Intervento al Festival delle Idee di Piacenza – Un manuale di sopravvivenza per il PD

 

25 – 26.06.2008


1. Appartengo ad una generazione per la quale il termine “autorità” ha avuto un significato negativo, rispetto al quale la pratica della politica è stata storicamente declinata in senso contestativo. Alla fine degli anni Sessanta e per tutto il decennio successivo, in Italia come in Europa (ma qualche anno prima era successo anche al di là dell’Atlantico), “autorità” significava sostanzialmente esercizio oppressivo del potere, un esercizio sostanzialmente al di fuori del controllo democratico dal basso, in nome di legittimazioni che per definizione consideravamo non democratiche. Autorità si opponeva a democrazia, quest’ultima, naturalmente, intesa non in senso formale ma nella chiave evolutiva della partecipazione egualitaria e dell’abbattimento delle disuguaglianze economiche e sociali. Messa in crisi nelle università e nelle scuole, dove l’autorità accademica veniva rappresentata (come nel 1968 nell’emblematico manifesto della occupazione di Palazzo Campana a Torino) nell’immagine suggestiva dello scheletro avvolto nella toga rettorale, l’autorità era progressivamente individuata come il feticcio da abbattere in tutti gli altri contesti politici e sociali. Ciò, come è noto, è puntualmente accaduto negli anni Settanta, con effetti liberatori sulle incrostazioni postfasciste del nostro sistema ma anche con conseguenze sul futuro che in parte ancora oggi paghiamo.

Ora, il dato decisivo, da cui parte il nostro ragionamento, è che gli ultimi due decenni del XX secolo ma soprattutto il primo del XXI hanno dapprima modificato, poi radicalmente rovesciato i termini del problema. Il concetto di “autorità”, si potrebbe dire, è stato al centro di una piccola rivoluzione semantica. 

Ciò è avvenuto – mi pare – in ragione di tre dinamiche cruciali, quasi oggettive (nel senso che le abbiamo subite più che determinarle) e che adesso proverò sommariamente a ripercorrere.

a)    Innanzitutto l’avvenuta trasformazione del soggetto che, più di tutti, aveva garantito in passato il sistema “autoritario”, e che perciò era stato sottoposto nella fase precedente alla corrosiva critica del pensiero contestativo. Intendo naturalmente parlare dello Stato, o per meglio dire della forma di Stato affermatasi in Europa tra fine del XIX e inizi del XX secolo: basata sul monopolio del diritto, legittimata dalla sua riconosciuta giuridicità, rafforzata dal ruolo di guida dell’economia e della società assunto a partire dagli anni Trenta nelle nuove politiche del welfare.

Nell’età della globalizzazione (chiedo perdono di questa come di altre semplificazioni, utili però alla brevità del discorso) questa tipologia storica di Stato ha perduto quasi del tutto i suoi connotati identificativi.

Sono venuti meno, innanzitutto, i tre elementi di riferimento che lo caratterizzavano: popolo, territorio, sovranità. Specialmente la sovranità, esercitata su un un’area nazionale ben definita e insistente su un territorio rigorosamente circoscritto. A vantaggio di forme integrate di sovranità, condivise con altri soggetti (in primo luogo l’Europa, verso la quale lo Stato nazionale del Novecento perde consistenti quote di sovranità) ed esercitate in regime differente dal monopolio assoluto del passato. Inoltre (secondo elemento da tenere presente) lo Stato contemporaneo perde quote consistenti di sovranità verso il basso, a favore del reticolo dei poteri territoriali minori, come la riforma del Titolo V della Costituzione icasticamente testimonia in quell’elenco di enti (dai più vicini ai cittadini ai più distanti, buon ultimo lo Stato) che segna indelebilmente la riscrittura delle norme sulle autonomie. 

b)   E’ nata, in questa trasformazione costituzionale, una rete di istituzioni, cui sempre più è affidato, in collaborazione reciproca (ma talvolta anche in reciproca concorrenza), l’esercizio di funzioni un tempo riservate allo Stato e al più da questo delegate per via rigorosamente gerarchica: nel reticolo si incrociano poteri a base locale, regionale, nazionale, sopranazionale; la cui natura può essere indifferentemente pubblica o privata; la cui attività tende comunque a privilegiare i moduli del diritto privato su quelli dell’esercizio dell’autorità in termini di diritto pubblico. Due sono i fenomeni più intensi: da una parte l’area tradizionalmente riservata all’esercizio del monopolio statale dell’autorità è attraversata (direi quasi invasa) da poteri esterni, a base multinazionale, che trovano nell’economia globalizzata il loro territorio di espansione, al di là dei fragili limiti opposti dagli ordinamenti nazionali; dall’altra il complesso della rete istituzionale tende a regolare sempre più i propri rapporti interni non attraverso prescrizioni tassative garantite da norme (in prevalenza di diritto pubblico) ma viceversa attraverso quella che è stata chiamata appropriatamente come nuova lex mercatoria, cioè un complesso di convenzioni di natura negoziale (in prevalenza dunque di diritto privato) che sovrastano la tradizionale funzione degli Stati di fissare le regole valide per tutti i soggetti dell’ordinamento.

c)    La terza dinamica fondamentale concerne la politica. Cambiano, o vanno rapidamente cambiando le forme stesse della politica così come queste ci erano state consegnate dall’esperienza del Novecento. Il Novecento era stato il secolo dei partiti. Sorti proprio al debutto del secolo, queste forme nuove della politica di massa avevano consentito la partecipazione nell’arena pubblica di immense masse rimaste prima di allora ai bordi dei sistemi oligarchico-censitari. Ciò era avvenuto non senza contraddizioni vistose, come testimoniato dall’esperienza dei partiti unici nei regimi totalitari, ma comunque aveva corrisposto ad un fenomeno – tipico del Novecento – che chiameremo per brevità “attivizzazione delle masse”. La Costituzione italiana del 1948, pur nella varietà delle sue ispirazioni, aveva registrato questo dato storico, ponendolo al centro del sistema di regole posto a presidiare la giovane democrazia repubblicana.

Anche sotto questo profilo, dopo la lunga preparazione degli anni Ottanta e Novanta, la fine del secolo XX e l’inizio del XXI hanno segnato tuttavia un decisivo spartiacque. Sia per l’esaurirsi fisiologico della capacità innovativa dei partiti, non più in grado di interpretare la società e le sue domande (e ciò sia per loro isterilimento burocratico intrinseco, sia per l’obiettivo complicarsi delle domande rivolte al sistema politico nella società complessa contemporanea); sia per l’emergere di nuove forme e canali autonomi di rappresentanza o autorappresentanza di consistenti settori della società, nella chiave della corporativizzazione delle economie di fine Novecento-inizi Duemila. 

Emerge dal complesso di queste trasformazioni una nuova declinazione del termine “autorità”.  Separata ormai dalla sua tradizionale appartenenza alla sfera dello Stato, l’autorità tende a manifestarsi in altre forme e in altri contesti.

Non nego che in alcuni casi questi contesti siano inquietanti. Esercitano autorità, nelle società contemporanee, soggetti forti talvolta di difficile identificazione e di altrettanto problematico controllo sociale. Porrei tra questi soggetti, senza pretesa di completezza, i grandi poteri anonimi della finanza multinazionale (fisiologicamente al riparo dal controllo degli ordinamenti nazionali), in grado di determinare nel tempo di un battito d’ali di farfalla sconvolgenti e radicali effetti sull’economia mondiale. Porrei nella stessa classifica la grande industria dell’informazione e della conoscenza, nei cui confronti nulla più possono in termini concorrenziali gli stessi sistemi nazionali della formazione e dell’istruzione. Venuta meno l’identificazione autorità-statualità, l’autorità tende ad esercitarsi insomma attraverso grandi poteri socialmente irresponsabili e autoreferenziali che non sempre gli strumenti del diritto possono contenere. 

2.  Sarà forse per questo esproprio, per questa fuga verso dimensioni incontrollabili, che si sente nelle società contemporanee, e in particolare da noi in Italia, un bisogno evidente di “autorità”. Intendo, in particolare, un’esigenza profonda non solo di ordine pubblico (che costituisce comunque l’aspetto più vistoso della domanda di autorità) ma più generalmente una domanda di stabilità, di certezza (e prevedibilità) sul futuro, di difesa dal precariato economico e sociale, cui si accompagna l’esigenza (confusamente sentita in tutto il corpo sociale nelle sue varie espressioni e componenti) di un sistema elementare di regole che garantisca la convivenza civile; e di un soggetto, o più soggetti, che se ne facciano responsabili. Questo sentimento diffuso – confuso, anche, ma non per questo meno rilevante – attraversa entrambi gli schieramenti elettorali e si spalma in modo uniforme (sia pure con accenti diversi) su tutto l’arco della scala sociale. Si potrebbe dire che il forte ritorno al concetto di “autorità” (e non solo in politica, ma in tutto il complesso delle attività sociali) costituisce una delle forme attraverso le quali si manifesta (talvolta in chiave consolatoria, ma non per questo meno significativa) la reazione all’incertezza, all’imprevedibilità, alla assenza di regole che è tipica dell’età della globalizzazione.

Dopo che si è detto ciò, tuttavia, resta – parlando in chiave politica – l’urgenza di dare a quella domanda una risposta credibile, e di darla senza venir meno ai fondamenti della convivenza democratica. Per concludere su questo punto, direi insomma che una seria politica riformista non può espungere dal suo vocabolario il concetto di “autorità”. Ciò si avverte acutamente nell’ambito del sistema politico, dove in questi anni della lunga transizione abbiamo assistito a due possibili risposte alla domanda di autorità, sebbene entrambe insoddisfacenti: quella della destra, che si è fondata sulla delega tout court al potere carismatico e personale del leader; e quella del centro-sinistra, che ha cercato di rispondere attraverso forme contrattate di accordo. Insoddisfacenti, entrambe le risposte: perché la prima riduce l’autorità a puro esercizio del potere, togliendole implicitamente legittimazione sociale (trasformandola tendenzialmente in autoritarismo); e perché la seconda produce forme contrattate e fragili di autorità (negando dunque – alla fine – la stessa istanza che si poneva all’inizio).

Mentre la destra però compie un’operazione tutto sommato semplice, congeniale alle sue corde, ed anche (pur nella sua evidente brutalità) sul tempo breve efficace, il riformismo di centro-sinistra ha di fronte a sé un compito ben altrimenti impegnativo. Occorre infatti, per noi riformisti, ripristinare il concetto di autorità come capacità di decisione delle istituzioni, efficienza di governo nelle politiche pubbliche, ristabilimento della gerarchia del merito in tutti i settori sociali. Occorre coniugare il termine “autorità” non nell’accezione illiberale dell’autoritarismo ma in quella della responsabilità esercitata consapevolmente e di un moderno sistema di controlli di garanzia.

Penso che questo compito, che non esiterei a definire storico, debba esprimersi almeno su tre piani:

a)    il piano delle riforme istituzionali, nelle quali dobbiamo essere capaci di introdurre più autorità senza per questo pagare il prezzo di meno democrazia;

b)   il piano delle riforme dei grandi sistemi del Paese, a cominciare da quelli economici;

c)    il piano della riforma della politica (e penso specificamente al Pd come soggetto nuovo della politica), nella quale dobbiamo trovare una terza via tra il liderismo personale e la disseminazione della decisione (e quindi dell’autorità) nel regime consociativo delle correnti.    

3.  Ho lasciato per ultima la domanda decisiva, quella che tutti noi ci poniamo: è possibile realizzare “autorità” senza sacrificare democrazia? Non solo sono convinto che sia possibile, ma trovo nella storia migliore del riformismo realizzato del Novecento le conferme a questa convinzione. Naturalmente, nel vivo di società complesse come quelle attuali, il termine autorità deve coniugarsi come autorevolezza, il che chiama in causa la responsabilità dell’esercizio del potere da parte di classi dirigenti fortemente legittimate e sottoposte a efficaci controlli di garanzia. Naturalmente, anche, esercitare autorità vuol dire rispondere in proprio dei risultati, ed essere disposti al confronto democratico.

Sotto questo profilo dobbiamo giudicare positivamente il rendimento di quei sistemi (penso alle autonomie comunali e alle Regioni) nei quali, grazie alle leggi elettorali, una forte individuazione delle responsabilità in capo agli esecutivi, e segnatamente alle figure di sindaci e presidenti, ha prodotto un di più di autorità e, insieme, un di più di responsabilità politica. Dobbiamo – credo – giudicare negativamente quei tentativi, in atto ciclicamente, di porre l’autorità sotto tutela, e quindi di fatto indebolendola, restaurando forme di invadenza dei partiti nelle istituzioni che appartengono ad un passato oggi definitivamente improponibile.   

Solo nel binomio forte autorità-responsabilità è dunque possibile declinare il concetto di autorità.

 

 

 

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