PD

21.04.2010

Giustizia: Pd, aderiamo a manifestazione del 24 contro smantellamento

Roma, 21 apr. – (Adnkronos) – ”Diamo la nostra solidarieta’ ai lavoratori della giustizia e aderiamo manifestazione del 24 aprile per protestare contro la politica di un governo disinteressato all’efficace funzionamento della giustizia”. Lo dichiarano i deputati del Pd componenti della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti a nome di tutto il gruppo parlamentare della commissione Giustizia.

Cinzia Capano, Mario Cavallaro, Pasquale Ciriello, Paola Concia, Gianni Cuperlo, Gianni Farina, Guido melis, Anna Rossomando, Marilena Samperi, Lanfranco Tenaglia, Pietro Tidei, Jean Leonard Touadi, e Guglielmo Vaccaro aggiungono che ”senza un progetto organico e investimenti adeguati, le giuste aspirazioni dei cittadini ad una giustizia efficiente ed efficace andranno purtroppo deluse. Noi -concludono- continueremo a chiedere l’urgente calendarizzazione in parlamento del nostro disegno di legge per l’efficienza della giustizia che contiene anche la soluzioni ai problemi del personale giudiziario”.

Libero

 

28.03.2010

«Primarie d obbligo»

CAGLIARI. Il deputato del Pd Guido Melis e Giorgio Macciotta hanno scritto una lettera aperta al segretario regionale Silvio Lai sullo stato del partito democratico, «sul complicarsi della gestione interna». «Lo strumento delle primarie», scrivono Melis e Macciotta a Silvio Lai, «come elemento di apertura del partito e dei suoi gruppi dirigenti non solo non è valorizzato ma viene apertamente osteggiato: i casi di Nuoro (elezioni provinciali) e di Portotorres (elezioni comunali) indicano i guasti che da tale scelta possono derivare». In almeno tre consultazioni provinciali – scrivono Melis e Macciotta – le primarie potrebbero essere il modo per dare slancio in situazioni di difficoltà. Pensiamo al Sulcis, a Cagliari (le vicende extra politiche impongono se si decide la candidatura dell’uscente una sua legittimazione attraverso primarie); a Sassari dove per cancellare l’impressione che le modalità di deleggitimazione del presidente siano la conclusione di una congiura di palazzo, primarie partecipate sarebbero non solo formalmente dovute ma politicamente più opportune.

La Nuova Sardegna

 

14.03.2010

Sassari con la Costituzione

SASSARI. L’ondata più consistente arriva verso le 17, quando in piazza d’Italia si riversa il corteo dei precari della scuola. In testa, gli esponenti della rete costituita nei mesi scorsi per organizzare la protesta. Al loro fianco sfilano i rappresentanti del territorio, dal sindaco Gianfranco Ganau al presidente della Provincia Alessandra Giudici, dal deputato Guido Melis al capogruppo del partito democratico in consiglio regionale Mario Bruno. Sassari risponde compatta all’appello lanciato a Roma dal segretario Pierluigi Bersani a sostegno dello stato di diritto, contro i decreti salvaliste.  In piazza è tutto pronto dalle 15, un maxischermo montato all’angolo tra Palazzo Giordano e l’edificio della banca di Credito sardo spara le immagini in diretta da piazza del Popolo a Roma. Nel momento di massima concentrazione, il colpo d’occhio è notevole, gli esperti di folla stimano oltre millecinquecento persone. Discreto, ma presente il cordone di forze dell’ordine ai bordi della piazza. Diverse le bandiere, testimoni inconsapevoli di questo composito popolo del centro sinistra: Pd e Idv, in testa, ma ci sono anche quelle dei Rosso Mori e del popolo viola, e poi la Rete degli studenti, i precari dell’istruzione e qualche bandiera anche dei sindacati.  Gli interventi dal palco non si fanno attendere. Per prima parla Alessandra Giudici con parole di solidarietà nei confronti dei precari dell’istruzione, ma il pensiero corre anche agli operai di Porto Torres in lotta, all’Asinara e sulla torre aragonese, per salvare il posto e la dignità. «Siamo qui per difendere la democrazia – taglia corto Gianfranco Ganau – contro la logica dei decreti che cambiano le regole del gioco». Christian Ribichesu rappresenta centinaia di precari che incuranti del freddo sferzante sono lì a esprimere la loro rabbia, testimoni di storie drammatiche che strappano applausi sentiti.  Tra la folla numerosa, a ridosso del palco, diversi esponenti politici a esprimere la loro solidarietà. «Siamo qui per difendere i precari della scuola – spiega il deputato Guido Melis – e per dire no ai decreti truffa, a tutela della democrazia e della Costituzione». Gli fa eco Mario Bruno, capogruppo del Pd in consiglio regionale: «Vogliamo salvaguardare lo stato di diritto e stare vicini ai precari che vivono una stagione veramente critica». «Le regole del gioco non si cambiano in corsa», incalza Marco Foddai, segretario regionale della Feneal Uil.  Ma c’è anche tanta gente comune ad animare la piazza che col passare delle ore diventa sempre meno ospitale. Intanto si aprono gli intermezzi musicali e il jazzista Enzo Favata invita la folla ad accostarsi al palco: «Se stiamo più vicini – esorta – non sentiamo il freddo». Le note del sax contribuiscono a stemperare per qualche minuto il freddo intenso che comincia a farsi sentire, mentre sul palco continuano gli interventi. L’eurodeputato Giommaria Uggias (Idv) lancia le sue accuse contro il capo del governo e punta l’indice contro i decreti che «cambiano le regole».  Parte il volantinaggio del Movimento per la difesa della scuola, con una serie di richieste che disegnano uno scenario desolante. Una per tutte, l’uso dei fondi regionali destinati all’istruzione per stipulare contratti ai docenti precari. A rincarare la dose, gli interventi dei responsabili per l’istruzione di Comune e Provincia. «Nei giorni scorsi – racconta Antonietta Duce – una delegazione di insegnanti mi ha chiesto se il Comune può pagare il toner per le fotocopie». «Nella scuola mancano i regolamenti di attuazione – denuncia Laura Paone – il governo non può fare finta di niente».  Il pomeriggio scivola piacevolmente grazie alla musica, gradevole colonna sonora di una manifestazione intensa e pacifica.

La Nuova Sardegna

 

06.03.2010

Pd, fronte comune a Roma e in Consiglio

Interrogazione di sette parlamentari a quattro ministri e interpellanza di otto consiglieri al presidente della Regione e a tre assessori

I deputati e i consiglieri regionali del Pd fanno fronte comune contro il progetto del parco eolico nel golfo di Cagliari e chiedono spiegazioni ai ministri interessati e al presidente della Giunta e agli assessori regionali.
In una interrogazione ai ministri delle Infrastrutture e dei Trasporti, dell’Ambiente e della tutela del territorio, dello Sviluppo economico e del Turismo i parlamentari del Pd Giulio Calvisi, Caterina Pes, Paolo Fadda, Siro Marroccu, Guido Melis, Arturo Parisi e Amalia Schirru hanno scritto di ritenere che il procedimento per l’autorizzazione degli impianti off-shore sia «illegittimo perché non sono mai state coinvolte le autorità preposte alla tutela paesaggistica come la Soprintendenze ed Uffici Tutela del Paesaggio».
I parlamentari del Partito democratico sottolineano che «i contenuti dei progetti, tra i quali quello della società Trevi Energy di Cesena che prevede l’installazione di ben 33 pale alte 90 metri in prossimità della costa cagliaritana, non sono ancora noti e neppure gli enti locali, chiamati a dare il parere, sono stati messi nella condizione di poterli esaminare con la dovuta attenzione. Grave è inoltre il rischio ambientale per la prateria di posidonia del fondale che provocherebbe il previsto cavo marino di 10 chilometri»
SARDEGNA SATURA «Ad oggi i parchi eolici installati in Sardegna», dicono gli interroganti, «e quelli già autorizzati coprono le possibilità di effettivo utilizzo della rete elettrica sarda e qualsiasi ulteriore impianto è da ritenersi superfluo».
I deputati del Pd Aggiungono che «il procedimento di autorizzazione degli impianti off-shore, è stato recentemente modificato e, in caso di dissenso di una amministrazione locale, la competenza a decidere non è più attribuita alle Regioni. A seguito di tale modifica, la disposizione di cui all’articolo 12 nel testo vigente è risultata palesemente incostituzionale e, pertanto, ogni autorizzazione che dovesse essere rilasciata può considerarsi illegittima».
I parlamentari ritengono anche che «i tempi stabiliti per l’esame e la valutazione dei progetti da parte degli enti locali coinvolti siano insufficienti» e chiedono al Governo una ripartizione territoriale della produzione elettrica con quote regionali per evitare pericolose «concentrazioni».
I CONSIGLIERI REGIONALI Anche consiglieri regionali del Pd Chicco Porcu, Giampaolo Diana, Marco Espa, Cesare Moriconi, Marco Meloni, Gavino Manca, Francesco Sabatini e Antonio Solinas, ripropongono quanto espresso dai colleghi deputati eprendono precisa e ferma posizione contro il progetto dei parchi eolici lungo le coste sarde. Chiedono, in un’interpellanza al Presidente della Regione, agli assessori dell’Industria, della Difesa dell’ambiente, della Pubblica istruzione, del Turismo, Artigianato e commercio, delle iniziative da intraprendere per contrastare i procedimenti illegittimi autorizzativi di impianti off-shore in Sardegna. I consiglieri del Pd rimarcano ancora che «il Consiglio regionale della Sardegna ha recentemente approvato la legge regionale 23 ottobre 2009, n° 4, che all’articolo 13, vieta nella fascia dei 300 metri dalla linea di battigia la realizzazione di linee elettriche diverse da quelle strettamente necessarie e funzionali agli insediamenti urbanistico-edilizi. E ancora «Sono stati approvati recentemente due ordini del giorno in materia di impianti eolici off-shore che impegnano la Regione ad opporsi formalmente, in sede di autotutela, al rilascio delle concessioni demaniali».
I consiglieri del Pd chiedono perciò alla Giunta regionale di rivendicare le proprie competenze violate dal Governo e fare pressioni per ottenere una delega per quanto riguarda i parchi eolici off-shore nell’isola.

L’Unione Sarda

 

10.12.2009

Dimenticare Soru?

di Guido Melis 

Dimenticare Renato Soru? La Sardegna progressista (e forse non solo quella) vive da quasi un anno la sindrome dolorosa della perdita del padre. Un padre discusso, forse, e persino qualche volta contestato. Ma al tempo stesso molto amato, e sentito da una parte del popolo del centrosinistra come l’espressione più autentica di un’altra Sardegna, autonomista in modo concreto e incisivo (non sterile e inutilmente rivendicativo), moderna, protagonista in prima persona. Soprattutto a schiena dritta.
L’eredità di Soru, caduto – lo si dice qui per inciso – anche per effetto del fuoco amico al quale è stato a lungo sottoposto nel corso della legislatura dai partiti della sua maggioranza – è di quelle ingombranti.

Ne costruiscono parti essenziali la politica di riappropriazione delle risorse fiscali che lo Statuto vigente assegna alla Regione sarda (e che lo Stato aveva a lungo omesso di versare nelle casse sarde), la difesa intransigente delle coste e in generale dei beni naturali ed ambientali, la contestazione attiva dell’occupazione militare dell’isola, la semplificazione amministrativa e istituzionale con la soppressione degli enti regionali inutili e il disboscamento della giungla della formazione professionale, la moralizzazione e ristrutturazione della sanità pubblica, il forte intervento in materia di scuola e in generale di cultura (con un investimento in formazione che non ha l’eguale nei decenni precedenti), l’intera partita dell’urbanistica (in chiave antispeculativa), la modernizzazione degli assetti comunicativi, l’immagine stessa della Sardegna (che con Soru ha avuto una tantum l’onore delle prime pagine nazionali e dei servizi nelle tv che contano).
Non è un patrimonio poco rilevante. Si tratta quindi di decidere cosa ne faremo, di quell’eredità. Se ce la lasceremo alle spalle in nome di più vaste alleanze (come vorrebbe forse chi ha vinto di misura le recenti primarie nel Pd regionale), o se ne facciamo viceversa la base per riprendere il discorso, e per portarlo avanti con vecchie e nuove aggregazioni.
Il riformismo di Soru ha avuto due segni, apparentemente contrastanti tra loro. Ha goduto, specie in certi momenti della legislatura, di un consenso visibile, di piazza, caldo e entusiasta. Ma al tempo stesso si è alienato una ad una tutte le roccaforti del potere che contano, tutte le corporazioni, gli interessi forti e quelli meno forti. Ha avuto contro – tutti insieme – i sindaci dei comuni costieri espropriati dell’uso discrezionale degli strumenti urbanistici, la piccola edilizia implicata nelle costruzioni selvagge, i baroni della medicina espropriati dalla riforma sanitaria, gli architetti sardi seccati del ricorso nelle gare ai grandi nomi dell’élite professionale internazionale, le migliaia di clientes gravitanti sulla torta della formazione professionale, i maddalenini dispiaciuti di perdere la rendita di posizione rappresentata dai militari americani di stanza nella base, gli agricoltori a torto o a ragione convinti di essere stati abbandonati. E poi l’indotto della politica isolana, quel vasto mondo nascosto nel quale candidature e voti si scambiano con favori e prebende, tagliato fuori dalla vena moralizzatrice del leader. E i sindacati, persino, spiazzati dalle politiche di vertice della Regione, privati del loro potere di contrattazione.
Ecco, le politiche di vertice: e dunque l’elitismo di Soru, il suo modo personalistico di guidare la Giunta, il suo cattivo carattere (anche questo si è detto, in un continuo tam tam delegittimante proveniente spesso da ambienti che avrebbero dovuto essergli amici). Insomma, un riformismo di minoranza, d’avanguardia, in splendido isolamento.
In realtà, se qualche volta così è stato (o è sembrato essere) la colpa più che di Soru sta nei partiti della sua coalizione. Che avrebbero dovuto – loro sì – costruire consenso, creare un’opinione stabile pro-riforme, spiegare ai ceti temporaneamente colpiti (non esiste riformismo che non colpisca qualcuno) i vantaggi che sarebbero derivati dalle razionalizzazioni. Chiusi in Consiglio regionale e legati a prospettive miopi di bassa lottizzazione, i partiti di centrosinistra hanno viceversa per lo più scavato la propria fossa.
Questo per il passato. Ma il punto, ora, è un altro: quelle politiche, quella spinta riformista, sono ancora valide? E, soprattutto, possono riprendere fiato ed essere riproposte, sia pure sotto altre forme e in tempi diversi?
La risposta a questa domanda non può che essere affermativa. Sì, sono validissime. E vanno riprese con coraggio e al tempo stesso con capacità di innovarne modalità e linguaggio.
Validissime perché la Sardegna non può più andare a traino di politichette rivendicative come avveniva nel passato pre-Soru. Non può più affidarsi (come si è illusa di fare nel disastroso esordio della giunta Cappellacci) alla mediazione di un ceto politico prono ai desideri del Governo centrale, nell’illusione di riceverne in cambio chissà quali benefici. Se questa è stata la scelta sventurata degli elettori che in febbraio hanno votato per il centro-destra, è già fallita miseramente: lo dicono la crisi della chimica di Porto Torres (per non parlare dell’intera filiera sarda), la chiusura dell’Euroallumina, la soppressione del G8 alla Maddalena e di tutte le opere programmate (compresa la strada della morte, la Sassari-Olbia), il Piano casa della Giunta che cementifica di nuovo l’isola e tutte le scelte lottizzatorie in atto nella sanità e negli enti regionali. A distanza di pochi mesi persino un’autorevole personalità della maggioranza come il senatore Beppe Pisanu dice senza peli sulla lingua che Cappellacci è inadeguato, che ci vuol altro.
Validissima, la ricetta Soru, perché corrisponde a un’idea di Sardegna più che mai attuale. Il mondo che verrà, quando questa immensa crisi finanziaria e produttiva su scala mondiale sarà passata, potrebbe essere molto diverso da quello che abbiamo alle spalle. La scena internazionale non sarà più monopolizzata da un solo grande paese, ma vi giostreranno nuovi protagonisti emergenti: la Cina, che cresce ad un ritmo che è il triplo degli altri, l’India, forse il Brasile, certamente la Corea del Sud. Il Mediterraneo sarà sempre più attraversato dal grande flusso migratorio che già lo caratterizza. Continueranno ad arrivare gli immigrati. La popolazione demograficamente in affanno della vecchia Italia – qualunque muro pretendano di erigere quelli della Lega – è destinata a innovarsi con forze fresche, inclusioni comunitarie (già succede coi romeni) ed extracomunitarie. Il Nord Africa, la stessa Africa sahariana busseranno alle nostre porte e non potremo ignorarlo. E’ troppo avveniristico pensare che la Sardegna, ponte ideale tra i due mondi, potrebbe assumere in tutto ciò una sua funzione specifica? Diventare il traghetto dello sviluppo che verrà? E’ troppo ottimistico supporre che, invece di subire il processo in atto, ne potrebbe essere parte integrante, e non solo come terra di accoglienza?
Viviamo l’epoca delle grandi reti, un’età della globalizzazione nella quale non contano tanto le riserve di risorse materiali quanto l’accumulazione in termini di intelligenza, di ricerca, di innovazione, di fantasia creativa. E se puntassimo lì, su quel terreno inedito, tutte le nostre carte? Se rovesciassimo le nostre debolezze storiche (a cominciare dall’insularità) in punti di forza? Se concentrassimo le risorse finanziarie pubbliche in un Piano di Rinascita delle intelligenze, puntando sulla rivitalizzazione dei due atenei isolani e sul potenziamento o nuovo radicamento di centri di ricerca di eccellenza?
Si sente più che mai il bisogno di una riflessione sui compiti della politica in Sardegna (parlo naturalmente della politica riformista) e sugli orizzonti dei prossimi anni.
Partiamo da Soru, naturalmente. Mettiamo a frutto la sua lezione, che è stata quella di non temere di pensare e di progettare in grande. E aggiungiamoci pure tutta la tattica che pensiamo necessaria, tutta la politica delle alleanze che riteniamo indispensabile. Lavoriamo a ricostruire un blocco non solo di sigle di partito (che non resisterebbe alle prime contraddizioni) ma di pezzi vivi e vitali della società sarda.
Si vince non aggregando alla rinfusa chi sta contro la destra, magari in base a qualche promessa di spartizione futura, ma mettendo insieme razionalmente gli interessi sociali progressisti, le forse vive della Sardegna del futuro. Consorziandoli e cementandoli intorno a un progetto alto e condiviso di trasformazione della realtà.

Guido Melis. Nato a Sassari l’8 novembre 1949. Oggi Deputato del PD nell’attuale Legislatura. E’ anche Professore Ordinario di Storia delle Istituzioni Politiche nell’Università di Roma ‘La Sapienza’. Ha scritto tra l’altro una Storia dell’Amministrazione Italiana 1861-1993 (Il Mulino, 1996), nonchè vari volumi e saggi sulla Storia delle Istituzioni, sulla Storia della Legislazione, sulla Storia dei Partiti e Movimenti Politici dell’ Otto-Novecento.
E’ attualmente Presidente della Società per gli Studi di Storia delle Istituzioni e dirige la rivista ‘Le Carte e la Storia’.

http://www.perperugia.it/

 

02.12.2009

No B-Day, Melis (Pd): Sabato anche io in piazza

Roma, 02 DIC (Velino) – “Sabato andro’ anch’io, come molti militanti del Pd, in piazza San Giovanni a Roma, al No B. Day. Ho deciso di farlo dopo avere sperato invano sino ad oggi che il mio Partito, uscendo da un’incomprensibile esitazione, assumesse ufficialmente la stessa decisione”. Lo dichiara il deputato Pd Guido Melis, secondo il quale “il gruppo dirigente ha traccheggiato per un mese circa. Ha prima dichiarato che si va solo alle manifestazioni che si indicono come partito, poi che i partiti ‘fanno politica’ nelle sedi deputate e non nelle piazze, poi che in fondo si puo’ andarci ma non in via ufficiale, poi che e’ bene andarci ma individualmente. E’ la nostra gente, quella che ci vota e ci chiede di rappresentarla. Quella che pretende da noi coerenza – termina Melis -, comportamenti etici irreprensibili, corrispondenza tra le parole e i fatti”. (com/gas) 021507 DIC 09 NNNN

 

20.10.2009

«Sì a Francesca Barracciu e al modello di sviluppo tracciato da Soru»

SASSARI. Due sole liste, «perchè vogliamo che i nostri candidati siano eletti». Un parlamentare, Guido Melis, e il capogruppo del Pd in Regione, Mario Bruno, a guidare una pattuglia formata soprattutto da under 50. Un progetto: riprendere la strada tracciata da Renato Soru.
 Puntano su Dario Franceschini e Francesca Barracciu, «la candidata che più si ricollega a Soru – dice Guido Melis -, alla Sardegna con la schiena dritta che vogliamo». Antonietta Duce, consigliere comunale all’Istruzione e Sport, seconda al nazionale nella lista “La Sardegna per Franceschini”, tira fuori l’orgoglio. Dice: «La presenza di Melis e Bruno significa che siamo una forza importante». Ancora: «Se si osservano le liste, 2 e non 6-7 come ha fatto qualcun altro (Lai-Bersani ndr), si capisce che siamo gli unici a puntare sul rinnovamento». Molti giovani (17 per cento under 20, sei trentenni tra i primi 15 candidati al regionale), tanti politici emergenti che rappresentano le diverse realtà territoriali. C’è Ozieri, con Giuseppina Sanna quarta nella lista regionale denominata “Scegli il futuro”. C’è Porto Torres con Gian Vito Orecchioni, c’è La Maddalena con Gianluca Lioni terzo al nazionale.
 «Noi abbiamo le idee chiare sul Pd che vogliamo – spiega Guido Melis -. Diciamo basta ai partiti non partecipati o che vivono di contributi pubblici, alle classi dirigenti inamovibili, al palazzo separato dalla gente. Berlusconi ha vinto approfittando di un periodo di crisi profonda dei partiti politici. Il Pd vuole essere altro, e Franceschini incarna meglio di chiunque altro questa visione di partito». In Sardegna, a tutto questo si aggiunge il fattore Soru. «Cinque anni importanti, quelli del suo governo – aggiunge Guido Melis -, durante i quali sono stati toccati molti interessi. Soru è caduto colpito dal fuoco amico, Francesca Barracciu vuole riprendere il suo cammino». Ma in gioco non c’è solo la scelta Soru si-Soru no, «in realtà gli elettori dovranno scegliere tra due opzioni di partito – aggiunge Antonietta Duce – tra due modelli di sviluppo per la Sardegna». In caso di sconfitta, però, nessuna scissione perchè «accetteremo il risultato delle primarie, ci confronteremo sui programmi, sui temi essenziali per la nostra isola come l’ambiente, la scuola, la sanità. Nelle altre mozioni ci sono tanti amici con i quali aspettiamo di poter lavorare insieme». In un percorso in cui «le idee e gli obiettivi comuni – dice Laura Paoni, assessore provinciale alla Pubblica istruzione – abbiano più spazio rispetto alle logiche di potere». Un Pd unito e forte, quello fortemente voluto, così come sono uniti i 19 consiglieri che siedono tra i banchi del consiglio regionale e che «parlano con una voce sola», assicura il capogruppo Mario Bruno: «Su temi fondamentali, quelli che tracciano il futuro dell’isola, la compattezza tra noi è totale». Il candidato-capogruppo Bruno annuncia intanto che, a prescindere dal risultato delle primarie, il 26 rimetterà il mandato. Sul responso dell’urna, in casa Franceschini-Barracciu l’aria è ottimista. Il dato della fase congressuale di settembre, che ha premiato la mozione Bersani-Lai, «non può essere ignorato ma non deve neanche essere sopravvalutato – dice Melis -. Bisogna considerare che soltanto la metà degli iscritti ha partecipato al voto. Dunque quella componente ha conquistato una maggioranza assolutamente relativa tra i tesserati. Sono certo che di fronte a una platea più ampia noi saremo in grado di ottenere risultati diversi».

La Nuova Sardegna

 

21.09.2009

Franceschini: «Più coraggio in politica»
Attacco dell’ex presidente al centrodestra: «Svende l’ambiente e chiude l’industria»

SASSARI. Nonna Angiolina era di Sassari, «ecco perchè ho la testa dura». La confessione di Dario Franceschini manda per la seconda volta in visibilio il popolo del Pd, che poco prima si è spellato le mani di fronte a un Renato Soru inedito: sul palco con un balzo atletico.
 Il terzo boato arriva quando Franceschini e Soru si abbracciano e il segretario nazionale del Pd dice di essere «molto orgoglioso del sostegno di Renato e della candidatura di Francesca Barracciu». Donna in carne e ossa, «non come quella ragazza ritratta nel manifesto della mozione Bersani-Lai – dice il deputato del Pd Guido Melis -. Noi nelle donne ci crediamo, siamo gli unici a farlo». E Francesca «è anche bella», grida un signore dal pubblico che riempie come un uovo l’auditorium della parrocchia di Mater Ecclesiae. Duecentocinquanta posti a sedere non bastano per tutti, accovacciati per terra ci sono tanti giovani. Anche fuori c’è il pienone. Renato Soru prende la parola subito dopo la Barracciu, che ha appena sottolineato il bisogno di unità, all’interno del Pd e di un centrosinistra lacerato dal fuoco amico: «Bersani parla di grandi alleanze, ricorda i fasti del passato ma tralascia le lotte intestine che ne hanno provocato la caduta. I contrasti vanno superati, dobbiamo puntare a cacciare la destra di Cappellacci e Berlusconi per tutelare gli interessi dell’Italia e della Sardegna, valorizzando la scuola pubblica e l’ambiente». Lui, Soru, al discorso sull’ambiente si riaggancia subito. «I nostri avversari dicevano frasi stupide tipo “pensano agli alberi e agli stambecchi e non agli uomini”. Nessuno di loro capiva che tutelare l’ambiente vuol dire garantirsi un futuro. La ricchezza della nostra isola non sono le aree sfruttate sino all’osso, ma quelle intonse. La Sardegna non può diventare un mega complesso industriale abbandonato o una distesa di case inutilizzate». Ancora: «Il piano casa dovrebbe chiamarsi “piano seconde case al mare”: non darà neppure un’abitazione in più, sarà solo uno strumento in mano agli speculatori». Poi l’affondo: «La chimica è morta, l’industria sepolta nonostante le promesse in campagna elettorale e le telefonate all’amico Putin. E oggi vogliono costruire una centrale nucleare in Sardegna». Ce n’è anche per «la lottizzazione della sanità, con direttori generali che non sono altro che servi dei servi dei servi».
 Una malattia, secondo Dario Franceschini, «diffusa in tutta l’Italia. Perchè non devono essere gli assessori a scegliere i dirigenti delle Asl, la gente che ha bisogno di cure non può finire nelle mani di chi è stato nominato per le sue amicizie politiche. Io dico no alla politica basata sulla rete di protezioni, mi batto per le scelte coraggiose. Quindi mi oppongo al nucleare e sostengo la necessità del rinnovamento in politica. Qualche giorno fa a Napoli alcuni giornalisti mi hanno chiesto che cosa pensassi della possibile candidatura di Bassolino a sindaco. Ho detto che non va bene, che dopo tanti anni deve farsi da parte». Franceschini difende il bipolarismo, dice no alle grandi alleanze verso il centro e garantisce lealtà assoluta «verso il vincitore delle primarie, chiunque sia, perchè il Pd deve smetterla di litigare su giornali e tv e marciare in una strada condivisa, a prescindere dalla storia politica di ciascuno. Qualche giorno fa a Gallipoli un signore mi ha abbracciato e mi ha detto “non mi importa da dove arrivi ma dove vuoi arrivare. Era l’ultimo segretario del Pci». L’invito alla platea è di votare alle primarie secondo coscienza, «senza seguire passivamente i suggerimenti di qualcuno che ha potere all’interno del partito. Il voto deve essere libero, altrimenti il cambiamento non ci sarà mai». E la libertà, quella dell’informazione, sarà la prima battaglia del Pd, che parteciperà alla manifestazione del 3 ottobre. Franceschini fa il mea culpa: «Il centrosinistra doveva risolvere la questione del conflitto d’interessi. Ora ci ritroviamo con un presidente del Consiglio che crede di essere padrone dello Stato. E che considera la magistratura e la libertà di stampa sgradevoli interferenze».

La Nuova Sardegna

 

11.07.2009

Il Pd al voto, ma l’unità è ancora un sogno 

SASSARI. Alla fine al voto si è arrivati: i cinque circoli del Pd hanno eletto i propri rappresentanti che costituiranno i comitati direttivi. La scelta, però, era molto limitata: una sola la lista presentata in ciascuna assemblea. E nessuno dei candidati fa riferimento alla corrente soriana.  L’accordo all’interno di un partito dilaniato dai contrasti intestini tra le varie correnti, non è arrivato. Non è servito l’ultimo incontro (giovedì sera) con il commissario regionale Achille Passoni. La componente soriana aveva chiesto un rinvio delle elezioni per fare in tempo a presentare una propria lista. Ma il tempo era già scaduto alle 20 di martedì. L’area del Pd che fa riferimento, tra gli altri, al parlamentare Guido Melis e al consigliere regionale Luigi Lotto, nei giorni scorsi aveva contestato le modalità del tesseramento, giudicando sospetto l’improvviso lievitare degli iscritti: due terzi delle 3200 tessere appartengono alle correnti che fanno capo a Giacomo Spissu, ma anche a Giovanni Giagu, Silvio Lai, Bruno Dettori. La direzione regionale ha però stabilito che il tesseramento è stato regolare. La proposta dei soriani, che hanno costituito il Comitato Sardi e Democratici per Sassari, era quella di formare una lista unitaria in vista dei congressi. L’accordo è scivolato sulle proporzioni, visto che le altre correnti hanno dalla loro un numero maggiore di tesserati. In un documento, il Comitato ribadisce “che una sterile conta delle tessere costituisce un dannoso impoverimento del potenziale bacino del partito”. Ora, esclusa dai comitati direttivi, la componente guarda ai prossimi appuntamenti: in agenda ci sono le primarie di ottobre, quando il Comitato Sardi e Democratici punta a ottenere consensi maggiori da elettori e simpatizzanti senza tessera. Ieri, intanto, secondo le prime stime solo il 40 per cento dei tesserati si è presentato alle urne. (si. sa.)

La Nuova Sardegna

 

07.07.2009

Pd, scoppia la guerra delle tessere

SASSARI. «Spero che nelle assemblee che si faranno si parli di politica e del congresso, e non di altro. Di come rafforzare il partito da qui alla prossime comunali e provinciali che rappresentano un importante banco di prova». Così il commissario regionale del Partito democratico Achille Passoni che in questi giorni (se ne è discusso ieri sera nella Direzione regionale convocata a Cagliari) si occupa della delicata fase precongressuale e del tesseramento che – come spesso capita – sta generando proteste e polemiche anche a Sassari.  La situazione non è dissimile da quella degli altri centri dell’isola e le contrapposizioni tra le correnti saranno superate probabilmente solo nel momento del congresso nazionale. Attualmente il Partito democratico è «diviso» in due anime: da una parte i «soriani convinti», ma anche quelli «meno entusiasti». I riferimenti sono quelli di Billia Pes, Cicito Morittu, Luigi Lotto e Nicola Sanna, il parlamentare Guido Melis, l’ex Margherita (poi Rossomori) Salvatore Demontis e Raffaele Mannoni. Dall’altra parte le componenti che fanno riferimento all’ex presidente del consiglio regionale Giacomo Spissu, agli ex consiglieri regionali Silvio Lai (tra i probabili candidati alla segreteria regionale del partito) e Giovanni Giagu, all’ex sottosegretario Bruno Dettori.  Quella delle tessere non è una battaglia nuova. Da sempre è esistita e ha scatenato confronti spesso aspri, talvolta anche scissioni. Da qualche settimana in città il dibattito viaggia, appunto, all’interno delle componenti e il confronto (specie con i discendenti di Progetto Sardegna) non è facile. Più volte è trapelata la decisione di una possibile rottura, tanto più pericolosa se si considera che dopo l’estate sarà già piena campagna elettorale in vista delle prossime elezioni comunali a Sassari (ma anche a Porto Torres, per citare una località di rilievo non lontana dal capoluogo) e per le provinciali.  Proprio le componenti soriane hanno mosso critiche, sollevando problemi di carattere procedurale e di corretta registrazione dei dati nell’ambito della campagna di tesseramento. E a Sassari – città dove la coalizione di centrosinistra ha ottenuto un risultato di particolare rilevanza alle ultime Europee – è stata segnalata una campagna di tesseramento di forte crescita, con numeri che hanno portato il comitato provinciale del Pd a sfondare la quota delle tremila adesioni (la partenza era stata da poco meno di 700 iscritti).  In questi giorni – come ha confermato il commissario Achille Passoni – il Comitato regionale (insieme a quelli provinciali), sta provvedendo alla certificazione dell’anagrafe degli iscritti. Una operazione quasi completata, manca ancora da verificare circa il tre per cento del totale (al 15 maggio gli iscritti in Sardegna erano 22051). «Sarebbe fuori luogo – ha spiegato Achille Passoni – non riconoscere che il tesseramento è avvenuto nel rispetto delle procedure e del regolamento approvato all’unanimità dalla Direzione regionale».

La Nuova Sardegna

 

 03.07.2009

Soru, Letta e il giornalista Floris alla Summer school di Arbatax

ARBATAX. Alla Summer school 2009, in programma oggi e domani al Telis, oltre a Enrico Letta, a Renato Soru e Giovanni Floris (Ballarò) parteciperanno numerosi altri docenti e relatori.  Fra questi, Guido Melis, deputato Pd e presidente di TrecentoSessanta Sardegna; Marco Meloni, consigliere regionale Pd e segretario generale di TrecentoSessanta nazionale; Francesco Sanna, senatore Pd; Umberto Ranieri, presidente di TrecentoSessanta nazionale; Giorgio Macciotta, consigliere Cnel; Michelangelo Nigro (Università di Castellanza) Paola De Micheli, deputato Pd; Marco Stradiotto, senatore Pd. E ancora, Roberto Deriu, presidente Provincia di Nuoro; Gigi Ruggeri e Pierluigi Carta, sindaci di Quartu Iglesias; Alessandro Rosina, docente di Demografia alla Cattolica di Milano; Piera Loi, docente di Diritto del Lavoro Università di Cagliari; Alessia Mosca, deputato Pd e segretario della commissione Lavoro; Salvatore Pirrone, ricercatore e dirigente Inps. Aide Esu, docente di Sociologia Politica Università di Cagliari; Caterina Pes, deputato Pd; Franco Sabatini, consigliere regionale Pd e altri. (l.cu.)

La Nuova Sardegna

 

25.05.2009

EUROPEE: BORSELLINO, ASSENZA COLLEGIO SARDEGNA E’ UN VULNUS

(AGI) – Sassari, 25 mag. – La mancanza di un collegio elettorale europeo unico per la Sardegna e’ un “vulnus politico”. L’ha detto a Sassari Rita Borsellino, capolista del Pd alle elezioni del 6 e 7 giugno per la circoscrizione Isole. “La Sardegna, cosi’ come la Sicilia, per il suo essere una comunita’ fortemente radicalizzata ha pienamente diritto a questa esigenza”, ha spiegato. Per questo, ha aggiunto Borsellino, “affianchero’ i candidati sardi, con cui e’ chiaro che posso e devo avere un rapporto di collaborazione”. L’esponente siciliana, accompagnata a Sassari dal deputato Guido Melis, ha spiegato di aver gia’ incontrato nel suo tour elettorale sardo una dei due candidati sardi del Partito Democratico per le europee, Francesca Barracciu, “con cui condivido la complicita’ di essere donna”. “La prossima tornata elettorale deve rappresentare la riscossa del centrosinistra – ha affermato – e anche se a queste europee si sta dando una valenza politica esagerata, il pericolo maggiore e’ l’astensionismo. E’ il momento di prendersi ognuno le proprie responsabilita’”. (AGI) Cli/Rob/Cog

 

17.03.2009

Passoni apre il dibattito sulla sconfitta

SASSARI. Non si limita a leccarsi le ferite. Il Pd entra nel profondo e cerca di vivisezionare il suo malessere. Ne vien fuori una radiografia della sconfitta elettorale molto composita, e una grande voglia di riprovare a camminare. Nella sala conferenze dell’Hotel Grazia Deledda, a confrontarsi c’è una grande fetta del partito. C’è il commissario Achille Passoni, il deputato Guido Melis, il sindaco Gianfranco Ganau, più una larghissima rappresentanza della base. Mancano invece molti di quelli che l’assemblea definirà i capicorrenti, ovvero gli eterni ex. Gli ex Margherita, gli ex Progetto Sardegna, gli ex qualcosa: quelli che, dirà Guido Melis, «si riuniscono segretamente in summit e prendono le decisioni. Quelli che vorrebbero che il partito restasse ancora così: con i suoi conflitti e le sue guerre di trincea». Che il Pd sia ancora un aggregato di vecchi clan politici, con padrini e affiliati, lo si è visto chiaramente alle regionali. E’ stato uno dei punti a suo sfavore. E ad ogni analisi post sconfitta, ad ogni esame di coscienza, questo peccato originale viene puntualmente stigmatizzato. E allora, come molto tempo fa, ecco che la panacea di tutti i mali è sempre quella: i circoli che spuntano in ogni paese, il tesseramento, altra linfa, il rinnovamento che dalle radici si propaga ai vertici, prima i congressi periferici e poi quelli regionali. E infine le primarie. «Con candidati – suggerisce Melis – che niente abbiano a che fare con le recenti dispute per la segreteria. Tutto questo da un punto di vista logistico organizzativo. L’altra sfida, la più difficile, riguarda invece la ricucitura col tessuto sociale: «Abbiamo perso consensi su tutti i fronti – dice Passoni – operai, casalinghe, imprenditori, disoccupati maschi, donne: tutti hanno votato dall’altra parte. Gli unici che hanno capito il nostro messaggio sono stati i giovani» Un gap di comunicazione c’è stato. Quello di Soru viene definito come un “riformismo illuminato, dove il cambiamento viene spiegato e offerto al popolo da una sola persona. «Invece, perché il cambiamento venga vissuto, deve passare attraverso un riformismo di massa». Occorre cioè che i partiti lo accompagnino dentro la società, e facciano da filtro anche altri enti intermedi, come i sindacati o i comuni. Questa iniezione graduale del cambiamento invece non c’è stata. Agli occhi dei sardi è arrivata una trasformazione dal volto deformato, con tratti eccessivamente identitari: il vellutino come simbolo di appartenenza. Poi sarà anche vero, come dice Giulia Lombardo, che Soru non è solamente vellutino: «Se siamo qui a scannarci è per merito della sua rivoluzione, che ha smantellato il sistema dei partiti». Il problema è che certe rivoluzioni hanno bisogno di tempo per essere metabolizzate, e ogni scossa tellurica crea scompensi e fratture nel corpo sociale. «Non ci siamo accorti del blocco elettorale che si stava cementando intorno al centrodestra – dice Melis – abbiamo sottovalutato il dissenso che si allargava. Non basta fare buone leggi, bisogna anche farle capire e avere anche il coraggio di modificarle, se necessario, sulla base delle istanze del territorio». L’errore e la leggerezza più grave, infine, sono stati non concentrarsi abbastanza sulla crisi economica in atto. «Abbiamo lasciato i ceti più esposti alla recessione soli davanti alla televisione – dice Passoni – e il messaggio che arrivava dallo schermo era un “Ci penso io”. Questa è la grande forza del Berlusconismo. Perché la Sardegna doveva essere refrattaria? Perché la ventata di centrodestra qui doveva arrivare meno impetuosa che altrove? Noi invece ci siamo intestarditi sulle cose già fatte, senza parlare del futuro, del modo in cui affrontare la crisi». Molte delle riflessioni emerse ieri a Sassari, oggi pomeriggio verranno messe in campo a Cagliari durante la riunione del direttivo, nella sede del Pd. «La prima cosa che proporrò ai vertici – conclude Passoni – sarà di sancire il legittimo riconoscimento delle posizioni diverse dentro il partito. Se questo meccanismo perverso dell’additare come nemico chi la pensa in modo diverso, continua a vivere nel Pd, allora non andremo da nessuna parte». – Luigi Soriga

La Nuova Sardegna

 

03.02.2009

L’assessore Mongiu: <<Soru valorizza l’istruzione, la destra la cancella>>

SASSARI. Una concezione del tutto nuova per la ricerca e la formazione: è quella attuata dal 2004 a oggi da Soru e dal centrosinistra. Ovvero fare rete, con l’obiettivo di costruire un “tessuto” per l’istruzione e l’Università. Concetti emersi ieri nell’incontro organizzato dal Pd.
 Una sorta di “piano di rinascita” per la cultura isolana, un percorso che rischia però di essere vanificato, è stato detto, se Renato Soru non verrà confermato governatore. L’incontro dibattito ospitato alla Casa dello Studente di via Padre Manzella e organizzato dal circolo “Partecipazione e Democrazia” del Partito Democratico è servito per fare il punto sulle politiche regionali per l’istruzione, la ricerca e l’università. Secondo Maria Antonietta Mongiu, assessore all’Istruzione e alla Cultura, Guido Melis, deputato del Pd e docente universitario, Gianfranco Strinna, dirigente scolastico, Vanna Delogu, ricercatrice del Cnr, e Francesco Soddu, candidato nella lista del Pd e anch’egli docente universitario, le cifre parlano chiaro. Nell’edilizia scolastica sono stati investiti (2009 compreso) 296 milioni di euro; si è intervenuti nella formazione professionale, cancellando lo spreco di denaro pubblico; sono stati introdotti assegni mensili di 500 euro per gli studenti meritevoli, nonché il programma Master & Back che ha consentito a 3185 laureati di studiare nelle principali capitali europee. Al contrario è stato sottolineato come gli interventi previsti dal governo Berlusconi, in particolare per la scuola primaria, si configurino come un attacco al sistema dell’istruzione. La riforma delle elementari significa l’abbandono di politiche di natura cooperativa che invece la giunta Soru continua a sostenere. «La cultura si deve basare infatti sulla sinergia tra istituzioni locali, tra cui i Comuni, e mondo accademico», hanno detto i relatori. Nel 2006, per la prima volta nella sua storia, la Regione ha riconosciuto un ruolo di primaria importanza a un’istituzione come il Cnr. Non è tutto: maggiore trasparenza e una migliore comunicazione nei confronti degli operatori del settore grazie al sito http://www.sardegnaricerche.it. «Abbiamo visto nell’identità culturale l’unica nostra industria possibile – ha detto l’assessore Mongiu -. È necessaria una qualità dell’istruzione che ancora non abbiamo. Con Berlusconi e il centrodestra alla Regione si rischia di diventare come la Cuba di Batista».

La Nuova Sardegna

08.01.2009

Sardegna, Soru: il mio vero rivale è Berlusconi
 
 
 
soru1Le elezioni del prossimo 15 e 16 febbraio in Sardegna si annunciano sempre più come test politico di rilievo nazionale. Non solo perché precedono di appena qualche mese il voto nazionale delle europee ma anche perché a sfidare Renato Soru sull’isola sarebbe, per interposta persona, lo stesso Silvio Berlusconi. A ritenere che sia il padrone di Villa Certosa il suo vero sfidante è lo stesso governatore uscente in una intervista anticipata dal settimanale l’Espresso.
In piena campagna elettorale Soru, che è in Gallura, intervistato giovedì su La Stampa, chiarisce che la sua «piccola patria è la Sardegna». Cioè che si è candidato a guidare la Sardegna e spera «di farlo per i prossimi cinque anni». Ma nello stesso tempo, dice a l’Espresso, se risulterà vittorioso dalle urne sarde è convinto che il segnale sarà a livello nazionale. «Si interrompe – dice parlando al presente – l’idea di un sempre vittorioso Berlusconi. Se vinciamo, il centrosinistra ha una ragione in più per considerare che la sconfitta non è per sempre». E dunque che «si può tornare a vincere e battere Berlusconi. Come ha fatto Prodi per due volte».
 
Soru illustra il suo programma, come ha già fatto alla presentazione della sua candidatura (guarda il video) e lo definisce «nettamente di centrosinistra». Ovvero «basato sul bene pubblico: territorio, sanità, istruzione». Sono idee forti su cui la sfida appare netta. «La destra vuole privatizzare la sanità, noi abbiamo rimesso il bilancio a posto e aperto nuovi ospedali, riportato in Sardegna i detenuti con problemi psichiatrici. Abbiamo aiutato le persone non autosufficienti come mai era successo, con oltre 20mila progetti personalizzati, dai 3mila del 2004. Sono assistiti loro e le famiglie, sollevate finalmente dai costi».
Quanto alla questione del conflitto di interessi che lo riguarderebbe per Tiscali e per l’Unità, Soru osserva: «Ho risolto la questione», riferendosi al blind trust che ha creato per dissociare la sua famiglia dalle aziende di cui è proprietaria. In ogni caso, aggiunge, non c’è alcuna similitudine con il conflitto d’interessi che riguarda Berlusconi: «Non c’è paragone possibile tra me e Berlusconi: lui è premier e titolare di una concessione pubblica per cui è incompatibile, controlla l’intero apparato mediatico. Nel 2004 non sentivo il problema di un conflitto di interessi. Tiscali non aveva concessioni regionali né finanziamenti pubblici. Per qualche tempo ho pensato bastasse non intervenire nella mia società. Ma ho chiesto a Guido Rossi di aiutarci a scrivere una legge regionale sul conflitto di interessi. Ora quella legge c’è. Non ancora imperativa, ma ho fatto come se già lo fosse. Berlusconi risolve il problema uscendo dal Consiglio dei ministri, io ho tolto il mio nome dal libro soci, c’è quello del fiduciario. Le azioni sono totalmente nella sua disponibilità, ci siamo impegnati a non scambiarci informazioni e direttive. È come se avessi intestato la mia casa e i miei risparmi a un altro: quanti farebbero lo stesso?». «Io – insiste Soru – di Berlusconi mi sento diametralmente l’opposto».
Quindi racconta del primo incontro con l’attuale premier: «Al Quirinale anni fa, durante un ricevimento per re Juan Carlos. Per la Sardegna non ha mai fatto niente. Una volta mi disse: “Alla regione ho regalato tre musei: quello del cactus, del fico d’india e del rododendro, quando li viene a vedere?” Gli ho risposto che avrei preferito che prendesse la residenza fiscale da noi».
Berlusconi ha annunciato nove sue visite a sostegno del candidato del centrodestra in Sardegna, ma, come fa notare il governatore uscente, in cinque anni non ha trovato un’ora di tempo per una visita in Regione «la casa di tutti i sardi». Sul suo sfidante Ugo Cappellacci, Soru dice che sebbene si voglia presentare come il nuovo, in verità «non lo è». È stato assessore nella giunta di centrodestra che aveva accumulato in un anno un deficit record di un miliardo e 300 milioni di euro. E poi «non conosce la Sardegna».

La verità è che sarà uno scontro Soru-Berlusconi. «Ho letto che mi ha fatto sondare come suo avversario – riferisce – Ma forse perchè intende sostituirsi al candidato in Sardegna…».

«Quando ho vinto la prima volta – ricorda l’imprenditore di Sanluri – il governo Berlusconi era già in crisi. Ora c’è Berlusconi trionfante che pensa di potersi prendere la Sardegna. “Faccio sapere ai sardi che noi ci occupiamo amorevolmente dei problemi della loro isola”. Sa di chi è questa frase? – chiede lui all’intervistatore –È di Benito Mussolini, l’ho ritrovata nella biografia di Emilio Lussu scritta da Giuseppe Fiori. Berlusconi dice la stessa cosa: ci penso io. Noi diciamo: no, alla Sardegna e a noi stessi pensiamo da soli».

Da soli come sardi ma non come Pd, anche se chiede un profondo rinnovamento, per lui il progetto del Partito democratico è «un percorso senza ritorno». Il suo giudizio sui partiti è comunque severo: «Si sono ridotti a club di capi e capetti». Il Pd è per come lo vede lui «una strada difficile» , «una traversata nel deserto, come quella di Mosè, durante la quale è necessario un leader riconosciuto che trascini il popolo non lo è». Una correzione di rotta sarebbe però auspicabile: «Forse – sottolinea Soru – bisognerebbe mettere più in risalto la continuità con l’esperienza di Romano Prodi e dell’Ulivo. Quella è la radice più autentica del Pd: la società che si avvicina alla politica. senza, il Pd resta la somma dei soli partiti originari, spesso con vecchi personaggi». E il vecchio può aggrappandosi al vivo, trascinarlo con sé.

l’Unità

02.12.2008

Un gruppo di 54 deputati del Pd ha sottoscritto questo appello, nell’intento di contribuire a superare la grave crisi nella quale versa il Partito. Tra i firmatari anche Guido Melis.

PER RIPARTIRE.

Siamo nel cuore di una “crisi storica” segnata da una recessione globale e dalla minaccia costante di quel terrorismo che ha segnato il mondo dopo l’11 settembre. L’economia – non solo la finanza speculativa – è investita da previsioni allarmanti. Del resto basta guardare a noi. Un milione i posti di lavoro a rischio da qui a un anno. Quattrocentomila i precari a casa entro Natale, e tra questi moltissime donne. Una diffusione della povertà che lambisce e recluta parte del ceto medio. Imprese, anche coraggiose nel modo di stare sui mercati, dal futuro ipotecato. Il tutto in un Paese col bilancio pubblico che conosciamo, coi ritardi e le anomalie note. Fino a ieri eravamo una Nazione perennemente in bilico dentro un G8 che dominava il mondo. Oggi muore il G8 sostituito da un altro club dove per noi difficilmente ci sarà uno spazio significativo. Mentre restiamo una Nazione che non ha risolto il suo problema di fondo: l’aver rinviato per anni una profonda e giusta modernizzazione in termini di crescita e di espansione di opportunità, diritti, responsabilità. Un’Italia declassata: questo è il rischio. Un Paese isolato nelle sue lentezze, burocrazie, ineguaglianze. Dove le élites della politica e della società, in questo appaiate, potrebbero continuare nella mortificazione di talenti e persone per tutelare gli interessi e le rendite di pochi. Un grande paese che letteralmente può perdersi. Spegnersi. Eppure le risorse per reagire ci sono. Ma vanno viste, riconosciute, valorizzate. Il che è una delle ambizioni morali e politiche del Pd.
Questo è il quadro: un mondo che cambia in modo vorticoso. Un’Europa alla ricerca della propria funzione. Un’Italia che dovrebbe avere il coraggio, soprattutto adesso, di una “rivoluzione dolce”. Rivoluzione di idee, mentalità, contenuti economici e sociali. E che invece è in mano a un governo – a una destra – che si limita a rinnovare le cause della nostra decadenza in nome della triade “Dio Patria e Famiglia”. La realtà è che mai come ora siamo di fronte a snodi che investono il nostro destino. Il futuro per le prossime cinque o sei generazioni. La sorte stessa della “democrazia repubblicana”. E non perché siano in pericolo principi costituzionali formali ma per lo slittamento progressivo da una democrazia rappresentativa a un “autoritarismo subdolo”. Un processo che svuota delle sue prerogative un Parlamento “nominato”, che riduce gli spazi della partecipazione, che amplifica l’ossessione mediatica, che prosciuga le residue forme di civismo in un Paese di suo poco incline al rispetto delle regole e dell’etica pubblica.
Sono solo alcuni dei temi che il Pd deve affrontare. E la ragione che ha spinto molti tra noi a porre da tempo il nodo della sua cultura politica e del significato autentico di una “vocazione maggioritaria” che non va intesa come “autosufficienza”. Che ruolo immaginiamo per l’Italia dei prossimi anni? Che modello di democrazia scegliamo di difendere o promuovere, a partire dal “nostro” federalismo? Come pensiamo di affrontare il tema della crescita: quali terapie d’urto per creare nuova occupazione, per una più equa distribuzione dei redditi, per ridare dignità al lavoro? Che concezione abbiamo di sicurezza e legalità, della cittadinanza, del dialogo sulla pace e sui diritti umani? E come pensiamo di rapportarci a quelle domande di senso che ovunque investono le coscienze e responsabilizzano i parlamenti, a partire dalla difesa del principio della laicità nell’epoca dei fondamentalismi e di temi etici inediti? Insomma la vera domanda è come una politica “autonoma” intende rinnovare quella trama di diritti e doveri, quella comune responsabilità che distingue una società libera e consapevole, e che è l’unica strada per rilanciare una crescita competitiva, giusta socialmente e sostenibile nel suo impatto ambientale.
Si dice che guardiamo a Obama. Ma a quale dimensione di Obama? Quella che coltiva nel presente le grandi passioni civili del popolo americano? O anche l’Obama promotore di un programma di innovazione dell’economia e della coesione sociale? O ancora, l’Obama dei diritti civili e della tutela di ogni minoranza? E l’Europa? Possiamo noi – Democratiche e Democratici italiani – costruire oltre Atlantico il nostro campo di riferimenti ideali e culturali? O non è anche dalla storia e dalle radici profonde dell’Europa – della nostra civiltà e memoria – che dobbiamo trarre spunto per consolidare l’innovazione che ci siamo candidati a promuovere e governare? Questione che attiene anche al nodo della nostra collocazione futura nel Parlamento di Strasburgo.
Domande serie. Fino a quella – non la meno rilevante – che riguarda il modello di Partito che vogliamo costruire. Quale sarà nei fatti la sua articolazione territoriale, il suo radicamento. Quale sarà il peso dell’autonomia dei partiti regionali, nella definizione della propria cultura politica, delle alleanze, della selezione delle classi dirigenti. Perché una cosa è un partito federale. Altra sarebbe una confederazione di partiti. E ancora: come combineremo la spinta alla partecipazione delle primarie a tutti i livelli con una vita democratica che non si riduca solo a quell’aspetto, pure fondamentale?
Non è solo un elenco di temi. Il punto è che la risposta a questi e altri snodi fisserà la cornice culturale del Partito Democratico. Quel Partito che è la risorsa sulla quale abbiamo investito. E che rappresenta per ciascuno di noi la vera speranza di avvenire per il Paese.
Non possiamo assistere in silenzio a ciò che avviene sotto i nostri occhi. Un grande progetto di unità e innovazione rischia di smarrirsi dentro logiche di rendita e logoramento. A tutti i livelli. Prima di tutto al vertice, talvolta insofferente verso un confronto di merito sulle scelte che si compiono. Sul territorio dove i conflitti si moltiplicano, e spesso per ragioni di assetto o di potere. Nonostante ciò un “popolo democratico” esiste. Resiste. Reagisce, a partire dai nostri Circoli. Come si è visto al Circo Massimo. O nelle proteste di studenti, insegnati, lavoratori. Ma è lo scarto tra le due dimensioni – il paese reale e la vita politica e democratica del Pd – a creare incertezza, sconcerto, e in alcuni casi un abbandono silenzioso. Di fronte a questa situazione ognuno deve rimboccarsi le maniche. Non basta più dire che siamo nati solo da un anno, che si sono fatte molte cose buone e che il tempo premierà il nostro coraggio. Né il punto è una “resa dei conti” che riduca tutto alla questione della leadership. Noi dobbiamo affrontare e risolvere i problemi. E per farlo non è sufficiente ripetere che le “correnti” sono il male da combattere. E’ una frase di buon senso ma prescinde dal fatto che le correnti ci sono. Selezionano le persone sulla base della fedeltà più che del merito, e la maggioranza di chi le contesta – fino dentro il coordinamento nazionale – non può dire di esserne estraneo. Il risultato è che per i più “le correnti fanno male”, salvo la propria. Ma non è pensando a questo modo che si fanno dei passi avanti.
Per tutte queste ragioni è consolatorio ridurre la discussione sul nostro futuro allo scontro tra singole personalità. Soprattutto non aiuta. Il dovere di ognuno è dibattere dell’avvenire dell’Italia e della nostra democrazia. Senza reticenze. Proprio in nome dell’unità di un partito nel quale potersi sentire “comunità” è giusto confrontarsi in modo libero e limpido su idee e proposte per dare vita finalmente a un “pensiero democratico”. Un confronto dove l’appartenenza ai luoghi di tutti sia più forte del sostegno a singole componenti. Che poi è la condizione per una mescolanza che possa dar vita a un pluralismo di segno diverso. Certo, le emergenze incombono. La crisi economica e sociale, le elezioni europee e amministrative. E soprattutto l’azione quotidiana, il “fare”. Che passa dal sostegno alle nostre amministrazioni. E dalla qualità della nostra opposizione. In Parlamento, nella società, in ogni comune, provincia, regione. Ma proprio quelle emergenze impongono di affrontare i nodi non risolti nella costruzione del Pd. Perché un equivoco va superato. L’idea che la costruzione paziente dell’unità derivi dall’accantonamento della discussione sulle scelte. Scelte chiare e comprensibili a tutti. La realtà è che il Partito Democratico se vuole riacquistare quella credibilità delle “sue” parole, che oggi pare aver smarrito, deve puntare sulla limpidezza delle sue posizioni. E quella limpidezza non può essere il frutto di rimozioni o unanimismi di facciata ma il prodotto di una discussione franca e appassionata. Noi vogliamo contribuire a farlo, nelle sedi e nei luoghi dove ciò sarà concretamente possibile e nella stessa Conferenza Programmatica. Lo vogliamo fare con umiltà. Per amore della politica. Per passione verso il Partito nel quale crediamo. E per un’idea di partecipazione che dia valore a ogni persona, alla sua autonomia critica e all’impegno di ciascuno.

27.10.2008

Manifestazione 25 ottobre, On. Guido Melis (PD): “Una risposta alle politiche “punitive” del Governo. Importante il contributo sardo”.

“Un bagno di folla, con un popolo venuto da tutt’Italia per appoggiare il Partito democratico. La dimostrazione che il centro-sinistra esiste ed è forte perché vive nelle speranze della nostra gente.

E’ finita la luna di miele tra Berlusconi e gli italiani. Il Governo sta deludendo, perché tutte le promesse elettorali si rivelano un bluff. Ha deluso sull’Alitalia, ha deluso sulla sicurezza, sulla scuola, sull’università ed ha deluso soprattutto sugli impegni presi con i lavoratori, “ dichiara il deputato PD eletto in Sardegna, Guido Melis.

“Non puoi ricostruire un Paese diminuendo la qualità dell’istruzione,” continua Melis soffermandosi poi sul tema della sicurezza: “Il Centrodestra vuole punire l’immigrato, anche quello comunitario. Non gli offre nessuna possibilità. Istituisce delle regole tassative, ma non mette l’immigrato in condizioni di poterle rispettare. Lo straniero è già punito quando deve regolarizzare i suoi titoli di soggiorno per l’eccessiva burocrazia, appesantita ulteriormente del nuovo Pacchetto sicurezza; e adesso, con la mozione sulle classi ponte vengono puniti anche i bambini, attraverso le politiche di discriminazione che questa maggioranza introduce per le scuole.”

Parlando invece della Sardegna, Melis afferma: “Sono molto contento della partecipazione dei sardi alla manifestazione del 25. Il corteo in partenza dall’Ostiense è stato aperto dalle bandiere coi Quattro Mori ed è toccato ai democratici sardi l’onore di portare il grande striscione con la frase di Vittorio Foa. E’ un segnale confortante, che fa sperare nella fine delle divisioni interne che sinora hanno bloccato in Sardegna la costruzione del Pd.”.

06.10.2008

La Caporetto della destra: fiducia in Soru, ora nuovo slancio per vincere le elezioni

È stata la Caporetto della destra. Disertando in massa un referendum esplicitamente indirizzato dai suoi promotori contro la Giunta regionale i sardi hanno detto con chiarezza di approvare la politica di tutela delle coste e di avere fiducia nel presidente Soru.

La destra esce da questa prova da lei stessa testardamente voluta (e con costi finanziari non indifferenti per la collettività) pesantemente sconfitta. E non solo sul tema della legge salva-coste ma anche su quello altrettanto importante dell’acqua, dove è stato respinto il tentativo dei referendari di bocciare la gestione pubblica e coordinata delle risorse idriche in nome di interessi privati e localistici.

In entrambi i casi gli elettori, astenendosi dalle urne, mandano alla politica un messaggio chiarissimo: vogliono la tutela, senza se e senza ma, delle coste sarde; e vogliono una gestione di quel bene prezioso che è rappresentato dall’acqua in nome dell’interesse collettivo. Viene premiata insomma in entrambi i campi la politica della Giunta, del suo presidente, dei suoi assessori, dell’intero centro-sinistra.

Tutto ciò è ancora più significativo se si pensa che nelle ultime ore era sceso in campo (come lui stesso ama dire) il presidente del Consiglio in persona, pronunciando con la consueta arroganza dichiarazioni faziose contro la Giunta Soru che non trovano precedenti in tutta la lunga storia dell’autonomia sarda. I sardi hanno evidentemente sentito quell’intervento di Berlusconi come un’indebita ingerenza del governo in questioni che non lo riguardano e lo hanno punito, facendo fallire il referendum.

Mi auguro che ora il Partito democratico, superando lo stallo nel quale lo hanno posto da troppi mesi le sue stesse divisioni interne, sappia riprendere in mano l’iniziativa, sfruttando a fondo l’apertura di credito che il fallimento del referendum rappresenta.

Nelle prossime elezioni regionali del 2009 il centrosinistra non parte affatto sconfitto. Può anzi godere di ottime probabilità di successo, solo che impari a parlare con chiarezza agli elettori e a rivendicare a viso aperto i successi di questi quattro anni e mezzo di governo della Regione. Occorre però, lo dico a tutti i militanti del Pd qualunque ne sia la collocazione nel dibattito interno, uno sforzo comune per uscire dalle divisioni e per fondare materialmente il Partito in Sardegna, costituendo i circoli e le strutture provinciali e rafforzando l’azione della segretaria regionale Francesca Barracciu.

Si preparano settimane decisive, non solo per il Pd sardo ma per le stesse sorti dell’opposizione a livello nazionale. Il prossimo 25 ottobre parteciperemo tutti alla grande manifestazione di Roma contro la politica del governo Berlusconi, ma già nei prossimi giorni, e in quelli dopo il 25, saremo chiamati ad una attività di spiegazione, incontro coi cittadini, mobilitazione sul territorio. Sarà un’occasione per uscire dal chiuso del dibattito interno e per ritornare tra la nostra gente, che attende con giusta impazienza che il Pd svolga il ruolo al quale lo ha destinato il voto popolare.

È ora, anche in Sardegna, di riprendere la parola. Il risultato di oggi dimostra che esiste lo spazio per un rilancio vittorioso nei confronti di una destra drasticamente ridimensionata dal suo fallimento. Facciamo in modo di non lavorare per perdere. Costruiamo insieme al candidato Renato Soru le basi per rivincere e governare altri cinque anni la Sardegna.

www.altravoce.net

04.09.2008

Pd, mozione di sfiducia per la Barracciu
Il voto nella prossima assemblea Il segretario: «Non mi dimetto»
Clima di guerra fredda tra appelli all’unità per poter radicare il nuovo partito su tutto il territorio
 
 
TRAMATZA. Guerra fredda, blocchi contrapposti. Il giorno della verità, per il Pd sardo, è ancora lontano ma le posizioni dei costituenti sono più chiare e le settantanove firme raccolte su un documento presentato da Giacomo Spissu non sono altro che il preludio ad una mozione di sfiducia per la segretaria, Francesca Barracciu. O per meglio dire sono una richiesta di revoca del mandato attribuitole un mese e mezzo. Se ne parlerà, però, nella prossima assemblea perché – è stato detto – una mozione di sfiducia non può essere votata se non è all’ordine del giorno. Ieri è stata votato un documento di coloro che hanno approvato la relazione di Francesca Barracciu: 60 voti a favore, nessuno contrario, 4 in meno rispetto all’elezione.
La convocazione avverrà «a domicilio» e la speranza dei firmatari della mozione è che nel frattempo intervengano fatti nuovi. Ieri, nel centro congressi di Tramatza, il dibattito si è protratto dalle 16.30 alle 22, con toni in qualche caso aspri e ha chiarito definitamente che non era possibile, per l’attuale segretario, cercare di allargare il proprio consenso. Da qui il muro contro muro concluso dalla lettura di un documento da parte del presidente del Consiglio regionale, Giacomo Spissu. Inizialmente Spissu aveva esaminato la situazione contingente con il Centrodestra che ha avviato, «impropriamente la campagna elettorale approfittando della visita del Papa». Con il prossimo referendum di ottobre che sarà una «prova» per la campagna elettorale e con il Centrosinistra fermo al capolinea. Il dato politico, dice, è che la Barracciu non ha la maggioranza e questo da solo è un elemento contrario alla ricerca dell’unità interna.
Nella sua relazione introduttiva, Francesco Barracciu ha proposto, come primo atto, la formazione di una segreteria unitaria che potesse rappresentare tutte le anime del partito e tutti i territori della Sardegna». In un intervento di mezz’ora il segretario ha poi lanciato un appello per l’unità del partito: «Basta con le divisioni, basta con le correnti, basta con le etichette legate ai vecchi partiti». Quindi ha rilanciato la candidatura del presidente Soru per le prossime elezioni e ha spiegato che «il Pd sardo deve ripartire dai risultati raggiunti da questa giunta regionale tra cui la soluzione positiva della vertenza sulle entrate e l’introduzione di una mentalità amministrativa fondata sulla responsabilità».
Infine un messaggio ai sardisti: «È la nostra giunta che ha realizzato il vero sardismo moderno». «Non sono i nomi che contano, ma i programmi, ha sostenuto Barracciu: «E se questi non sono eresie qual è il problema attorno al nome? Esiste? A voi la parola». Dal dibattito che è scaturito è emersa l’immagine della guerra fredda: ad applaudire gli oratori solo alcuni settori della sala del centro congressi. È stato Guido Melis con un intervento lampo, di estrema sintesi, a riportare la discussione sulle questioni reali: «Dopo tanto tempo siamo finalmente alla costituente. In questi mesi ci sono state solo manovre di palazzo e il Pd non si è dotato di quelle strutture, (provinciali, circoli), per la grave responsabilità di chi l’ha guidato. Ora siamo a una svolta: votiamo la relazione della Barracciu».
Graziano Milia, presidente della provincia di Cagliari, ha apprezzato il piglio e anche molti dei contenuti della relazione svolta dal segretario ma proprio questo, ha detto, deve far riflettere: «La Barracciu non è entrata nei problemi, anzi, li ha evitati facendo finta che quanto è accaduto alle elezioni primarie non sia stato niente. Ma se allora non fosse davvero accaduto niente, oggi non saremmo qui».
A giudizio di Milia quello che ha finora impedito al Pd di radicarsi sul territorio è proprio la mancanza del progetto politico. Come è stato ricordato ieri «dai congressi di Ds e Margherita non si è più discusso di politica. I problemi ora sono seri e non si possono liquidare con una battuta». Al microfono si alternano ex Ds ed ex Margherita anche se, alla prima parte dei lavori ha preso parte anche l’ex ministro Arturo Parisi che con l’attuale capogruppo del Pd Antonello Soro, ritiene che sia ora di abolire l’ex «perché siamo tutti Democratici». Ma dagli interventi viene fuori l’immagine di un Pd che appare più una somma che una sintesi.
Siro Marroccu rivolge un appello all’unità di cui ci sarebbe tanto bisogno, dice, per affrontare il Centrodestra e così attacca: «Dalla Barracciu mi aspettavo che desse un segnale non solo per la sua disponibilità ad andare avanti ma anche a fare un passo indietro. Un partito come il Pd» – ha chiesto Siro Marroccu – si può governare davvero senza avere il consenso del cinquanta per cento»?
Emanuele Sanna invita a non ripartire con «una fuga dalla realtà». E il presente è sotto gli occhi di tutti: «Un clima intossicato e divaricante. Piuttosto che stare a contare le firme sarebbe bene dire stop all’autolesionismo».
Difesa della segretaria da parte di Chicco Porcu il quale, però, riconosce che il destino è anche nelle mani dei 64 che la votarono un mese e mezzo fa; Giampiero Scano ritiene che una mozione di sfiducia possa portare direttamente al commissariamento e si chiede: «Se il miracolo della segreteria unitaria era riuscito a Cabras perché non può riuscire anche alla Barracciu». Da lì a poco la risposta l’avrebbero data i 79 firmatari del documento letto da Spissu. Alle 22 i lavori sono stati chiusi: la resa dei conti è ancora rinviata. Da oggi continua il lavoro delle diplomazie interne per trovare una soluzione.

04.09.2008

Pd, si spacca il fronte anti-Barracciu Emanuele Sanna contro Cabras per il ricorso giudiziario: giochi riaperti

Ha voglia Francesca Barracciu a lanciare l’ennesimo appello distensivo. A pochi giorni dal doppio passaggio in direzione regionale e poi in assemblea, giovedì e sabato prossimi, la segretaria regionale del Partito democratico sardo sceglie il palcoscenico del Tg3 per ribadire le sue intenzioni: «Vorrei che ci si sedesse attorno a un tavolo, tutti insieme, per tornare finalmente a parlare di politica». C’è un partito da rinnovare e radicare nel territorio, dice, da costruire «per vincere le elezioni regionali del 2009». Ma la situazione si è parzialmente sbloccata: il fronte anti-Barracciu si divide, con il gruppo che fa capo ad Emanuele Sanna (con Silvio Cherchi, Silvio Lai, Antonio Calledda, Billia Pes e altri) che prende le distanze da Antonello Cabras e rompe l’unità degli oppositori alla segretaria eletta e poi legittimata dalla commissione di garanzia nazionale presieduta da Luigi Berlinguer. E’ decisamente una svolta anche se motivata abilmente con il dissenso sul ricorso alla “via giudiziaria”, ovvero l’esposto al Tribunale civile di Cagliari per invalidare l’elezione di Barracciu. Il ricorso era stato presentato da Tonio Lai, vicesindaco di Quartu, ma si era poi visto platealmente chi c’era dietro: Antonello Cabras si era presentato alla prima udienza con Massimo Deiana, preside di Giurisprudenza, per sostenere il ricorso. Dal quale ora Emanuele Sanna prende ufficialmente le distanze, prendendole di fatto da tutta la linea di Cabras. A beneficio della Barracciu? Difficile esprimersi per ora. I pontieri che hanno lavorato al cambio di passo del gruppo Sanna sono consapevoli che un azzeramento della situazione è poco praticabile e farebbe letteralmente implodere tutto il partito. In una prima fase, si potrebbe rilanciare la candidatura fatta abortire di Silvio Cherchi: per non rompere malamente con Cabras e i pasdaran, anche se i distinguo parziali non coprono la sostanza di una divergenza ormai strategica. Certificata nel documento diffuso dalla corrente di Sanna: «Il dispositivo del comitato nazionale di garanzia non soltanto non ha risolto i problemi di gestione interna del Pd sardo ma anzi apre a dubbi di coerenza interpretativa dello statuto nazionale. È evidente che resta ancora incerta la rappresentatività politica di un segretario eletto con 64 voti su 155 aventi diritto, tuttavia il rispetto delle regole interne, principio fondamenta- le di qualsiasi forza politica, non può tradursi, seppur criticamente, nella presa d’atto e nel rispetto del pronunciamento del supremo organismo di garanzia interna. Aldilà del merito – precisa il comunicato – è perciò da ritenersi anomalo e fuorviante il ricorso alla magistratura ordinaria per vicende che necessitano soluzioni politiche che il partito nella sua interezza ha il dovere di trovare. Il non riconoscimento del ruolo dell’organismo di garanzia aprirebbe la strada a pericolose e confuse prese di distanza dallo stesso partito nazionale, inaccettabile per tutti coloro che hanno innanzitutto a cuore il rafforzamento e il radicamento del pd sardo. per questi motivi andrebbe rivista la decisione di adire il giudice civile confidando nella capacità del partito sardo di superare gli attuali problemi attraverso l’esercizio dei naturali percorsi politici». Insomma, non si va da nessuna parte scegliendo le aule di giustizia e ricusando le decisioni nazionali del partito.

Cosa accadrà ora? Domani gli ormai ex autoconvocati anti-Barracciu si riuniranno per valutare le novità, forse contarsi e confrontare le posizioni ormai diversificate col gruppo di Emanuele Sanna. La cui mossa sembra far venire meno la maggioranza necessaria per sfiduciare la Barracciu, forse obbligando gli irriducibili a prendere atto di una situazione cambiata che richiede un compromesso per non trovarsi comunque in minoranza nella prossima assemblea regionale.

Dall’inizio di agosto a oggi, infatti, molto è cambiato. Prima di tutto il pronunciamento della commissione nazionale di garanzia, il “tribunale” del partito: che ha confermato l’elezione del 28 e 29 luglio a Tramatza, quindi la Barracciu come successore di Cabras, bocciando il ricorso presentato dagli stessi ammutinati. Tutta gente, per essere chiari, che ha pochissimo da perdere: tra chi ha il posto assicurato a Roma, in Parlamento, e chi ha esaurito le legislature previste in Consiglio regionale. Lo sanno anche i fedelissimi: è il motivo per cui l’assemblea di domani potrebbe spaccare interna il composito schieramento Cabras, Paolo Fadda, Marrocu e altri.Con i big oltranzisti da una parte e dall’altra chi non ha intenzione di schierarsi apertamente contro la segreteria nazionale.

Un altro segnale di avvicinamento potrebbe essere quello che arriva dai parlamentari “giovani”. Al di là degli schieramenti interni, Amalia Schirru e Giulio Calvisi (vicini a Cabras) insieme a Guido Melis e Caterina Pes (soriani di ferro) escono dalle stanze segrete per tornare sul territorio: con una visita, ieri, al centro di accoglienza e primo transito per gli immigrati clandestini di Elmas. Fa parte di un programma iniziato il giorno di Ferragosto con la visita di Melis al carcere sassarese di San Sebastiano, ma assume un significato particolare per come il governo Berlusconi sta affrontando la partita sugli irregolari: « Il ministero dell’Interno», sottolinea Calvisi, «dovrebbe chiarire la reale natura del centro di Elmas perché gli standard richiesti e i servizi offerti nei centri per i richiedenti asilo sono molto diversi rispetto a quelli previsti nei centri di prima accoglienza».

Le condizioni della struttura sembrano all’altezza degli standard previsti da altre strutture nazionali, ma vanno perfezionati i servizi per i richiedenti asilo e quelli per i minori non accompagnati: gli ospiti del Cpa sono attualmente 134, con due donne e otto minorenni. Il centro – ricordano i parlamentari – oltre a rispondere alle esigenze poste dagli sbarchi dei clandestini sulle coste sarde, ha dovuto ospitare in questa prima fase anche più di duecento richiedenti asilo in transito da altri centri italiani, assolvendo quindi a funzioni inizialmente non previste. Impegno garantito perché nei prossimi mesi siano migliorati e ampliati da parte del Ministero i servizi erogati agli ospiti e, soprattutto, venga chiarito il futuro la funzione e la natura del centro inaugurato il quattro giugno nell’aeroporto militare alle porte di Cagliari.

http://www.altravoce.net/2008/09/04/pd.html

28.08.2008

 

La segretaria: impegno di tutti per l’unità – Melis rilancia, Sanna “radicare il partito”
Marrocu irriducibile, Milia “testa nel frigo”

Era serena e serena rimane. Però Francesca Barracciu un po’ se la gode: a pochi minuti dal pronunciamento della commissione nazionale di garanzia del Pd che la conferma alla guida del partito in Sardegna, risponde a due telefoni insieme e ride. «Ho atteso questa decisione con massimo rispetto», dice, «però in cuor mio sapevo che quella elezione era legittima. A ragion veduta, perché si era seguito il regolamento; ma anche perché se avessi avuto un solo dubbio non sarei andata avanti». Lo aveva già detto: è il tono della voce, molto più rilassato rispetto a quello delle scorse settimane, a sottolineare che quella di ieri potrebbe essere davvero la giornata decisiva.

Potrebbe, perché le contestazioni non mancano. Dall’altra parte, tra le fila dei suoi oppositori, si parla di «decisione tutta politica». Graziano Milia, a esempio: «Non sono sorpreso: in tanti anni non ho mai visto una commissione di garanzia che smentisca l’operato di una assemblea». Però, aggiunge il presidente della provincia di Cagliari, «c’è un fatto politico nuovo: il Re è nudo», con un chiaro riferimento alle volontà soddisfatte della segreteria nazionale. C’è anche il pronunciamento ufficiale di un organismo presieduto da Luigi Berlinguer, mica l’ultimo arrivato: in casi come questo «mi hanno insegnato che serve mettere la testa dentro il frigorifero e ragionare sul da farsi a mente fredda». Dice anche «borsa del ghiaccio», che sarebbe più assimilabile a una botta in testa.

Chi non la accetta proprio è Siro Marroccu: «Francesca Barracciu non è stata mai eletta e non è segretaria: neanche nei condomini si decide qualcosa senza maggioranza». Niente di nuovo, nelle parole del deputato di Villacidro, neanche alla luce di quella decisione: «Mantengo le stesse posizioni. Quello della commissione è un pronunciamento politico, viene dalla segreteria nazionale e vuol dire che dietro c’è dell’altro». Non lo dice, ma è il segreto di Pulcinella: la candidatura di Renato Soru alle regionali della prossima primavera, già benedetta anche da Veltroni. A dirla tutta, però, è lo stesso motivo per cui una fetta del partito non riconosce ancora oggi l’incarico alla Barracciu.

Lei glissa ma non troppo, e torna seria: «Il dispositivo non lascia nessun margine di manovra a qualunque dubbio interpretativo». È il momento dei messaggi e delle mani tese: «Chi mantiene ancora un barlume di appartenenza politica, di rispetto per il partito e le regole, anche per la storia politica di ciascuno di noi, già da domani lavori con me alla costruzione e al radicamento del Pd in Sardegna. Perché ancora non c’è». Idee chiare, già espresse nei giorni immediatamente successivi alla elezione nonostante la bufera e gli attacchi anche personali: «Andrò davanti ai delegati regionali a presentare il documento politico programmatico: poi l’assemblea sarà sovrana».

Tutto già previsto anche nel pronunciamento della commissione: l’elezione è valida ma «occorre peraltro sottolineare che il comma 9 del medesimo art. 15 dello Statuto prevede espressamente che la maggioranza assoluta dei componenti l’assemblea regionale possa in qualsiasi momento sfiduciare il segretario. Ciò implica che il segretario medesimo debba comunque evitare di trovarsi nella condizione di conflitto con la maggioranza dei componenti l’assemblea, anche attraverso un proficuo rapporto con l’assemblea medesima».

La disponibilità c’è tutta: «È fondamentale per me ricercare un consenso ampio di tutte le componenti dell’assemblea, sulla via del rinnovamento». Ma è importante anche «avere massimo rispetto del pronunciamento». Il riferimento, in questo caso, è al ricorso presentato davanti ai giudici del tribunale di Cagliari: «Chiunque andasse avanti anche su quella strada dovrebbe riconoscersi, lui per primo, fuori dal partito: perché una cosa del genere non era mai successa in nessuno dei nostri vecchi partiti. I nemici sono fuori, sono nel centrodestra: quello che dobbiamo fare è radicarci nel territorio e vincere le elezioni regionali».

Dal deputato e docente sassarese Guido Melis arriva la soddisfazione per l’interpretazione data dalla commissione nazionale. Con lo sguardo rivolto al futuro immediato: «Leggo alcuni passaggi del dispositivo della Commissione come un implicito invito a tutti i democratici sardi a voler superare l’attuale impasse politico, ripristinando la normale dialettica e l’unità d’azione del partito, anche in vista delle prossime impegnative scadenze elettorali. La segretaria regolarmente eletta Francesca Barracciu, interpretando con lodevole sensibilità politica questo invito, si è subito dichiarata disponibile a ritornare in assemblea per chiedere ai delegati un secondo voto di conferma».

Messaggio chiaro: «Credo che questo importante atto di buona volontà della segretaria eletta dovrebbe convincere adesso chi dissente a ritirare il ricorso, evitando così che nella vita interna del partito debba ingerirsi dall’esterno l’attività della magistratura. Mi auguro che nelle sedi proprie, e principalmente in Assemblea regionale, si possa riprendere il dibattito interrotto e ricomporre sul nome di Francesca Barracciu l’unità, condizione indispensabile per vincere, con Renato Soru come candidato, le prossime elezioni regionali».

Radicamento nel territorio e sforzo unitario nella composizione della segreteria. Per il sindaco di Villasimius Tore Sanna la via da ricercare è quella «dell’accordo con tutte le correnti, condizione unica per la crescita del partito in Sardegna». Come se fosse facile. Sanna confida in settembre: non per il tempo a disposizione ma «perché agosto è quasi passato, speriamo che il sole faccia meno male». Batta meno forte, in sostanza, a partire dai prossimi giorni. In caso contrario resta il frigorifero di Milia.

 
 
25.06.2008
 

Pd, le due anime pronte per venerdì scontro finale e giorno del giudizio sul candidato di Cabras e Renato Soru

 

Il Pd si gioca tutto in 48 ore, e saranno due giorni di attesa e tensioni. Venerdì è in programma la direzione regionale del partito, a Cagliari: in cui le due anime del gruppo, quella legata al segretario Antonello Cabras e quella del presidente della Regione Renato Soru, si ritroveranno allo stesso tavolo dopo gli incontri separati di lunedì pomeriggio. Soprattutto sarà il giorno della verità in vista delle primarie: con la corrente del senatore che presenta il suo candidato nella corsa contro il governatore per le regionali del 2009.

Tutto normale se non fossimo in Sardegna, con il precedente imbarazzante di ottobre: appuntamento fratricida che si ripresenterà dopo un anno esatto. Solo che a questo giro non si tratta più della battaglia interna per la segreteria: il vincitore dovrà rappresentare la coalizione nella guerra di primavera contro il centrodestra.

Hanno voglia i due big a parlare di distensione e invitare alla saggezza. Soru lo ha fatto lunedì nell’intervento di apertura dell’assemblea di Tramatza, davanti a centinaia di persone: salvo poi mutare tono man mano che da Arborea arrivavano le notizie dell’altro incontro del giorno. Una riunione di corrente, presieduta dal segretario regionale e aperta ai soli dirigenti: nessun dubbio sull’azione riformatrice del governatore, nelle parole di Cabras, ma le amministrative hanno dato un altro segnale. Bisogna tenerne conto: servono le primarie e che siano di coalizione.

Figurarsi se qualcuno potesse obiettare qualcosa: c’erano Paolo Fadda e Tore Ladu, in quella sala riservata dell’Ala Birdi, Giulio Calvisi e Piersandro Scanu. Tutti fautori delle primarie senza se e senza ma, purché contro il presidente della Regione. Perché Cabras dirà pure che non c’è nessuno scontro in atto su Soru ma Fadda ha ricordato che proprio il governatore «disse che non si sarebbe riproposto in caso di sconfitta alle primarie per la segreteria». Invece eccolo qua, candidato naturale secondo lo Statuto. Lo avevano sottolineato anche Emanuele Sanna e Silvio Cherchi durante una assemblea regionale: è lui, dissero. Salvo poi stizzirsi per i titoli sui giornali dei giorni dopo: la loro, spiegarono poi, era semplicemente l’interpretazione delle norme del partito. Ecco perché due giorni fa sono tornati senza difficoltà tra i sostenitori tout court delle primarie.

La stanza è blindata: dentro i dirigenti, fuori tutti gli altri. Neanche un operatore della tv per raccogliere qualche immagine: troppo disturbo. In quella sala Cabras e soci decidono i nomi dei possibili candidati, contano le firme raccolte e tirano il sospiro di sollievo: le primarie si faranno. Soru contro uno tra Tore Cherchi, Graziano Milia e Giacomo Spissu: chi sarà si saprà solo dopodomani, anche se il sindaco di Carbonia resta il favorito. Era stato proprio lui, durante l’incontro, a respingere l’ipotesi di un ticket con Soru per scongiurare la consultazione.

Abbastanza perché dall’altra parte i buoni propositi andassero a farsi benedire. Praticamente in tempo reale, a Tramatza saliva la tensione: tanto tra i partecipanti semplici («Questa non è politica, sono intrallazzi»), quanto tra i fedelissimi del presidente. «Se c’è qualcuno che giudica negativi questi quattro anni, abbia il coraggio di dirlo», ha tuonato il deputato Siro Marroccu: «Nel partito non ne abbiamo mai discusso, impossibile farlo dentro una riunione di corrente».

A spaventare sono proprio i giochetti. Guido Melis, deputato voluto fortemente dal governatore: «È la prima volta nella storia dell’autonomia regionale che il segretario del partito del presidente organizza una riunione per cercare un altro candidato» e comunque «sono favorevole alle primarie, che consentiranno a Soru di avere una legittimazione più forte».Allarma il metodo: quello di «raccogliere le firme su un documento in bianco, durante una riunione della corrente del segretario del partito in cui il segretario dirige i lavori», sottolinea il consigliere regionale Sandro Frau. In quella lista di nomi – dovrebbero essere oltre 70 – quella di Cabras è la prima sottoscrizione.

Si saprà il giorno dopo, questo: quando Frau ha già annunciato che «chiederemo formalmente le dimissioni del segretario». Viste le premesse, la direzione regionale di venerdì sarà tutto fuorché il «naufragar m’è dolce in questo mare» utilizzato da Gianluigi Gessa per descrivere la situazione di chi vuole le primarie per forza. Si annuncia tempesta, altroché: e potrebbe proseguire sino alla fine della legislatura.

http://www.altravoce.net/2008/06/25/giudizio.html 09.06.2008

 

 

Vertice del Pd ad Alghero con il neo deputato Melis

 
 
  

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