Pacchetto sicurezza

 

03.07.2008


Intervento dell’On. Guido Melis del 02 Luglio 2008 nelle Commissioni congiunte Giustizia ed Affari Costituzionali

Grazie presidente. Nella regione da cui provengo c’è un vecchio detto popolare che, tradotto in italiano, suona più o meno così: “Meglio che manchi il pane piuttosto che la giustizia”. Attribuito a una cultura locale – quella della Sardegna agro-pastorale dell’Otto-Novecento – che gli studiosi positivisti hanno a lungo descritto come “zona delinquente”, questo detto riassume, meglio di qualunque definizione teorica, la rilevanza storica insopprimibile, persino in società premoderne ad economia arcaica come la Sardegna di allora, della domanda di giustizia.

Mi sono chiesto, leggendo il decreto sottoposto alla nostra discussione, se a quel bisogno elementare di giustizia che tutti sentiamo queste norme rispondano, e se vi rispondano in modo coerente e convincente. Ho alla fine concluso che almeno in due punti cruciali la risposta dev’essere negativa.

Il primo punto è stato già illustrato da altri colleghi, e riguarda  l’art. 1, relativo alla espulsione degli stranieri o all’allontanamento dei cittadini membri di altri Stati comunitari. Le sei lettere che costituiscono l’unico comma di cui è composto questo lungo articolo configurano – come è stato già rilevato – una profonda modifica del codice penale vigente. In particolare, dato che questa norma è palesemente figlia dell’allarme suscitato di recente da un serie di episodi imputati a cittadini rumeni, voglio soffermarmi qui in particolare sulla disciplina dell’allontanamento dal territorio dello Stato dei cittadini comunitari.

Giova ricordare, innanzitutto, che la libertà di circolazione dei cittadini europei può essere limitata solo per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica, nel rispetto del principio di proporzionalità e in relazione ad un comportamento personale che si configuri come una minaccia grave –  ripeto una minaccia grave –  nei confronti di un interesse fondamentale della società ospite. Giova inoltre rilevare che – stando alla normativa europea – la sola esistenza di condanne penali non basta di per sé a giustificare l’allontanamento. Ciò perché evidentemente il diritto comunitario (si deve qui far riferimento all’art. 27 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio n. 2004/38/CE del 29 aprile 2004 relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare liberamente negli Stati dell’Unione) tutela in modo particolarmente geloso questa che possiamo considerare come una prerogativa garantita dello status di cittadino europeo. Vieta cioè – in una parola – l’“automatismo espulsivo” nei confronti dei cittadini comunitari. E stabilisce che a giustificare il provvedimento non basta, da sola, la condanna penale. Ci vuole l’accertamento della pericolosità. Questo accertamento può ovviamente avvenire anche considerando e valutando la condanna. Ma non ne discende tassativamente. Venendo meno questa distinzione, come viene meno all’art. 1 ove le due condizioni di “straniero” e “appartenente ad uno Stato membro” sono di fatto assimilate con la previsione dell’espulsione o allontanamento “in caso di condanna a pena restrittiva della libertà personale per taluno dei delitti preveduti da questo titolo”,  a me sembra che il decreto confligga con la normativa europea.

Vado avanti. Le lettere f) e f-bis) dell’art. 1, modificando l’art. 61 del Codice penale, introducono una circostanza aggravante rappresentata dall’essere il reato commesso da persona che si trovi illegalmente sul territorio nazionale. L’attenzione si sposta dunque dal reato, dalla sua natura e dalle modalità della sua esecuzione, allo stato soggettivo di chi lo commette, introducendo un trattamento profondamente discriminante a seconda che l’autore del reato sia o meno nella condizione di permanenza illegale sul territorio nazionale. A prescindere da quanto si può dire sulla casualità che talvolta concerne la condizione di permanenza illegale (uno stato che può dipendere – e in molti casi concreti dipende – dai ritardi nella concessione dei permessi, oltreché da altre circostanze particolari che sarebbe più saggio apprezzare caso per caso), a me sembra evidente qui non solo la violazione patente dell’art. 3 della Costituzione per quanto concerne il principio dell’eguaglianza ma anche la violazione dell’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

En passant informo che nelle ultime ore un giudice di Latina ha già deciso, durante un processo relativo ad immigrato, il  primo rinvio alla Corte costituzionale del decreto.

Ma c’è di più, a mio avviso: perché è macroscopico il vulnus che qui si produce ai principi basilari dell’ordinamento, introducendo la novità eversiva per la quale le aggravanti dipendono non più dalle modalità di esecuzione del reato ma dal possesso o meno da parte del reo del requisito del permesso di soggiorno. Vedremo se la Corte costituzionale tollererà un simile stravolgimento del diritto. Per intanto sia consentito in questa sede di denunciarlo con forza.

Così come si deve denunciare con forza un altra ferita inferta ai principi costituzionali dagli articoli 2-bis e 2-ter del decreto. Qui accade (ed è la prima volta in assoluto in tutta la storia del processo penale) che i processi relativi a fatti commessi fino al 30 giugno 2002 (chissà poi perché solo fino a quella data…), che si trovino – dice il decreto – “in uno stato compreso tra la fissazione dell’udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado”, vengano distinti in due categorie, in due classi come fossero di maggiore o minore importanza: gli uni destinati ad una corsia preferenziale, gli altri condannati alla morta gora di un purgatorio dal quale – è facile prevedere – li trarrà solo la quasi certa prescrizione. Perché, certo, la prescrizione si interrompe con la sospensione. Ma è evidente che un processo sospeso, e poi ripreso a distanza di tempo, è claudicante, destinato per sua natura, per sua intrinseca stanchezza, al porto quiete della prescrizione. Del resto – temo – è proprio questo l’intento politico che ha suggerito la norma, dietro la quale è trasparente l’interesse assorbente di un imputato eccellente.

Si compiono così, in un sol tratto, tre effetti nefasti. Il primo è che si realizza un’amnistia occulta. Il secondo è che si producono stridenti disparità tra le situazioni soggettive coinvolte nei processi, stabilendo che alcuni cittadini hanno diritto di vedersi riconosciuta giustizia subito, altri no. Il terzo effetto nefasto è che si scelgono i processi da accelerare e quelli da bloccare sulla base di una valutazione (le tipologie dei delitti previste dal decreto) quanto meno discutibile, che infatti lascia già adito (basta scorrere i giornali di questi giorni) a sconcertanti paradossi: come quello per cui – lo scriveva l’altro giorno un quotidiano nazionale – il furto di un telefonino, magari sotto la minaccia di un coltello, finisce per essere di categoria A (processi a scorrimemento veloce) mentre un reato di corruzione, anche per somme ingenti, può facilmente ricadere nella categoria B (processi mandati al macero).

C’è infine un quarto effetto, che è quello che più mi preoccupa, e che riguarda esattamente il detto popolare sardo col quale ho aperto questo breve intervento. Perché la percezione di una vasta, vastissima platea sociale (non sappiamo,il governo no sa dirci esattamente quanti saranno i processi bloccati) sarà inevitabilmente quella di non avere avuto giustizia. Sarà un senso di delusione, e di frustrazione, e io presumo di scoraggiamento nei confronti dello Stato come  erogatore di giustizia.

Mi si obietterà (sento già l’obiezione): ma anche adesso non c’è giustizia, per la durata eterna dei processi, i rinvii delle udienze a mesi e spesso ad anni di distanza d’una dall’altra, l’accumularsi dell’arretrato. E’ facile rispondere che tuttavia, pur nello stato comatoso nel quale versa il sistema (uno stato al quale dovremmo cercare di porre riparo con una accorta politica di riforme assistita dalle risorse finanziarie di cui necessita: e invece sono annunciati nella vostra finanziaria altri pesanti tagli), pure in questa condizione, dicevo, una speranza e persino una probabilità di ottenere giustizia permane. Con la retrocessione in serie B non c’è più neppure questa speranza.

Si obietterà (si obietta): ma anche adesso il giudice compie una scelta, ben lungi dall’osservare quel principio dell’obbligatorietà dell’azione penale che tutti riconosciamo inosservabile. E’ facile anche qui rispondere: un conto è che la scelta la faccia il giudice, tanti giudici in tanti contesti diversi, ognuno con  la sua sensibilità e la sua cultura (la magistratura italiana non è quella compatte falange marxisteggiante che voi vi e ci rappresentate, ma un corpo variegato, attraversato da tante differenti culture e sensibilità); altro è che intervenga per tutti il legislatore, in nome di un interesse sociale contingente (e forse anche, lasciatemelo dire, condizionato dall’emotività del momento) e che invada la sfera della giurisdizione, dettando tassativamente le sue rigide priorità.

E voglio aggiungere, a questo proposito una riflessione: quello che ci divide, al di là delle norme stesse di questo decreto, è una concezione antitetica della democrazia liberale, e del ruolo che in essa deve avere la dialettica tra pesi e contrappesi. Un mio maestro, che è stato anche un amico indimenticabile, Roberto Ruffilli (qualcuno ricorderà il suo contributo in Parlamento proprio sulla riforma delle istituzioni, e il suo assassinio da parte delle Brigate Rosse nel 1988 ) amava ricordare spesso che alla fine tutto si risolve nella alternativa tra chi sta con Rousseau e chi ama Montesquieu. O il primato assoluto e assorbente del popolo-legislatore oppure il dosaggio equilibrato dei pesi e contrappesi, come avviene esemplarmente nella nostra carta costituzionale. Voi, lo si sente nei vostri interventi, lo si avvertiva in aula questa mattina, siete per la dittatura della politica; noi per l’equilibrio armonico tra i diversi poteri. Io sto con Montesquieu, e credo che essere stati con Rousseau abbia nel corso del Novecento prodotto conseguenze non sempre felici.

Ma torno al decreto. Si compie, con queste norme una torsione del diritto profonda, grave, e non priva di conseguenze future. Del resto non è cosa nuova. Per strappi successivi, seguendo un disegno che persevera ormai da molti anni (almeno dai primi anni del decennio), si sovvertono principi consolidati di tradizione giuridica ultrasecolare, si inseriscono nell’ordinamento normativo corpi estranei, si modificano disinvoltamente istituti, procedure, fattispecie. Noi non siamo ostili alle riforme, anche a quelle costituzionali. Ma dove sarebbe opportuno usare il bisturi selettivo dello scienziato del diritto qui si utilizza il coltellaccio da macellaio del riformatore improvvisato. E’ un cantiere sempre in moto, il vostro, i cui lavori distruttivi sono perennemente in corso. Ci eravamo illusi che l’aveste chiuso, questo cantiere. Che avreste dato luogo con noi a una legislatura costituente. Ci sbagliavamo. Mi chiedo, un po’ sconsolatamente e un po’ paradossalmente (ma non troppo) se non avremmo fatto meglio sin dall’inizio ad accontentare il presidente del Consiglio nelle sue pretese di immunità personale, scrivendo un’unica norma in cambio del salvacondotto per tutte le altre via via sistematicamente sacrificate a quella causa. Una norma formulata così: “Il cittadino Silvio Berlusconi non è processabile”.  


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