiusa nell’eternità astorica del su connottu.

E puntiamo sulla modernità come valore, sul radicamento in Sardegna della ricerca, sulla partecipazione dei sardi alle grandi reti che sempre più caratterizzeranno la comunicazione del futuro, rompendo la gerarchia dei confini nazionali.

La Sardegna è cambiata, insomma, anche perché è cambiato il mondo intorno alla Sardegna. Occorre una nuova analisi della questione sarda e, a partire dal lavoro di Soru, l’elaborazione di una nuova strategia. Si è parlato molto in questi cinque anni di “nuovo sardismo”. Benissimo. Se vuol dire guardare al futuro, proiettarsi nel cambiamento, valorizzare le identità a contatto col mondo, noi siamo d’accordo.

3. Le mozioni, le alleanze, l’idea di Sardegna 

Non abbiamo trovato nelle mozioni concorrenti con la nostra un’analoga consapevolezza delle sfide che ci prospetta il futuro. C’è molta politica di buon senso, intendiamoci. Voglio dire molta politica dell’oggi, anche apprezzabile sotto un certo punti di vista. C’è – in alcuni casi preponderante sino ad essere assorbente – il tema delle alleanze, ma concepito come se tutto si risolvesse nel portare in giunta i sardisti (e quali sardisti, poi) o l’Udc. Questo del resto è un punto che ci divide a livello nazionale anche da Bersani: questa ossessione per i cattolici intesi come partito dei cattolici, o per i moderati sempre pensati come partito dei moderati. Ma in uno scenario come l’attuale le vecchie rendite di posizione, i tenutari del voto cattolico, i custodi eterni del voto mderato non esistono più. Non c’è più il blocco sociale compatto e immutabile del passato, radicato nella produzione e quindi nelle classi, fisiologicamente collegato al suo o ai suoi partiti di riferimento. Dal 1989 in poi tutto  cambiato, in primo luogo con l’irrompere nel sistema elettorale di una mobilità inedita, che ne costituisce il tratto distintivo.

L’elettorato oggi sceglie, e si sposta anche radicalmente, non più in base a una identificazione ideologica pre-elettorale ma valutando la proposta politica del momento e magari seguendo di volta in volta le suggestioni che vi sono contenute. Vota da una parte o dall’altra “per cambiare”, “per mandare segnali”, “per punire” chi lo ha deluso.

Che senso avrebbe privilegiare l’ala moderata (spesso anche affaristica) del centro-destra (l’Udc di Cuffaro, tanto per dire; o anche di Oppi), quando poi si lascia scoperto il fianco sinistro, e si configge con l’Italia dei valori, lasciandole tutto il campo del nostro elettorato più sensibile alla questione morale? Che senso ha, per esempio, fare come a Porto Torres, dove il Pd (il Pd: in realtà chi se ne arroga la rappresentanza, senza che avvenga alcuna consultazione tra li iscritti e gli elettori) “apre” a personaggi screditati e screditanti, a forze sino ad oggi contrarie alla nostra giunta, rischiando con questo di allontanare tutto un campo progressista, e magari rasentando la scissione interna?

C’è – io credo – nel “bersanismo” (e non dico in Pier Luigi Bersani, che merita per la sua biografia e la sua personalità politica tutto il nostro rispetto, ma nel blocco di forze che rappresenta, o che rappresenta specialmente) tutto il cinismo di un vecchio modo di concepire la lotta politica. L’idea, supponente e anche a tratti arrogante, che tutto si possa risolvere con lo strumentario della vecchia politica, con la cassetta degli attrezzi della quale gli antichi eredi di Togliatti (ahimé quanto lontani dalla finezza del maestro) si credono depositari indiscussi. Tutto è politica delle alleanze, trattativa (inevitabilmente sulle poltrone e sulle candidature) tra partiti. Tutto è tattica contingente.

C’è, a me sembra, l’assenza di qualunque percezione della grande domanda che ci viene da chi al gioco politico è estraneo, se ne sente escluso, non ne concepisce logica e linguaggi. Di chi ragiona semplicemente (loro dicono: semplicisticamente) e mette al primo posto la coerenza, la fedeltà alle promesse elettorali, la continuità degli atteggiamenti etici. Manca l’idea che la politica – specialmente oggi – può essere qualcosa diverso dal risiko tra i partiti: può essere cioè conquista di parti del blocco sociale avversario, sfondamento nel fronte concorrente, spostamento di quote del consenso popolare da una parte all’altra dello schieramento in base a comportamenti comprensibili e convincenti.

Questa idea dinamica della competizione politica – che per me è l’essenza della politica degli anni Duemila, dopo la caduta dei muri di Berlino e l’avvento della nuova mobilità dei gruppi sociali – è totalmente estranea alla mozione Bersani, e in Sardegna alle mozioni che vi fanno riferimento.

E già che ci siamo, consentitemi una battuta: non si può predicare bene e razzolare male. Non si può essere il partito che fa la morale a Berlusconi e al tempo stesso il partito di Bassolino e del suo sistema di potere. E per parlare di noi: se uno ha due rinvii a giudizio per fatti gravi di malversazione estranei alla lotta politica io dico che, codice etico o no, non deve essere candidato e anzi dovrebbe lui stesso sentire l’esigenza di ritirarsi dalla lotta politica per non danneggiare il suo partito e per meglio difendesi in tribunale.

Delle mozioni nazionali, la mozione Marino (e la sua propaggine sarda) affronta solo incidentalmente questi temi. Ignazio Marino ha il grande merito di aver posto con forza nel Pd il problema della bioetica e dell’autodeterminazione sulle grandi questioni che riguardano la vita e la morte. Ciò, in presenza di un pontefice su questi temi molto conservatore, è certamente un bene. Ma il resto della sua proposta a me sembra debole. Debole l’analisi generale, poco profonda la visione dei problemi sociali dell’Italia di oggi, debolissima nella versione sarda l’analisi della Sardegna. Auspico che una visione laica della politica, cioè autonoma dalle influenze esterne, possa prevalere – come mi pare stia prevalendo – nelle altre mozioni; e che Marino possa esercitare in questo modo un benefico influsso sull’intero dibattito congressuale. Ma non mi sembra che la sua mozione rappresenti realisticamente una potenziale alternativa in termini di direzione del Partito; ed anzi ho l’impressione che raccolga adesioni per così dire “residuali”, di chi non  può e non vuole aderire alle due mozioni maggiori, rimanda il momento della scelta e trova in definitiva comoda una terza posizione fuori dello scontro principale.

Della mozione Bersani  ho già detto.

La mozione Franceschini mi sembra l’unica che – come posso dire? – tenga aperte le finestre, lasci circolare l’aria nuova. Punta sulle primarie e sul partito dei cittadini, pur senza dimenticare l’organizzazione. E guarda maggiormente al futuro. Contiene un’analisi della situazione che condivido. E un’idea più pronunciata che il Pd va costruito senza tradirne le premesse, realizzando il progetto originario. Non sarà il non plus ultra, ma è una buona base di partenza.

In Sardegna a Bersani fanno riferimento due mozioni, quella di Lai e quella di Diana. Sono due documenti tra loro molto diversi, come diversi sono li schieramenti che le sostengono. Trovo, nella sua stringatezza, ragionevole e a larghi tratti condivisibile lo svolgimento della mozione Diana. Apprezzo il riferimento centrale all’esperienza Soru, la ferma rivendicazione delle primarie come metodo di decisione nel Pd, ed anche l’individuazione in una certa scala di importanza dei principali problemi da affrontare in Sardegna. Penso che ai sostenitori di questa mozione dobbiamo rivolgerci per confrontarci seriamente, ponendoci l’obiettivo di convincerli a confluire, nella fase conclusiva dell’iter congressuale, sulla nostra mozione.

Trovo interessante la mozione Lai per come è strutturata e per alcuni dei suoi contenuti. La struttura è molto “classica”, direi di vecchio stile, con affermazioni su grandi problematiche internazionali e nazionali che non si possono che condividere (ma che suonano, lo si consenta, anche un po’ banali e di maniera). Emerge forte l’idea del Pd alleato in coalizione con gli altri partiti. Anzi, con alcuni degli altri partiti. Non una parola su Italia dei Valori, molte parole su sardisti e socialisti. Nulla sulla involuzione che soprattutto i primi hanno subito come partito e che ha indotto la parte migliore del PSd’A a uscirne confluendo nelle scorse elezioni nella lista dei “Rossomori”. Un’idea di partito tradizionale, emiliano, ferrigno: ordinato (“ordine”, insieme a “normale”, è del resto una parola esplicitamente contenuta in questa parte del documento). Sulle primarie una frase ambigua quanto significativa. La cito testualmente:

“Democrazia diretta non è solo primarie, è anche consultazione tematica degli iscritti e dei cittadini, ad esempio. E le primarie sono cosa buona quando vengono usate non a scavalco della fatica della democrazia quotidiana e per risolvere le competizioni interne ai gruppi dirigenti, ma per coinvolgere davvero e non episodicamente i cittadini e per attrarre nuovi elettori”.

Cioè, tradotto dal politichese: le primarie sono uno strumento di propaganda per attrarre il voto dei cittadini, e non la forma normale, fisiologica con cui il Partito democratico, secondo statuto, prende le sue decisioni, seleziona i suoi dirigenti e risolve, chiamando i cittadini come arbitri, gli stessi propri contrasti interni sulla linea da seguire.

No. Non siamo d’accordo con Silvio Lai né sul modello di partito che ci propone (che ripete i moduli superati del partito del Novecento, il partito dei soli iscritti), né sul rapporto con i cittadini (chiamati solo a fare da pubblico plaudente). Troviamo nel suo programma economico spezzoni di vecchie idee di Soru, ma mescolate con  molte genericità ad altri punti più tradizionali. Vi sono anche molti silenzi: che ne pensa Lai della formazione professionale e del disboscamento effettuato dalla Giunta Soru nella scorsa legislatura? E della tutela delle coste? Dell’urbanistica? Sono stati temi caldi della campagna elettorale, oltreché del dibattito nella coalizione. Silenzio tombale.

Vorrò vedere quale sarà la politica delle alleanze di Silvio Lai con quei sardisti che  hanno consegnato la bandiera dei Quattro Mori nelle mani di Berlusconi. Vorrò vedere che politica della sanità farebbe Silvio Lai insieme a Giorgio Oppi.   

4. Conclusioni

Concludo. Penso che questa riunione di oggi debba segnare un salto di qualità nel nostro lavoro pre-congressuale.

Innanzitutto trovo importantissimo (e ringrazio chi se ne è dato cura) il buon lavoro fatto per costruire la rete dei territori che voi qui rappresentate.

La nostra politica non è solo Sassari, e, se in passato abbiamo dato qualche volta la sensazione che fosse così, abbiamo sbagliato. Io rinnovo qui, anche come parlamentare, la mia disponibilità a tenere stretti i collegamenti con la provincia, che costituisce gran parte della dote di consenso che da anni ormai possiamo vantare e che fa la nostra forza elettorale e politica.

Dunque i rapporti che si sono saldati tra di noi in queste settimane debbono restare duraturi nel tempo e risolversi in una sempre maggiore capacità di costruire la nostra politica a contatto con le realtà autentiche, che in Sardegna non sono solo quelle urbane o macro-urbane. Il tema delle zone interne, dell’uscita dall’isolamento di intere economie locali preziose per la Sardegna, deve diventare centrale nella nostra piattaforma congressuale.

Forti di questa comune convinzione, affrontiamo le settimane difficili che ci attendono. Raccomando a tutti, a me stesso per primo, molta misura. Questo non è lo scontro epocale amico-nemico. E’ un congresso nello stesso partito. Se vinceranno gli altri, saremo disciplinatamente pronti a collaborare. Ma adesso facciamo di tutto per vincere noi.

Non per insediare un potere, ma per affermare un‘idea, una concezione della politica e un progetto da realizzare.

Non è un’opera facile, e non finirà con questo congresso. Un grande partito, che riunifica tradizioni tanto a lungo concorrenti, che si propone di rappresentare un soggetto diverso dal passato, che vuole vivere in sintonia con la società civile, non nasce dall’oggi al domani senza un periodo di lotte interne e di conflitti anche aspri.

Non ce ne dobbiamo spaventare. Io mi auguro che in questo periodo congressuale il Pd, più  che discutere al suo interno (che è pure importante), sia capace di parlare al di fuori, riprendendo il processo di crescita che caratterizzò due anni fa la nostra fase costituente.

Con due obiettivi prioritari: radicarsi dove è debole, crescere, acquistare autorevolezza e forza; e conquistare una quota importante dei giovani sardi.

Vedo che Silvio Lai parla di quarantenni al potere: non è questione di anagrafe (ci sono quarantenni allevati nelle sagrestie dei partiti e nati vecchi, coi peggiori difetti dei vecchi); è questione di impostare la nostra politica sulle nuove generazioni, di capirne e saperne rappresentare le istanze profonde di cambiamento (prima di tutto morale), di essere capaci di adeguarci al nuovo linguaggio dei ragazzi, di dare spazio nelle nostre fila al loro contributo. Nella mozione Baracciu, sia pure in breve, si parla di formazione e di preparazione di nuovi militanti: quella, appunto, è una delle strade da praticare.

A tutto questo mira il nostro lavoro. Per questi obiettivi siamo impegnati e  vi invitiamo ad impegnarvi. Non sarà facile, ma sono sicuro  che se lavoreremo con costanza e coraggio costruiremo il Pd che vogliamo.

Buon lavoro a tutti.

22.07.2009

Intervento sul Disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 78 del 2009: Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini e della partecipazione italiana a missioni internazionali (A.C. 2561-A)

Signor Presidente, vista l’ora tarda potrei forse cavarmela anch’io, citando le autorevolissime espressioni di dissenso nei confronti di questo provvedimento e della linea economica che esso esprime, sia pure temperate da self control istituzionale, da parte del Governatore della Banca d’Italia, eloquenti e chiarissime, e anche da parte dello stesso presidente del CNEL, Marzano, che, sia pure con garbo, non ha lesinato le sue riserve. Del resto, il CNEL, nel documento approvato dalla I Commissione, ha messo in rilievo già da qualche giorno come il provvedimento in esame si limiti a finalizzare diversamente risorse disponibili che erano state sin qui non utilizzate e ha rilevato come manchino nel decreto in esame misure effettivamente idonee a sostenere la domanda interna, soprattutto per i consumi delle famiglie e ciò malgrado dai dati contenuti nel rapporto sul mercato del lavoro in corso di predisposizione nello stesso CNEL emerga una prospettiva certa di caduta dell’occupazione, almeno sino al primo semestre del 2010 e una dinamica piatta delle retribuzioni, di fatto inferiore a quella sia pur bassa del tasso di inflazione.
La critica si può riassumere a buon diritto in una battuta: se si vuole davvero rilanciare la domanda interna sono indispensabili interventi seri di sostegno dei redditi con un’utilizzazione mirata della leva fiscale. Ci vuole, insomma, una strategia precisa ed è questo che manca perché è palese l’insufficienza e direi la pochezza del provvedimento in esame, tanto più in un quadro di progressivo peggioramento della situazione economica, attestato ormai da tutte le fonti e gli indicatori, pubblici e privati, a cominciare da quegli indici ISTAT che, a seconda della convenienza, il Governo cita quando gli conviene o contesta come irrilevanti quando lo disturbano.
Non solo la crisi c’è, persiste e si aggrava ad onta dei segnali di artificiale ottimismo che le si vogliono vanamente opporre ma tutto lascia presagire che il peggio, soprattutto sul fronte dell’occupazione, debba ancora venire. Sinora, lo riconosce anche il CNEL, la caduta della produzione non ha avuto che riflessi marginali sull’andamento dell’occupazione dipendente. Nei prossimi mesi, però, l’aggiustamento degli indici di produttività delle aziende non potrà non determinare una brusca caduta dell’occupazione, con il rischio di perdere, entro la metà del 2010, almeno un milione di posti di lavoro. Succede come nelle alluvioni: l’ondata di piena del fiume deve ancora arrivare a valle e sarà certamente molto più drammatica e devastante di quanto non siano state sinora le pur allarmanti avvisaglie che abbiamo già registrato.
Tutto questo, signor Presidente, accade in un Paese nel quale la previsione di evoluzione del PIL reale è passata da -4,2 per cento a -5 per cento (qualcuno dice -6 per cento), smentendo clamorosamente tutte le precedenti e rassicuranti previsioni governative. Come scrivono i giornali in questi giorni – e sarebbe bene che gli Italiani lo memorizzassero – sulle previsioni dunque aveva ragione il governatore Draghi e aveva torto il Ministro Tremonti: in un Paese nel quale le entrate fiscali, se si proiettano i dati derivanti dagli accertamenti dei primi cinque mesi dell’anno, faranno registrare una flessione pari a – 7,24 per cento, dato in peggioramento anche rispetto a quello reso noto nel mese di aprile che era pari a -6,49 per cento, a fronte di questa flessione, tornerò poi sul tema, il Governo non trova di meglio che ricorrere a questo che si chiama «scudo fiscale» ma che io vorrei chiamare con il suo nome, «condono tombale». Del resto, lo dico per inciso, se l’evasione è così alta, se la fuga dei capitali all’estero ha toccato negli ultimi cinque anni livelli da record, ciò non può essere certo disgiunto da quei messaggi più o meno subliminali ma spesso espliciti, diffusi da fonti autorevolissime, in primis il Presidente del Consiglio in persona, che si sono voluti dare al Paese, istigando in qualche modo allo sciopero fiscale.
A fronte di una situazione che non esiterei a definire gravissima c’è questo provvedimento che è poco incisivo e tanto frammentario da apparire perfino contraddittorio. È poco incisivo perché non sceglie di fatto alcun punto di attacco alla crisi e non influisce in alcun modo su quel rilancio della domanda interna che della strategia anticrisi dovrebbe essere il fulcro (e di fatto ne è fulcro nei Paesi vicini, il volano fondamentale di questa strategia); si limita ad intervenire qua e là rapsodicamente, utilizzando una tecnica da restauro conservativo, mentre occorrerebbe una radicale terapia anche chirurgica di ricostruzione e ridefinizione su nuove basi del nostro stesso apparato produttivo.
A me sembra che vi sia dietro questo, come in altri provvedimenti da voi assunti, una carenza di visione di lungo periodo, una irresponsabile ignoranza delle debolezze strutturali del nostro sistema, una incapacità totale di porvi rimedio.
Le politiche coraggiose messe in atto altrove attraverso la leva fiscale, attraverso l’intervento dei poteri pubblici nell’economia – come le scelte, ad esempio, della Presidenza Obama negli Stati Uniti d’America, se vogliamo citare il caso più importante di queste politiche, ma che si riscontra anche in molti altri Paesi – non si confanno ad un Governo al quale il riferimento elettoralistico ai ceti più parassitari e alle componenti più corporative della società italiana impedisce di fatto qualunque politica seriamente e coraggiosamente riformatrice.
Questo è il punto. Da questa crisi, che è sta descritta così bene dai miei colleghi, si esce solo ripensando l’intero disegno del sistema economico, superando i limiti ormai evidenti di una vocazione pressoché esclusiva all’esportazione del made in Italy, individuando gli assi portanti dell’economia del futuro, investendo in ricerca, in conoscenza, in istruzione superiore, in università, in scuola, e non vivacchiando la giornata in attesa che passi la nottata, come si fa.
È anche frammentario questo provvedimento. Mi si consenta di dire – riprendendo una critica espressa autorevolmente dal Presidente della Repubblica sul pacchetto sicurezza – che anche qui vi è la solita contraddittoria «ammucchiata» in un unico testo contenitore di misure, le più varie, relative a materie le più differenziate.
Ho provato a scorrere tutto il testo con attenzione, registrando gli argomenti; alla fine mi sono stancato, c’è di tutto. Si va dalle semplici proroghe di termini in scadenza di precedenti norme al tema importantissimo delle missioni internazionali, che forse richiedeva un intervento specifico e che appare ultroneo al contenuto economico del provvedimento.
Ci sono le norme sulla composizione del Consiglio della magistratura militare, sulle quali forse tornerò in chiusura, norme sul funzionamento della Corte dei conti, norme introdotte da un emendamento clandestino e dell’ultimo minuto sul danno erariale che andrebbero discusse a sé, norme sul concorso delle Forze armate nel controllo del territorio, sull’ENAC (l’Ente nazionale per l’aviazione civile), norme sulla tutela amministrativa del segreto di Stato, sulle classifiche di sicurezza in relazione alle missioni militari e sulle frodi in tema di invalidità civile. Di tutto un po’.
Forse ho dimenticato qualche tema o qualche sotto-tema. Alcuni, del resto, sono stati aggiunti in Commissione quasi fuori tempo, secondo una prassi di legislazione frenetica e improvvisata che non trova precedenti nella recente storia legislativa in Italia, o perlomeno non trova precedenti di queste proporzioni.
Il mal vezzo è sempre lo stesso: il decreto-legge, di approssimativa titolazione, diventa come il traino per un microintervento normativo che si ingerisce in complessi legislativi esistenti, ne modifica senza logica unitaria parti talvolta anche molto periferiche, contribuisce al difetto fondamentale della nostra produzione normativa recente, che è quello della sua occasionalità, della sua scarsa coerenza, della sua scarsa organicità interna.
Vi sono poi alcuni snodi sui quali non si può non intervenire. Uno, il primo, ha costituito oggetto del dibattito di questa giornata e lo riprendo anch’io ed è quello relativo al cosiddetto scudo fiscale. Dite di voler far rientrare, con questa specifica norma, i capitali illecitamente portati all’estero. Facendovi forti della situazione eccezionale ci proponete in pratica niente più che un condono, l’ennesimo condono dopo i giuramenti solenni di non ricorrere più a questo tipo di provvedimenti. E che condono! Vi ricordiamo che le condizioni stabilite dai principali Paesi europei per realizzare questo stesso obiettivo oscillano tra una tassazione integrale dei capitali esportati con l’agevolazione rappresentata dalla sola eliminazione delle sanzioni, come nel caso della Gran Bretagna, e la fissazione di una trattenuta fiscale pari a quella prevista per la tassazione delle rendite finanziarie che in Germania, ad esempio, è del 25 per cento.
Nessuno – dico nessuno – dei grandi Paesi nostri competitori in Europa prevede l’anonimato degli evasori. Stiamo parlando – vorrei che fosse chiaro a tutti – di una cifra che si aggira tra i 70 e i 150 miliardi di euro portati all’estero dal 2003, l’anno del precedente condono, e quindi accumulatisi in cinque anni. Per questa cifra, se ragionassimo come dovremmo sulla base del fatto che si tratta di reddito illecitamente trattenuto all’estero, dovremmo applicare per lo meno una quota pari al 12,5 per cento, senza contare la mancata restituzione del fiscal drag che porterebbe l’aliquota al 23 per cento.
Voi ci proponete un’imposta straordinaria pari al 50 per cento, il che porta alla conclusione – notava anche Il Sole 24 Ore di avantieri – che il costo dello scudo oscillerà tra l’1 e il 5 per cento del valore delle attività emerse. Aggiungete che sarebbe garantito l’anonimato, che vi sarebbe l’impegno dello Stato a non considerare i capitali così condonati in occasione di futuri accertamenti. Quindi, c’è una colossale una tantum per chiudere il contenzioso. In definitiva, si tratta di un condono tombale.
Lasciamo da parte il fatto, pure gravissimo, che così facendo non vi interessate per nulla dell’origine di questi capitali esportati illegalmente, né vi domandate, come sarebbe opportuno, oltre che doveroso, se per caso non derivino da attività illecite, criminose, magari anche mafiose. Lasciamo da parte questo punto, sebbene vorrei rimarcare la contraddizione clamorosa di una politica della sicurezza che fa la faccia feroce verso l’immigrazione e poi costruisce ponti d’oro ai grandi evasori e ai criminali finanziari.
Atteniamoci alla norma che proponete. Il CNEL, che non è l’ufficio studi del Partito Democratico, né dell’opposizione, ma è un organo costituzionale, parla apertamente di trattamento di favore sul terreno quantitativo che riduce notevolmente l’entità del gettito acquisibile. Osserva, inoltre, che il fatto che in soli cinque anni sia stato possibile costituire un così ingente patrimonio all’estero, senza considerare l’ipotesi che derivi da attività malavitose, pone l’esigenza di dare segnali di rigore, ricostruendone le origini e utilizzando il quadro così delineato per contrastare le successive attività di evasione fiscale.
Una volta fatta questa colossale sanatoria a prezzi da svendita sarà ben difficile respingere la pressione volta ad ottenere misure analoghe di agevolazione per evasioni ed elusioni fiscali di minore entità. Insomma, se privilegiate i grandi evasori, come potete poi deludere le speranze di sanatoria dei piccoli e come sarà possibile con queste credenziali essere credibili in Europa nella lotta, che pure proclamate di voler fare, ai paradisi fiscali? È un regalo di proporzioni tali a chi ha violato consapevolmente la legge che avrebbe potuto limitarsi almeno alla non applicazione delle sanzioni penali previste, ma voi volete aggiungere un premio – e che premio! – costituendo un precedente che non potrà non esercitare influssi negativi sul complesso della politica fiscale futura dello Stato.
C’è un punto che vorrei affrontare in coda, quasi una parentesi minore che deriva dal fatto che appartengo alla Commissione giustizia e questo punto mi ha toccato da vicino. Mi riferisco all’intervento sulla disciplina del Consiglio della magistratura militare con proroga di due mesi dell’attuale composizione del Consiglio medesimo, che avrebbe dovuto essere rinnovata secondo regola a settembre e che viene invece rinviata a novembre con riduzione dei membri stessi del Consiglio da nove (sette secondo la riduzione già introdotta con la legge finanziaria) a cinque, dei quali solo due togati. Nel precedente assetto i togati erano in numero di cinque. Si tratta di una piccola riforma, forse apparentemente anche apprezzabile se la riportiamo a meri criteri di risparmio. Ma, attenzione, si tratta di un segnale importante se la si guarda come la prima avvisaglia di un ciclo di intervento in tema di organi di autogoverno della magistratura non solo più militare, ma anche civile, in futuro, ispirato, come abbiamo capito da qualche accenno, alla medesima filosofia: ridurre nel numero questi organi di autogoverno, tagliare al loro interno la componente togata a vantaggio di quella politica, mortificare la magistratura, ridurre implicitamente il ruolo e l’indipendenza pur costituzionalmente garantita di questi organismi. Anche la proroga, prevista dal testo, di questo Consiglio appare francamente inspiegabile, a meno che non si voglia partendo da qui preparare la strada per un ciclo di controriforme della giustizia più volte annunciato in Commissione e in Assemblea.
Concludo. Il nostro giudizio sul complesso del provvedimento è dunque fortemente negativo, sia per molti dei suoi contenuti, sia soprattutto per la logica che lo domina, per l’affastellamento di materie che vi è stato concentrato, per l’incapacità di questo provvedimento di aggredire la crisi economica nella sua reale portata. Dobbiamo ancora una volta esprimere una preoccupazione di fondo per l’incapacità dimostrata da questo Esecutivo nell’affrontare i nodi della crisi economica e finanziaria in atto. Questa crisi sarà un momento di passaggio molto importante, come scrivono ormai tutti gli economisti. C’è una letteratura su questo. Quando finalmente la tempesta sarà passata – perché noi ci auguriamo naturalmente che passi, e presto – anche in virtù delle politiche coraggiose che altri Governi al mondo stanno mettendo in atto in questo momento, temo che l’Italia dovrà scontare amaramente la cecità dei suoi attuali gruppi dirigenti e l’insufficienza della sua classe politica e di Governo, che non ha saputo prevedere la portata della crisi, né opporle una strategia che fosse capace veramente di contrastarla.
Capiremo allora con amarezza quanto terreno abbiamo perduto in questi mesi ed è possibile che usciremo da quel gruppo di testa dei Paesi capitalistici in cui siamo stati da parecchi decenni a questa parte.

Atto Camera

 

15.07.2009

Intervento nel corso della solenne riunione del Consiglio regionale della Sardegna allargato ai rappresentanti delle forze politiche  e sociali e ai parlamentari sardi sulla difesa della chimica nel Nord Sardegna. Cagliari, 15 luglio 2009.

Signora Presidente, nel ringraziarLa dell’iniziativa assunta con la seduta di oggi, desidero esprimere subito e senza riserve l’adesione mia personale e del Partito democratico che rappresento in Parlamento rispetto a qualunque iniziativa efficace il Consiglio regionale  e la Giunta vogliano assumere, in concordia con le forze politiche e sociali del territorio, per la difesa della chimica in Sardegna.

Desidero anche dire subito, con forza e convinzione, che la chimica non è per noi attività residuale, né monocultura non integrata nel territorio, né attività inquinante da delocalizzare magari nei paesi in via di sviluppo.

Sono, questi che ho appena ricordato, nient’altro che luoghi comuni, sebbene se ne trovi talvolta qualche stanco ripetitore anche qui in Sardegna.

La chimica di base non è residuale perché ha ancora nelle sue potenzialità tassi di crescita notevoli e perché dopo la grande crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando sarà appunto anche dalla chimica, dalla chimica d’avanguardia, che potrà partire la ripresa europea.

Non è residuale perché coinvolge processi multidisciplinari, trainando virtuosamente dietro di sé metallurgia, meccanica di precisione, automazione, software ed hardware specialistici.

Non è residuale perché fisiologicamente realizza sistemi di gestione e conduzione che sono propri di una cultura d’impresa avanzata, contribuendo a creare e mantenere anche in Sardegna un habitat industriale in senso proprio che è indispensabile alla crescita della cultura industriale dell’intera imprenditoria sarda.  

Naturalmente non sto parlando della chimica inquinante e senza regole dei primi anni dell’industrializzazione, quando ai grandi monopoli petrolchimici si fecero incautamente ponti d’oro, consentendo loro di agire indisturbati, come veri dominii in terra di colonia, al riparo da controlli e con la totale connivenza dei poteri pubblici di allora.

Quel modello, il modello che abbiamo chiamato della Sardegna rovellizzata, lo abbiamo per fortuna alle spalle. Intendiamoci: ci ha lasciato anche qualche eredità positiva, per esempio una classe operaia moderna; ma ci ha pure lasciato, scomparendo, un cumulo di rovine ed enormi problemi di compatibilità ambientale, che richiedono oggi politiche di risanamento consapevoli e costose.

Ma adesso, al netto di questa critica necessaria, trascorsi oltre 40 anni dallo sbarco della chimica in Sardegna, non possiamo non considerare la chimica come una risorsa essenziale del patrimonio industriale sardo: da gestire e governare con saggezza – certo –, realizzando, per prima cosa, quelle bonifiche del territorio che avrebbero dovuto farsi sin dai primi anni Duemila e che ancora non si fanno, per inadempienza dei governi e dei grandi poteri economici: ma al tempo stesso difendendone la natura di sistema fortemente integrato, che comprende in sé aree distribuite su tutto il territorio regionale: non solo Porto Torres, oggi messo seriamente a rischio dalle ultime decisioni dell’Eni, ma la raffineria Saras di Sarroch, le produzioni di Assemini, Sarroch, Ottana e l’utilizzo della soda della metallurgia del Sulcis.

Sto parlando, signora Presidente, di 1.600 lavoratori chimici, di 1.500 occupati nelle imprese e nei servizi e di circa 2.000 dipendenti dell’indotto. Sono oltre 5.000 buste paga, non assistite. Lavoro sano, economia che tira (o che potrebbe tirare, se solo si facessero le necessarie spese di manutenzione e gestione), lavoratori giovani, salari che costituiscono la risorsa estrema di territori altrimenti destinati al degrado e alla emarginazione.

E sto parlando non di vecchie imprese arrugginite e obsolete ma di produzioni d’avanguardia, di tecnologie spesso sofisticate (come il cracking, appunto), di competenze professionali moderne, di settori portanti e non secondari del sistema industriale non solo sardo ma della chimica nazionale.

Se si continua ad assecondare, come di fatto sta facendo il Governo, la decisione dell’Eni di disimpegnarsi dall’industria chimica (decisione, sia ben chiaro, che non riguarda solo la Sardegna ma tutto il settore chimico a livello nazionale), noi metteremo a rischio la posizione dell’Italia come secondo mercato europeo della chimica di base, favoriremo i nostri principali concorrenti (che risiedono nei principali paesi d’Europa, perché non è vero affatto che la chimica è roba da paesi del terzo mondo), comprometteremo definitivamente quello che è stato a lungo un primato storico dell’industria italiana.

Non sarebbe il primo caso, del resto. Come ha documentato qualche anno in uno sconsolato bilancio un sociologo industriale tra i migliori che abbiamo in Italia, il prof. Luciano Gallino, noi italiani siamo ormai vittime di qualche oscura maledizione, come dominati da una specie di cupio dissolvi collettivo. Ad uno ad uno abbiamo ceduto i settori decisivi della nostra industria d’avanguardia, chiudendo filiere che facevano il vanto dell’Italia degli anni sessanta e settanta. Importiamo oggi, e a costi altissimi, quello che venti-trent’anni fa esportavamo, ammirati e invidiati, in tutto il mondo.

Ora, l’Eni fa la sua politica aziendale. Lo capiamo. E’ la logica del capitalismo, sebbene di un capitalismo che non ci piace perché innalza il mercato a sua unica bussola suprema, senza curarsi in nessun modo non solo delle ricadute sociali di certe scelte ma neppure delle strategie complessive del sistema-paese su scala internazionale.

Capiamo l’Eni, pur condannandone le scelte. Non capiamo però il Governo. Non capiamo se il Governo abbia una sua politica industriale, o se dipenda di volta in volta dalle scelte aziendali dell’Eni.

L’ing. Scaroni, signora Presidente, non è Enrico Mattei, del quale si diceva che nominasse da presidente dell’Eni i ministri che avrebbero dovuto controllarlo. Scaroni è un dirigente di nomina politica. Il Governo non può nascondersi dietro le sue spalle.

Noi esigiamo di sapere se il Governo, crede davvero, come ha ripetuto il presidente Berlusconi in campagna elettorale, nella chimica, e non solo nella chimica sarda ma in quella italiana. E se intende finalmente operare, uscendo da una incomprensibile inerzia, per imporre la visione generale dell’interesse del paese sulla visione particolare dell’interesse dell’Eni.

Questa domanda al Governo noi la proponiamo preliminarmente qui, oggi, a tutti i presenti: perché sia condivisa e formulata insieme dalla classe dirigente sarda.

E pretendiamo una risposta chiara, basata su fatti concreti, non sulle parole che abbiamo sentito ormai mille volte e delle quali siamo stanchi.

Il tempo delle promesse elettorali è finito, signora Presidente. E’ giunto il tempo degli impegni seri, dell’assunzione delle responsabilità e del rispetto della parola data. Su questo vi attendiamo. Su questo vi giudicheremo.

17.06.2009

Intervento sul Disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 39 del 2009: Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo e ulteriori interventi urgenti di protezione civile – (A.C. 2468) (Approvato dal Senato) (Seguito della discussione)

Emendamenti all’art. 17

Signor Presidente, il collega D’Antoni diceva poc’anzi che in questo Paese i deboli aiutano i deboli. Questo è un caso un po’ anomalo, poiché qui i deboli si sacrificano, ma il frutto del sacrificio non arriva agli altri deboli. La Sardegna perde il G8 ma, com’è stato detto dai miei colleghi, il G8 in questi termini non serve a nulla all’Abruzzo: significa soltanto una perdita netta per un’altra regione del Paese.
Noi non siamo qui a fare una lotta fra le regioni e tanto meno fra i poveri, ma voglio fare rapidamente la storia di questa sciagurata scelta, che io chiamo lo scippo del G8, che – badate – non è iniziato col terremoto dell’Abruzzo, ma molto prima. Molto prima del terremoto, nel novembre scorso, noi deputati sardi presentammo un’interpellanza urgente, chiamando il Governo a rispondere delle prime avvisaglie. Infatti, mentre durante il periodo elettorale le promesse sono state molte, da quel momento in poi abbiamo cominciato a sentire qualche sinistro scricchiolio: ci si è ritirati dalla Sardegna, dopo averla occupata in periodo elettorale e dopo averla inondata di promesse. E questo non ha riguardato solo il G8, ha riguardato anche altri campi: la chimica, le promesse di parlare all’amico Putin che avrebbe salvato Pag. 90la Eurallumina, la strada Sassari-Olbia e tante altre cose che erano state promesse solennemente in campagna elettorale. Fra di esse, il G8 è solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. È stato fatto gratuitamente, senza alcun vantaggio per l’Abruzzo, ed è una tragedia per la Sardegna.
Dunque con questi nostri emendamenti cerchiamo di riparare almeno a qualcuno dei pessimi effetti di questa scelta. L’emendamento che sto illustrando, in particolare, ha solo il fine di reinserire le imprese del subappalto, che sono le vere vittime di questo provvedimento, poiché invece i grandi appaltatori troveranno altrove soddisfazione, forse nella stessa ricostruzione abruzzese, mentre invece i piccoli subappaltatori sardi, che sono quelli che garantivano un po’ di occupazione in Sardegna, sono disperati, e ce lo dicono continuamente.
Sono latore di messaggi che provengono dalle associazioni professionali, dalla stessa Confindustria del nord della Sardegna. Parlo a nome anche di questi ceti e non solo dei lavoratori. La Sardegna è una regione che ha mille problemi in questo momento, poiché sta vivendo in maniera drammatica gli effetti della crisi che attanaglia tutto il Paese, e questo provvedimento, questo scippo del G8, peggiora questa situazione.
Con questo emendamento si prevede che, nel caso che si debba riconvertire i contratti, almeno si stabilisca che la quota attualmente prevista dal testo del decreto, pari al 50 per cento, scenda al 20 per cento, così che sia garantita una parte almeno delle risorse impegnate, che le imprese possano concludere almeno in parte il loro lavoro e che si possano portare a compimento opere che altrimenti resteranno drammaticamente incompiute.
Signor Presidente, questa volta mi limiterò ad una battuta perché le argomentazioni sono sostanzialmente le stesse. Questo emendamento mira a dilazionare il termine previsto dal decreto-legge per l’interruzione del versamento delle percentuali di corrispettivo in favore degli appaltatori: quello che proponiamo è un piccolo beneficio, un piccolo correttivo (molto piccolo, giacché non credo che esso graverebbe in alcun modo drammatico sulla situazione generale delle finanze, tanto più che tutto ciò è già ampiamente previsto e bilanciato).
Signor Presidente, il testo della norma prevede che qualora le imprese interessate al G8 non si accordino sulla base di quanto viene loro proposto, i corrispettivi dovuti per le prestazioni d’opera professionali sono ridotti del 50 per cento rispetto al compenso originariamente pattuito. È un modo di affrontare la contrattualità abbastanza singolare. Capisco bene che vi è stato un evento nuovo. Non si svolge più la grande manifestazione internazionale e, dunque, si deve tornare indietro; lo capisco. Mi sembra, tuttavia, che questa norma sia abbastanza iugulatoria nei confronti di coloro che si sono fidati della parola del Governo, che hanno fatto una programmazione, che hanno preso i loro impegni, che hanno stabilito i loro piani di lavoro e che hanno assunto personale. Di fronte a tutto ciò, noi chiediamo semplicemente – ci pare di chiedere il minimo – che questo 50 per cento venga ridotto al 20 per cento.

Atto Camera

 15.06.2009

Intervento sulla discussione del disegno di legge: S. 1534 – Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 aprile 2009, n. 39, recante interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo nel mese di aprile 2009 e ulteriori interventi urgenti di protezione civile (Approvato dal Senato) (A.C. 2468)

Signor Presidente, sono il primo deputato della Sardegna che prende la parola in questo dibattito, forse uno dei pochi non abruzzesi. Mi permetta allora di iniziare questo mio breve intervento un po’ irritualmente, citando una persona che ho la fortuna di vantare tra i miei amici, uno dei tanti italiani che si sono spesi senza alcun calcolo e senza alcun profitto nelle ore drammatiche del terremoto dell’Abruzzo. Sto parlando del signor Antonello Pilo di Sassari, classe 1934, volontario della Croce Rossa, militante del Partito Democratico sassarese, circolo «Partecipazione e democrazia», in una delle zone più popolari di Sassari. Il 16 aprile Antonello Pilo, praticamente da solo, ha organizzato una prima spedizione di 4 autoarticolati, 120 tonnellate di viveri di prima qualità offerti dalla generosità dei commercianti sassaresi. Tali viveri sono stati da lui personalmente consegnati alla Croce Rossa dell’Aquila. Il 6 giugno, grazie all’aiuto generoso di enti locali, fondazioni bancarie e associazioni della provincia di Sassari, ha potuto consegnare tre gruppi elettrogeni della potenza complessiva di quasi 300 chilowatt per erogare l’energia elettrica nei campi più periferici intorno all’Aquila, che ne erano privi ed erano al buio.
È certamente solo uno dei tantissimi esempi che si potrebbero citare su scala nazionale, perché vede, signor Presidente, l’Italia sarà un Paese pieno di difetti, come talvolta diciamo, ma non difetta certo di senso di solidarietà nazionale. Cito questo esempio semplicemente per poter dire in modo netto e senza alcuna ambiguità che i cittadini sardi, in particolare il Partito Democratico della Sardegna, sentono come propria la tragedia dell’Abruzzo e sono senza riserva alcuna al fianco di quelle disgraziate popolazioni. Lo dico, lo ripeto, perché non voglio che sorgano equivoci: se i colleghi dell’Abruzzo me lo consentono, voglio dichiarare qui che noi deputati sardi del Partito Democratico ci sentiamo abruzzesi, in questa occasione.
Debbo però subito aggiungere – forse introduco in questo dibattito un motivo di polemica e me ne dolgo, ma è necessario che lo faccia – come deputato del Partito Democratico e come cittadino sardo che non smetterò mai di denunciare il vero e proprio scippo delle opere e dello svolgimento del G8 subìto per volontà del Governo Berlusconi. Signor Presidente, si tratta di uno scippo lungamente annunciato ben prima del terremoto, che solo occasionalmente e strumentalmente ha trovato motivo nella tragica emergenza del terremoto.
Mi permetta di riassumere rapidamente qualche fatto. Dopo una campagna elettorale regionale alla quale il Presidente del Consiglio ha voluto partecipare in prima persona, sostituendosi in pratica al candidato del centrodestra, inondando della sua figura e delle sue parole ogni più remoto angolo della nostra regione, tutti gli impegni solennemente assunti davanti agli elettori sardi sono stati in breve periodo sistematicamente traditi. È accaduto con la chimica di Porto Torres e di Assemini, per la quale si era improvvisato – con grande clamore mediatico – un tavolo per accordi governativi a quattro giorni dal voto e che è semplicemente lasciato a se stesso e cola a picco.
È accaduto con l’Eurallumina, per cui si era promesso chissà quale intervento dell’amico Putin, che avrebbe dovuto condizionare la proprietà russa di quell’impresa, che è stata semplicemente cancellata. È accaduto con le bonifiche industriali. È accaduto con la strada Sassari-Olbia: un’arteria cruciale per il nord della Sardegna, sulla quale muoiono ogni anno decine di persone, che richiede urgentissimi interventi, che erano legati al G8.
È accaduto, infine, per l’intero G8, spostato in blocco in una notte, con una dichiarazione, dalla Maddalena all’Aquila, dopo che per oltre due anni si era lavorato alacremente alla preparazione dell’evento, mobilitando su di esso risorse ingenti derivanti dai fondi FAS spettanti alla regione sarda e specifiche risorse autonome della regione stessa.
Ho detto «scippo lungamente annunciato» perché il Presidente del Consiglio, con quel suo metodo tipico che consiste nel prendere le decisioni non nelle sedi formali ad esso deputate, ma nelle interviste estemporanee alla televisione o con delle dichiarazioni ai giornali, aveva già lasciato aleggiare più di una volta lo smantellamento del G8 alla Maddalena, come, ad esempio, quando ne aveva proposto lo spostamento a Napoli, un’altra piazza sulla quale cercava a quell’epoca consensi facili a spese altrui. Della Maddalena e della Sardegna, lo capiamo benissimo, non gli interessava più nulla, dopo aver fatto il pieno dei voti sardi alle elezioni regionali ed essersi liberato dello scomodo presidente Renato Soru, colpevole di aver promosso un progetto di riscatto e di autonomia dell’isola dalle speculazioni dell’affarismo nazionale e internazionale.
Si è colta al volo l’occasione del terremoto, per fare cosa? Ci dicono per spostare il G8 all’Aquila, per ovviare così almeno in parte al dolore e alla tragedia, al disagio profondo di quelle zone. Ma chi è stato in quella disgraziata città, come il mio amico Antonello Pilo che ho appena citato, chi ha potuto vivere come lui diversi giorni nei campi e conoscere dal di dentro, parlando con i responsabili e lavorando con loro, i problemi reali di quelle popolazioni, ci dice e mi dice che in mezzo a quelle macerie, in mezzo a quelle tende, davanti a quei tanto drammatici problemi di sopravvivenza, un vertice internazionale complesso e ingombrante come il G8 non lo si potrà mai celebrare, o perlomeno forse si potrà mettere in scena una parata, una cerimonia di facciata, ma si sposterà naturalmente altrove l’effettivo svolgimento dei lavori.
Non è dunque per favorire le popolazioni terremotate, come ci hanno detto, che il G8 è stato scippato alla Sardegna, piuttosto per realizzare un facile spot pubblicitario, per rispondere, come sempre, sul piano dell’immagine ai problemi più drammatici della realtà. È fiction, signor Presidente, pura fiction nella maniera alla quale ci ha abituato da tempo questo Governo. Gli effetti però sulla Sardegna non sono stati fiction, sono stati e sono durissimi.
L’assegnazione del G8 alla Maddalena, quando fu ideato dal Governo Prodi e dalla giunta regionale presieduta da Renato Soru, voleva essere una chance di straordinaria portata offerta a quell’isola dopo la dismissione della base americana, per compensarla dei lunghi decenni di servitù militare e anche dei rischi di inquinamento atomico corsi da quella popolazione, per riconvertirla ad una turismo d’élite, di richiamo internazionale.
Le opere previste per il vertice, di grande rilevanza e spesso anche di notevole pregio urbanistico, avrebbero dovuto costituire la dote che il G8 avrebbe lasciato a quella popolazione. L’intero indotto del nord Sardegna, un’area fortemente depressa per le conseguenze della crisi industriale e per gli acuti problemi che si legano alla difettosa continuità territoriale con il resto d’Italia e d’Europa, se ne sarebbe avvantaggiato. E la Sassari-Olbia, che prima ho citato, non era che uno dei punti chiave di questa strategia di rilancio. Si legavano al G8 anche la realizzazione della strada Olbia-Arzachena, della Olbia-S.Teodoro, il riassetto funzionale del collettore fognario costiero, gli interventi sulla portualità turistica, la sistemazione urbana di ampie zone di lungomare alla Maddalena, il potenziamento dell’adduzione di acqua grezza in quell’isola, l’allungamento della pista dell’aeroporto Costa Smeralda, lo spostamento in zona più idonea della stazione ferroviaria di Olbia che oggi ostacola lo sviluppo di quella città, la realizzazione del molo di Levante a Porto Torres e molte altre opere minori. La Sardegna, impegnando in questo piccolo piano di rinascita i fondi FAS ad essa assegnati, puntava ad una stagione operosa di lavori cui avrebbe corrisposto un importante riassetto e una significativa riqualificazione, finalmente, di intere aree marginali a lungo trascurate.
Una vasta platea di interessi locali guardava con speranza alle realizzazioni legate al G8, e non parlo tanto dei grandi appaltatori – in genere le imprese non sarde, compensate oggi di fatto nella ricostruzione abruzzese, troveranno in qualche misura la maniera di soddisfare i loro maggiori problemi – ma parlo dei subappaltatori, nelle cui file si contava e si conta la parte migliore e più operosa dell’imprenditoria edile e dell’industria locale del nord Sardegna.
Voglio farmi qui portatore, signor Presidente, della protesta e delle serissime preoccupazioni unanimi di tutte le organizzazioni economiche del nostro territorio, senza distinzioni tra sindacati dei lavoratori, rappresentanze industriali, camere di commercio, organizzazioni dell’artigianato e dell’industria turistica alberghiera.
I principali alberghi della zona, bloccati in una parte importante della stagione dalle prenotazioni legate al G8, sono oggi in serissima difficoltà per dover riprogrammare a ridosso dell’estate tutta la loro attività; decine di imprese che avevano fatto conto sul lavoro del G8 sono oggi nella situazione di dover rinunciare alle proprie legittime previsioni di guadagno e licenziano i loro dipendenti, se ne avvertono già gli effetti. Un’intera regione, già funestata dalla disoccupazione, viene ricacciata indietro, perde d’un colpo tutte le proprie speranze.
Si completeranno le opere iniziate? Non si sa; nel testo di questo decreto-legge, nel corso della discussione al Senato, è stata introdotta un’assicurazione generica, ma penso che ci sia perfino il rischio – una beffa nella beffa – che il paesaggio bellissimo de La Maddalena sia deturpato ora dalle opere incompiute, dai ruderi del G8 che non fu mai.
Si potranno spendere le nostre risorse FAS per lo sviluppo di quelle zone? Non si sa neanche questo, regna sulla materia una fitta cortina di silenzio, questi Fondi appaiono e scompaiono ad intermittenza. Neppure le nostre tempestive interrogazioni al Governo, ne presentammo una noi deputati sardi, ancora nel novembre scorso, molto prima che avvenisse lo scippo, che ci fosse il terremoto perché già avvertivamo le avvisaglie di questo disimpegno del Governo dalla Sardegna, ebbene, neppure le nostre interrogazioni sono riuscite a penetrare questo interrogativo. Ci sono state date risposte evasive che varrebbe la pena di rileggere letteralmente, anche per criticare come il Governo rispose allora, sostanzialmente non dando risposta su decisioni che, invece, erano evidentemente in cantiere e che poi sono maturate qualche mese dopo.
Signor Presidente, del resto, la politica di questo Governo richiama alla mente la vecchia storiella dei carri armati di Mussolini: gli stessi soldi, così come i carri armati allora, li si sposta da una parte Pag. 49all’altra, preferibilmente dove sono previste elezioni, dove si possono abbindolare i cittadini con mirabolanti promesse che poi puntualmente vengono lasciate cadere e non vengono mantenute.
Signor Presidente, noi abbiamo presentato, come deputati sardi, ma sono firmati da tutti i deputati del Partito Democratico, un complesso di emendamenti – pochi emendamenti perché condividiamo l’esigenza di non oberare questa traduzione in legge del decreto-legge in esame con una marea di proposte emendative e perché nessuno di noi pensa di poter fare su una materia così delicata e così dolorosa dell’ostruzionismo parlamentare – all’articolo 17, che è quello fondamentale, che mirano sostanzialmente a fissare impegni precisi su carta perché non ci fidiamo più delle parole, delle dichiarazioni ai giornali, ne abbiamo sentite troppe di queste dichiarazioni rassicuranti nei confronti della Sardegna. Noi vogliamo che gli impegni nei confronti della Sardegna vengano fissati in questo testo di legge, a cominciare dalla promessa, ripetuta anche in queste ore dal Presidente del Consiglio, che a La Maddalena si terrà perlomeno il G8 dell’ambiente.
Vorremmo vedere scritto nella legge questo impegno, che le opere iniziate – almeno quelle – siano concluse, dando lavoro alle imprese sarde che vi avevano fatto affidamento e consentendo che i lavoratori non vengano licenziati e che i soldi che spettano alla Sardegna siano spesi per la Sardegna e non prendano delle strade imperscrutabili nelle quali si perde qualunque traccia degli impegni precedenti.
Signor Presidente, signor sottosegretario, questo lo chiediamo non come un’elemosina perché i sardi, come è noto, non sono usi chiedere l’elemosina ad alcuno; lo chiediamo perché è un nostro diritto, perché pacta sunt servanda e perché non è lecito a nessuno, neppure a chi crede di essere il padrone d’Italia, giocare il gioco delle tre carte, come fanno gli imbroglioni di strada. La Sardegna non è quella che appare in questi giorni nelle famigerate foto di Villa Certosa, delle quali come sardi ci vergogniamo; è una terra di gente seria che lavora e vuole lavorare, che crede – forse troppo ingenuamente – nella parola data e che esige dal Governo nazionale la stessa attenzione e lo stesso rispetto che si riserva alle altre regioni, esige semplicemente, così come si fa per l’Abruzzo, giustamente, anche per la Sardegna quello che a tale regione spetta.

Leggi Atto della Camera

11.06.2009

Intervento sul Disegno di legge: Intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali (A.C. 1415-A) ed abbinate (A.C. 290-406-1510-1555-1977) (Seguito della discussione ed approvazione) – Ordini del giorno

Signor Presidente, intervengo per dire che le motivazioni con le quali ieri, a tarda sera, il senatore Caliendo ha respinto in blocco una serie di ordini del giorno, tra i quali anche il mio, mi sembrano opinabili.
Sappiamo tutti, senatore Caliendo, che il Ministro, nell’esercizio delle sue funzioni istituzionali, rende conto al Parlamento del funzionamento della giustizia anche con dati statistici, ma il senso del mio, come di altri ordini del giorno, era esattamente quello di stabilire un monitoraggio più puntuale, direi peculiare, ad hoc, sul rendimento di questa legge in materia di intercettazioni. Non credo che ciò bloccherebbe l’attività giurisdizionale o l’attività della giustizia in genere. Senatore Caliendo, abbiamo una seria preoccupazione, che si è espressa in molti momenti del dibattito su questo disegno di legge.
La prima sta nel fatto che con queste nuove norme modificate radicalmente e in senso, temo, irrimediabile tutta una prassi, un sistema di indagini che ha dato negli anni scorsi indubbi successi sul fronte del contrasto alla grande e alla piccola criminalità. È dunque più che giustificabile che adesso chiediamo un monitoraggio così attento della legge.
Vi è anche una seconda ragione, che mi preme molto e che ho illustrato nel presentare l’ordine del giorno: è quella che attiene al vulnus che si crea sul diritto di cronaca e di informazione, violando, a mio avviso, l’articolo 21 della Costituzione. Anche sotto questo profilo mi interesserebbe molto sapere, a distanza di qualche tempo, Pag. 9qual è lo stato dei diritti costituzionalmente garantiti dopo l’applicazione di questa legge.
Il mio ordine del giorno poi insisteva sui reati ambientali: non è necessario che spenda parole per dire la serietà di questo ambito, e la responsabilità in capo al potere pubblico; e quindi anche qui la necessità di un’attenta indagine sugli effetti della legge.
Non vi chiediamo con l’ordine del giorno in esame nulla di straordinario. Vi chiediamo di fare quello che deve sempre fare il Governo, una classe di Governo virtuosa: preoccuparsi degli effetti applicativi delle leggi, e se del caso modificarli dopo qualche tempo in base ai risultati di queste verifiche. Buonsenso, semplice onestà politica! Ma poiché avete fatto la legge in discussione, ahimè, soltanto per mettere il bavaglio alla stampa e per assicurare l’immunità a chi di dovere, naturalmente siete contrari. Chiedo dunque il voto sull’ordine del giorno in discussione.

Leggi Atto Camera

10.06.2009

Interventi sul Disegno di legge: Intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali (A.C. 1415-A) ed abbinate (A.C. 290-406-1510-1555-1977)

Ripresa discussione – A.C. 1415-A

Signor Presidente, mi limiterò ad affrontare un solo punto: il divieto di pubblicazione e di diffusione di nomi e immagini di magistrati relativamente ai procedimenti loro affidati.
Mi si permetta di osservare anzitutto come questa disposizione confligga in modo patente con la realtà della società dell’informazione nella quale tutti siamo immersi. Viviamo nell’epoca della comunicazione globale, caratterizzata dall’immediatezza della trasmissione delle immagini e l’idea stessa di poter impedire la circolazione delle informazioni è francamente in questo contesto semplicemente vana, come quando ci si illude di poter censurare le foto di Villa Certosa ma poi El Pais le pubblica lo stesso, inondando Internet.
Capisco le motivazioni nobili – dirò poi le meno nobili – che ispirano questa norma e si dice che è necessario ostacolare il protagonismo eccessivo dei giudici. Capisco e condivido un’istanza che, del resto, ancora ieri è stata espressa dal Presidente della Repubblica. Il protagonismo dei giudici ha rappresentato, negli anni scorsi, il sintomo di un malessere della giustizia, sebbene debba qui subito aggiungere che quel protagonismo trova la sua radice storica nella diserzione e nei silenzi della politica e dell’amministrazione. Infatti, onorevoli colleghi, quando venne alla luce negli anni Novanta l’articolato sistema corruttivo svelato da «mani pulite» sarebbe toccato alla politica, ad una buona politica consapevole delle sue responsabilità morali, far piazza pulita dei corrotti, instaurare nuove regole di autocontrollo, riformare la legislazione nei punti critici.
Allo stesso modo sarebbe toccato all’amministrazione, ad una buona amministrazione, ritornare a quella prassi virtuosa dei controlli ispettivi e delle inchieste interne, dell’autocensura preventiva che aveva caratterizzato a lungo la sua storia secolare. Né l’una né l’altra tuttavia hanno saputo fare allora la loro parte preferendo pilatescamente lasciar fare al magistrato penale.
Si dice che il magistrato non deve apparire. È giusto, ma vi sono circostanze e momenti nei quali l’opinione pubblica pretende giustamente di sapere e di sapere subito e i media hanno il dovere di riferire.
Come sempre voi affrontate problemi complessi, che richiederebbero risposte complesse, facendo ricorso alla scure del diritto penale. Emanate divieti e scrivete in leggi intimazioni, minacciate sanzioni: insomma, mostrate i muscoli. Questa che stiamo discutendo, invece, è materia tipica da codici deontologici, da autogoverno responsabile delle categorie – magistrati e giornalisti in questo caso – da prassi virtuose e condivise, capaci di isolare i comportamenti sbagliati ed eccedenti. Questo è necessario fare.
Il rischio che denunciamo in questo vostro provvedimento è che, con la scusa di contrastare il protagonismo dei giudici, voi mettete a repentaglio il ruolo democratico dell’informazione garantito dalla Costituzione, costruendo in questo come in altri articoli di questa brutta legge una macchina repressiva il cui unico intento, alla fin fine, è minacciare e condizionare i media: quelli ancora indipendenti naturalmente…
Concludo, signor Presidente. Infatti, vi ricordo un recentissimo rapporto di un autorevole ente internazionale, la Freedom House, che ci colloca tra i 195 Paesi censiti nella sciagurata categoria di quelli.

Esame ordini del giorno – A.C. 1415-A

Signor Presidente, vorrei, nell’ordine del giorno da me presentato, illustrare in particolare un tema, quello della difesa del diritto di cronaca. Questo è un punto che è stato oggetto di grande dibattito in Commissione giustizia, sul quale sono state audite, con esiti molto significativi a mio avviso, tutte le componenti del mondo dell’informazione e tutte unanimemente si sono espresse con preoccupazione contro il provvedimento.
Il punto che vorrei affrontare in particolare è l’improvvida modifica del comma 2 dell’articolo 114 del codice di procedura penale. Questo articolo già oggi risponderebbe – così com’è – alle finalità repressive cui dice di mirare la modifica. Semmai il problema a mio avviso sarebbe, come sempre, non quello di inasprirlo ma quello di farlo rispettare, il che però naturalmente esula dai compiti del legislatore. Ma con la nuova norma introdotta e ora accolta nel maxiemendamento il vigente divieto di pubblicazione, totale o parziale, degli atti dell’indagine preliminare, già oggi previsto fino alla sua conclusione o sino al termine dell’udienza preliminare, viene confermato, consentendo la pubblicazione solo per riassunto dei soli atti non più coperti dal segreto, mentre nel divieto comunque della pubblicazione dell’intercettazione (divieto su cui siamo, come Partito Democratico, d’accordo) si consente, con riferimento alla richiesta di ordinanza cautelare, la possibilità di pubblicare solo il contenuto dell’ordinanza stessa dopo che l’indagato ne abbia preso conoscenza.
Meccanismo complesso, anche solo a leggerlo, della norma – se ne converrà – e direi meglio meccanismo contorto. Personalmente capisco poco, ad esempio, quale sia la distinzione tra il riassunto e il contenuto, e quale sia la necessità di normare diversamente le due cose. Sono seriamente preoccupato per chi finirà nelle maglie di questa legge, per coloro che, essendo operatori dell’informazione, dovranno di volta in volta regolarsi rispetto a questo genere di problematiche.
In questo modo – a me sembra – si pone il giornalista di fronte ad un diritto incerto, in qualche modo criptico, nel quale prevale l’interpretazione del volta per volta, con effetti deleteri sulla certezza del diritto di informazione e del suo esercizio. Infatti, colleghi, voglio essere chiaro su questo punto: il diritto di informazione è messo seriamente a repentaglio. Queste norme sia per la situazione critica in cui pongono il giornalista, sia per l’accresciuta responsabilità dell’editore (ritornerò subito sul tema), sia per gli effetti nei rapporti tra il direttore del giornale e l’editore rischiano di esercitare pesanti condizionamenti di fatto sulle libertà degli operatori dell’informazione. Più che la lettera di queste norme ciò che mi preoccupa è l’applicazione e gli effetti intimidatori che tali norme potranno esercitare sul complesso dell’informazione italiana che già, com’è noto, non gode di buona salute. Quanto all’editore, vorrei ricordare che nell’ipotesi di indebita pubblicazione viene chiamato a risponderne con sanzioni pecuniarie molto elevate che vanno da 25.800 euro a 465.000 euro. Per questo chiediamo perlomeno un attento monitoraggio di queste norme nella speranza che, perlomeno in futuro, si possa correggerle.

 

12.05.2009

Intervento in aula sul ddl 2180 – Disposizioni in materia di sicurezza pubblica – (A.C. 2180-A)
Discussione sugli emendamenti
 
Signor Presidente, vorrei subito esprimere la nostra totale avversità nei confronti di questo provvedimento, in particolare per quegli articoli che ne costituiscono l’ossatura fondamentale e, per così dire, l’essenza politica. Parlo naturalmente dell’introduzione nel nostro ordinamento penale del nuovo reato di immigrazione clandestina e delle molte misure (minuziose quanto vessatorie) che accompagnano questo fatto nuovo.

Non tratterò, dunque, della parte del disegno di legge che si riferisce alla mafia – è stato detto che in larga misura lo condividiamo – né delle altre concernenti altre materie occasionalmente normate in questa sede, ma certamente periferiche rispetto all’asse portante del provvedimento.

Per i suoi contenuti e per la volontà che la ispira, questa è essenzialmente una legge sull’immigrazione, una brutta legge sull’immigrazione, che rivela quale politica l’Italia intenda perseguire da oggi in poi su questo terreno difficile e delicatissimo. Con questo disegno di legge voi pensate – voi vi illudete – di affrontare un grande e complesso tema economico, sociale e culturale come quello dell’immigrazione, facendo ricorso esclusivamente agli strumenti del diritto penale.

Non è la prima volta che lo fate. Davanti alla complessità delle questioni sociali – che naturalmente possono avere allarmanti ricadute di politica criminale, ma che non per questo cessano di radicarsi nel sociale – non fate di meglio che rifugiarvi nell’escalation degli strumenti repressivi, nell’elevazione delle pene e nella riduzione delle garanzie. Voi, che a ogni piè sospinto ci sommergete con la retorica della libertà (vi proclamate addirittura Popolo della Libertà), che siete ipergarantisti quando si tratta di tutelare le prerogative dei forti, diventate improvvisamente durissimi quando dovete confrontarvi con i ceti più deboli, più emarginati e più indifesi.

In questo campo dell’immigrazione la scure pesante del diritto penale produce più danni di quanto non risolva problemi. In questo, come in altri campi dell’azione pubblica, occorrerebbe ragionare in termini di previsione tempestiva dei fenomeni, di regolazione negoziata e lungimirante, di dialogo con gli attori istituzionali e sociali. Occorrerebbe, per dirla con Gustavo Zagrebelsky, (uno dei nostri migliori giuristi ed ex Presidente della Corte costituzionale) «un diritto mite», fatto di accordi, di convenzioni, di codici di comportamento, di luoghi di confronto e di regolazione.

Viceversa, voi attingete a piene mani alla fabbrica sempre aperta della vecchia Italia forcaiola: inventate reati dove prima c’erano solo infrazioni amministrative e aumentate a dismisura le pene. Perfino per il redivivo reato di oltraggio a pubblico ufficiale avete aumentato la pena, creando un vero e proprio diritto speciale, una legge diversa tra extracomunitario e comunitario, ma anche tra cittadini comunitari e cittadini italiani. Introducete nuovi meccanismi persecutori con l’intento malcelato di scoraggiare l’integrazione di chi viene da fuori e vuole integrarsi nel nostro Paese, rendendo il permesso di soggiorno più difficile di quanto non lo sia già oggi, anche per effetto delle lentezze burocratiche dell’amministrazione italiana. Inventate il permesso a punti in modo da tenere i nuovi arrivati sempre sotto la spada di Damocle della conferma o della retrocessione. Imponete dei test di conoscenza della lingua italiana, che non sappiamo e non capiamo come e da chi potrebbero essere garantiti ed eseguiti.

L’immigrato senza permesso o anche quello che aspira ad esso, ma che sia entrato clandestinamente nel nostro Paese è in questo vostro disegno di legge un apolide senza più diritti, un cittadino ombra, un fantasma, destinato a nascondersi negli angoli bui della società, denunciabile da chiunque, come gli ebrei ai tempi delle leggi razziali, punito e discriminato per effetto della sua stessa condizione sventurata di irregolare. Non solo: per avere la cittadinanza dovrà pagare una tassa di 200 euro, le ronde diventeranno legali, il che segna la fine del monopolio dello Stato in materia di pubblica sicurezza, ciò che significa smantellare lo Stato di diritto come l’abbiamo conosciuto nella nostra storia secolare.

Non basta ancora: la persecuzione si estende ai rapporti familiari, alla possibilità di sposarsi, che poi sarebbe la via più diretta e più logica verso l’integrazione e la stabilizzazione degli irregolari, al diritto di registrare all’anagrafe i propri figli (le donne straniere irregolari senza passaporto non potranno riconosce i propri figli), alla possibilità per i bambini di accedere all’istruzione e all’assistenza scolastica. Poi c’è la detenzione nei CIE sino ad centottanta giorni, c’è il carcere fino a tre anni per chi affitta ai senza permesso.

Diciamo la verità: in questo vostro testo di legge si respira un’aria, anzi un fetore di razzismo. Sì, proprio di razzismo: la parola che non vi piace sentire, ma che dice pienamente gli intenti di una legge che è volta a respingere e scoraggiare l’intera immigrazione.

Razzismo, come razzista è la recente proposta di un ineffabile dirigente della Lega Nord di riservare ai soli milanesi una carrozza della metropolitana di Milano, come nell’Alabama degli anni Sessanta, senza che da noi vi sia a Roma un Kennedy pronto a mandare la guardia nazionale. Altro che Kennedy! Vengono, anzi, dal Presidente del Consiglio dei ministri Berlusconi, proprio in queste ore, parole inaccettabili contro l’integrazione, contro quella che viene definita la società multietnica che è presentata come uno spauracchio sul quale lucrare voti, quando altro non è se non la realtà non solo di domani, ma già di oggi in molte città italiane e per questo fatto solo per questo dovremmo preoccuparci di regolarla, governarla con ben altra lungimiranza di quanto non dimostri Berlusconi e con ben altro senso della misura e della responsabilità, se il Governo fosse effettivamente preoccupato dall’avvenire del Paese.

La vostra lungimiranza politica si esaurisce nelle motovedette che riconsegnano i disperati ai libici (donne e bambini compresi), naturalmente senza prima accertarsi dei rischi che correranno coloro che chiedono asilo per motivi di persecuzione politica. Lo dico – voglio precisarlo – in franco dissenso da chi, anche dalla nostra parte, minimizza considerando legittime le operazioni di respingimento indiscriminato a cui abbiamo assistito in questi ultimi giorni. Del resto, come sapeva già Manzoni per un Fra Cristoforo che si batte contro le ingiustizie ci sono sempre un padre provinciale e un conte zio pronti a sopire e a fare compromessi. La storia politica d’Italia, anche recente, purtroppo, è piena di padri provinciali ed è questa una delle ragioni per le quali voi prevalete.

Si tratta di una legge pessima, per far passare la quale dovete ricorrere alla fiducia, all’ennesima fiducia (siamo a quota quattordici). Vi accingete a votarla lo stesso, magari in nome dei sondaggi e dell’opportunismo elettorale.

Guardiamo anche noi a quei sondaggi, sappiamo anche noi quale preoccupazioni possa suscitare l’immigrazione – clandestina o regolare che sia – specie in certe regioni del Paese dove si è addensata più che in altre. Bisogna certamente tenerne conto, agire con fermezza quando serve la fermezza. Chi compie reati deve essere punito, siamo d’accordo.

Ma quando sono a rischio i diritti civili, quando sono in discussione le garanzie costituzionali più elementari una grande forza democratica, consentitemi, non guarda ai sondaggi, guarda alla propria coscienza, guarda alla propria storia, guarda al proprio dovere verso la storia. Ed è quello che ci accingiamo a fare da questa parte della Camera nel votare «no» contro questa pessima legge.

Atto camera

 

30.04.2009

Intervento in Aula sul “decreto sicurezza”

(Ripresa della discussione sulle linee generali – A.C. 2180-A)

Signor Presidente, sotto un titolo unitario il provvedimento oggi all’esame della Camera ingloba una grande quantità di materie, talvolta solo indirettamente riconducibili al concetto di sicurezza pubblica, con un metodo legislativo, che mi permetto di definire pessimo, che è diventato in questo primo scorcio di legislatura una vera e propria patologia: non si fanno più leggi, tanto meno grandi legge come occorrerebbe per la sicurezza, si fanno «spezzatini» di norme.

Dico subito che tra queste norme ve ne sono anche molte che noi condividiamo: in Commissione abbiamo proposto, per bocca dell’onorevole Zaccaria, di stralciare dal provvedimento il nucleo riguardante l’immigrazione per poter poi discutere serenamente il resto, però di accordi, specie se ragionevoli, con la maggioranza attuale evidentemente non se ne possono contrarre, sì che siamo qui a dire tutta la nostra opposizione al provvedimento così com’è. Sono appunto le disposizioni sull’immigrazione che noi giudichiamo non solo sbagliate, ma pericolose per la tendenza autoritaria che rivelano e per i diritti costituzionali che mettono seriamente a repentaglio.

Il grande fenomeno dell’immigrazione, destinato a segnare di sé l’intera epoca nella quale viviamo, non nasce dalla malvagità degli uomini né, come ci vuol far credere una propaganda rozza quanto intellettualmente disonesta, nasce dalla debolezza dei Governi passati. L’immigrazione nasce – esistono in materia interi scaffali di studi – dai grandi squilibri economici e culturali del mondo contemporaneo, dalla somma ingiustizia che ha sin qui governato, e che tuttora governa, la distribuzione delle risorse su scala planetaria, dall’inaccettabile condizione di povertà estrema nella quale vivono intere aree del pianeta, a cominciare dall’Africa. Se non si parte da questo dato obiettivo, se non si ragiona freddamente e ci si lascia guidare dall’emotività elettoralistica difficilmente sarà possibile venire a capo del problema.

Noi siamo convinti che, viceversa, di qui occorra partire puntando al governo intelligente del fenomeno e, se possibile, alla sua razionalizzazione nel tempo, soprattutto cogliendo le opportunità che l’immigrazione può offrire piuttosto che erigere impossibili muri protezionistici e ricorrere a politiche repressive o addirittura persecutorie in contrasto con la Costituzione democratica, perché questo prevede il presente disegno di legge.

Il provvedimento mette a punto un sistema più o meno coordinato (io dico scoordinato) di misure persecutorie nell’intento trasparente quanto vano di ricacciare indietro l’immigrazione. Si va, dunque, dalla riforma dell’articolo 116 del codice civile, facendo dipendere l’eventualità del matrimonio di stranieri dal possesso di un documento attestante la regolarità del soggiorno, quando tutti sappiamo che proprio il matrimonio è sovente il passaggio naturale per la regolarizzazione dell’immigrato, per il suo radicamento e che l’impianto di una famiglia costituisce la migliore terapia sociale all’emarginazione e allo sbandamento, sino all’introduzione di quello che, seppure è punito con ammenda da 5 mila a 10 mila euro – si badi all’esosità ingiustificata di queste ammende – costituisce un vero e proprio reato d’immigrazione clandestina esteso, per di più, non solo a chi entra clandestinamente nel Paese, magari con l’intento di mettersi subito in regola per poter sostare, ma anche a chi, essendovi rientrato con permesso regolare, perde, per così dire, la condizione per scadenza del permesso. Ciò accade in moltissimi casi concreti, come sappiamo, e a lavoratori stranieri, spesso anche occupati nelle aziende o nelle famiglie italiane.

Si prevedono una vasta congerie di disposizioni, anche minute, un vero e proprio armamentario, un decalogo della non accoglienza come unica risposta che questo disegno di legge dà all’immigrazione. L’espulsione è sottratta alla valutazione dell’autorità giudiziaria il cui nullaosta non è più richiesto; l’iscrizione all’anagrafe, o anche la sola richiesta di variazione anagrafica, sono sottoposti ad un accertamento preventivo delle condizioni igienico-sanitarie dell’alloggio. Ricordo che la Commissione affari sociali in sede consultiva ha posto una specifica condizione, ossia ha espresso parere favorevole, purché all’articolo 42, comma primo, capoverso, le parole: «sono subordinate» siano sostituite dalle seguenti: «possono dar luogo» e sia soppresso tutto il secondo periodo. Sarei interessato a sapere cosa pensa il Governo di questo parere della Commissione affari sociali.

Poi ancora vi è il pagamento del contributo, l’ha già detto l’onorevole Rossomando, l’arresto fino ad un anno e un ammenda fino a 2 mila euro che colpiscono chi non ottemperi all’ordine di esibire il passaporto, nonché pene elevate per chi violi l’ordine di espulsione.

Vi è poi l’accordo d’integrazione a punti come per la patente che incombe sullo straniero regolare munito di permesso di soggiorno e perfino l’accesso alle prestazioni sanitarie. Mi riferisco alla denuncia della nascita di un bambino, oltre che alla richiesta di pubblicazione per il matrimonio subordinati a condizione per la piena regolarità. Uno straniero che vive nel nostro Paese, sia pure nell’attesa dei tempi burocratici necessari per il rilascio del permesso di soggiorno – magari anche con un lavoro regolare e senza che abbia commesso specifici reati – per il fatto stesso di essere in questa condizione transitoria d’irregolarità, è in pratica un soggetto senza diritti e invisibile all’ordinamento come fosse un’ombra.

Abbiamo sentito nelle audizioni e letto nei documenti un coro unanime di critiche a queste disposizioni. Raramente capita di registrare tanta concordanza da parte di tanti soggetti diversi. Inoltre, ho lasciato per ultimi i due punti forse peggiori del provvedimento: ancora una volta le ronde e la detenzione nei centri di espulsione estesa ai centottanta giorni. Su questi due punti ormai abbiamo detto tutto ciò che c’era da dire. L’abbiamo fatto in occasione della discussione sulle misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale licenziate quindici giorni fa.

Con ostinazione pari solo all’arroganza, gli articoli che il Parlamento boccia (magari anche con voto segreto) vengono poi impudicamente riproposti in altri provvedimenti successivi, come se nulla fosse. È ciò che avete fatto in quest’occasione con sovrano disprezzo delle Camere. Sulle ronde non ho che da ripetere ciò che abbiamo detto. La nascita in Europa dello Stato moderno coincide storicamente con l’esercizio del monopolio della forza pubblica in capo allo Stato o agli enti delegati dallo Stato. Altri modelli, quelli della giustizia fai da te, delle polizie private, degli sceriffi, del controllo del territorio da parte di organizzazioni di cittadini variamente reclutati e legittimati (ovvero dilettanti allo sbaraglio) contrastano non solo con la Costituzione, ma con l’idea stessa dello Stato di diritto.

Ancora più grave, se possibile, è la detenzione nei centri di persone giunte clandestinamente in Italia, cui non si può addebitare alcun reato specifico ad eccezione di quello dell’ingresso clandestino. Ho visitato in Sardegna uno di questi centri (per la verità prima che diventasse un centro di espulsione), ma già in quella situazione ne ho tratto un’impressione negativissima. Sono veri e propri luoghi di incarceramento: persone che si vorrebbero trattenere per sei mesi senza diritto (perfino con meno diritti dei carcerati condannati) in vere e proprie condizioni di cattività e come sospesi nel possesso dei propri diritti, ovvero dei diritti delle persone assicurati dalla Costituzione italiana.

Signor Presidente, in conclusione consideriamo tutta questa serie di misure vessatorie, inutili, dannose, produttrici di ulteriori problemi, aggravanti la situazione e non migliorative. Siamo convinti che una politica moderna rivolta ai flussi di immigrazione debba mirare all’integrazione nella comunità nazionale, favorendo l’uscita dallo Stato dolorosa e socialmente pericolosa della clandestinità a favore di una regolarizzazione che non può che coincidere con l’attribuzione agli immigrati dei pieni diritti di cittadinanza. I fondamenti per mettere in atto queste politiche esistono, a nostro avviso, tutti nell’attuale situazione, a patto che vi sia la volontà politica di farlo e che non si dimentichi mai che l’Italia è una democrazia basata sulla Costituzione democratica.

24.04.2009

Manifestazione PD in vista delle Europee – Guido Melis

07.04.2009

Intervento di Guido Melis, 7 aprile 2009, sulle “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori”,Camera dei deputati, Aula.

Signor Presidente, mi è già capitato in Commissione giustizia di svolgere un’osservazione che risale in parte al mio vecchio mestiere di storico dell’amministrazione pubblica. Nella storia della pubblica sicurezza dell’Italia unita non esistono precedenti che possano essere comparati davvero all’istituzione di queste associazioni di volontari, come previste dall’articolo 6 del decreto-legge che ci accingiamo a convertire. La ragione è facilmente spiegabile: il passaggio dall’ancien régime allo Stato costituzionale ha comportato, anche nel nostro Paese, durante l’Ottocento, la scomparsa, la totale emarginazione, di quel sistema delle polizie private, dei corpi separati legati alla struttura della società per ceti, insomma delle compagnie armate di «bravi» manzoniani, che erano tipiche degli Stati precostituzionali.

Lo dimostrano studi anche recenti. Citerò solo quelli promossi e pubblicati presso l’università di Milano dal professor Livio Antonielli e dal suo gruppo di lavoro. La vicenda storica del monopolio della forza e in essa dell’esercizio esclusivo delle funzioni di pubblica sicurezza si iscrive nella più vasta esperienza dello Stato moderno e fa parte integrante di quel vasto processo storico per cui i cittadini delegano allo Stato, sulla base di un preciso patto costituzionale, tali delicatissimi compiti. Lo Stato, naturalmente, può trasferirli per delega agli enti che un tempo si chiamavano minori (naturalmente uso una vecchia nomenclatura e me ne scuso), per esempio attraverso la creazione di polizie municipali, eventualmente anche armate. Però, il principio universalmente affermato, almeno nell’Europa del diritto, è che i corpi preposti alla tutela della sicurezza debbono essere appositamente selezionati dallo Stato, secondo criteri precisi e professionalmente addestrati, in rapporto alle funzioni delicatissime che sono chiamati a svolgere.

In ciò sta una precisa garanzia del cittadino, che nella neutralità ed imparzialità – sottolineo questi due sostantivi: neutralità e imparzialità – di simili procedure può ben riporre la propria fiducia.

Le eccezioni a questo principio, anche se non volete sentirvelo dire, sono solo le polizie di partito; sono le polizie nate dai partiti eversivi del Novecento, poi travasate nello Stato, come – è già stato detto altre volte – accadde nel 1923 con la milizia mussoliniana, che giurava fedeltà al duce e si prefiggeva come scopo la difesa della cosiddetta rivoluzione fascista.

Ma voi dite che qui non si tratta di corpi armati, bensì di buoni cittadini desiderosi di assicurare la sicurezza delle proprie contrade e di difendere le loro case e le loro famiglie; per la verità, il testo dell’articolo 6 è tutto un contorcimento semantico, tutto un dire e non dire, quasi che i suoi estensori si volessero nascondere dietro l’ambiguità delle parole.

Si dice che i sindaci, previa intesa con il prefetto, possono avvalersi della collaborazione di associazioni di cittadini non armati al fine di segnalare alle forze di polizia dello Stato o locali eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana o situazioni di disagio sociale.

Confusa l’attribuzione: sono evocati tutti insieme il sindaco e il prefetto, poi, però, si tratta di aiutare la polizia, laddove quest’ultima, cioè il questore, è l’unica a non avere diritto di parola. Confusissimo l’oggetto: eventi che possono arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale. Il campo, come si vede chiaramente, è sterminato e indeterminato.

Le associazioni, precisa subito dopo il testo, sono iscritte in un apposito elenco tenuto a cura del prefetto, previa verifica dei loro requisiti. Ma quali requisiti? Accertati come? Questi requisiti non sono previsti nella legge. Si privilegiano gli ex componenti in congedo delle forze dell’ordine o delle Forze armate; una specie di richiamo in servizio, dunque, che ricorda un antico modello circolato in Europa, quello prussiano, adottato nella Germania guglielmina.

Solo che in Germania i veterani finivano a fare i postini; qui, invece, fanno le ronde notturne. Qualche collega dice che non si tratta di nient’altro che di volontariato sociale, gente che va in giro la notte a sostenere i bisognosi.

Sul punto, leggo anche dichiarazioni tranquillizzanti del capo della polizia, il dottor Manganelli, ma registro anche un’unanime condanna di tutti i sindacati delle forze dell’ordine, senza alcuna distinzione di parte, e le critiche di autorevolissimi prefetti. Registro il dissenso del CSM, la dura presa di posizione delle associazioni dei magistrati e una serie interminabile di critiche di esperti, operatori sociali e associazioni.

Del resto, anche davanti a questo palazzo, le associazioni dei tutori dell’ordine si sono già espresse contro le ronde. Un fronte del «no» che va ben oltre la nostra parte, ben oltre l’opposizione rappresentata in Parlamento, e che si nutre di motivazioni difficilmente liquidabili come strumentalizzazioni politiche.

Negli anni scorsi mi è capitato, colleghi, per ragioni professionali, di lavorare a stretto contatto con le scuole di formazione della pubblica amministrazione. Sono stato docente stabile della Scuola superiore della pubblica amministrazione, membro del comitato direttivo della Scuola dell’amministrazione dell’interno, più raramente ho lavorato anche per la Scuola superiore di polizia con compiti di docenza.

Ebbene, ho imparato in quelle circostanze, e l’ho imparato dai prefetti, dai tutori dell’ordine e dagli esperti, che il tema dell’ordine pubblico, specialmente in presenza di una forte emergenza legata all’immigrazione, rappresenta non solo in Italia, ma ormai in tutta Europa, terreno per professionisti appositamente preparati e non per dilettanti allo sbaraglio.

Non stiamo affatto parlando, infatti, ed è bene che ce lo leviamo dalla testa, di far passeggiare per le strade delle nostre città, nel cuore della notte, comitive di volenterosi desiderosi di fare due passi prima di andarsene a dormire.

Stiamo parlando di vere e proprie squadre, reclutate, pare di capire, in base a domande coordinate dalle forze politiche; squadre che in certe zone del Paese sarà difficile per i sindaci non istituire, perché saranno pressati sino al punto di doverlo fare, e difficilissimo per i questori e le autorità di polizia controllare.

Mi permetto una parentesi rivolta all’onorevole Santelli, che non è in Aula: guardi, onorevole Santelli, che in Sardegna le ronde non esistono, glielo posso assicurare, in nessuna città e in nessun paese; è una falsa notizia, l’hanno ingannata. Esistono, forse lei li confonde, i barracelli, un antico istituto dell’età premoderna, che si radica soprattutto nella storia della Sardegna rurale e che agisce soprattutto per prevenire e per reprimere il furto di bestiame, ma appartiene a un’altra storia, a un’altra vicenda, se mi consente, anche ad altri codici.

Qui si parla invece di ronde della Lega, di ronde della destra fascista, e chissà di quali altre formazioni partitizzate. A Roma, nei giorni concitati dello stupro della Caffarella, quando un’incauta indagine sommaria aveva sbattuto in galera due innocenti lasciando a piede libero due colpevoli, una ronda promossa dall’onorevole Starace – mi correggo, Storace – è venuta in conflitto con i custodi del parco della Caffarella, dove pretendeva di effettuare un pattugliamento notturno a suo piacimento, e si è reso necessario quella notte l’intervento della polizia vera a rimedio dei danni prodotti dalla polizia falsa e improvvisata.

E nel Sud (l’hanno detto in molti colleghi del Meridione), nelle grandi regioni del Paese a rischio di mafia e di camorra, come eviteremo le infiltrazioni, come potremo evitare di legalizzare attraverso le ronde le organizzazioni criminali?

E poi, scusate: come vigileranno questi «vigilantes»? Presumo non solo mostrandosi la notte attraverso esibizioni muscolari, ma fermando i sospetti, forse chiedendo loro i documenti, certamente anche intervenendo fisicamente in casi di emergenza; squadre certo dotate di apparecchi per parlarsi a distanza, coordinate, si spera, dalle forze di polizia regolari, ma comunque dotate di una certa autonomia di azione e di reazione sul territorio; presumo anche capitanate da qualcuno (è un aspetto molto delicato, che nessuno ha toccato), qualcuno che eserciterà un’influenza psicologica, perfino un potere sui membri delle ronde; con membri non retribuiti, ma già si parla di eventuali finanziamenti esterni, di sponsor, e tremo al pensiero di chi potrebbe finanziarle, queste ronde, specialmente in certe regioni del Paese in mano ai poteri criminali.

E chi aderirà a questa forma di pattugliamento notturno? Non dico nei piccoli centri, dove tutti si conoscono, ma nei grandi e medi centri urbani, dove esiste, nella generale separazione degli individui, nell’assenza della comunità, una manovalanza disponibile, strumentalizzabile, e non propriamente composta di tranquilli padri di famiglia.

Pensateci, colleghi, pensarci bene: mi immagino, signor Presidente, se fossi un cittadino straniero, magari anche regolarmente immigrato in Italia, magari a posto con la coscienza e coi documenti, e se per qualunque caso mi imbattessi di notte in una di queste ronde, se non conoscessi bene la lingua, se fossi abbigliato in modo da risultare agli occhi della ronda come un irregolare, come un sospetto, se si fosse verificato nei pressi qualche reato, o comunque esistesse una presunzione di reato, a me estranei ma addossabili alla mia responsabilità in base ad un procedimento logico grossolano secondo il quale gli stranieri, specialmente se marginali, per questo solo fatto sono potenziali delinquenti. Immagino l’incontro tra me straniero e questa ronda, composta di persone, magari anche in buona fede, possiamo ammetterlo, ma che si arrogano il ruolo di tutori supplenti dell’ordine pubblico, di cittadini più cittadini degli altri. Naturalmente di un ordine pubblico inteso secondo i propri parametri culturali, diciamolo pure: anche secondo i propri pregiudizi politici; pregiudizi oggi purtroppo molto diffusi in Italia, perché non stiamo parlando di un Paese di fantasia, stiamo parlando dell’Italia del 2009, dove sappiamo quali fermenti, quali umori, anche umori pericolosi circolino, all’interno della cultura italiana in questo momento. Immagino una tale situazione, e rabbrividisco.

Andiamo incontro, in Italia, come in tutto il mondo occidentale, a grandi trasformazioni sociali, di costume, culturali, che la crisi in atto ci restituirà probabilmente ancora più drammatiche e radicali, e le politiche della sicurezza pubblica ne saranno inevitabilmente investite. Già lo sono sin d’ora, visibilmente; è un terreno delicatissimo, ed in tale delicatissimo contesto voi lanciate quest’idea-manifesto delle ronde, mentre tagliate, come è stato ripetutamente detto, i Pag. 114fondi per la Polizia di Stato, riducete le volanti in giro per la città, fate mancare la benzina per muoverle, riducete ovunque la forza pubblica su strada, bloccate i concorsi di accesso, lasciate che le carceri esplodano per eccesso di detenuti, tagliate la medicina carceraria, tagliate la psichiatria dedicata al carcere, tagliate gli educatori penitenziari.Sono facile profeta se dico che l’applicazione delle ronde ne rivelerà l’inutilità certamente ma, temo, anche la pericolosità. Constato che in tanti anni di vita democratica, pur in presenza della guerra fredda e di conflitti anche molto acuti tra le forze politiche quali abbiamo vissuto negli anni della Repubblica, nessuno – dico nessuno – aveva mai pensato a niente di simile: che voi oggi lo abbiate pensato è il segno di un degrado politico e costituzionale che non può non preoccupare chiunque in Italia creda ancora alla democrazia. Grazie.

 

12.03.2009

Intervento di Guido Melis, commissione giustizia, 12 marzo 2009, sulle “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori”.

 

Non fidandomi della mia memoria di storico delle istituzioni (il mestiere che facevo prima di essere eletto) ho fatto in questi giorni una piccola ricerca sulla storia della polizia italiana.

Non esistono precedenti apprezzabili che possano seriamente essere evocati a proposito delle ronde di cittadini previste da questo decreto. Il passaggio dall’Ancien Régime allo Stato costituzionale, in coincidenza con l’unificazione d’Italia, ha comportato anche nel nostro paese come altrove la scomparsa o la totale emarginazione del sistema delle polizie private, dei corpi separati legati alla struttura della società per ceti, imponendo ovunque il monopolio della funzione della pubblica sicurezza e del mantenimento dell’ordine pubblico sotto l’egida di corpi dello Stato (o per delega degli enti minori), appositamente selezionati secondo precisi criteri, professionalmente addestrati in rapporto alle funzioni da svolgere. Questo del resto è avvenuto nell’Ottocento in tutta l’Europa liberale e borghese.

C’è un’unica eccezione – se così la vogliamo considerare – ed è il provvedimento che nel 1923 istituì la Milizia volontari sicurezza nazionale, provvedimento con il quale il fascismo mise ordine nello squadrismo armato di partito, per la verità anche per fini interni legati al ruolo di leadership di Mussolini rispetto ai ras che di quelle squadre erano in genere i riferimenti e che minacciavano appunto il monopolio mussoliniano.

La Milizia fu però statalizzata, equiparata alle polizie e assoggettata a controlli rigorosi, in pratica “normalizzata”. Certo, si trattò di una polizia di partito, inserita nell’ambito di un processo di degenerazione costituzionale che sarebbe culminato nella perfetta fusione tra il partito fascista e lo Stato: in questi termini, se di precedente possiamo parlare, l’episodio costituisce un precedente più che allarmante (e lo dico all’indomani delle scandalose dichiarazioni del presidente del Consiglio sulla auspicata riduzione delle Camere a mera funzione fittizia, con diritto di voto limitato ai capigruppo).

Per altro, debbo aggiungere, distaccandomi dal registro storico, che in questi anni mi è capitato, per ragioni professionali, di lavorare a stretto contatto con le scuole di formazione della pubblica amministrazione, prima alla scuola superiore della p.a., poi come docente esterno e membro di commissioni di concorso nella scuola dell’amministrazione dell’interno (la scuola dei prefetti, del cui comitato direttivo ho avuto anche l’onore di fare parte per diversi anni), poi, più raramente, anche alla scuola superiore di polizia.

Ebbene, ho appreso in quelle circostanze, che il tema dell’ordine pubblico, specialmente in presenza di una forte emergenza legata all’immigrazione, rappresenta terreno per professionisti appositamente preparati, e non per dilettanti allo sbaraglio. Non stiamo parlando – è bene che ce lo leviamo dalla testa – di  far passeggiare per le strade delle nostre città, nel cuore della notte, comitive di volenterosi desiderosi di far due passi prima di andarsene a dormire. E neppure – come vorreste farci credere – di organismi associativi dediti all’assistenza degli emarginati e al sostegno dei cittadini in stato di bisogno.

Stiamo parlando di vere e proprie squadre, reclutate, pare di capire, in base a domande volontarie, coordinate da forze politiche (e già si parla di ronde della Lega, di ronde di Alleanza nazionale e chissà di quali altre formazioni partitizzate: è di oggi la notizia che la ronda promossa da Storace a Roma è entrata in conflitto con i custodi del parco della Caffarella, dove pretendeva di effettuare un pattugliamento notturno), cui affidare il delicato compito di tutelare i cittadini e di vigilare sulla loro incolumità. Presumo non solo mostrandosi, ma fermando i sospetti, forse chiedendo loro i documenti, certamente intervenendo anche fisicamente (e sia pure disarmate) in casi di emergenza. Squadre dotate di apparecchi per parlarsi a distanza, coordinate (si spera con le forze di polizia regolari), ma comunque dotate di una certa autonomia di azione e di reazione. Presumo anche capitanate da qualcuno. Con membri non retribuiti, ma già si parla di eventuali finanziamenti esterni e sponsor.

Io mi immagino, signor presidente, se fossi un cittadino straniero, magari anche regolarmente immigrato in Italia. E se per qualunque caso mi imbattessi di notte in una di queste ronde. Se non conoscessi bene la lingua italiana. Se fossi abbigliato in modo da risultare agli occhi della ronda come un irregolare. Se vi fosse verificato nei pressi qualche reato o comunque esistesse la presunzione di un reato, a me estranei ma addossabili alla mia responsabilità in base a un procedimento logico grossolano secondo il quale gli stranieri, specie se marginali, sono per questo solo fatto potenziali delinquenti. Io immagino l’incontro tra me e questa ronda, composta di persone che (magari in buona fede) si arrogano il ruolo di tutori supplenti dell’ordine pubblico, naturalmente un ordine pubblico inteso secondo i propri parametri culturali e, diciamolo pure, i propri pregiudizi. Pregiudizi oggi purtroppo molto diffusi in Italia. Immagino una tale situazione e rabbrividisco.

La verità è che andare in giro di notte a rassicurare la gente non è compito da dilettanti allo sbaraglio. Richiede allenamento prima di tutto mentale, capacità di discernimento, equilibrio, senso di responsabilità, addestramento nel distinguere tra caso e caso. Richiede in una parola, come accade in tutto il mondo civile per questo tipo di funzioni connesse all’ordine pubblico, professionalità e autocontrollo.

Andiamo incontro in Italia, come in tutto il mondo occidentale, a grandi trasformazioni sociali, di costume, culturali. E’ una pia illusione l’idea infantile che i grandi flussi migratori possano essere arrestati da barriere nazionalitarie e identitarie. Il Duemila, specie quando la grande crisi  che ci sovrasta avrà dispiegato tutti i suoi effetti, sarà il secolo del rimescolamento dei popoli e delle etnie. Le politiche della sicurezza pubblica ne saranno inevitabilmente profondamente investite, già lo sono sin d’ora, visibilmente.

Voi lanciate questa idea-manifesto delle ronde mentre tagliate i fondi per la polizia di Stato, riducete le volanti in giro per le città, fate mancare addirittura la benzina per muoverle, riducete ovunque la forza pubblica su strada, bloccate i concorsi di accesso. Pensate in questo modo di corrispondere alle pulsioni di una parte del vostro elettorato, ma non accrescerete in niente la sicurezza delle nostre città, anzi probabilmente creerete i presupposti per ulteriori tensioni e incidenti di ogni sorta. Non è un caso che i sindacati della polizia, i cocer dei carabinieri, le rappresentanze della guardia di finanza, il mondo degli esperti, alcuni autorevoli prefetti, la magistratura vi invitino a ritirare queste norme, giudicandole inutili e dannose. Voglio associarmi a queste autorevoli voci. In questo pessimo decreto avete inzeppato, secondo il vostro stile di legislatori autoritario, norme di differente natura e finalità, appropriandovi della legge di elaborazione parlamentare sullo stalking (alla quale anche noi abbiamo partecipato qui alla Camera, e che rivendichiamo con orgoglio come anche nostra) perché faccia da scudo a queste nuove cattive norme.

Sono facile profeta se dico che l’applicazione delle ronde ne rivelerà subito l’inutilità e la pericolosità. In tanti anni di vita democratica, pure in presenza della guerra fredda e di conflitti anche acuti tra le forze politiche, nessuno, dico nessuno, aveva mai pensato a niente di simile. Che voi oggi lo abbiate pensato e abbiate presentato questo provvedimento è il segno di un degrado politico e costituzionale che non può non preoccupare chiunque in Italia creda ancora nella democrazia. 

 

23.02.2009

Intervento sul disegno di legge: Intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali (A.C. 1415-A) ed abbinate (A.C. 290-406-1510-1555-1977)

Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, mi concederò una brevissima digressione storica. Presso l’Archivio centrale dello Stato in un vecchio fascicolo della serie «polizia politica» degli anni Trenta, si conservano pochi fogli dattiloscritti. Contengono quelle che, secondo la mia esperienza, sono forse le prime intercettazioni telefoniche disponibili negli archivi italiani.
Riguardano Alberto Beneduce, fondatore dell’IRI e ideatore per conto del regime di quello che fu lo Stato imprenditore in Italia. Siamo negli anni Trenta, le tecnologie sono ancora primitive, i telefoni pochi; il testo di queste intercettazioni, battute a macchina malamente da un copista forse ignorante, è francamente deludente: gossip di regime o poco più.
Da allora, però, la prassi di porre i telefoni dei cittadini sotto controllo si è enormemente sviluppata grazie alle tecnologie, con esiti, come ci ha illustrato in Commissione giustizia il Garante, professor Pizzetti, allarmanti per la privacy di tutti noi: l’esistenza di grandi archivi al di fuori di ogni controllo, come è emerso nell’inchiesta Telecom ed emerge da casi anche recenti, ci induce ad essere su questo tema particolarmente sensibili. Dico questo per assicurare davvero sinceramente che nessuno di noi, che sediamo da questa parte dell’Aula, ha alcun dubbio sul fatto che occorra porre un limite legale alle intercettazioni, anche forse a quelle messe in atto su autorizzazione giudiziaria, almeno per quanto riguarda la loro propalazione, in nome della tutela dei cittadini, in modo particolare a garanzia di quelli estranei ai fatti oggetto di indagine. Del resto, siamo stati noi ad aver proposto con più coerenza l’istituzione dell’archivio segreto delle intercettazioni, la sua custodia rigorosa, ad avere insistito sempre sulla distruzione di quanto non appaia pertinente all’indagine.
Non è questo dunque il punto sul quale non siamo d’accordo. Il punto è come sempre, come diceva bene il collega Zaccaria prima di me, la giusta misura, il ponderato bilanciamento degli interessi in gioco: sino a dove si deve spingere cioè questa limitazione? Dove essa non entra in conflitto, in nome del pur sacrosanto diritto alla privacy, con altri due diritti fondamentali, come è stato detto, costituzionalmente garantiti: la sicurezza dei cittadini ed il diritto di cronaca e di informazione.
Vorrei, per ragioni di brevità, concentrarmi su quest’ultimo aspetto. Il provvedimento che discutiamo si caratterizza infatti negativamente, oltre che per i motivi già illustrati da altri colleghi, per la cappa di silenzio e di opacità che intende far calare sui fatti giudiziari, quando in essi siano pure legittimamente utilizzate le intercettazioni. Intendo riferirmi, naturalmente, in primo luogo alla riforma dell’articolo 114 del codice di procedura penale, comma 2, laddove prevede che gli atti non più coperti da segreto vengano esclusi dalla pubblicazione sino all’udienza preliminare; ma, attenzione, con ampia estensione del loro contenuto, con l’aggiunta cioè, dove la norma vigente si limitava a dire «atti», dei riassunti e più in Pag. 36generale al contenuto degli atti stessi, ivi compreso quanto acquisito al fascicolo del pubblico ministero o del difensore. Formula ambigua, formula molto ambigua, si converrà: vorrei capire che differenza passa davvero tra riassunto e contenuto. E perciò formula doppiamente pericolosa: l’idea che vi presiede, e che circola per la verità in tutti gli articoli di questo pessimo provvedimento, è che l’indagine debba svolgersi al buio, nel buio più totale dell’informazione, in un improbabile anonimato al quale si provvederebbe vietando la divulgazione di nomi ed immagini dei magistrati prepostivi, nella genericità assoluta della cronaca. In una società, come quella nella quale siamo immersi, per di più dominata in modo inarrestabile dalla moltiplicazione delle notizie, dalla loro istantaneità, dall’invadenza perfino patologica della dimensione pubblica nel privato di ciascuno di noi; in questo tipo di società, che gli studiosi giustamente definiscono «società dell’informazione», vorremmo stendere una cortina di silenzio assoluto su fatti talvolta di grande impatto nell’opinione pubblica, e dei quali la stessa opinione pubblica, per elementari ragioni connesse alla vita stessa della democrazia, non può né dev’essere tenuta all’oscuro.
Gli esempi concreti del paradosso che verrebbe così a crearsi sono infiniti. Consentitemi di rinviare alle molte prese di posizione di giornalisti ed editori, anche acquisite negli atti della Camera. A Cagliari, dove ho preso parte ad una partecipata riunione dell’associazione della stampa sarda ospitata nel tribunale di quella città (era presente anche il collega Palomba, lo ricorderà), una brava cronista giudiziaria de L’Unione sarda – signor sottosegretario, un giornale di centrodestra, non un giornale dell’opposizione! – ci ha validamente mostrato, ricorrendo alla casistica giudiziaria più e meno recente, come nulla, nulla del suo lavoro, del suo buon lavoro sarebbe più possibile in presenza delle nuove norme: non la cronaca dei sequestri di persona, non le inchieste sulla corruzione pubblica, non il giornalismo specializzato in fatti di mafia e di camorra, e neppure i grandi eventi catastrofici a forte impatto emotivo sui cittadini, giacché interpretando alla lettera le nuove disposizioni, i procedimenti di indagine avviati dalla procura a carico dei responsabili, perfino l’informazione neutra dell’iscrizione nel registro delle notizie di reato, potrebbe essere ritenuto riassunto di atti di indagine.
Gran parte dei libri sulle malefatte della classe dirigente, compreso il bestseller La Casta del giornalista Stella, sarebbero forse impubblicabili perlomeno nei loro capitoli salienti, per la semplice ragione che i fatti oggetto di quelle ricostruzioni sarebbero, in quanto implicanti intercettazioni, non citabili. L’informazione nel campo della cronaca giudiziaria arriverebbe solo a cose concluse, come un chirurgo a cui si tenesse legata la mano sino alla completa morte del paziente, per poi consentirgli graziosamente l’uso del bisturi sul cadavere. Quando, dati i tempi lunghi dei nostri processi, il fatto è letteralmente passato di attualità, quando le persone che ne sono state protagoniste sono ormai ricordi sfocati, quando il contesto nel quale il fatto è maturato appartiene al passato, l’informazione non serve più a nulla: l’informazione che arriva in ritardo non è informazione, è merce scaduta, come sa chiunque abbia un minimo concetto di che cosa sia l’informazione in una società democratica.
È facile peraltro prevedere l’effetto innanzitutto deterrente di simili norme, la cui severità si estende fino a prevedere l’arresto dei giornalisti; noi siamo un Paese in cui siamo tanto sensibili alle garanzie dei parlamentari e poi mandiamo in galera i giornalisti per fatti di questo genere. In un contesto di per sé a rischio per l’invadenza dei grandi monopoli, per l’arroganza del potere politico, il singolo giornalista da solo e dietro di lui l’editore, che naturalmente eserciterà un ruolo censorio nei confronti del suo giornalista, saranno chiamati ad esercitarsi in una gimcana estenuante tra notizie rivelabili e notizie non rivelabili, tra fatti derivanti da intercettazioni e fatti documentabili con Pag. 37altre fonti, sotto la mannaia affilata di sanzioni pesantissime e dietro la minaccia sempre attuale dell’incriminazione.
Diciamo la verità, si introdurrebbe con questo provvedimento un vero e proprio armamentario repressivo quale non esiste nel nostro ordinamento, nell’intento di imbavagliare l’informazione, impedendo quel nesso fondamentale e salutare tra le inchieste giudiziarie, la cronaca e l’opinione pubblica che da sempre costituisce un presidio insostituibile di garanzia democratica, nel nostro Paese come negli altri di civiltà occidentale. Per questo, onorevole Lo Presti, avete contro tutte le rappresentanze del giornalismo e dell’editoria, senza eccezioni. È un fronte compatto che ci chiede di non approvare questo provvedimento.
Noi pensiamo, lo abbiamo scritto nella nostra proposta di legge, che se il dominus dell’indagine ritiene di non avere più bisogno del segreto non c’è motivo per cui debba essere limitata la conoscibilità dell’attività della magistratura, anche attraverso la stampa e i vari mezzi di informazione. I cittadini, signor sottosegretario, hanno non solo il diritto, hanno il dovere di conoscere quello che accade nei tribunali. C’è stato un tempo in questo Paese, un tempo che forse alcuni di voi – spero di no – si illudono possa ritornare, nel quale la magistratura sottoposta al potere politico esercitava il suo mandato nel chiuso di aule impenetrabili, mentre i giornali sotto la sferza di assillanti censure preventive erano tenuti a dare notizia solo dei successi della polizia, a truccare le statistiche giudiziarie e dei reati ed a spargere toni rassicuranti sui casi più eclatanti di cronaca nera.
La Costituzione e la lunga lotta per attuarne i principi – Costituzione che non è sovietica, non siamo noi ad averla definita sovietica, onorevole Lo Presti – ci hanno consentito di lasciarci alle spalle quel tempo nefasto per sempre. Vi assicuriamo che nonostante pensiate di poter approvare leggi pessime come questa, quel tempo non si riuscirà a resuscitarlo.

 

 

21.01.2009

Intervento sul Disegno di legge: Misure contro gli atti persecutori (A.C. 1440-A) ed abbinate

GUIDO MELIS. Signor Presidente, considero la discussione che si apre oggi un fatto di grande rilevanza, tale da poter essere a buon diritto annoverato tra le pagine più significative della storia parlamentare italiana, almeno di queste ultime legislature.

Con la legge che ci apprestiamo a varare, che il Partito democratico ha per la sua parte fortemente auspicato e tenacemente voluta, si pone finalmente riparo a un vuoto normativo grave, ponendo il nostro Paese tra quelli nel mondo che per primi anche se nel nostro caso non più tempestivamente di altri che ci hanno preceduto hanno saputo ravvisare la gravità di un reato odioso e specifico, dalle conseguenze sociali rilevantissime e dolorosissime ed hanno saputo porvi adeguatamente riparo. Consenta anche a me di ricordare, signor Presidente – lo hanno fatto già altri – come il tema fosse stato già posto e molto efficacemente, sin nella scorsa legislatura quando ben diciannove proposte di legge, presentate da tutte le parti politiche, furono condensate in un testo unico che sarebbe dovuto approdare al vaglio dell’aula di Montecitorio a fine febbraio, ma il cui cammino ebbe a subire un arresto a causa della caduta prematura del Governo Prodi.

Vorrei anche io rammentare come il Partito democratico (o le forze politiche che di questo partito oggi fanno parte) avessero concorso già allora, e in modo determinante, a compiere quel primo tratto di strada. In particolare ricordo che sul finire della precedente legislatura la Commissione giustizia approvò a larga maggioranza e dopo una significativa discussione, un provvedimento che disciplinava tanto lo stalking quanto l’omofobia.

Un testo a nostro avviso molto equilibrato, che giustamente affrontava insieme, sulla base della stessa impostazione concettuale, casi di molestia sessuale tra loro non distinguibili.

Abbiamo proposto in Commissione giustizia che proprio da qui, da quel progetto o comunque da quella impostazione dovessimo ripartire nella presente legislatura, per approvare un provvedimento condiviso a tutela dei soggetti più deboli. Il testo presentato dall’onorevole Pollastrini, la proposta di legge n. 1231, non ha fatto altro che riprendere quel progetto, mettendo a frutto il buon lavoro compiuto nella scorsa legislatura.

Ebbene, abbiamo dovuto prendere atto – ed è questo un motivo di serio rammarico che voglio qui rappresentare, pur nel giudizio generalmente positivo sul testo oggi in discussione – di una immotivata chiusura della maggioranza su un tema (la tutela di coloro che subiscono violenza propriamente in ragione dell’odio verso la loro condizione di omossessuali) che non avrebbe dovuto e non dovrebbe a mio avviso giustificare invece alcuna divisione tra di noi.

Rivendichiamo, dunque, signor Presidente, la nostra parte nella battaglia per introdurre nell’ordinamento e sanzionare adeguatamente il reato di stalking.

Abbiamo riscontrato nel dibattito svoltosi nella Commissione giustizia a partire dall’estate scorsa che su un tema tanto importante e delicato, così strettamente intrecciato alla difesa dei diritti dei cittadini, ed in particolare delle donne, è stato possibile realizzare, tra maggioranza e opposizione, pur nel rispetto dei ruoli reciproci, un’ampia convergenza politica. Tanto ampia da indurre a un certo punto dei lavori la presidente della Commissione, la collega Bongiorno, e gli stessi colleghi della maggioranza a costituire un comitato ristretto, allo scopo di realizzare, a partire dalle varie proposte presentate dai diversi gruppi politici, un unico testo base sul quale poi elaborare la proposta finale da sottoporre all’Aula.

Decisione saggia, accolta con soddisfazione dal Partito democratico, figlia di un clima nel quale le pur esistenti diversità di accento avrebbero certamente trovato proficuamente sintesi nel confronto e nel lavoro comune.

Mi rammarico molto, ci rammarichiamo (lo dico ai colleghi della maggioranza, in particolare a quelli che siedono nella Commissione giustizia), che con un atto improvviso del quale non ci avete saputo spiegare la ragione, e che nessuna ragione in effetti trovava nel dibattito precedentemente svoltosi nella nostra Commissione, abbiate voluto cancellare quel comitato ristretto e vanificare il suo possibile progetto di lavoro per adottare con decisione unilaterale il testo presentato dal Ministro Carfagna quale testo base della successiva elaborazione della proposta.

Testo, quello Carfagna, che, in definitiva, poco si discostava (se non per qualche suo visibile difetto) da quello che sarebbe certo scaturito unitariamente e più proficuamente dalla fusione e sintesi dei progetti precedentemente depositati da tutti.

Dico questo (e qui chiudo subito questo breve passaggio polemico) per sottolineare come, a fronte di un atteggiamento responsabile delle opposizioni e specificamente del Partito democratico, sia stato ancora una volta difficile, per non dire impossibile, intendersi sulle cose anche quando sarebbe possibile farlo con facilità; e ciò per l’esclusiva ragione che qualcuno preferisce porre il timbro del Governo su qualche provvedimento in più piuttosto che legiferare – dove è possibile – nel confronto e nell’accordo del Parlamento, ascoltando l’opposizione e condividendone le ragioni, quando queste ragioni sono condivisibili. Un piccolo atto di arroganza, da dittatura della maggioranza: piccolo, a confronto di quelli cui abbiamo assistito molte altre volte e in altre occasioni in quest’Aula, coi ripetuti voti di fiducia e le chiusure preconcette a discutere. Piccolo, ma tuttavia significativo. Questa del resto, e qui chiudo davvero sul punto, è questione più vasta, che investe il vostro modo di stare in Parlamento, il vostro modo di legiferare, la vostra stessa concezione angusta e strumentale della democrazia parlamentare.

Ritorno dunque alla legge. Nel nostro Paese, secondo l’Osservatorio stalking, almeno una volta nella vita il 20 per cento della popolazione (in maggioranza sono donne) subisce molestie sessuali assillanti. I comportamenti riscontrabili con maggiore frequenza, spesso associati tra loro in modalità mista, sono i seguenti: invio di lettere e fiori, in forma espressa o anonima; telefonate insistenti; mail indesiderate; pedinamenti; sorveglianza assidua sotto casa; danni alla proprietà; violazione di domicilio; visite o irruzioni sul luogo di studio o di lavoro; appostamenti vari; minacce; violenza a terzi; violenza fisica di diversa entità; violenza sessuale; tentato omicidio; omicidio-omicidio di familiari; omicidio-suicidio.

Spesso queste molestie si presentano associate tra loro; spesso si protraggono per lungo tempo, in un crescendo di intrusioni nella vita privata della vittima che provoca in essa stati gravi di ansia, sofferenze psicologiche più o meno accentuate, veri e propri stati depressivi. Talvolta comportano conseguenze materiali consistenti, come la necessità di abbandonare il posto di lavoro, di cambiare la residenza, di modificare sensibilmente le proprie abitudini di vita. Spesso incidono in modo irreparabile sulla personalità della vittima. In alcuni casi (statisticamente non irrilevanti) si risolvono nell’esplosione di violenza brutale, in lesioni anche gravi, persino nella provocazione di suicidi e in omicidi.

In Italia, l’86 per cento delle vittime dello stalking è donna ed ha un’età compresa più frequentemente tra i 18 ed i 24 anni (il 20 per cento), tra i 35 ed i 44 (il 6,8 per cento) o dai 55 anni in poi (1’1,2 per cento). La maggioranza dei comportamenti assillanti vengono messi in atto da partner o ex-partner di sesso maschile (in Italia il 70 per cento degli stalker è uomo), con un’età compresa tra i 18 ed i 25 anni (nel 55 per cento dei casi) quando la causa è di abbandono o di amore respinto; o superiore ai 55 anni quando si tratta di una separazione o di un divorzio.

A differenza di quanto accade negli Stati Uniti (dove dal 1994 esiste in tutti gli Stati una specifica legge sullo stalking), nel Regno Unito (dove nel 1997 è stato adottato un «Protection from Harassment Act») e nel Canada (dove pure è stato introdotto il delitto di molestia criminale in relazione a comportamenti quali il pedinamento sistematico, l’intrusione nei luoghi di residenza o di lavoro, le minacce alla persona e ai suoi familiari), in Italia si poteva contare sinora solo sulla debole tutela offerta all’articolo 660 del codice penale, cioè su una fattispecie genericamente riferita ai casi di molestia o disturbo della persona.

Come è noto, il reato di molestia non era, nel nostro codice penale, considerato come delitto ma come semplice contravvenzione. Il che comportava che nella normativa vigente la vittima della violenza non trovava alcuna tutela nella fase (spesso molto lunga e persistente) che costituisce il periodo preparatorio della violenza stessa, neanche di fronte al ripetuto protrarsi di atti che spesso lasciano presagire facilmente la violenza finale.

Vorrei insistere su questo punto, perché mi pare cruciale: il reato di cui stiamo parlando si caratterizza infatti per il suo protrarsi nel tempo, attraverso forme via via più stringenti di molestie, quasi sempre in un crescendo di atti che può (non necessariamente deve, ma la statistica dice spesso può) concludersi con un atto di violenza più o meno definitivo. È dunque fondamentale la tempistica: intervenire prima, in chiave di prevenzione, interrompendo la catena delle molestie sin sul suo nascere e impedendo quell’escalation che, quando si realizza incontrastata, ha l’effetto di confermare lo stalker nei suoi intenti (dandogli una sorta di sensazione di potere illimitato nei confronti della sua vittima) e di provocare nella vittima, al tempo stesso, un crescendo di stati ansiosi e depressivi via via più pericolosi, che ne indeboliscono le resistenze alle pressioni ricevute e la fanno entrare per così dire in un tunnel psicologico sovente senza ritorno, nel quale il rapporto con il persecutore sovrasta qualunque altro aspetto o momento della propria vita privata, occupa tutta la sfera delle emozioni e dei sentimenti, diventa l’assillo fisso e insopportabile dell’intera giornata.

Ebbene, non esiste attualmente, non esiste ancora in base alla legislazione vigente che ci accingiamo a modificare, la possibilità concreta di chi è vittima dello stalking di difendersi nei momenti anteriori, per così dire «preparatori» della violenza finale. Sono frequenti infatti (basta scorrere le cronache tragiche degli ultimi anni) i casi di violenze anche gravissime o persino di omicidi preceduti da lunghe viae crucis, nelle quali anche ripetuti atti formali di denuncia da parte della vittima risultano essere rimasti, per difetto della legislazione vigente, senza adeguata risposta. In Italia (mi limito a questo solo dato) il 5 per cento degli omicidi è preceduto da atti di molestia e persecuzione definibili come stalking. In quasi la totalità di questi casi quegli atti sono rimasti senza un’efficace sanzione ed hanno potuto protrarsi sino a giungere al loro tragico esito finale. Basterebbero queste prime considerazioni per dire l’enorme rilevanza dell’introduzione dello stalking nell’ambito della nostra legislazione penale. Non si tratta – è questo un punto che mi sta molto a cuore – di una legge classificabile in un indirizzo normativo per così dire «di genere», per quanto nulla vi sarebbe da criticare ove fossimo in presenza di un simile indirizzo legislativo e si legiferasse nel suo ambito. Questa è una legge per le donne, è stato detto. D’accordo. Ma non è questa una legge per le sole donne, per quanto la platea delle vittime sia in larghissima parte femminile. E non lo è non solo perché le molestie possono esercitarsi anche in confronto di altri soggetti (tra i quali, torno a rammentarlo, le statistiche indicano gli omosessuali), ma perché il senso di una legge come quella che abbiamo di fronte è generale, chiama in causa i diritti di tutti i cittadini, influisce – vorrei dirlo esplicitamente, se non suona Pag. 152troppo retorico – sul livello stesso, sulla gradazione della nostra civiltà giuridica.

È per questi motivi, signor Presidente, che i nostri emendamenti in Commissione e quelli che presentiamo in Aula sono stati e sono più che mai volti ad uno spirito costruttivo, di miglioramento di alcuni punti del progetto di legge. Altri colleghi meglio e più puntualmente di me ne illustreranno partitamente la sostanza. Qui vorrei solo richiamare alcune linee guida che ci hanno mosso.

In primo luogo abbiamo ritenuto di insistere, più di quanto non facesse inizialmente il progetto del Governo, sul fatto che le molestie e l’eventuale violenza si realizzano spesso (direi in modo preponderante) all’interno della famiglia, nel chiuso del matrimonio o nell’ambito (ciò che accade spessissimo) di un rapporto tra ex coniugi. È per questo che è stata introdotta, specialmente su istanza nostra e della Lega, l’aggravante approvata in Commissione.

In secondo luogo abbiamo agito sul livello per così dire amministrativo, cercando di rendere meno burocratico e difficoltoso il procedimento di coinvolgimento dell’autorità di pubblica sicurezza già nella prima fase, ancora informale, nella quale la vittima, senza ancora voler formalizzare la denuncia, può tuttavia allentare tale autorità circa i primi atti di molestia ricevuti e provocarne una sorta di coinvolgimento preventivo.

È un punto questo di particolare rilevanza, perché il reato di stalking e il contesto (e le modalità) attraverso i quali si determina appare sfuggente, talvolta di difficile identificazione persino da parte della vittima: sviluppandosi, come ho detto per stadi, in un crescendo di pressioni, invasioni della privacy, molestie e violenze la cui sequenza soltanto evidenzia alla fine l’identità del reato. Ed è dunque da prevedersi, in questo ambiguo contesto, la possibilità di rimedi preventivi, per così dire in corso d’opera, affidati prima ancora che alla formalità degli atti giudiziari alla attività informale degli organi di polizia. In questo senso vanno la proposta che la persona offesa possa esporre i fatti dei quali è vittima nel luogo di abituale dimora (e non necessariamente in Questura) e il nostro emendamento in Commissione sull’istituzione di uno sportello aperto al pubblico collocato capillarmente sul territorio, ad esempio presso le prefetture, e con personale specializzato al fine di realizzare punti di ascolto e di primo soccorso per le vittime.

Naturalmente il punto esige che le autorità di pubblica sicurezza, a tutti i livelli (anche a quelli più periferici), sviluppino nei confronti del reato di stalking una peculiare sensibilità professionale. Il che implica certamente introdurre al centro di specifiche competenze (come si comincia a fare – do atto al Governo di avere accolto in parte le nostre istanze – istituendo un gruppo di undici carabinieri – troppo pochi, certo (ha ragione Paola Concia) – composto per lo più di personale femminile, che – cito le parole del comandante generale dell’Arma Siazzu – «non si occuperà di indagini di polizia giudiziaria ma sarà di supporto al Dipartimento delle Pari opportunità per lo studio e il monitoraggio del fenomeno e per la formazione del personale che sarà chiamato ad interessarsi di questo problema»; o istituendo – anche questo è un fatto positivo – presso il Reparto analisi criminologiche del Racis, il Raggruppamento investigazioni scientifiche, la Sezione «atti persecutori»).

Ma implica anche (l’applicazione efficace di questa legge) che la lotta allo stalking venga inserita decisamente nei programmi di formazione delle scuole di polizia e nei percorsi formativi dei militari dell’Arma; e fatta oggetto di specifici moduli didattici nell’ambito dei programmi della Scuola superiore dell’Amministrazione dell’interno, cui principalmente è delegata la funzione di preparare i funzionari di prefettura.

Occorre cioè – vorrei dirlo al Governo – che la cultura della repressione dello stalking cessi di appartenere a settori di nicchia delle pubbliche amministrazioni per divenire patrimonio condiviso di tutti gli operatori pubblici che, a qualunque livello, sono chiamati da questa legge a prevenire, contrastare e reprimere il fenomeno.

Perché, naturalmente – e con ciò ho concluso, signor Presidente – noi non abbiamo bisogno di una legge bandiera, i cui effetti restino sulla carta della Gazzetta Ufficiale. Viene dal Paese, dalla cronaca triste e spesso tragica di tutti i giorni, il senso di quella che appare ed è una vera e propria emergenza sociale. Il Parlamento italiano scrive oggi, in risposta a questa emergenza, una buona pagina di politica legislativa, alla quale il Partito democratico è consapevole e fiero di avere concorso in modo determinante. Ci auguriamo che i poteri esecutivo e giudiziario sappiano adesso fare buon uso di questa legge.

 

08.01.2009

Seguito della discussione sul Disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 180 del 2008: Diritto allo studio, valorizzazione del merito e qualità del sistema universitario e della ricerca 

GUIDO MELIS. Signor Presidente, signor sottosegretario, l’ordine del giorno che mi accingo ad illustrare si potrebbe forse intitolare così: «Come si può uscire dalla crisi, puntando sull’innovazione e sulla ricerca». Come sistema Paese abbiamo alle spalle una politica della ricerca che non esiterei a definire miope, che negli ultimi anni – forse dovrei dire negli ultimi decenni – ha creduto di poter ridurre al minimo o tenere al minimo la quota del PIL dedicata all’innovazione e alla formazione delle nuove élites della ricerca. Abbiamo prima sacrificato la ricerca pura, quella che costituisce il grande retroterra di ogni futuro avanzamento culturale e tecnologico. Poi abbiamo aggredito anche la quota di risorse dedicate alla ricerca applicata, esasperando una tendenza a comprare conoscenza applicata all’estero, piuttosto che a produrla in proprio. In realtà, questa è purtroppo una tendenza storica del nostro sistema delle imprese, sin dalla prima rivoluzione industriale e che costituisce una delle ragioni storiche della sua debolezza strutturale nel corso del Novecento.

Fanno parte di questa politica miope il sacrificio sistematico del ricambio, l’emarginazione delle nuove generazioni di ricercatori, la drammatica fuga di ventenni e trentenni migliori all’estero alla quale stiamo assistendo, la drastica riduzione dei brevetti, l’invecchiamento precoce delle carriere universitarie (abbiamo i professori universitari più anziani di Europa), la crisi del CNR e degli altri grandi centri di ricerca che un tempo costituivano vanto e primato del nostro Paese in Europa e nel mondo.

Siamo di fronte ad una grande emergenza nazionale. Vi è un’intera generazione di giovani che a quarant’anni, dopo averne trascorsi venti come precari nei laboratori di ricerca italiani ed esteri, nelle cliniche, nelle biblioteche, negli archivi e nel retroterra delle cattedre universitarie (spesso accollandosi i compiti di grande significato e di grande rilevanza per l’andamento dell’intero sistema) non ha ancora una collocazione definitiva. Diceva un grande economista che ho avuto la fortuna di conoscere, Giorgio Fuà, che i ragazzi saltano da una borsa all’altra come Tarzan nella giungla faceva con le liane. Era una maniera spiritosa di indicare una situazione purtroppo per niente spiritosa, anzi tragica e drammatica.

Abbiamo creato (e sembra che non ne capiamo gli enormi costi sociali) una generazione di sbandati e di senza futuro. Stiamo costringendo, infatti, i nostri figli alla fuga all’estero come accadeva ai contadini e ai braccianti meridionali senza terra ai tempi delle grandi migrazioni nelle Americhe agli inizi del Novecento. Signor sottosegretario, non si può fare a meno dei giovani ricercatori, soprattutto non si può farlo in un frangente così decisivo come quello che stiamo affrontando. Infatti, dalla crisi economica che stiamo vivendo si può venir fuori in due modi: o sconfitti definitivamente e tagliati fuori dal gruppo di testa dei Paesi industriali, o vincitori, avendo rinnovato profondamente il proprio impianto imprenditoriale, investito nelle nuove risorse e soprattutto messo a valore le energie culturali nel campo dell’innovazione.

L’ordine del giorno ha solo questo significato, ovvero vuole semplicemente attirare l’attenzione del Governo e della Camera su questo specifico punto. Se si vuole davvero uscire dalla crisi, restando nel gruppo di testa dei Paesi industriali d’Europa, allora dobbiamo puntare decisamente sul potenziamento della grande riserva di intelligenze rappresentata dai giovani ricercatori (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

 

05.01.2009

Seguito della discussione sul Disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 180 del 2008: Diritto allo studio, valorizzazione del merito e qualità del sistema universitario e della ricerca – (A.C. 1966)

GUIDO MELIS. Signor Presidente, l’emendamento da noi presentato mira a correggere il senso draconiano e punitivo del primo comma dell’articolo 1, laddove si fa divieto tassativamente di indire nuove procedure concorsuali e di valutazione comparativa, nonché di assumere personale alle università che, alla data del 31 dicembre di ciascun anno, abbiano superato il limite di cui all’articolo 51, comma 4 della legge n. 449 del 1997.

Ho parlato di senso draconiano e punitivo, ma non vorrei con ciò che si equivocasse: il Partito Democratico non solo comprende, ma condivide l’esigenza che siano introdotti nel sistema universitario italiano criteri di moralizzazione, di controllo rigoroso della spesa in relazione alle entrate e di efficienza dei risultati. Una politica dissennata, seguita negli anni Novanta alla giusta realizzazione dell’autonomia universitaria ex legge cosiddetta Ruberti, ha fatto proliferare le sedi dei corsi universitari, spesso senza i necessari controlli dell’offerta didattica, con un uso scriteriato delle procedure dei concorsi locali per gonfiare gli organici, producendo alle nostre spalle effetti nefasti che vanno necessariamente corretti, anche a costo di sacrifici dolorosi.

Non è questo quindi il punto. Il punto è, come spesso accade nelle politiche del Governo e della maggioranza, l’impianto generale della manovra, il modo concreto attraverso il quale si vogliono conseguire i risultati; perché, anche in presenza di malattie accertate, esistono terapie e terapie, e una terapia sbagliata può uccidere il malato. Mi permetta però anzitutto, signor Presidente, un breve excursus storico, a mio avviso necessario, sebbene contenuto nei minimi termini.

Quando, dopo l’unificazione d’Italia, la classe dirigente post-risorgimentale si trovò a scegliere un modello per quella che allora si chiamava l’istruzione superiore, avrebbe potuto, e molti lo chiedevano, optare per il sistema all’inglese oppure alla tedesca, di poche grandi università prestigiose e centrali e di una rete periferica, non di atenei, ma di istituti superiori sparsi nel territorio, magari professionalizzanti, comunque privi del rango di università. Era un’alternativa possibile. È noto che si scelse viceversa il modello dell’università diffusa, senza distinzione (se non le famose tabelle previste dalle leggi ottocentesche, poi via via superate dalle leggi di pareggiamento, quelle che dividevano le università in università di serie A e di serie B) tra università centrali e università periferiche.

Si sa anche, perché ormai esiste una storiografia che ce lo dice, come quell’opzione di fondo si realizzasse per effetto di una spinta politica dei piccoli atenei, degli atenei di provincia, rappresentati in Parlamento da agguerrite delegazioni di deputati e di senatori; e per l’iniziativa anche generosa, bisogna dire, degli enti locali, gelosi del mantenimento dei piccoli atenei fino al punto da sacrificarvi spesso ingenti risorse finanziarie.

Il centralismo italiano, o all’italiana come preferisco dire io (lo dico ai colleghi della Lega che spesso se lo dimenticano), è stato sin dall’Ottocento ben diverso da quello per esempio della vicina Francia, cui pure tante volte è stato erroneamente assimilato. È stato, per riprendere l’espressione dello storico Raffaele Romanelli, che più di altri l’ha studiato da vicino, centralismo debole o imperfetto, o addirittura, come dice il Romanelli in un suo libro, «contrattato» («comando impossibile», è l’espressione che usa il Romanelli), nel quale le classi dirigenti delle varie aree periferiche, in assenza di una forte leadership nazionale, hanno filtrato l’adesione allo Stato unitario attraverso una serie di garanzie per chi stava in periferia. L’Italia, diversamente da altri Paesi, è stata insomma spesso una sommatoria di espressioni locali molto vitali e incisive, che neppure il fascismo, col suo centralismo autoritario e burocratico, ha potuto ridurre completamente all’omologazione nazionale.

Questo è ciò che abbiamo alle spalle. La questione universitaria, se vogliamo per una volta ragionare sull’arco del tempo storico, è stata esemplare, nel bene e nel male, di questo centralismo all’italiana: sin da quando nel 1860, con un’alleanza trasversale alla Camera, i deputati provinciali contro i piemontesi bloccarono con una leggina la grande legge Casati del 1859 che espressamente prevedeva l’abolizione dell’ateneo più debole e periferico di tutti, quello della città di Sassari.

E, poi, quando nel 1862 il disegno razionalizzatore di un Ministro della destra (che era anche un grande scienziato dei suoi tempi, il Matteucci), volto a tagliare le piccole università concentrando lo sforzo finanziario del nuovo Stato in grandi istituti nazionali, naufragò in Parlamento per la tenace resistenza dei deputati delle province.

Da allora, e per tutto il Novecento, abbiamo avuto in Italia un sistema universitario a più velocità, con forte radicamento locale e con vistosi squilibri tra ateneo ed ateneo.

Come correzione, se così si può dire, abbiamo avuto un Ministero forte al centro, molto burocratizzato, che a lungo ha tenuto i cordoni della borsa costituendo il contrappeso della vitalità della periferia, e un sistema delle carriere imperniato sui concorsi universitari nazionali, autodiretto dai professori e basato su una specie di cursus honorum nel quale i neofiti erano dapprima mandati nei piccoli atenei di provincia a farsi le ossa e poi, per successivi trasferimenti basati sul merito, erano via via avvicinati alle grandi università più centrali.

Non dirò che questo sistema non abbia avuto delle virtù (ne ha avute, ed anche di notevoli). In molti contesti l’università di provincia – anche la piccolissima università di provincia – ha vitalizzato con la sua sola presenza la vita culturale e scientifica della periferia altrimenti depressa ed isolata, ha creato classi di dirigenti locali di non spregevole qualità, ha assicurato con il transito dei professori in carriera una certa circolazione nazionale delle élite, ha prodotto laureati di un certo livello medio nazionale.

Il sistema è entrato in crisi, però, quando (e ciò è avvenuto negli ultimi anni Sessanta del Novecento) è definitivamente tramontato l’ordine interno assicurato dal fatto, principalmente, che l’università era formata ed interessava le sole élite, era governata da élite ed era rivolta ad una platea costituita da élite.

L’apertura delle facoltà e dei corsi a tutti i ceti sociali (necessario passaggio non solo per ragioni di principio di carattere costituzionale, ma soprattutto per l’evidente esigenza di selezionare su più larga base la classe dirigente) avrebbe preteso, allora, una seria riforma universitaria che investisse insieme contenuti degli insegnamenti, metodologia della didattica, modelli organizzativi interni, forme di selezione del personale docente.

Altrove lo si è fatto: in Francia al grande movimento del Sessantotto è seguita una riforma (sia pure forse una riforma-restaurazione, la riforma Faure) che ha dato una risposta a quelle istanze e a quei movimenti.

È noto che per svariate ragioni – tra le quali la debolezza delle classi dirigenti italiane e, in esse, del ceto politico nel reagire alla spallata del Sessantotto – la riforma universitaria in Italia invece non si è fatta; si sono adottati provvedimenti urgenti, si sono fatti molteplici tentativi, conati di riforma talvolta anche frammentari e contraddittori a seconda del succedersi dei Ministri l’uno all’altro, accavallantisi l’uno dopo l’altro in modo confuso e contraddittorio.

Il panorama che oggi abbiamo di fronte assomiglia, dopo due decenni e più di mancate riforme, a un campo di macerie.

Manca innanzitutto – e manca anche nel progetto del Governo che stiamo affrontando per anticipi e brandelli, al di fuori di un piano organico – il senso complessivo di una riforma.

Il tema – lo dico al Ministro Gelmini – è o dovrebbe essere il seguente: come si fa in un Paese nel quale si sono bloccati i meccanismi per selezionare la classe dirigente e dove la classe dirigente è vecchia, inamovibile, autoreferenziale, espressa al di fuori di adeguati laboratori di formazione delle élite, a rimettere in moto il processo virtuoso per formare appunto questa nuova classe dirigente della quale il Paese ha urgente bisogno?

Perché la questione universitaria altro non è che la questione della formazione della classe dirigente, ed è per questo che essa ha una enorme, straordinaria rilevanza strategica.

Altri Paesi europei hanno alle spalle gloriose tradizioni: in Gran Bretagna ha tenuto molto a lungo – e ancora in gran parte tiene, checché se ne dica – la filiera dei grandi college (è il sistema imperniato su Oxford e Cambridge); in Francia, nonostante le critiche cui sono di recente sottoposte, vige ancora il sistema delle grandes écoles.

Da noi storicamente le élite si formavano nelle università (nelle grandi come nelle piccole) per poi passare a raffinarsi nelle professioni liberali, nell’alta amministrazione dello Stato, nei partiti intesi come canali di formazione e di selezione politica.

Questo storicamente, ma oggi cosa regge di quel sistema? Praticamente più nulla. È giusto certo innescare nelle università elementi di sana amministrazione, come dice di voler fare il Governo; è giusta anche la filosofia dell’aziendalismo privato entro centro limiti ed è giusto richiamare i rettori e i consigli di amministrazione alla responsabilità della spesa smarrita in tante pratiche dell’effimero degli scorsi anni. Ma senza quel progetto generale per la formazione delle classi dirigenti si va poco lontano; forse si possono regolarizzare i conti – ed è importante – ma non molto di più, si resta tutt’al più nella vecchia politica della lesina.

Signor Presidente, signor Ministro, signor sottosegretario, non vediamo in questo progetto neppure l’anticipazione, neanche la parvenza del disegno complessivo che sarebbe necessario al Paese nel campo strategico dell’istruzione universitaria; non vediamo il nesso tra il rilancio dell’università e una moderna politica della ricerca (in un contesto nel quale la spesa per la ricerca in rapporto al PIL diminuisce ogni anno vergognosamente e si deve assolutamente contrastare la fuga dei cervelli all’estero, che sta diventando in Italia un’esperienza drammatica); non vediamo il progetto di ringiovanimento delle classi docenti (abbiamo i professori più vecchi di Europa) né il grande piano per richiamare in Italia la generazione mandata all’estero, ma che deve poter tornare e restituire alla collettività il frutto maturo di quella formazione. Non vediamo affatto, ad esempio, la ristrutturazione del sistema concorsuale e dei meccanismi della selezione dei docenti.

Avete inventato in proposito, partendo dalla famosa montagna, l’altrettanto famoso topolino dei sorteggi concorsuali. Lasciatevi dire da uno che lavora all’università dal 1972 e che di concorsi ne ha fatti tanti (prima qualcuno da candidato e poi molti da commissario e da presidente di commissione) che non servirà a nulla. Esistono – e sono anche già state sperimentate in anni passati (avete anche poca memoria storica) – tecniche più o meno occulte per fare accordi accademici stringenti anche in presenza del sorteggio.

Esistono miei colleghi (ne conosco più d’uno) che in materia potrebbero utilmente tenere a voi e ai vostri funzionari ideatori di questo sistema presunto anti-baronale opportuni seminari di aggiornamento, per dimostrarvi la totale inutilità del sorteggio.

Avete riaperto concorsi già banditi con una formula subdola che lascia ai rettori il potere di riaprire i concorsi, con il risultato, che è prevedibile, che si creerà una giungla di disuguaglianze nei prossimi concorsi e si aprirà il terreno ad una ridda di ricorsi.

Ora ci venite a proporre, nel nome dell’efficienza, il blocco degli atenei non virtuosi, di quelli i cui bilanci sono fuori parametro. Come darvi torto, in teoria? Ma, in pratica, quella che introducete è una norma capestro, priva di gradualità, inutilmente rigida, che finirà per fare di ogni erba un fascio e per risultare più negativa di quanto voi stessi non pensiate!

Esistono, infatti, è quasi banale ricordarlo, situazioni e situazioni, atenei clamorosamente inadempienti, e altri che lo sono di meno, atenei la cui presenza nei territori può perfino ritenersi superflua – giacché tanti insediamenti in periferia hanno ubbidito negli anni passati a logiche di campanile, quando non di clientela politica -, e altri che, viceversa, svolgono una funzione importante di utilità sociale in regioni altrimenti condannate al deserto culturale, esposte all’aggressione della criminalità, e al declino economico e civile.

Vi sono università certamente inutili, a cominciare dalle tante improbabili università private di cui è disseminato il Paese – e fareste bene a svolgere una inchiesta ministeriale per accorgervi degli sprechi e delle diseconomie che si celano dietro a quel mondo e, soprattutto, fareste bene a non finanziarle – ed altre, magari pubbliche, che sono utili, al di là delle magre fortune del loro stesso bilancio.

Vi sono università che producono buoni laureati, competitivi nel mercato del lavoro, e altre che, invece, licenziano zavorra culturale; università con professori che lavorano, e spesso lavorano molto per bassi stipendi, e altre piene di grandi professionisti che dedicano alla cattedra solo i ritagli del loro tempo, trascurando studenti, lezioni e ricerca.

Una graduatoria che si basi sui soli criteri del bilancio, e che non preveda almeno un temperamento di questi criteri, che non introduca una opportuna gradualità tale da consentire a questi atenei di rientrare nei parametri è davvero la più opportuna? Bloccare le assunzioni, quasi senza preavviso, come fa questo provvedimento, è davvero le terapia più giusta?

Noi vediamo in questo provvedimento – del quale pure comprendiamo le motivazioni iniziali – una specie di eccesso punitivo che non tiene conto delle differenze esistenti nelle realtà, delle esigenze degli atenei, delle circostanze e delle opportunità, ma vediamo anche – e questo, a dire la verità, ci preoccupa molto di più – l’assenza di una visione generale dei problemi; cogliamo una visione puramente contabilistica dei problemi, il rifiuto di ragionare sulla complessità e sull’articolazione dei problemi.

Noi vorremmo – e siamo impegnati su questo fronte – una politica generale per l’università italiana che fosse anche una politica per il rilancio della ricerca scientifica nel nostro Paese, per la formazione delle classi dirigenti del futuro.

Parlare di università, se non lo avete capito, non significa più, se mai è stato così in passato, parlare di un tema settoriale, ma significa, e non può non significare, affrontare il futuro stesso del Paese, la sua capacità di uscire dalla crisi, guardando avanti nel rinnovamento e nel rilancio dell’identità di questo Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

12.12.2008

Conversazione con Guido Melis su “Autonomia e reti”

La quarta lezione della Scuola di Formazione Politica ha affrontato con Guido Melis, Deputato del PD e Professore ordinario di Storia delle Istituzioni Politiche nell’Università di Roma “La Sapienza”, il tema dell’Autonomia (e delle Autonomie) e le reti (istituzionali, sociali ed economiche). Nella sua relazione Guido Melis ha analizzato gli effetti che la globalizzazione ha avuto sulle distanze, sull’affermazione di nuovi sistemi organizzatori globali e sul cambiamento dei linguaggi della politica.

Ha poi espresso il suo punto di vista su come la Regione debba organizzarsi per poter posizionarsi (e muoversi) nel modo migliore all’interno delle reti che la coinvolgono e sulle questioni cruciali (come il fisco, le servitù militari, il controllo delle coste, lo sviluppo turistico) che di volta in volta deve gestire ed indirizzare.

05.12.2008

Quali regole per l’autonomia nell’epoca delle reti

La relazione svolta da Guido Melis – Deputato del PD e Professore di Storia delle Istituzioni Politiche nell’Università di Roma “La Sapienza” – il 5 dicembre in occasione della quarta lezione della Scuola di Formazione Politica “Nino Carrus” 2008/2009. “Come si fa, nell’epoca di Google-earth, nell’epoca delle reti istituzionali diffuse a decidere insieme? Come può vivere la democrazia (se può vivere) in questa epoca?”


guido_1Vorrei cominciare questo breve intervento parlandovi apparentemente d’altro. In particolare di due cose che di recente mi hanno fatto pensare.

C’è un programma che si scarica da Internet (me lo hanno fatto conoscere miei figli) che si chiama Google-earth e che io trovo molto divertente. Quando lo apri appare il mondo visto dal satellite, naturalmente con il Nord-America in primo piano. Lo fai ruotare con il mouse e puoi evidenziare l’Europa. Ci clicchi sopra e l’Europa si ingrandisce. Clicchi sull’Italia e ti appare in primo piano la penisola. Puoi cliccare sulla Sardegna e poi sul Nord-Sardegna. Appare la provincia di Sassari. Clicchi ancora per esempio su Birori, e ti appare la pianta del paese. Clicchi sulla zona che preferisci e appare la tua stada. Clicchi ancora e vedi, da un’altezza di circa 200 metri, casa tua oppure l’edificio nel quale siamo adesso.

Mi dicono che, pagando, si può accedere a una versione anche più raffinata, nella quale puoi vedere ancora più in dettaglio e persino in presa diretta, con le persone che si muovono, le auto ecc..

Le impressioni che ho tratto da questo piccolo esperimento ludico sono due.

La prima, la più banale, è che il mondo è piccolo, che le distanze sono brevi e che esiste la possibilità di abbatterle abbracciando in uno sguardo solo tutti i continenti. Un tempo ci volevano giornate intere per spostarsi. Da bambino, se dovevamo andare a Roma dagli zii, mia madre si preparava 15 giorni prima. Riempiva grandi valigie, comprava le aragoste vive per lo zio e le monzitte per la zia, poi prendevamo il treno alla stazione di Sassari, arrivavamo alla nave al porto di Olbia, si navigava una notte intera dormendo (poco) nelle cuccette, si riprendeva il treno a Civitavecchia alle 6 del mattino, si arrivava a Termini alle 8. 15 ore di viaggio, se andava bene. Oggi, con l’aereo, scioperi permettendo, ci si mette due ore nette, da casa a Roma.

La seconda impressione è in qualche modo il contrario della prima: è che il globale, visto da vicino attraverso lo zoom, è fatto in realtà di tanti locali, situati a vari livelli e dislocati in vari punti del mondo, ma tutti – però – in reciproco potenziale collegamento l’uno con l’altro.

E una immensa rete invisibile (la rete delle comunicazioni istantanee) avvolge il globo. E’ fatta di innumerevoli nodi, ognuno dei quali vive per sé stesso ma vive anche perché è o può essere in ogni momento in relazione con gli altri.

Guardate, per convincervene, facebook, il fenomeno nuovo degli ultimi tempi. Milioni di persone, in ogni parte del mondo, entrano nella immensa rete virtuale delle amicizie on line. Ogni utente ha un numero potenzialmente infinito di “amici” (usano proprio questa parola, che nella esperienza passata, nei nostri paesi qui in Sardegna, significava rapporti umani profondi, maturati nel tempo, che talvolta durano una vita). Ogni gruppo (la rete è fatta a grappoli) si linka con altri gruppi. Nel circuito comunicativo gli utenti si parlano ininterrottamente tra di loro, in un blog potenzialmente senza limiti. La stessa politica (guardate, se non ci credete, i tanti leaders politici che sono presenti col loro profilo nella rete) usa facebook per costruire i propri rapporti di comunicazione e – chissà – un domani anche quelli di fidelizzazione politica.

La seconda cosa che mi ha colpito è la lectio magistralis che il professor Richard B. Stewart ha tenuto a Roma ormai quasi due anni fa nell’occasione del conferimento della laurea honoris causa in giurisprudenza da parte della Sapienza.

Bisogna che dica chi è il prof. Stewart. Il prof. Stewart, che insegna alla New York University, è uno dei più insigni studiosi al mondo di diritto amministrativo e di diritto dell’ambiente. Ma la laurea gli è stata conferita, con laudatio di Sabino Cassese al quale Stewart è legato da anni da uno stretto rapporto di collaborazione, principalmente per i suoi studi sulla globalizzazione del diritto amministrativo.

La tesi di Stewart, ridotta all’essenza, è la seguente: che sta nascendo ormai nel mondo, per lo meno nel mondo del diritto, un diritto amministrativo globale che rompe le tradizionali distinzioni tra diritto amministrativo (nazionale) e diritto internazionale (appunto sovranazionale); e che alla base di questa importante novità c’è la grande crescita della regolazione transnazionale, volta ad affrontare – lui dice – le conseguenze dell’interdipendenza globalizzata in campi quali la sicurezza, il commercio, l’assistenza allo sviluppo, la protezione ambientale, l’attività bancaria ed altre forme di regolazione finanziaria, le telecomunicazioni, la proprietà intellettuale, gli strandard di lavoro e i movimenti transfrontalieri di popolazioni.

Esistono di conseguenza – dice Stewart – quelli che potremmo definire come i nuovi sistemi regolatori globali: una imponente serie di organizzazioni (che lui elenca puntigliosamente), a volte istituite da trattati formali tra Stati, ma molte altre volte no, che funzionano come reti più o meno formali e che abbracciano ormai tutto il mondo. Gli affari – l’economia reale – prescindono dagli Stati. E assistiamo all’avvento di un diritto globale, il diritto degli affari, che “salta” oppure che utilizza strumentalmente le legislazioni nazionali dei singoli Stati. Organismi regolatori sopranazionali e soprattutto svincolati dai singoli Stati prendono il posto dei giudici nazionali e dei controllori legati ai vari Stati.

Ho usato, come avete forse notato, per la prima volta la parola fatidica: le “reti”. Le grandi reti di inteconnessione tra sistemi nazionali tendono sempre più a spostare ai margini i soggetti che tradizionalmente detenevano da soli, nei vari campi, il monopolio della decisione.

In particolare (qui posso essere più allusivo, perché il concetto è ormai diventato d’uso comune) gli Stati nazionali nati nel XIX secolo e sviluppatisi nel XX secolo come attivi protagonisti di politiche pubbliche molto pervasive, tendono nei nostri anni a perdere nettamente quota, sia a vantaggio di autorità transnazionali (le istituzioni dell’Europa unita per esempio), sia a vantaggio di forme locali, decentrate (un tempo avremmo detto “periferiche”, ma oggi non sappiamo più bene cosa sia “periferia”) di controllo della decisione: la Regione, i comuni, la provincia o anche forme più minute di aggregazione su base territoriale.

Guardiamo un fatto di cronaca di qualche tempo fa (ora se ne parla di meno), lo scontro sulla Tav in Piemonte. Abbiamo avuto allo stesso tempo in gioco: l’Europa, con le sue strategie del trasporto pubblico su scala continentale; lo Stato nazionale, anzi gli Stati nazionali tra loro confinanti, con le loro politiche delle grandi opere; la Regione, in quel caso il Piemonte, con la sua programmazione; la comunità locale, con le sue resistenze ai rischi dell’impatto ambientale; le associazioni dei cittadini valligiani, preoccupate dell’invasività della grande opere sull’ambiente e la cultura locale.

Sono stati contemporaneamente in campo, come vedete, una pluralità di soggetti, ognuno dei quali dotato di una sua specifica legittimazione e portatore di una sua precisa visione del problema. Ognuno di questi soggetti ha espresso una identità, e l’incrocio (o in questo caso la contrapposizione) tra le varie identità ha determinato, o piuttosto bloccato la decisione.

Vorrei attirare la vostra attenzione su un punto, solo apparentemente secondario. In questo complicato intreccio di interessi (ogni voce esprime un interesse, più o meno locale) la politica, la politica tradizionale come noi la abbiamo conosciuta soprattutto nel XX secolo, è in crisi. Due sono i profili di questa crisi.

Il primo attiene alle forme di aggregazione della politica. Anni fa un eminente sociologo americano, noto in Italia per avere studiato le Regioni in rapporto alla tradizione civica dell’Italia centrale, Robert D. Putnam, ha scritto un libro importante, che in Italia è stato tradotto dal Mulino. Il libro si intitolava in italiano “Capitale sociale e individualismo”. Nell’edizione americana aveva in copertina la vecchia foto di una squadretta di bowling, il popolare gioco che – diceva Putnam – un tempo gli americani, la middle class della immensa provincia degli Stati Uniti, praticava per hobby nel tempo del dopolavoro, frequentando, in piccoli gruppi di amici-giocatori, i locali pubblici dotati del bowling.

Oggi – ci diceva Putnam in quel libro – le squadrette spontanee di bowling non esistono più, e non esistono perché l’atomismo sociale ha distrutto questa come mille altre forme di aggregazione pre-politiche: l’associazionismo ricreativo, sportivo, culturale, religioso, sindacale, etnico, civico. Tutto frammentato e fagocitato dal modello di vita individualistico nel quale ognuno è solo – per parafrasare il poeta –; ma davanti al suo schermo televisivo o allo schermo del computer.

Che spazio ha la politica in una simile dimensione? Nulla, quasi nulla.

Secondo profilo di crisi della politica: i linguaggi. Che lingua parla la politica? Quali sono le forme specifiche della sua comunicazione? La politica ha perduto quella che era la specificità dei suoi linguaggi. Recentemente ho dovuto allestire, come deputato, un mio sito web. Ho scelto un linguaggio molto rigoroso, informativo, senza troppe concessioni. Mi è stato rimproverato. I siti dei miei colleghi sono accattivanti, aperti a uno stile di comunicazione amichevole, giovanili o giovanilisti. Insistono sul privato del deputato. Parlano delle moglie, dei figli, degli hobbies, delle letture amene. Inseriscono video spiritosi. Hanno un tono amichevole. Cercano, con l’utente-elettore, un colloquio continuo, un coinvolgimento. Si basano perciò principalmente sul blog, sul dialogo.

Non sono affatto ostile a questo modo di comunicare. Però ho un dubbio: non è che così facendo la politica cerca di mimetizzasi? Non è che da attività specialistica quale è sempre stata, sin dall’epoca in cui Machiavelli ne ha dettato lo statuto separato quale scienza autonoma, la politica tende ad assumere le forme di una prosecuzione della quotidianità? Che mira a farsi accettare introducendosi di soppiatto, quasi dalla porta laterale, nella vita privata della gente?

Questo mimetismo dei linguaggi della politica è però anche il segno della sua crisi, della sua marginalità nel mondo della comunicazione. Comprendendo per primo questo deficit semantico della politica, Berlusconi sin dagli anni Novanta ha saputo rispondervi meglio degli altri (ed è anche per questo che vince). Ha fatto una cosa molto semplice, ma anche molto efficace: ha semplicemente trasferito alla politica il linguaggio della comunicazione pubblicitaria del quale era maestro. Naturalmente pagando un prezzo, che tutti conosciamo. Da lingua del ragionamento, della convinzione, della educazione dei semplici alle cose complesse, la politica degrada così a lingua dell’imposizione autoritaria, della suggestione subliminale dell’elettore-cliente, della semplificazione e della banalizzazione dei problemi a livello di slogan.

Ho seguito un sentiero un po’ deviante, e mi sono allontanato dal filo principale del nostro discorso. Ritorno dunque al tema. Provo a ridefinirlo con una domanda: come si fa, nell’epoca di Gogle-earth, nell’epoca delle reti istituzionali diffuse a decidere insieme? Come può vivere la democrazia (se può vivere) nell’epoca che sto descrivendo?

La democrazia vive – ci dicono Stewart, ci ripete Cassese nei suoi scritti sulla globalizzazione del diritto e ci conferma tutta una letteratura non solo giuridica ma inerente alle scienze sociali – non più nelle forme rigide e autoritative del diritto pubblico, in particolare di quello amministrativo, ma nelle forme flessibili e partecipate dell’ “accordo” tra tutti i soggetti interessati.
Gli anglosassoni hanno coniato per questo l’espressione emblematica di “soft law” (legge dolce). Meno leggi, più accordi. Meno norme tassative, più contratto. Meno diritto pubblico più diritto privato.
C’entra tutto questo con il problema che abbiamo di fronte in Sardegna, cioè il nostro Statuto e la nostra legge statutaria? Secondo me sì, e molto.

Provo a spiegarmi.

Se la Regione deve stare nella rete, se deve muoversi (come ha dimostrato di saper fare proprio in questa legislatura su questioni cruciali come il fisco, le servitù militari, il controllo delle coste, lo sviluppo turistico) in un’arena non solo nazionale ma internazionale, tendenzialmente globale, allora deve organizzarsi al suo interno in modo da poter svolgere al meglio questi compiti.

Si richiede oggi ai soggetti della rete, anche ai soggetti minori, una duplice innovazione: debbono da una parte accrescere la propria capacità di dialogare con l’esterno, di dialettizzarsi con la rete; e dall’altra sviluppare la propria identità di soggetti autonomi. Sono due facce dello stesso problema: che è quello di partecipare al gioco come uno degli attori e al tempo stesso di parteciparvi con una propria fisionomia precisa.

Se non hai una identità tua, se ti confondi con gli altri, nella rete sei nessuno. Al tempo stesso se, in nome dell’identità, ti chiudi alla comunicazione con l’esterno (nella forma che Antonio Pigliare chiamava del “regionalismo chiuso”) sei ugualmente nessuno.

Allora. Intanto diciamo che il vecchio Statuto, ottenuto nel 1948 (e già allora non privo di difetti: ricordo l’amaro giudizio a caldo di Emilio Lussu), a questi fini nuovi non va più bene.

Quello Statuto infatti fotografava i rapporti di forza tra Regione e Stato com’erano nell’immediato dopoguerra e come sono rimasti all’incirca sino alla metà degli anni Settanta. Quando cioè non erano ancora sulla scena le Regioni a statuto ordinario e la conquista dell’autonomia sarda si configurava nei termini di un braccio di ferro, una specie di rapporto uno a uno, tra la Regione e il centralismo statale in nome della nostra specialità. Quando, soprattutto, c’era ancora, di fronte a noi, lo Stato gerarchicamente sovraordinato alle autonomie.

Ma oggi non è più così. Oggi la dialettica non è più Regione sarda da una parte, o le cinque Regioni a statuto speciale da una parte, e lo Stato-apparato dall’altro. Oggi esiste e agisce la rete delle autonomie: comuni, province, regioni, altre forme di aggregazione territoriali, autonomie non territoriali (come ad esempio le università), associazioni tra enti, imprese, enti economici, associazioni… E questa rete è costituzionalmente riconosciuta nel Titolo V della Costituzione.

Il nuovo Statuto quindi dovrebbe essere molto diverso da quello del 1948. Dovrà tenere conto, innanzitutto, che molti poteri un tempo oggetto di contrattazione tra Stato e Regione sono oggi già, per legge, della Regione. E ridurre il suo significato, semmai, a determinare quali poteri in più (in più rispetto a quelli delle Regioni a statuto ordinario) configurino la condizione privilegiata della specialità sarda.

Sarà, quando sarà (e speriamo che possa essere ricontrattato nella nuova legislatura regionale) uno Statuto snello, essenziale, denso di poteri nuovi trasmessi dallo Stato alla Regione.

Al tempo stesso la rete impone una organizzazione diversa dei poteri anche interni della Regione.

Io sono stato nel gruppo di esperti che fu incaricato a suo tempo dal presidente Soru di redigere la prima bozza della nuova legge statutaria, poi approvata nel corso di questa legislatura. Confesso – l’ho già detto altre volte e l’ho scritto – che tra quel primo progetto e quello votato poi dal Consiglio esiste più di una differenza, e non a vantaggio della forma definitiva della legge. C’è stato come un svuotamento di quella che era l’ispirazione iniziale, che noi volevamo si traducesse in una sorta di Legge fondamentale dell’autonomia: l’insieme delle regole del nostro stare insieme come sardi; un modello di democrazia avanzata che doveva anche prevedere forme di rinnovamento profondo della politica e del suo rapporto con la comunità dei cittadini. Viceversa la legge statutaria è, dopo la cura di dimagrimento subita in Consiglio, essenzialmente una regolazione della forma di governo regionale.

Efficace in quanto tale? Solo in parte, direi, almeno stando anche alle vicende recentissime. La verità è che noi ci troviamo di fronte ad un paradosso che non siamo capaci di affrontare: quello di un presidente eletto a suffragio diretto, e quindi dotato di una fortissima legittimazione popolare (che si estende al suo programma, parte precipua di un vero e proprio “patto con gli elettori”); e di un Consiglio regionale di diversa, seppure temporalmente coincidente, legittimazione, per lo più espressione dei partiti. Si aggiunga l’anomalia del “listino” (consiglieri non eletti, ma inseriti per nomina e poi “trainati” dal presidente vittorioso, quasi come fossero un bottino elettorale). Si aggiunga ancora il paradosso della Giunta (scelta dal presidente fuori del Consiglio, tra persone di sua fiducia, e dunque prive di legittimazione politica propria salvo quella che derivi dalla nomina presidenziale).

Ce ne è abbastanza per giustificare le difficoltà della presente legislatura. In verità – a me sembra – siamo in presenza di istituti e di regole che derivano da differenti modelli di governo, la cui convivenza non sempre è facile e pacifica.

Concludo. Si può fare qualcosa per migliorare l’assetto della nostra autonomia? Io penso che indietro, al modello consiliarista del passato, nel quale il Consiglio era il dominus dell’intera situazione, non si può tornare. C’è una troppo forte virtù nella possibilità offerta al cittadino di scegliere il presidente, e questa virtù è un bene prezioso per la democrazia.

Un presidente eletto dal popolo deve poter governare, realizzando il programma scelto dal popolo. Penso dunque che l’esecutivo deve poter impostare le sue politiche e perseguirle.

Al Consiglio non può che toccare un ruolo di controllo (che il presidente rispetti il programma, ad esempio) e di dialettica interlocuzione con l’esecutivo. Eserciterà naturalmente in proprio il potere legislativo, ma occorre garantire all’esecutivo una corsia privilegiata che gli consenta, a sua volta, di realizzare in leggi il suo proprio programma.
Le forme istituzionali (le regole del gioco) cui affidare questo complesso sistema di ingranaggi non è detto siano le attuali. Non è detto che nella prossima legislatura non possano (e anzi debbano) essere perfezionate.

 

03.12.2008

Seguito della discussione del disegno di legge: S. 1083 – Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 7 ottobre 2008, n. 154, recante disposizioni urgenti per il contenimento della spesa sanitaria e in materia di regolazioni contabili con le autonomie locali (Approvato dal Senato) (A.C. 1891)

L’Ordine del giorno Melis

La Camera,

premesso che:

l’articolo 3 del provvedimento in esame prevede un dimensionamento della rete scolastica;

un dimensionamento di tale tenore potrebbe essere causa di un aumento della dispersione scolastica, in particolare laddove già si subisce un disagio;

gli istituti penitenziari rappresentano, per eccellenza, un luogo di disagio: il Ministero della pubblica istruzione, in coordinamento con il Ministero della giustizia, ha il compito di indicare agli organi competenti per l’istruzione presenti sul territorio le direttive che questi devono seguire al fine di attivare i corsi scolastici obbligatori negli istituti penitenziari; il compito attribuito al Ministero della pubblica istruzione soddisfa quanto previsto dal dettato costituzionale, ex articolo 33, secondo comma;

l’istruzione all’interno degli istituti penitenziari rappresenta un importantissimo tassello per il percorso rieducativo dei detenuti, in particolare a fronte ad una popolazione carceraria che ha alle proprie spalle, nel 90 per cento dei casi, un percorso scolastico difficile, costellato da abbandoni precoci, disaffezione totale, semianalfabetismo,

impegna il Governo

a garantire negli istituti penitenziari italiani, già gravati da pesantissimi problemi e afflitti da un crescente sovraffollamento, la possibilità di accedere ai percorsi formativi e rieducativi, che passano, spesso necessariamente, per l’accesso all’istruzione, considerando che gli standard relativi alla qualità ed il diritto alla pari dignità formativa devono essere gli stessi in tutte le istituzioni scolastiche del Paese.

9/1891/87. Melis.

La discussione

Seduta antimeridiana

PRESIDENTE. L’onorevole Melis ha facoltà di illustrare il suo ordine del giorno n. 9/1891/87.

GUIDO MELIS. Signor Presidente, l’ordine del giorno di cui sono firmatario parte dalla preoccupazione per il ridimensionamento della rete scolastica previsto dal provvedimento in esame e mira a garantire l’accesso all’istruzione in un settore molto delicato, quello degli istituti penitenziari, realizzando così il fondamentale diritto costituzionale alla pari dignità formativa per questi cittadini detenuti.

Chi conosce lo stato delle nostre carceri sa che questo diritto è puramente nominale. Abbiamo, attualmente, secondo le stime ministeriali, 54 mila detenuti in Italia e ne avremo circa 63 mila in primavera, anche grazie a recenti provvedimenti, contro 42 mila posti sulla carta e 38 mila effettivi. Abbiamo condizioni gravissime nell’edilizia penitenziaria per riconoscimento dello stesso Governo, con tassi di sovraffollamento in strutture fatiscenti e vecchie che costituiscono, per le loro condizioni, una pena nella pena, un aggravamento ingiustificato della condanna.

Abbiamo vuoti di organico nel personale degli agenti penitenziari, insufficienze endemiche degli educatori e limiti gravi nella sanità penitenziaria. Venerdì scorso ho partecipato ad un convegno sulle carceri del volontariato penitenziario, che è uno degli elementi incoraggianti in questo quadro così allarmante, e ho ascoltato denuncie durissime, tra cui voglio citare quella del Presidente emerito della Corte costituzionale, professore Valerio Onida, che ha tenuto una relazione in quel convegno.

Per fornire solo qualche dato riguardo all’accesso all’istruzione dei detenuti, ricorderò che la maggior parte dei detenuti, il 34 per cento, è in possesso di un diploma di scuola media inferiore, il 17 per cento ha una licenza di scuola elementare, il 3,6 del cento è privo di qualunque titolo di studio e l’1,8 per cento è analfabeta. Ricorderò che solo lo 0,9 per cento ha conseguito una laurea e che il 37,4 per cento è costituito da stranieri, per i quali naturalmente si pone un problema particolare per quanto riguarda l’accesso all’istruzione garantito dalla Costituzione.

Per questo, signor Presidente, è importante, a mio avviso, la direzione che questo ordine del giorno vuole indicare al Governo, che è quella dell’educazione come una delle politiche di riscatto, come rimedio alla criminalità grande e soprattutto piccola e recupero del reo attraverso l’istruzione e adeguati processi formativi. Non si può risparmiare su queste cose.

Sappiamo benissimo quali sono le difficoltà concrete del bilancio, ma conosciamo anche l’importanza di questo obiettivo e riteniamo che il Governo di un Paese civile, il Paese di Cesare Beccaria, non possa rassegnarsi a rinunciare al valore rieducativo della pena (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

Seduta pomeridiana

Chiedo all’onorevole Melis se accede all’invito al ritiro del suo ordine del giorno n. 9/1891/87, formulato dal Governo.

GUIDO MELIS. Signor Presidente, a differenza di altri miei colleghi, non sono né stupito né sconcertato dal fatto che il Governo rigetti questo ordine del giorno. Il tema è l’accesso all’istruzione da parte dei carcerati. Sappiamo che non è un vostro cavallo di battaglia, non vi interessano queste cose: non avete nessuna sensibilità.

Questa mattina, quando ho finito di parlare per illustrare l’ordine del giorno, ho ricevuto una e-mail (adesso abbiamo il computer e accade che la gente ci vede in televisione e poi ci scrive). Questa persona mi ha scritto che dissentiva fortemente dal mio intervento e concludeva così: «Ma sì, lei è il solito buonista. Diamo anche ai delinquenti la possibilità di alfabetizzarsi e a nostre spese. Ma lei dove vive?». Ho risposto così: «Vivo in un Paese di antica civiltà giuridica e di saldi principi liberali, un Paese che si chiama Italia, dove il carcere esiste e deve anche essere severo, chiuso e non riaperto da continui indulti, ma al tempo stesso deve essere rieducativo, come ci impone la Costituzione».

Questa è la ragione per la quale non accedo all’invito al ritiro e chiedo di mettere in votazione il mio ordine del giorno (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

 

26.11.2008

Intervento nella discussione in aula sul disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 151 del 2008: Prevenzione e accertamento di reati, contrasto alla criminalità organizzata e all’immigrazione clandestina.

 

Signor Presidente, mi domandavo, prima di intervenire, se avesse un senso riproporre una questione molto simile a quella proposta poc’anzi dall’onorevole Zaccaria. Dopo aver visto l’esito dell’ultima votazione, intervengo con più convinzione.

Leggo dagli articoli 74 e 75 del codice civile le due definizioni, perché forse qualcuno non se le ricorda, altrimenti non avrebbe votato così: la parentela è il rapporto giuridico che intercorre tra persone che discendono da uno stesso stipite e che, quindi, sono le legate da un vincolo di consanguineità; l’affinità è il vincolo tra un coniuge e i parenti dell’altro coniuge; sono due cose profondamente diverse. Si tratta, quindi, come hanno ammesso anche

coloro che sono intervenuti per conto della maggioranza, di un patente errore.

Proponiamo con questo emendamento di correggerlo, aggiungendo la parola « parente » all’articolo in questione. Crediamo che la Camera debba correggere un errore quando si rende conto che di errore si tratta. Non riesco a capire come si possa ammettere, in questo come in altri casi, un modo così sciatto, sbagliato ed erroneo di legiferare. Stiamo toccando il fondo in questo inizio di legislatura. Credo che raramente nelle legislature passate si sia arrivati a delle sciatterie di questo tipo.

Invito ancora caldamente i colleghi della maggioranza a riflettere su ciò che stiamo per votare.

Atto camera

 

 20.11.2008

 Intervento nel corso dell’audizione del presidente della Regione Sardegna Renato Soru davanti alla Commissione Questioni regionali della Camera, seduta del 20 novembre 2008

GUIDO MELIS. Saluto il presidente Soru. Vorrei fare alcune osservazioni sul concetto di specialità; un concetto che, come tutti sappiamo, nasce con la Costituzione e che quindi, è molto ingombrante e imbarazzante. Lo dico senza polemica: per affrontarlo – ed eventualmente modernizzarlo – bisogna affrontare il testo costituzionale.

Si tratta di un concetto che, naturalmente, rispetto ai tempi in cui fu introdotto nella Costituzione, è profondamente cambiato, poiché allora esisteva una situazione di reale sottosviluppo di alcune regioni, o di reale differenza legata alle condizioni delle regioni confinanti. Oggi non è più così né per l’uno, né per l’altro caso. Il sottosviluppo è molto più «spalmato», se così si può dire, e le regioni confinanti non sono più nella situazione critica in cui erano nel primo dopoguerra. Occorre quindi una reinterpretazione. Riconosco al presidente Soru – di cui, come sardo, ho seguito in questi anni l’elaborazione, l’attività politica e di governo – una novità nella reinterpretazione del concetto di specialità. In qualche modo, anche le cose che ci ha detto oggi sul tema della responsabilità e dell’accrescimento delle competenze, in cambio di una maggiore responsabilizzazione, corrisponde a una visione della specialità che non è più basata sugli aiuti di Stato, né sulla concezione tipica di quegli anni secondo cui lo Stato avrebbe dovuto dare un «di più» alle regioni speciali, rispetto al «di meno» che queste regioni avevano sul piano della situazione reale. Oggi mi sembra che il modo in cui si affronta il concetto di specialità sia diverso.

Volevo richiamare il presidente a questo tema, affinché ci dicesse anche – con maggiore chiarezza (anche se è stato molto chiaro) e determinazione – come, sul piano della fiscalità (cioè del tema di cui stiamo parlando oggi) ritenga che si possa realizzare il concetto di specialità, senza rompere quell’unità del sistema nel quale mi sembra – come lei ha dichiarato – la Sardegna intenda rimanere, cioè dentro il sistema condiviso di un’economia basata sulle autonomie che è poi il modello di Stato verso cui tutti pensiamo di andare.

18.11.2008

 

Intervento in Commissione giustizia su Disposizioni in materia di reati ministeriali, C. 891 Consolo.

 

Vorrei, se mi consentite, distaccarmi da un esame puntuale del provvedimento in esame, per ricordare, prima di tutto a me stesso come si usa dire, che le prerogative governative e le immunità costituiscono un capitolo tra i più tormentati nella storia costituzionale degli ultimi anni. Per certi versi essi rimandano alla criticità di quel rapporto tra classe politica e opinione pubblica che ha costituito il vero motivo profondo della crisi della cosiddetta prima Repubblica e più in generale si è tradotto in un deficit di legittimazione delle istituzioni del quale tuttora continuiamo a soffrire.   

In breve. Nel 1989 (dopo il caso Lockheed) le Camere modificarono l’articolo 96 della nostra Costituzione sottoponendo ministri e presidente del Consiglio alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione di un ramo del Parlamento.

Nel 1993 (negli anni dell’emergenza corruzione e dell’azione della magistratura per sanzionarne gli effetti più vistosi) le Camere modificarono l’articolo 68 della Costituzione, mantenendo l’insindacabilità solo per le opinioni espresse ed i voti dati dai parlamentari nell’esercizio delle proprie funzioni.

In entrambi i casi la garanzia di autonomia per i membri del governo e del parlamento è rimasta, ma si è sentita l’esigenza di limitarne la portata, restringendo i casi di abuso delle prerogative parlamentari e governative che l’opinione pubblica sentiva come ferite insopportabili al principio di eguaglianza tra i cittadini.

Questa linea legislativa, di legislazione costituzionale, che io giudico ragionevole ed anche virtuosa, viene ora letteralmente rovesciata da un altro indirizzo, espresso già nel Lodo Alfano (una legge a mio sommesso parere di discutibile validità costituzionale) e confermato clamorosamente con quest’altro provvedimento. Le garanzie d’immunità sono estese in generale nei confronti dei soggetti politici, ora per i ministri ma non vedo perché, proseguendo secondo la logica di questo nuovo indirizzo, domani non si dovrebbe estendere anche per i parlamentari e poi – chissà – con lo Stato federale  per chiunque a qualunque livello detenga il potere politico..

 
 Un costituzionalista che stimo, e del quale sono amico, il professor Gaetano Azzariti, ha di recente ricordato una frase di un grande giurista, forse il più grande del Novecento, Hans Kelsen. Così scriveva nel lontano 1925 il costituzionalista austriaco:
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

“se nel corso della sua lunga esistenza il parlamentarismo non si è procurato le simpatie non solo di larghe masse popolari, ma ancor meno dei ceti intellettuali, causa non ultima ne sono stati gli abusi ai quali conduce il privilegio anacronistico dell’immunità”.

Io vi esorto, colleghi, a riflettere per un attimo su queste parole, tanto più attuali oggi, quando basta raccogliere in 200 pagine un po’ di notizie sulla attività della politica, titolare il libro “La Casta” e si ottengono record di tiratura e di diffusione come mai si erano visti nella storia recente dell’editoria italiana.

Esiste un problema in Italia. In Italia più che altrove. Ed è quello della legittimazione della politica. Non c’è democrazia sana e salda, se la sua legittimazione non poggia sul sentire comune e sulla credibilità agli occhi dei cittadini. L’immunità parlamentare ha alle sue spalle una nobilissima storia, si radica nella difesa delle prerogative delle Camere rispetto al potere regio e costituisce storicamente una barriera a tutela dell’indipendenza e dell’autonomia del potere legislativo dagli altri poteri, ivi compreso quello giudiziario. Per questo motivo la Costituzione riserva all’immunità un posto di rilievo. Ma l’abuso, la strumentalizzazione, l’utilizzazione generica dell’istituto per coprire reati che nulla hanno a che fare con la funzione politico-istituzionale rovescia le virtù dell’immunità nei vizi del privilegio e della disuguaglianza. La Corte costituzionale nella sentenza del 2004  ha bensì affermato (e giustamente) che l’ipotesi di sospensione dei processi è “un interesse apprezzabile”, ma ha poi aggiunto che questo interesse deve “essere tutelato in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale”. Vorrei che nel discutere questo provvedimento ci attenessimo tutti a queste sagge parole.

Io penso che c’è una linea Maginot oltre la quale non possiamo andare. Ed è costituita dal principio (anch’esso ribadito dalla Corte costituzionale nel 2004, sentenza n. 24) secondo il quale “alle origini della formazione dello Stato di diritto sta il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione, il cui esercizio, nel nostro ordinamento, sotto più profili, è regolato da precetti costituzionali”.

Ora, come ci ha detto in audizione il prof. Pace, a mio avviso in modo del tutto convincente, gli artt. 68, 90 e 96 della Costituzione prevedono rilevanti garanzie costituzionali ma non sino al punto da sottrarre al magistrato il potere di qualificare “non ministeriale” il reato sottoposto al suo giudizio.

Atto camera

 

05.11.2008

Seguito della discussione del disegno di legge: S. 1018 – Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 16 settembre 2008, n. 143, recante interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario (Approvato in Senato) (A.C. 1772).

 

[Intervento in aula a sostegno dell’emendamento Di Pietro 1.2]

 

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Signor Presidente, a nome del gruppo del Partito Democratico, vorrei sostenere questo emendamento perché tocca il punto nevralgico della questione che è lo scoperto. Su questo siamo tutti d’accordo, maggioranza e opposizione: il fatto che numerose sedi restino scoperte e talvolta drammaticamente scoperte.

Riteniamo che la norma che vieta ai giudici di prima nomina di coprire queste sedi sia sostanzialmente inopportuna come ormai dimostrato dalla realtà. Lo dico anche con autocritica perché, come è noto, la mia parte, insieme quasi all’unanimità della Camera, nella scorsa legislatura è stata a favore di questa norma.

Quando la realtà dimostra l’inefficacia delle norme, credo che sia obbligo del Parlamento prenderne atto. Penso che una maggiore duttilità sarebbe stata più opportuna: la rigidità dello strumento legislativo sotto questo profilo non aiuta. Forse sarebbe meglio addivenire ad una maggiore autonomia del CSM che, nella sua prudente valutazione, potrebbe prendere in esame i dossier dei magistrati e potrebbe, caso per caso, valutando sede per sede, provvedere.

Nel merito, pensiamo che i magistrati giovani, di prima nomina, dopo essere stati sottoposti ormai ad un lungo curriculum formativo, arrivati finalmente alla nomina ad un’età che si aggira intorno ai trenta anni, siano da considerarsi giovani magistrati soltanto da un punto di vista formale. In realtà, sono già magistrati che, anche anagraficamente, hanno un’età sufficiente.

D’altra parte, voglio ricordare che nel passato esistevano i giovani pretori che avevano sulle loro spalle responsabilità altrettanto presenti e incidenti e quasi sempre le esercitavano con onore ed efficacia.

Noi riteniamo che non ci si debba irrigidire su tale questione, che si debba puntare su un sistema più flessibile con maggiore autonomia al CSM, copertura delle sedi disagiate, che non è detto che debbano essere tutte coperte da magistrati di prima nomina; se lo si ritenesse opportuno, si potrebbe inserire un limite, ad esempio del 50 per cento delle sedi, e inoltre rafforzare i meccanismi di controllo e di guida da parte dei capi degli uffici nei confronti dei magistrati di prima nomina.

Tutto si può fare fuorché restare nell’attuale situazione di fronte alla quale a noi sembra che gli incentivi introdotti conPag. 34questo provvedimento non siano sufficienti perché spesso non vi è la convenienza per un magistrato anziano, tra virgolette «maturo», di trasferirsi in queste sedi.

Del resto, questo assioma per cui il giudice di prima nomina è meno idoneo di quello anziano trova nell’esperienza anche tragica di questi anni la sua smentita. Voglio ricordare qui la figura luminosa di Rosario Livatino (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori), un giudice ragazzino, secondo l’odiosa definizione che fu data allora dal Presidente Cossiga, che ha saputo onorare la toga molto meglio di tanti giudici anziani che di fronte alla mafia hanno, invece, abbassato le armi.

[Intervento in aula a sostegno dell’emendamento Melis 1.10]

 

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Signor Presidente, oggi un giovane o una giovane magistrato viene da un percorso che inizia con cinque anni – ai miei tempi erano previsti quattro anni – per conseguire la laurea in giurisprudenza, circa cinquanta esami, due tesi di laurea, una nel percorso triennale l’altra nello specialistico. Poi vi è la scuola di specializzazione per le professioni legali che dura due anni. Speriamo che presto abbia avvio la scuola per la magistratura di cui ci auguriamo una pronta messa in atto e che certamente darà garanzie di formazione superiore a quelle che danno oggi le scuole di preparazione forense.

Poi vi è un concorso impegnativo e selettivo al punto che una parte dei posti banditi rimane scoperta e che consta di un test introduttivo e poi in un impegnativo concorso successivo. Infine si arriva alla prima nomina ad un’età che si aggira intorno ai trent’anni. Mi chiedo francamente dopo questo curriculum quali altre prove debba sostenere un giovane magistrato per essere idoneo alle funzioni per le quali questo percorso lo ha preparato.

D’altra parte è stato anticipato dall’onorevole Ferranti un argomento molto solido: in nessun’altra professione, in nessun’altra branca, in nessun altro settore esistono norme di questo tipo che inibiscono lo svolgimento di funzioni a coloro che risultano idonei, a seguito del superamento del concorso. Sarebbe come se un giovane chirurgo non potesse impugnare il bisturi in qualche misura.

Ho un giovane parente che svolge la professione di otorino che ha eseguito le sue prime operazioni, naturalmente sotto la vigilanza e la guida di un professore più anziano. Ciò può certamente avvenire se si introducono norme correttive che consentano l’affiancamento di magistrati più esperti ed anziani ai più giovani, ma non inibiamo a coloro che hanno vinto i concorsi la possibilità di svolgere le funzioni a cui sono stati abilitati. Insisto pertanto per la votazione.

03.11.2008

Intervento sul Disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 143 del 2008: Funzionalità del sistema giudiziario – (A.C. 1772

);

( 3-11-2008 Discussione sulle linee generali – pag. 31 )

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Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor relatore, signor sottosegretario, noi critichiamo il presente provvedimento per quattro motivi. Il primo motivo è la sua evidente episodicità, disorganicità e lasciatemi dire pochezza, che tradisce come questo Governo e questa maggioranza in realtà non abbiano una politica complessiva per la giustizia, né tanto meno abbiano compiuto scelte di fondo in grado di sostenere e di sviluppare, come pure il provvedimento si prefigge di fare, come sarebbe urgente fare, le strutture giudiziarie.

Sotto lo specifico profilo della funzionalità, il sistema della giustizia evidenzia da anni – starei per dire da decenni – problemi strutturali molto gravi, che vanno dall’inadeguata geografia delle circoscrizioni, cui corrisponde un’altrettanta squilibrata distribuzione delle risorse, alle insoddisfacenti modalità del reclutamento dei magistrati, alla mancata valutazione puntuale del lavoro svolto (sia dalle singole sedi e strutture, sia da parte dei singoli), alla difettosa organizzazione delle carriere.

Sono sul tappeto – né i recenti provvedimenti, inseriti per lo più in sedi improprie, di questo Governo li hanno davvero affrontati – i temi della riforma del processo civile e di quello penale. Esiste una drammatica questione che si lega all’efficacia e all’efficienza della giustizia, che poi vuol dire la sua stessa legittimazione agli occhi dei cittadini. Insomma, il dossier giustizia è molto, molto voluminoso e denso di problemi, e richiederebbe politiche organiche e coraggiose, possibilmente condivise in questo Parlamento. Viceversa, voi procedete per decreto-legge come ci avete ormai abituati in questa prima parte della legislatura (ne avete presentati, se non erro, dieci, con una media di più di due al mese, escludendo il mese di agosto, e ce ne sono altri dodici in attesa), e presentate con il decreto-legge in esame poche proposte disorganiche relative al tema delle sedi disagiate cui agganciate, secondo una tecnica legislativa che anch’essa è caratteristica di questo vostro esordio di legislatura, poche altre frammentarie norme sul fondo unico giustizia e una norma particolarmente insidiosa, introdotta dal Senato, che riguarda una sola persona.

La seconda ragione per cui dissentiamo dal provvedimento è la sua palese inadeguatezza rispetto ai fini stessi, pur circoscritti, che vi prefiggete. Grazie ai dati distribuiti di recente in Commissione giustizia (e devo ringraziare di questo il sottosegretario Caliendo), sappiamo che i posti rimasti senza aspiranti, tra quelli banditi nei bollettini dei trasferimenti, sono stati dal 2003 ad oggi i seguenti: 36 su 274 nel 2003, 41 su 273 nel 2004, 121 su 583 nel 2005, 82 su 475 nel 2007 ed attualmente, nell’anno in corso, sono già 121 su 399.

L’attuale situazione di scopertura degli uffici giudiziari – cito sempre i dati del Ministero – ad esclusione di quelli a competenza nazionale (e cioè la Corte di Cassazione e relativa procura generale, il tribunale superiore delle acque, la direzione nazionale antimafia) è dell’11,50 per cento dei posti, dei quali il 7,41 per cento negli uffici giudicanti e l’11,85 per cento in quelli requirenti (il tasso medio di scopertura sale all’11,60 per cento calcolando anche gli uffici giudiziari a competenza nazionale). È una situazione allarmante di fronte alla quale il Ministero ci dice, a mio avviso un po’ troppo candidamente, di non essere in grado di formulare previsioni attendibili sull’intera materia dei trasferimenti per i mesi e gli anni futuri: cioè, in pratica navighiamo nel buio!

Se scorriamo i dati che sempre il Ministero ci ha di recente offerti sulle situazioni delle varie circoscrizioni e li incrociamo con quelli che ci ha proposto una recente audizione in Commissione giustizia dell’Associazione nazionale magistrati, la situazione poi è anche più drammatica. In Sicilia e in Calabria, due regioni delle quali non occorre che dica la delicata e peculiare situazione, quasi tutti i tribunali e le procure superano il limite del 20 per cento di scopertura di organico previsto dal provvedimento, mentre molti si attestano oltre il 30-40 per cento. Ma il dato più allarmante lo abbiamo se – ciò che non ha fatto il Ministero – formuliamo caso per caso una proiezione a breve, tenendo conto delle anzianità e dei trasferimenti in corso. Scopriamo allora – cito ancora i dati dell’Associazione nazionale magistrati – che procure chiave come quelle di Enna e di Gela alla fine del 2008 raggiungeranno una scopertura pari al 75 per cento (a Locri toccheremo il 50 per cento, ad Agrigento il 30 e a Caltanissetta il 40, tasso di scopertura peraltro già raggiunto nel tribunale di Vibo Valentia).

Conosco personalmente bene il caso della Sardegna, in particolare quello della procura di Nuoro, sulla quale ho di recente presentato un’interrogazione in Commissione. Nuoro non riesce da anni a colmare i vuoti in organico, né nella funzione requirente né in quella giudicante, e stiamo parlando di una competenza che si estende su larga parte della Sardegna centrale, con densità di reati da non banalizzare (cinquantacinque omicidi solo in tre anni, i cui responsabili sono stati individuati solo nel 10 per cento dei casi), con tipologie che variano dalla tradizionale criminalità a radice agro-pastorale alla nuova delinquenza dedita alle rapine in banca in particolare, allo spaccio della droga e delle armi (legata, cioè, a tessuti urbani precocemente degradati, con un allarmante dato che riguarda, in questo caso, la criminalità giovanile).

Ebbene, agli uffici di Nuoro nessuno presenta domanda, e posso essere facile profeta: nessuno presenterà domanda, perché nessuna sede della Sardegna è considerata più disagevole, più faticosa, meno gratificante di quella di Nuoro. A nessun magistrato proveniente dall’Italia peninsulare, che non sia alla prima nomina, converrebbe affrontare il trasferimento in Sardegna, perché trasferire se stessi ed eventualmente la propria famiglia – quando è possibile trasferire la propria famiglia dato che, come è noto, le mogli lavorano – per un magistrato, che non si trovi più all’inizio di carriera, rappresenta un sacrificio grave, gravissimo, che non è compensato da alcun incentivo o, perlomeno, non lo è dagli incentivi nell’ordine di quelli previsti dal presente provvedimento. Signor Presidente, questo decreto-legge unifica sotto una sola categoria le sedi disagiate – situazioni, tra di loro, profondamente diversificate – assumendo – è stato detto più volte – come unico criterio di identificazione lo scompenso organico. Ma ci sono sedi disagiate e sedi disagiate, e la differenza dipende dalla loro collocazione geografica, dalla prossimità o meno con sedi dalle quali possono essere facili i trasferimenti, dalla qualità del lavoro quotidiano che si svolge, dalla tipologia di reati che si affrontano, dal rischio a cui si è esposti, dal costo della vita in quella provincia, dalla difficoltà, una volta che ci si è trasferiti, a spostarsi con frequenza. Esiste una norma nel decreto-legge che ci accingiamo a convertire in legge, per la quale tra la sede disagiata di destinazione e quella di provenienza del magistrato deve intercorrere una distanza superiore a cento chilometri. Ma in Sardegna, ad esempio, questa distanza non esiste mai e, infatti, la norma precedente, che avete modificato, saggiamente prevedeva centocinquanta chilometri, eccezion fatta per la Sardegna. Voi, proprio voi, che ci sommergete di retorica federalista – parlo come se il sottosegretario fosse presente – fate come se l’Italia fosse tutta uguale, come se tutte le province fossero assimilabili e interscambiabili. Non è così, e bisognerebbe tenerne maggiormente conto. Esiste, poi, un terzo motivo che ci induce a contrastare il provvedimento che ci proponete e consiste nel fatto che avete evitato di affrontare il vero nodo della questione, il punto sul quale si sarebbe potuto agire, se non altro per alleviare la situazione di grave emergenza che ci sta davanti. Mi riferisco alla proposta, avanzata dall’Associazione nazionale dei magistrati e da altre associazioni, e da noi stessi riproposta in Commissione giustizia, di rimuovere il divieto ex lege n. 133 del 1998 di destinare i magistrati ordinari, al termine del periodo di tirocinio, a funzioni requirenti o giudicanti monocratiche penali, comprese quelle di giudice per le indagini preliminari, o di giudice dell’udienza preliminare; e se non a rimuoverlo, almeno a rendere flessibile questo divieto. So bene cosa mi risponderete, lo avete già fatto in Commissione, e l’ha fatto il sottosegretario Caliendo all’inizio della seduta pomeridiana: il divieto di cui parlo, introdotto di recente, è il frutto di una valutazione prudente (alla quale anche la mia parte politica ha concorso, a suo tempo) sull’opportunità di affidare a magistrati alle prime esperienze funzioni così delicate, in sedi così impegnative. Dietro a quella prudenza, che posso capire, ma che, viste quali sono le conseguenze, non posso fare mia – esiste pure il diritto di autocritica quando la realtà non è quella immaginata -, c’era anche e, forse, c’è ancora, la polemica un po’ pretestuosa contro i cosiddetti, e qui evocati, «giudici ragazzini». Si tratta di una infelicissima espressione coniata, a suo tempo, dall’allora Presidente della Repubblica Cossiga, che neppure il sacrificio eroico di Rosario Livatino è valso a riscattare dal suo significato ingiusto ed offensivo, quello di riservare alle sedi disagiate i magistrati di più provata esperienza. Ho affermato di più provata esperienza, ma un magistrato che ha frequentato il percorso formativo prescritto, ovvero che abbia conseguito la laurea in giurisprudenza (oggi di cinque anni, con circa 50 esami e due tesi di laurea tra corso triennale specialistica), che abbia poi seguito la scuola di specializzazione della professione forense – domani, speriamo prestissimo, la scuola apposita per la magistratura – che abbia superato un concorso impegnativo e selettivo (al punto che restano posti scoperti perché non vengono attribuiti), che abbia, come accade, un’età tra i 28 e i 30, 32 anni, questo magistrato giovane – ai miei tempi a 30 anni non lo si era più giovani – cos’altro deve dimostrare per poter ricoprire le funzioni alle quali lo destina di diritto il suo curriculum studiorum e il concorso che ha appena superato? Naturalmente si può discutere, si può valutare caso per caso, si sarebbe potuto valutare caso per caso.

Se la maggioranza ed il Governo lo avessero consentito, si sarebbe potuta conferire alla valutazione caso per caso del CSM la facoltà di destinare questi magistrati, valutandoli ed apprezzandoli, così come deve fare il CSM. Questi magistrati giovani sarebbero gli unici, sono gli unici che potrebbero essere interessati agli incentivi di carriera ed economici proposti nel provvedimento in esame per ricoprire le sedi disagiate. Si poteva, ma non è stato fatto: non avete voluto ascoltarci.

Vi ricordo che gli uffici di cui stiamo parlando sono sempre stati storicamente coperti da magistrati di prima nomina: se ne avessimo il tempo, potrei dimostrarvelo, come si dice, sulle carte, anche perché nel mio mestiere precedente di storico mi sono occupato appunto di una ricerca sulle carriere dei magistrati italiani tra Ottocento e Novecento. Da sempre ci si è fatti le ossa lavorando nelle procure periferiche, in trincea ed esercitando anche funzioni monocratiche. Un tempo si cominciava da pretori, e i pretori, nel civile come nel penale, non erano esenti da responsabilità anche rilevanti. Da sempre, come del resto consente l’attuale ordinamento, il dirigente dell’ufficio ha esercitato ed esercita il controllo sul lavoro dei sostituti: si rafforzino questi meccanismi, se lo ritenete, si rafforzino le responsabilità del capo dell’ufficio. Nessuno pretende di riempire le sedi disagiate di soli magistrati alle prime armi: se ne curi con opportuni correttivi il dosaggio, si abbia cura di affiancare i più giovani a qualcuno più anziano, si ponga un limite (poniamo il 50 per cento in ogni sede) della presenza di magistrati di prima nomina, ma non si rinunzi, a prescindere, al contributo, anche di entusiasmo e di novità, che può venire dai più giovani.

Vi chiediamo semplicemente di ragionare, di ritornare a quella che è stata per lungo tempo la prassi: paradossalmente, siamo in questo più conservatori di voi. Ma voi ci rispondete che vi sono gli incentivi, vi è il vantaggio economico e di carriera. Considero francamente questi benefit tali da non modificare la ridottissima propensione degli interessati a trasferirsi nelle sedi disagiate. Poi cosa farete: darete questi benefici al magistrato anziano che accetta di trasferirsi ad esercitare funzioni monocratiche ed escluderete il magistrato anziano o di prima nomina che fosse chiamato invece ad esercitare funzioni penali o civili collegiali? Come giustificherete questa disparità di trattamento?

Infine, il quarto motivo per il quale non siamo d’accordo: l’articolo 8-bis, inserito nel corpo del provvedimento in esame in Senato, in Assemblea, all’improvviso e direi anche in una maniera poco chiara e poco franca. È l’ennesima norma ad personam, questa volta a favore di un magistrato molto discusso e discutibile, del quale volete provocare, a quasi ottant’anni di età, la nomina a primo presidente della Corte di cassazione. È una nomina inopportuna, a me sembra: innanzitutto per ragioni anagrafiche, giacché la norma rimossa per consentire questo esito ha una sua ratio, che trova corrispondenza in analoghe norme valide in tutti gli altri settori della pubblica amministrazione. Io sono un professore universitario: i professori universitari vanno in quiescenza a 75 anni, anzi sono collocati fuori ruolo qualche anno prima, ed esercitano funzioni certamente meno delicate di quanto non lo siano le funzioni del primo presidente della Corte di cassazione. Evidentemente vi è una ragione, anche fisiologica, che consiglia di non affidare incarichi così impegnativi a persone così avanti negli anni.

Concludo: si sarebbe potuto operare diversamente. Si sarebbe potuto, pur restando nell’ottica di un mini-intervento privo di contesto generale, fare meglio di quello che fate con questo provvedimento? Io penso che si sarebbe potuto: intanto affrontando con coraggio il nodo del divieto sui giudici di prima nomina, valorizzando la valutazione del CSM, lasciando alla discrezionalità flessibile ed intelligente dell’organo di autogoverno dei giudici quello che oggi è consegnato alla rigidità cieca della legge. Non sempre è necessaria la legge: talvolta è più opportuno non far ricorso alla legge, che è sempre uno strumento molto rigido da utilizzare. Poi, si sarebbe potuto fare meglio classificando con cura le sedi disagiate e distinguendo quel che vi è da distinguere: vi abbiamo proposto, in Commissione, emendamenti (ne ha parlato il sottosegretario Caliendo nel suo intervento del primo pomeriggio) che riguardano appunto il carico degli affari, il carico degli affari penali, anche con riferimento alla criminalità organizzata. Ma insisto: il carico degli affari, un criterio che non è presente. Poi, ancora: si poteva accrescere le risorse per la giustizia. In proposito solo una battuta, riprendendo un tema che è già riecheggiato questo pomeriggio nell’Aula: sul Fondo unico per la giustizia, le cui risorse derivano dalla giustizia, avete introdotto una spartizione con il Ministero dell’interno, stabilendo che agli uffici giudiziari vada sono una quota, in misura non inferiore ad un terzo del fondo.

Noi lo riteniamo sbagliato. Almeno su queste somme, che appartengono organicamente alla giustizia, si sarebbe dovuto mantenere il diritto di attingervi al solo Ministero della giustizia. Sono importantissime, naturalmente, non sarò io a negarlo, le finalità connesse all’ordine pubblico, alla repressione di reati sul territorio, ma almeno altrettanto importante, anche ai fini dell’ordine pubblico, è il funzionamento quotidiano normale degli apparati di giustizia. Insomma, consideriamo questo provvedimento un’occasione mancata.

Di fronte alla questione giustizia nella sua drammatica evidenza avete sinora operato al di fuori di una vera impostazione di riformismo giudiziario. Avete inflitto alle Camere l’insulto della norma «blocca-processi», tanto vergognosa che poi l’avete dovuta ritirare, e il vulnus del lodo Alfano. Adesso ci volete imporre, con chissà quale presunta urgenza, il lodo Matteoli. Avete affrontato sventatamente i problemi del processo civile e di quello del lavoro, nascondendoli dentro provvedimenti omnibus, evitando – come ha ricordato la collega Capano – perfino le sedi deputate di discussione, come la Commissione giustizia.

Ora ci proponete i pannicelli caldi di questo provvedimento: una leggina che – lo sappiamo sin d’ora – non darà alcun frutto. Non avete un’idea generale della riforma che non sia mortificare la magistratura e tagliare alla cieca le spese. Vi state mettendo contro l’opinione dei tecnici del settore, contro la magistratura in tutte le sue componenti e tendenze, contro l’avvocatura, contro gli studiosi e contro gli esperti. Questo provvedimento è certamente inutile, signor Presidente, e temo anche dannoso: per questo ritengo che vada contrastato.

09.10.2008

COMMISSIONE II – GIUSTIZIA

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di giovedì 9 ottobre 2008

Audizione del capo del dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi del Ministero della giustizia, dottor Luigi Giuseppe Birritteri, del direttore generale per i sistemi informativi automatizzati del Ministero della giustizia, dottor Sergio Brescia, del vice capo dipartimento vicario per gli affari di giustizia del Ministero della giustizia, dottoressa Maria Teresa Saragnano, e del direttore generale del dipartimento per la giustizia minorile del Ministero della giustizia, dottor Emanuele Caldarera, in relazione all’esame in sede consultiva dei disegni di legge C. 1713 (legge finanziaria 2009) e C. 1714 (bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2009 e bilancio pluriennale per il triennio 2009-2011).

Intervento dell’on. Guido Melis:

GUIDO MELIS. Ringrazio anch’io il dottor Birritteri per le molte informazioni che ci ha dato. Vorrei soffermarmi su un punto al quale ha accennato, e che non ho capito se sia un suo auspicio, un suo intendimento o se corrisponda a un progetto del Governo. Mi riferisco al fatto di riportare i concorsi alla cadenza annuale. Naturalmente è un’idea molto saggia, perché elimina quella specie di psicodramma dovuto al fatto che non si sa mai quando il concorso verrà bandito. Le scuole di specializzazione forense che i ragazzi devono seguire per presentarsi mi dicono che restringono o dilatano i programmi un po’ ad organetto, a seconda delle previsioni del bando del concorso successivo, e questo naturalmente non è salutare per la loro preparazione.

Bisognerebbe sapere se avete una proiezione per i prossimi anni: pensate che questo progetto possa essere realizzato? Quanti posti pensate che ogni anno, considerata l’uscita in quiescenza dei magistrati, verranno banditi? Questo mi interessa molto.

Collegato a questo, accanto alla tabella che abbiamo prima esaminato, alla pagina 77 del nostro dossier, leggo: «Istituzione e funzionamento della Scuola superiore della magistratura: 4,14 milioni di euro (lo stanziamento risulta praticamente dimezzato rispetto alle previsioni del 2008, pari a 8,49 milioni di euro)».

Vi domando, pertanto, se questo in qualche modo influirà sulla organizzazione della scuola, e quali sono le previsioni che voi fate.

I tagli che ci avete illustrato all’inizio, di cui eravamo già conoscenza, porteranno inevitabilmente a riduzioni di programma e a ridimensionamenti. Non vorrei che fosse proprio la scuola, che a mio avviso è un punto molto importante per la riforma di fatto di tutto il sistema, ad doverne soffrire.

Vedi atto della Camera

08.10.2008

Intervento in aula sull’Ordine del Giorno 9/1634/108 al Disegno di Legge di conversione del Decreto-Legge n. 137/2008: Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università (A.C. 1634 – A) seduta n. 63 di mercoledì 8 ottobre 2008

Signor Presidente, l’ordine del giorno che mi accenno ad illustrare mira a diffondere nelle scuole italiane, in tutte le scuole italiane, la Costituzione della Repubblica. Rientra, dunque, in quella attività di educazione civica, che la scuola dovrebbe svolgere normalmente, direi quasi fisiologicamente, ma che, come sappiamo, per un complesso di cause, spesso è sacrificata o peggio consapevolmente ignorata.

La Costituzione, come lei sa meglio di me, signor Presidente, non è un pezzo di carta. Come ricordava ancora ieri, uno dei nostri migliori costituzionalisti, Gustavo Zagrebelsky, nel suo ricordo di un maestro come Leopoldo Elia, la Costituzione vive ed opera se è sostenuta da una politica costituzionale che si ispiri ai suoi valori di fondo, che li realizzi, e se non è contraddetta dai comportamenti quotidiani delle istituzioni e di chi le rappresenta. La scuola pubblica prevista e tutelata dalla Costituzione, anche rispetto alla scuola privata, rappresenta l’immenso circuito nel quale si formano le classi dirigenti del Paese per gli anni futuri. Reintrodurre la Costituzione nella scuola, non come libresca acquisizione erudita, ma in forza di una didattica che ne sappia tradurre il messaggio in relazione alla vita concreta dei giovani, è quanto di meglio possiamo immaginare per consolidare la democrazia e sviluppare lo spirito civico degli italiani.

Noi sappiamo quanto questo Paese, nei confusi anni che viviamo, abbia bisogno di spirito civico. Non è casuale che il Partito Democratico senta il bisogno di richiamare la Costituzione proprio in relazione a questo provvedimento voluto dal Ministro Gelmini, che ci accingiamo ad approvare con una prassi ancora una volta eccezionale, senza poterne discutere ed emendare i singoli contenuti, sotto il ricatto del voto di fiducia. Questa legge, infatti, presenta, sotto questo particolare profilo, una sua specifica contraddizione, sulla quale mi vorrei brevemente soffermare.

Si apre pomposamente con un articolo 1 che parla di favorire l’acquisizione dei saperi e delle competenze relative alla cittadinanza e alla Costituzione e insiste giustamente su questi concetti: cittadinanza e Costituzione. Poi, però, introduce un’idea di scuola contraddittoria con questa premessa e, francamente, molto deludente. Desinit in piscem, tanto per buttarla nel solito latinorum.

Ma davvero il Ministro pensa che sia sufficiente introdurre la valutazione degli alunni in termini numerici a partire dalle scuole elementari e risuscitare il voto in condotta, anche esso in termini rigorosamente numerici, per risolvere i gravi problemi della scuola italiana di oggi? Davvero pensa che un gioiello come la scuola elementare, l’unico che abbiamo, su cui sarebbe stato meglio non mettere mano, abbia bisogno di tornare dalla formula pluralistica dei tre maestri a quella monocratica del maestro unico, come ai tempi di De Amicis e del libro Cuore?

Signor Presidente, io ho una figlia che da bambina ha avuto la fortuna – sì dico proprio la fortuna – di frequentare – era allora forse la prima volta che si sperimentava tale formula – le elementari con le tre maestre, tre bravissime maestre. Ebbene, avendo avuto un altro figlio con il maestro unico, posso testimoniare qui, per esperienza diretta di padre, che il modulo dei tre maestri contiene in sé delle potenzialità educative che il maestro unico non ha. Non solo per la banale ragione che le eventuali carenze di uno si compensano con le virtù dell’altro maestro, ma anche e soprattutto per l’impronta pluralistica che la contemporanea presenza delle tre figure educative trasmette ai bambini.

Si resta, lasciatemelo dire, senza parola a leggere il magro e poverissimo testo di questo provvedimento. La scuola italiana vive sì una crisi profonda, ma questa crisi affonda le sue radici in problematiche ben più complesse, oggetto in questi anni di intere biblioteche e di saggi pedagogici. Negli ultimi dieci o vent’anni è cambiato il Paese, sono cambiate le classi sociali, è cambiato il ruolo monopolistico della scuola come unico soggetto del sistema educativo nazionale. C’è da fare i conti con la concorrenza dei grandi media, con l’invasione che quotidianamente producono nella vita dei ragazzi e con le suggestioni coinvolgenti che vi inducono.

C’è da ragionare sui contenuti della scuola, sulla validità delle politiche educative, sul precoce invecchiamento dei nostri linguaggi comunicativi. Davanti a tutto questo, davanti a questa che si può ben definire come una vera e propria rivoluzione copernicana, il Ministro ci viene a proporre il voto in condotta, maestri unici e grembiulini. Ministro Gelmini, lei potrà forse – non ne sono sicuro – risparmiare qualche euro e ne avrà la riconoscenza del suo collega Tremonti, ma non risolverà nemmeno uno dei problemi della scuola italiana, anzi certamente li aggraverà.

01.10.2008

Intervento in aula sull’Emendamento 53.16 al Disegno di Legge sullo sviluppo economico, semplificazione, competitività, stabilizzazione della finanza pubblica e perequazione tributaria (1441- bis – A) seduta n.58 del 1 Ottobre 2008

Signor Presidente, questo emendamento insiste sul terreno dell’emendamento precedente, illustrato dalla collega Samperi, e ne costituisce, in un certo senso, una subordinata.

Proponiamo di sostituire al comma 7, capoverso, primo comma, dell’articolo 53, che introduce nel codice di procedura civile un nuovo articolo il cui incipit suona: « Il giudice, sentite le parti e tenuto conto di ogni circostanza, può disporre (…) » la testimonianza scritta, si sostituiscano le parole « sentite le parti » con le seguenti: « su concorde richiesta delle parti ».

Il senso della sostituzione è duplice. Da un punto di vista più stretto, si tratta di sottolineare la volontà delle parti, in qualche modo facendone le protagoniste dell’adozione della testimonianza scritta.

È un curioso paradosso, per una maggioranza che contesta spesso lo strapotere del giudice, essere contro questo emendamento, che, sostanzialmente, riduce il potere discrezionale del giudice, attribuendolo, in sostanza, alle parti.

C’è poi un senso più generale. Piero Calamandrei diceva che il processo è essenzialmente un fatto umano. Ebbene, leggendo questo articolo, così come è stato formulato nel testo, trovo che questa testimonianza scritta, così come delineata, appaia fortemente formalizzata, e anche fortemente astratta, direi fortemente lontana da quella concezione di Calamandrei.

Leggo questa frase: « Il testimone rende la deposizione compilando il modello di testimonianza in ogni sua parte »; il modello di testimonianza, come se si trattasse di una dichiarazione di composizione amichevole di un piccolo incidente stradale !

Credo che nel rapporto tra il giudice e il testimone vi sia un valore, e che valga la pena di difenderlo il più possibile, limitando, circoscrivendo la testimonianza scritta il più possibile. Per questa ragione noi chiediamo di approvare l’emendamento in esame.

01.10.2008

Intervento in Commissione Giustizia sull’Interrogazione 5-00359 Melis e Ferranti: Sulla Casa circondariale di Sassari

Guido MELIS (PD) illustra l’interrogazione in titolo.

Il sottosegretario Maria Elisabetta ALBERTI CASELLATI risponde all’interrogazione in titolo nei termini riportati in allegato (vedi allegato 2).

Guido MELIS (PD), replicando, ringrazia il rappresentante del Governo per la risposta dettagliata ed esauriente. Rileva, peraltro, come nella predetta risposta si descriva una serie di servizi che sarebbero effettivamente a disposizione dei detenuti della Casa circondariale di Sassari, sottolineando che, al contrario, non sembra esservi alcuna corrispondenza tra la predetta descrizione e la situazione di totale degrado, indecenza e desolazione che egli stesso ha potuto constatare nel corso di una recente visita presso la Casa circondariale in questione. Prende comunque atto di quanto affermato dal rappresentante del Governo, ravvisando la necessità di compiere accurati accertamenti sul campo. Sottolinea, infine, che il termine del 2010 per il primo trasferimento di detenuti dal penitenziario di Sassari alla nuova struttura in corso di costruzione è troppo lontano e che, nel frattempo, è necessario disporre quantomeno degli interventi di riparazione urgente.

16.07.2008

Intervento in aula sul Ordine del Giorno 9/1366/32 presentato mercoledì 16 luglio 2008 nella seduta n.036
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Signor Presidente, ieri alla sala del refettorio presso la Camera si è tenuto un importante incontro promosso dalle associazioni dei rumeni in Italia, al quale hanno partecipato esponenti del Partito Democratico e del Popolo della Libertà. Si è trattato di un incontro che, per quanto riguarda la nostra partecipazione, ha avuto carattere bipartisan e dal quale sono emerse alcune linee guida e riflessioni che, in parte, hanno dettato l’ordine del giorno in esame. Mi auguro, quindi, che possa essere accolto dal Governo anche per la sua natura così condivisa.
Il tema fondamentale è come si possa promuovere e sviluppare una politica più inclusiva e di maggiore integrazione verso quella che costituisce la principale comunità straniera nel nostro Paese. Si tratta di una componente comunitaria e non extracomunitaria che, quindi, anche alla luce delle direttive europee meriterebbe, anzi avrebbe meritato perché ormai parliamo al passato, che il decreto-legge le avesse riconosciuto una serie di particolari garanzie, le quali, invece, nel decreto-legge non sono previste così come abbiamo più volte sottolineato.
L’ordine del giorno fa riferimento alle politiche di pura repressione, di censimento anche nei conforti della comunità rom. In particolare, mi associo alle belle parole dette ieri dall’onorevole Colombo e ritengo che la comunità rom rappresenti una componente importante della componente di nazionalità rumena (si tratta, infatti, di due realtà diverse come è stato sottolineato ieri). Era presente il rappresentante dell’Opera nomadi, il quale giustamente ha insistito molto sui diritti dei rom. Ebbene, penso che se si accogliesse il mio ordine del giorno si potrebbe rilanciare una politica in chiave inclusiva verso queste componenti fondamentali.
L’ordine del giorno presenta anche un punto più concreto che vorrei richiamare in maniera esplicita e particolare. L’ordine del giorno, infatti, nella sua parte finale prevede che, seguendo l’esempio spagnolo, si renda veramente effettivo il diritto di voto dei cittadini rumeni alle elezioni amministrative e a quelle europee, inviando direttamente a casa, come è previsto per gli elettori italiani, la tessera elettorale.
Sembra una sciocchezza, ma ritengo che il fatto che ogni volta che si deve votare questi cittadini europei siano costretti a lunghe file, all’iscrizione nelle liste elettorali aggiunte e a tutti i disagi che, come sappiamo, comporta una gestione che purtroppo resta ancora burocratica in molti comuni d’Italia, costituisce una delle ragioni per le quali gran parte di queste comunità non vota alle elezioni amministrative e alle altre alle quali ha diritto di votare.
Ritengo che in questa maniera, abbattendo l’ostacolo, si potrebbe raggiungere un risultato politico molto importante, perché – in particolare, mi rivolgo ai colleghi della maggioranza – queste politiche di inclusione avranno un risultato positivo soltanto se siamo capaci di ragionare davvero in termini di cittadinanza europea e di integrazione piena e di uscire da una logica meramente repressiva.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 
10.07.2008
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 
 

 

Signor Presidente, l’emendamento in esame, che proponiamo, tenta di porre riparo al pasticcio di questo decreto-legge, che accomuna – ma vorrei dire che ammucchia – senza una logica plausibile quattro figure istituzionali tra loro profondamente diverse per natura, per collocazione costituzionale, per legittimazione e per i poteri loro conferiti dalla Costituzione. È stato osservato autorevolmente che l’immunità temporanea per i reati comuni è prevista solo in poche Costituzioni al mondo, e sempre per i Presidenti della Repubblica. 

Sul Pacchetto sicurezza

Se ciò accade una ragione c’è, e consiste nel fatto che tra queste istituzioni corre una differenza profonda. Il Presente della Repubblica, come è stato già affermato molte volte in questi giorni, è la figura a cui il nostro ordinamento attribuisce le funzioni più delicate, e ritengo che sia l’unica per la quale si potrebbe ammettere – forse sarebbe persino opportuno – una tutela particolare. Al contrario, i Presidenti delle due Camere sono soggetti esponenziali delle rispettive Assemblee: dubito che essi richiedano particolari misure di protezione.

Il Presidente del Consiglio, però, merita un discorso a sé, che vorrei rapidamente svolgere. Questo istituto nel nostro ordinamento ha una lunga storia, che ripercorro brevemente. Nel primo periodo, dall’unità d’Italia al fascismo, è stato semplicemente un primus inter pares, a lungo perfino privo di un proprio specifico apparato burocratico. Il fascismo, con la legge del 1925, ha esaltato la figura del Presidente del Consiglio Capo del Governo, stabilendone la leadership sul complesso dei ministri.

L’ordinamento democratico è ritornato, per certi versi, alla figura debole del prefascismo. Più tardi, la legge n. 400 del 1988 ha dato opportunamente alla Presidenza un ruolo centrale nell’organizzazione e nella direzione del Governo. Le trasformazioni del sistema elettorale degli ultimi anni del Novecento hanno, infine, agito solo indirettamente sull’istituto, rafforzando, in via di fatto, la figura del Presidente, che gode adesso di una legittimazione popolare diretta, essendo nominato Presidente del Consiglio il leader della coalizione prevalente nelle elezioni, ma – attenzione – non hanno modificato in modo decisivo le sue prerogative costituzionali.

Nel nostro sistema le due figure, quella del Presidente della Repubblica e quella del Presidente del Consiglio, hanno dunque funzioni e fisionomie istituzionali tra loro profondamente diverse. La prima impersona l’unità nazionale, svolge un ruolo di garanzia suprema dell’ordinamento ed è stata perciò circondata dal costituente di particolari cautele; la seconda, quella del Presidente del Consiglio, sebbene importante, resta pur sempre nell’alveo dell’esercizio di una responsabilità che definirei, con la dottrina giuridica migliore, ministeriale e che, in quanto tale, non si vede perché debba godere di particolari difese diverse da quelle di cui godono i ministri.

Ho ascoltato con molta attenzione il dibattito di questi due giorni, prima nelle Commissioni riunite e poi in Aula, ma non ho trovato negli interventi dei colleghi della maggioranza alcuna spiegazione del perché questo decreto-legge pretenda di assimilare in un unico trattamento istituzioni così diverse l’una dall’altra. L’espressione «alte cariche» di per sé suona equivoca, perché non vale ad omogeneizzarle in un tutto unitario, come si vorrebbe far credere. Emerge qui – mi si consenta – la rozzezza istituzionale che costituisce il segno caratteristico di questo come di altri interventi, a cui ci stanno abituando il Governo e la maggioranza in queste prime settimane di legislatura.

Si tratta di un disegno che, abusando di una procedura d’urgenza, mira ad inquinare per strappi ed intrusioni successive la limpida geometria del nostro assetto costituzionale.

I grandi Paesi democratici, che la maggioranza ci addita ad ogni piè sospinto Pag. 43come esempi di democrazia matura, rifuggono da simili reti protettive per i loro governanti. Negli Stati Uniti può accadere, ed è accaduto, che un Presidente subisca l’impeachment e che un altro si assoggetti, suo malgrado, a esasperanti e umilianti processi pubblici per il semplice fatto di aver mentito al Paese sulle sue attività sessuali. Qui, in Italia, per risolvere i problemi personali di uno solo, che nulla hanno a che fare con l’esercizio della carica pubblica, si mette a soqquadro l’ordinamento, si producono leggi ad personam, si sovvertono i delicati equilibri della Costituzione e si impone a un Paese, con ben altre urgenze e priorità, un’assurda quanto forsennata e destabilizzante campagna contro la magistratura intera.

Il nostro emendamento, onorevoli colleghi, suona forse provocatorio alle vostre orecchie. In effetti, escludendo il Presidente del Consiglio dall’elenco dei beneficiari di questa legge, miriamo esattamente a mettere a nudo quella che è la vera ratio del vostro provvedimento, lo scandalo di questa legge: impedire a tutti i costi che si celebrino regolarmente i processi penali per fatti estranei alla carica nei quali l’onorevole Berlusconi teme, forse con qualche ragione, di poter essere condannato. Abbiate almeno la decenza di dire a voce alta la verità: questa non è una legge a protezione delle alte cariche dello Stato, è l’ennesima legge ad personam nell’interesse dell’attuale Presidente del Consiglio. È da ormai quasi quindici anni che con esasperante cocciutaggine ci riproponete lo stesso copione. All’atto pratico, ogni volta, tutti i problemi del Paese, in particolare quelli più urgenti come la riforma della giustizia, passano in secondo ordine, destinati ad incancrenire di fronte all’impellente necessità di legiferare a vantaggio di uno solo, per assicurare benefici indebiti a uno solo.

Siamo diventati un caso di scuola perfino su scala internazionale, come dimostra la recente gaffe contenuta nella scheda dello staff americano al G8. Siamo diventati il Paese della corruzione pubblica e dell’interesse privato al potere.

 

 

 

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